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La religiosità contemporanea
Quanto è reale la secolarizzazione? Si puo' ancora dire che la società italiana sia
una società di cultura cristiana in quanto molti valori
portati nella storia dal cristianesimo (come il rispetto cardinale
della persona, la ricerca della giustizia e della pace a tutti i livelli)
sono entrati nel costume, nella educazione, nella morale e nelle leggi
civili, nelle feste degli italiani. Questo fenomeno che la sociologa francese Danièle Hervieu-Leger chiama "disistituzionalizzazione" della religione appare come una delle caratteristiche salienti del sacro postmoderno. Una larga percentuale di italiani "crede senza appartenere" , manifesta cioè un'aspirazione al sacro ma non partecipa regolarmente alle attività di nessuna confessione religiosa sappiamo, tutto sommato, molto poco. In che cosa credono queste persone? Se ci si chiede all'interno dell'area del believing without belonging in che cosa chi non "appartiene" vuole comunque "credere", la risposta deve fare riferimento non soltanto forse non principalmente a credenze di tipo tradizionale, ma anche a credenze nuove. Da questo punto di vista tracciare una mappa delle minoranze che oggi hanno un certo successo è importante, perché ogni "famiglia" spirituale ci segnala esigenze e credenze diffuse ben al di là dei suoi confini. La discontinuità della pratica religiosa è uno specchio dell'attuale caduta di prestigio della religione. In Italia, se si crede al dato EVS ( Indagine
Europea sui Valori ) nel 1999, Si deve certo considerare che, oltre all'esistenza sociologicamente
e teologicamente ambigua dei "cattolici non praticanti" (perché
per il cattolico, in tesi, la pratica è obbligatoria), vi erano
in Italia fedeli di religioni cui non si applica un obbligo di frequenza
religiosa settimanale (per esempio, i cristiani ortodossi) o che potevano
avere difficoltà a ricondurre le loro pratiche al concetto di
"frequenza religiosa". Chi sono coloro che si dichiarano noncredenti? Tra i noncredenti è presente un ateismo teorico che si rifà ad importanti filoni di pensiero (l illuminismo, il marxismoleninismo, l esistenzialismo, lo scientismo,la filosofia del pensiero debole, etc.) . Piccoli gruppi si definiscono atei militanti in quanto funzionano in modo molto simile ad una religione che ha strutture stabili , che diffonde il suo messaggio e agisce nella vita sociale. Tra coloro che si dichiarano non credenti partecipano alla vita sociale impegnandosi per costruire un mondo più giusto e felice per sé e per gli altri (che sono valori centrali delle grandi religioni ), contando solo sulle proprie forze, facendo a meno di qualsiasi aiuto soprannaturale, trascendente . Questa è un ateismo pragmatico ..."fare a meno di Dio è latteggiamento piu razionale per gli uomini giacchè affidarsi ad una trascendenza che possa intervenire per migliorare il mondo significherebbe diminuire gli sforzi per migliorare se stessi e il mondo" . Oppure:..."vorrei credere ma a me non è stata data la fede." I cristiani li chiamano tradizionalmente "uomini di buona volontà".Tra i giovani l'ateismo a volte raggiunge forme di ribellione come il satanismo razionalista, o di lotta violenta come negli anarco-insurrezionalisti - o, molto spesso , è una "copertura teorica" per una vita amorale . Tra i noncredenti ci sono coloro che si dichiarano agnostici , cioè che non ritengono possibile risolvere il " problema di Dio" , ovvero della trascendenza, dell'aldilà, etc. o comunque non si sentono interessati a risolverlo. La posizione più diffusa tra i non credenti è quella dell'indifferenza religiosa. In un'epoca in cui si dà una grande importanza ai beni materiali ecco che Dio diventa superfluo,se ne può benissimo fare a meno.Questo ateismo ha una base pragmatica: non vedo la necessita di un rapporto con Dio . Il pragmatismo, la realpolitik, il cinismo, il chiudersi gli occhi, vivere il momento, leffimero, il sentimento dellattimo che fugge, etc.; tutte cose molto diffuse nelle società moderne, complesse, faticose, stressanti e dunque tendenzialmente semplificatrici, che inducono ad un ateismo pratico fondato sull' indifferentismo religioso. Indagine 2004 del Pontificio Consiglio della Cultura.Risposte del Prof. Roberto Cipriani, Dipartimento di Scienze dell’Educazione, Università degli Studi Roma Tre, Roma, Italia. In Italia la non-religione risultava toccare il tasso dell’8,9% nel 1995, cui si accompagnava un livello di religiosità nulla per il 10,0% della popolazione intervistata. La non-religione riguardava 11,4% degli uomini ed il 6,3 % delle donne. I tassi per classi di età andavano dal 12,3% (18-21 anni), al 12,8% (22-29 anni), per poi scendere al 10,0% (30-49 anni), 4,7% (50-64 anni) ed al 4,1% (65-74 anni). Questi dati provengono dall’indagine La religiosità in Italia (Mondadori, Milano, 1995). Un’indagine più recente (in via di pubblicazione presso il Mulino, Bologna-2004) concerne il pluralismo religioso e morale ed accerta una dichiarazione di cattolicità da parte del 97,5% degli intervistati, ma il 7,8% di essi è su posizioni negativiste rispetto alla religione. Se però si guarda all’appartenenza il 79,3% si dice cattolico ed il 18,8% si dichiara non appartenente ad alcuna religione. I non-credenti in Italia hanno un carattere prevalentemente individuale. Sono pochi i gruppi organizzati di ateismo, non-credenza, indifferenza religiosa. Esistono movimenti miranti allo “sbattezzo”, cioè a far cancellare il proprio nome dai registri parrocchiali dei battezzati. Di recente la chiesa italiana ha stabilito le norme per provvedere a questa cancellazione. La richiesta di “sbattezzo” viene, fra l’altro, dall’Unione Atei e Agnostici. |
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