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Le tappe di sviluppo del senso religioso nell'essere umano «...Tempo fa, durante un'intervista televisiva,
un giornalista mi domandò a bruciapelo: Ho analizzato credenti di varie confessioni religiose, ho avuto in cura atei nevrotici e atei maturi, ma non ho mai incontrato Dio, né la Madonna e nemmeno il diavolo. Però ho scoperto qualcos'altro. In tutti i miei pazienti ho rilevato una caratteristica psicologica costante: la relìgiosità, un valore della personalità, un fenomeno naturale che si struttura e si sviluppa nel rapporto figlio-genitori e che si manifesta nella condotta religiosa. La religiosità è presente in ogni individuo, sano o malato. Anche durante la terapia psicoanalitica, affiora in ogni paziente una dimensione religiosa, pur se questi la ignora o tenta di negarla. Emerge da molti segni: dal modo di giacere sul lettino a «mani giunte», dai lapsus, dai contenuti latenti dei sogni ecc.Ho definito la religiosità come un fenomeno naturale, anche se si accompagna alla disponibilità al sovrumano o al soprannaturale; può dunque corrispondere al rapporto con il trascendente, oggettivarsi o meno, agganciarsi o no a una religione definita, ma può anche essere indipendente da un credo specifico. Non bisogna infatti identificare la religiosità con l'affiliazione a un gruppo religioso, poiché l'adesione istituzionale e cultuale è la conseguenza di interessi e di preferenze individuali. E' necessario distinguere tra «religiosità» e «religione»,due realtà da non confondere, due valori che a volte concordano, altre sono antitetici. Se religione è anche religiosità, in quanto ne è l'oggetto, non è vero il contrario, come è riscontrabile ad esempio nell'ateo.» La religiosità e la religione sono nate con l'uomo che, con la sua intelligenza e le sue emozioni, non ha soltanto cercato di risolvere i problemi pratici della vita, ma anche d'interessarsi ai valori spirituali, metafisici, ponendosi al di sopra della dimensione biologica e culturale. Lo sviluppo religioso segue le tappe della maturazione affettiva, sociale, morale, intellettuale della persona. Qualche cosa dipende dalla natura stessa dello sviluppo psicologico, ma molto nello sviluppo religioso più che altrove, perché è tutt'altro che uno sviluppo automatico, che viene da sédipende dall'educazione ricevuta che il bambino raggiunga e superi, senza restarvi fissato, le tappe dello sviluppo e dello sviluppo religioso in particolare; dipende dall'aiuto che riceve e dal tipo di infIusso che viene esercitato su di lui. Giacomo Dacquino-CREDERE E AMARE Il senso religioso nel bambino-"Religiosità infantile ed esperienza familiare"
Il bambino è religioso a modo suo: si fa un'idea di Dio, ha un rapporto con Dio secondo il suo modo di intendere e di sentire: è appunto infantile; non per questo da disprezzare, come non è da disprezzare un disegno infantile. Però il bambino va aiutato a crescere: talvolta si corre il rischio di fissarlo nella fase infantile, magari perché è bello che creda ancora a babbo natale, o è comodo che stia buono. Con il risultato che una volta cresciuto la sua religiosità resti ancora infantile o che la fede venga buttata alle ortiche, perché “cosa da bambini”. Dopo il sorgere e il manifestarsi della religiosità, nei suoi
collegamenti con le strutture e le figure familiari c'è uno sviluppo
della religiosità nell'età evolutiva che si può
individuare gradualmente nelle diverse tappe dell'età. Tra i tre e i cinque anni sembra che Dio sia percepito più chiaramente se presentato come fanciullo, come Gesù Bambino, che non come adulto: la figura del Gesù-adulto non evoca nulla. Il fanciullo divino è un essere come i bambini stessi. Tant'è vero che la bambina se lo rappresenta come bambina; che i bambini lo rappresentano sempre con i genitori e con la mamma. Il bambino ascolta volentieri storie riguardanti “Dio”: fa parte del suo mondo favoloso-magico, mondo meraviglioso e terrificante insieme, mondo verso cui si volge attratto dal suo fascino e verso cui prova paura. In questa età Dio è piuttosto nascosto dietro !'immagine dei genitori: da una parte il fanciullo maternalizza e paternalizza Dio, dall'altra edifica i genitori. Intuisce qualcosa di grande e di sacro nel mondo dei rapporti con i suoi genitori. La religiosità del fanciullo fino a questa età è quindi di carattere imitativo (si fa quello che fa l'ambiente familiare, la preghiera è ripetizione giocosa), di carattere favoloso-magico ed egocentrico, per cui non ci si deve illuderei su una partecipazione interiore o su una vera conoscenza di Dio. Tra i cinque e i sette anni Dio viene distinto dai genitori: si scopre la non-onnipotenza e la non-onniscienza dei genitori. È un delicato momento di transizione: dal riconoscimento, da parte dei genitori, della propria incapacità o debolezza. Proprio da questa ammissione si arriva, a poco a poco, all'affermazione del Totalmente Altro, del Totalmente Diverso, di Colui che è Totalmente Buono, di Colui che sa perdonare sempre, che sa amare sia i genitori sia il bambino. In questa età il fanciullo si fa un'immagine di Dio come creatore e padrone di tutto, come potere di bene in lotta contro il demonio, come demiurgo che muove tutte le cose, che punisce e protegge. Verso gli otto-dieci anni si attribuiscono a Dio
qualità obiettive quali la grandezza, l'onniscienza, l'onnipotenza,
l'onnipresenza, la spiritualità. Emerge una figura di Dio simile
a quella del Dio dei filosofi. Si attribuiscono a Dio qualità
morali soggettive quali la bontà e la giustizia, qualità
affettive come la forza. e la bellezza. Tra i quattordicisedici anni, se tutto va bene, si entra nella fase di interiorizzazione e di personalizzazione: Dio si mette in rapporto con sé. A differenza del ragazzo, nel quale sembrano più accentuati i sensi di colpa e la paura e quindi si rivolge a Dio per essere liberato e salvato, la ragazza imposta il suo rapporto con Dio in modo più intimistico e confidenziale. L'educazione familiareDa quanto si è detto è chiaro che l'educazione religiosa deve tenere conto che la fede in Dio si appoggia su meccanismi psicologici molto umani, molto profondi e molto primitivi; che la religiosità e il suo divenire è molto legata alle esperienze familiari; che il confine tra il psicologico e il religioso è molto incerto, specialmente nell'infanzia; che molti comportamenti sono misti: hanno valenze, aspetti e motivazioni insieme psicologiche e religiose anche negli adulti, e quindi bisogna trovare molta maturità per trovare una fede “pura”, liberata dalle sue radici e motivazioni umane; che molteplici sono nella persona i condizionamenti reciproci tra psicologia e religiosità. Proprio per le ragioni dette il luogo educativo più importante per il futuro religioso del bambino è la famiglia. Del resto tutte le ricerche sono d'accordo nell'affermare che la fede dei padri tende a continuarsi nei figli e ciò malgrado le apparenze in contrario, le contestazioni dei figli e le lamentazioni dei genitori. Come influisce la famiglia sulla religiosità dei bambini?Come avviene l'educazione religiosa in famiglia? La famiglia agisce a tre livelli: 2. a livello di imitazione (fare come) e di identificazione (diventare come, essere come): il bambino tende a fare e ad essere come fanno e come sono i genitori. C'è una specie di generazione spirituale, psicologica, e così il bambino tende ad assumere gli atteggiamenti e i comportamenti religiosi o non religiosi dei genitori; 3. a livello di “apprendimento” e di obbedienza: il bambino impara, compie atti quando i genitori insegnano quando gli fanno compiere determinate azioni, ad esempio recita preghiere quando gliele fanno dire. Talvolta lo fa perché convinto (ma non è possibile fino ad una certa età); talvolta o forse spesso accetta ciò che gli si dice o gli si fa fare per bisogno di affetto, di sicurezza, di protezione o per paura. Questo terzo modo può essere problematico per la religiosità del bambino: anzitutto perché è sottoposto al pericolo del ricatto affettivo o dell'imposizione e allora la religiosità potrà essere dominata dalla paura o sarà una veste che si butta via alla prima occasione. E poi perché talvolta c'è la contraddizione nei genitori stessi: dicono e non fanno. Ma alla fin fine questo terzo modo rende anche meno, perché in qualunque educazione vale più quel che si è, che quel che si fa o si dice: per la semplice ragione che ciò che “si è” influisce sempre, mentre ciò che “si dice” o “si fa” intenzionalmente è sempre limitato e parziale. Due fatti 1. il ragazzino che rifiuta di invocare Dio con il 'Padre nostro'.
cioè
di chiamare Dio con il nome di 'padre', perché suo padre era
tutt'altro che padre; L'importanza dell'“essere” rispetto all'“insegnare" spiega pere e non ci può essere neutralità nell'educazione religiosa: l'ateo genererà l'ateo e il religioso il religioso e l'indifferente l'indifferente, come dimostrano le ricerche, qualsiasi cosa facciano o non facciano, dicano o non dicano al terzo livello. Quello che vale infatti è il secondo livello e ancor più il primo: è a questi livelli che vengono gettate le basi e le strutture della religiosità, come del resto quelle del rapporto sociale, come della responsabilità morale. È a questi livelli soprattutto che si situa il compito specifico dei genitori anche dei genitori per procura -nell'educazione religiosa: il terzo livello può anche essere lasciato delegato “a quelli che sanno”, ai competenti; ma il primo ed il secondo sono insostituibili. Da parte dei genitori la prima educazione religiosa consiste nell'essere il più pienamente possibile padre e madre; nel “mostrare” Dio e il suo amore. Questa potrebbe allora essere la conclusione: non preoccuparsi tanto di dire o di fare, ma di essere: di sviluppare noi stessi educatori un buon rapporto con Dio; il resto verrà da sé. E una raccomandazione: mai mettere paure o sensi di colpa, tanto meno agganciandoli a Dio. (Da "Religiosità infantile ed esperienza familiare"
di Remo Vanzetta. Formazione ed evoluzione del senso religioso "...La formazione della personalità nel bambino inizia
fin dalla nascita. Sulla genesi della religiosità nella prima infanzia le posizioni degli studiosi sono diverse. Alcuni sostengono che nel bambino è innata oppure la considerano come una risposta derivante dalle sue esigenze psicologiche; altri accettano la tesi che il «bisogno religioso» dipenda dallo «stimolo religioso» ambientale. Preferisco invece pensare che la religiosità primaria scaturisca da una «disponibilità religiosa aspecifica» d'origine inconscia e quindi intrinseca allo psichismo umano, ma che si strutturi precocemente fin dalla prima infanzia secondo i modelli identificativi ambientali, soprattutto di entrambi i genitori che esercitano funzioni specifiche e complementari. L'evoluzione della religiosità, quale disposizione alla trascendenza,si colloca infatti in un processo psicologico durante il quale si evidenziano, partendo da una disponibilità religiosa di origine inconscia, le successive differenziazioni degli atteggiamenti e delle condotte religiose. Nella relazione primaria, dipendente da una madre gratificante che lo accoglie e lo cura teneramente, il bambino intuisce sia pure in modo ancora indistinto il senso della fiducia, della soddisfazione, dell'amore che condizioneranno in modo positivo la sua futura apertura affettiva e religiosa. Al contrario, in un rapporto madre-figlio negativo, il bambino accumula valenze aggressive, diffidenza, refrattarietà anche nella strutturazione della religiosità. Il ruolo paterno è altrettanto importante nella formazione affettiva e religiosa del bambino; è il fattore promozionale nel processo di separazione-individuazione, che contribuisce ad allentare il legame simbiotico con la madre e a rafforzare la rappresentazione di un protettore forte, proiezione futura di un padre divino. Quando il padre terreno è latitante negli affetti e nelle cure filiali, il bambino è condizionato negativamente non soltanto nella sua evoluzione psicoaffettiva, ma anche nel divenire della sua religiosità. Tuttavia, pur riconoscendo che la precoce predisposizione infantile allo
sviluppo religioso che si forma nell'esperienza parentale, e pur attribuendo
a quest'ultima l'importanza che riveste nel suo ruolo, non si può certo
affermare che la religiosità del bambino derivi esclusivamente
dal sentimento filiale. Questi ne è condizionato, più o
meno felicemente, secondo l'impronta positiva o negativa della relazione
con i genitori. La religiosità infantile presenta tre peculiarità fondamentali: Soltanto nell'adolescenza l'esperienza sociale travalica veramente il nucleo familiare per cercare al di fuori di esso i punti di riferimento e di confronto; è allora che i modelli culturali esterni giocano un ruolo determinante anche nella condotta religiosa. L'adolescente si rende progressivamente autonomo per conquistarsi una propria coscienza morale e razionale. Respinge quanto aveva precedentemente accettato e imitato passivamente e riconosce soltanto ciò che acquisisce attraverso la propria convinzione; tende di conseguenza a elaborare una religiosità personale e individuale, in funzione delle proprie problematiche e in armonia con le proprie motivazioni. Questa evoluzione non avviene serenamente. L' aumento delle tensioni sessuali e aggressive per motivi biologici e inconsci, l'accresciuta capacità conscia di logica e di critica, l'apertura culturale, la tendenza alla spiegazione razionale anche delle verità trascendenti, provocano nella maggior parte degli adolescenti una crisi il cui effetto è una fede oscillante tra sicurezze e incertezze, tra fiducia e incredulità, tra pratiche religiose e indifferenza. Il risultato può sfociare ìn posizioni dìverse: -l'adolescente può giungere a una nuova religiosità
più integrata e personale Tuttavia è opportuno ricordare che è il rapporto con la religione a essere messo in discussione e non la religiosità, che continua a essere presente nel profondo nonostante i problemi della superficie. Negli anni della giovinezza poi le posizioni religiose si strutturano in modo vario e differenziato, in rapporto all'esito della crisi religiosa adolescenziale. Vi sono gli «indífferenti», privi di autentiche motivazioni, in balia ancora di un forte individualismo egocentrico; hanno difficoltà a stabilire la propria identità, a trovare un posto nella vita e un senso al proprio destino. Si tratta per lo più di casi d'immaturità psicciaffettiva. Vi sono i giovani che si dichiarano «atei» i quali, anche se spesso sono impegnati nella realizzazione di valori umani positivi, escludono ogni trascendenza e di conseguenza ogni appartenenza religiosa. Causa importante del loro ateismo è sovente una mancata evoluzione della religiosità per cause interne (Super-io ipertrofico) o esterne (delusione derivante dall'ambienteíeligioso, influenza subita da gruppi o persone antireligiosi o areligiosi ecc.). I giovani «credenti» infine sono coloro che trovano nell'appartenenza a una Chiesa, non per tradizione né per costrizione ambientale, le risposte all'esigenza di un significato esistenziale e al bisogno di dare un senso al proprio progetto di vita. Molti di essi assumono spesso nei confronti delle istituzioni, anche religiose, un atteggiamento critico in nome di ideali quali la libertà, la giustizia, l'eguaglianza. Auspicano una Chiesa che si ponga non come centro di potere politico-economico, bensì più vicina alle esigenze terrene e sociali dell'uomo. La maturita' del sentimento religioso " Quando scrivo di religiosità matura mi riferisco a una religiosità laica, non basata su valori legati a una confessione specifica, ma valutata sulla base di caratteristiche essenzialmente psicologiche, sebbene disponibile a ogni esperienza cultuale. Essa è fondata su convinzioni personali, è coerente tra età anagrafica ed età mentale in un equilibrio dinamico, senza arresti, fissazioni o regressioni; è esente da meccanismi infantili di reazione e di difesa, e si sviluppa in stretto rapporto con l'esperienza individuale e socioculturale,è quindi il risultato della storia vissuta sotto l'influsso dell'ambiente familiare, più o meno evoluta secondo i successivi modelli di riferimento. Poiché la religiosità è sempre condizionata dalle
problematiche psicologiche, presuppone necessariamente la maturità dell'individuo.
Non costituisce infatti un settore separato di comportamento, ma
è integrata nella struttura globale dello psichismo. Ma religíosità matura significa anche qualcos'altro; è caratterizzata dal fatto che non si ferma entro i propri confini, che va al di là del sensibile, del percettibile. Significa disponibilità al soprannaturale, all'assoluto, conditio sine qua non per diventare credente, ma può essere e presente anche nell'adulto ateo, religioso benché senza fede, a patto che il suo ateismo non abbia motivazioni nevrotiche. Quando la religiosità incontra e aderisce a una religione, si concretizza in fede: la religione è infatti un mezzo per realizzare la religiosità. ll credente è quindi una persona nella cui psiche è avvenuta una sintesi significativa di religiositá e religione. Si parla allora di maturità religiosa, che è frutto di una faticosa evoluzione spirituale. Come quella psichica, non si acquisisce in tempi rapidi ma è un processo di crescita continua su cui influiscono l'esperienza, la capacità di ragionare, l'autostima, la cultura ecc. Per questo l'individuo può elaborare nuove integrazioni e nuove strutturazioni religiose, anche se a rischio di travagli dolorosi. Tali crisi sono segni positivi quando permettono di rafforzare la fede con il buon senso di chi non cerca verità assolute (perché sa di non trovarle) e di chi accetta di vivere in compagnia dei propri dubbi. L'uomo ha piu' bisogno del divino di quanto ne abbia coscienza.Il suo vero
dramma non è " la morte di Dio" ma la difficoltà
di conciliare la propria religiosità con la religione. L'immaturità religiosa è caratteristica
dell'età
infantile. Il pensiero del bambino è prelogico, egocentrico, animista,
magico, e la sua religiosità è contrassegnata da credenze fondate
su bisogni e timori. l mancato passaggio dalla religiosità infantile a quella adulta è la conseguenza di quegli stessi fattori psicologici che, durante l'età evolutiva, determinano un blocco o un ritardo della maturazione psicoaffettiva. A questi ostacoli si aggiungono altre cause quali il formalismo, il nozionismo, il ritualismo, proprie di ogni religione istituzionalizzata. La pratica religiosa cristiana è pervasa da fenomeni la cui descrizione rientra nella psicopatologia: ossessioni, possessioni, stati maniacali, estasi, allucinazioni, sensazioni erotiche. Psicopatia, paranormale e santità possono per certi versi essere considerate esperienze similari: talvolta non c'è un confine netto che le separi. L'indifferenza religiosa è estremamente diffusa nelle attuali società secolarizzate, dove esiste un contesto ambientale sempre più orientato a ignorare il problema metafisico. L' indifferente religioso non avverte l'esigenza di considerare il problema di Dio. Non sente il bisogno di farlo poiché non ha opinioni al riguardo, e nemmeno è interessato ad averne. Spesso è un individuo che, soddisfatto del successo economico o ' sociale, vive il vuoto religioso con un atteggiamento di normalità. Giacomo Dacquino-Credere e amare La fede
La fede stimola i sentimenti positivi, l'affetto, la generosità,
la riconoscenza e aiuta a superare quelli negativi, l'odio, l'egoismo, l'invidia.
Infatti non è soltanto un desiderio, ma una necessità per compensare
l'imperfezione e l'incompíutezza che fanno parte della vita. In questo
senso è forse una strada privilegiata per completare la propria personalità,
ma per viverla pienamente occorre la maturità psicologica. Avvicinarsi a una religione comporta non soltanto motivazioni affettive ma anche intellettive, così che alla disponibilità emotiva a credere non sempre s'accompagna la volontà di credere. E se pure la fede poggia su probabilità storiche, razionali e sociali, essa è sempre rischiosa poiché non dà sicurezze. Per questo anche il sentimento religioso maturo vive nel dubbio. Il dubbio è infatti alla radice di ogni fede, che non è abitudine o passività, ma stimolo, azione, conquista. Si ha il diritto, quasi il dovere al dubbio e, poiché ogni vita è un cammino di ricerca, si avvertono anche i rischi di questo itinerario. E in tale percorso non ci sono scorciatoie. Ha ragione il teologo Bruno Forte quando scrive che il credente è un ateo che ogni giorno si sforza di credere. Quando la fede diventa certezza o un repertorio di certezze,
non è piu' tale. E nemmeno la si può ridurre a dottrina, poiché permette di vivere in un progetto d'eternità.Non basta un atto di volontà per credere, come non basta per amare. Non ci si può infatti imporre di amare una persona: o la si ama o non c'è niente da fare. Quindi, più che cercare la fede, è utile rendersi disponibili in un atteggiamento di accettazione e di maggior conoscenza di se stessi, sapendo attendere cori grande pazienza perché a volte la religiosità rimane una domanda senza risposta. Come non basta la volontà per credere, così non è sufficiente nemmeno la ragione. Un semplice atto di conoscenza o d'informazione non consente di conquistare la fede. L'uomo è immerso in psicodinamiche che lo spingono a vedere, a toccare, a sentire per capire, per verificare, per credere. Ma la concezione dì Dio non è speri inevitabile. Soltanto chi unisce la disponibilità religiosa naturale alla dimensione soprannaturale può trasformarsi in credente. Una fede matura non va contro la ragione pur andando oltre la ragione, e implica la capacità di spostare certe domande dalla testa al cuore. E, come l'amore, è un'avventura non facile che comporta il dubbìo, perché amare una persona o Dio è amare qualcosa di diverso da noi, di ignoto, quindi di imprevisto e irriprevedibile. Non basta l'entusiasino: occorre la maturità psicoaffettiva. Una fede matura è dunque quella che, attraverso le incertezze e le difficoltà, si autentica e si fortìfica. Del resto una fede senza affanni non è testimonianza, perché la fede non si può spiegare, si può solo offrire agli altri con l'esempio, soprattutto quando diventa carisma o quando puo' cambiare la vita, radicalmente. " Giacomo Dacquino-Credere e amare |
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