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La religiosità contemporanea

La religiosità contemporanea è ancora fortemente ancorata alle grandi religioni .
La cosiddetta "nuova religiosità o spiritualità" si mostra  indirizzata verso il sacro più nelle forme dei -miracolisegni soprannaturali -guarigioni -demonologia -escatologia -fine del mondo -magia -alchimiateurgia, esoterismo, etc. 
Più verso il mythos che non verso il Logos.
Fedi senza Ragione. Re-incanto del mondo. Il numero delle persone che si dichiarano atee e agnostiche declina pressochè ovunque nel mondo .
Il numero di coloro che dichiarano di credere in una qualche forma di potere superiore alla persona umana o a una vita dopo la morte o affermano di dedicare tempi sacri alla preghiera  , si attesta intorno all'90% della popolazione mondiale anche in paesi secolarizzati come gli USA.

Quanto è reale la secolarizzazione?
In che misura ha cambiato gli italiani?
Come si è trasformato  il sentimento religioso?

Si puo' ancora dire che la società italiana sia una società di cultura cristiana in quanto molti valori portati nella storia dal cristianesimo (come il rispetto cardinale della persona, la ricerca della giustizia e della pace a tutti i livelli) sono entrati nel costume, nella educazione, nella morale e nelle leggi civili, nelle feste degli italiani.
Ma nella scala dei valori dell'italiano d'oggi la religione si trova ai gradini più bassi.
Un’inchiesta sui consumi culturali degli italiani aveva elaborato una graduatoria con punteggio per dieci valori: la religione figura all'ultimo posto. Prima vengono la famiglia, l'amore, l'amicizia, l'ordine, l'eguaglianza, l'autorealizzazione, la solidarietà, il successo, la partecipazione.

Innanzitutto è diminuito il peso specifico della religione istituzionalizzata. Da molti anni diversi sociologi hanno concluso che in tutto l'Occidente la vera religione di maggioranza relativa è quella delle persone impegnate in un "credere senza appartenere" (believing without belonging, secondo la formula proposta da Grace Davie nel suo Religion in Britain since 1945 . Believing without Belonging, Blackwell, Oxford 1994).

Questo fenomeno che la sociologa francese Danièle Hervieu-Leger chiama "disistituzionalizzazione" della religione appare come una delle caratteristiche salienti del sacro postmoderno. Una larga percentuale di italiani "crede senza appartenere" , manifesta cioè un'aspirazione al sacro ma non partecipa regolarmente alle attività di nessuna confessione religiosa sappiamo, tutto sommato, molto poco.

In che cosa credono queste persone?
Una fonte per rispondere alla domanda è offerta dai sondaggi demoscopici e dalle indagini dei sociologi, certo importanti ma che non possono costituire l'unico strumento di indagine (come è noto, le risposte sono del resto influenzate dalle domande, e dal tipo di questionario). Un altro indicatore la cui importanza non può essere trascurata è costituito dalla letteratura popolare, dalla musica, dal cinema, dalla televisione, dove emergono spesso temi "religiosi". Tuttavia, l'indicatore principale delle credenze diffuse nel popolo di coloro che "credono senza appartenere" è costituito, precisamente, dalle minoranze religiose.

Se ci si chiede all'interno dell'area del believing without belonging in che cosa chi non "appartiene" vuole comunque "credere", la risposta deve fare riferimento non soltanto forse non principalmente a credenze di tipo tradizionale, ma anche a credenze nuove. Da questo punto di vista tracciare una mappa delle minoranze che oggi hanno un certo successo è importante, perché ogni "famiglia" spirituale ci segnala esigenze e credenze diffuse ben al di là dei suoi confini.

La discontinuità della pratica religiosa è uno specchio dell'attuale caduta di prestigio della religione.

In Italia, se si crede al dato EVS ( Indagine Europea sui Valori ) nel 1999,
-l'ottantotto per cento di italiani si dichiaravano credenti
-e il quaranta per cento affermava la pratica regolare di una qualche religione.
Una popolazione difficile da determinare nella sua esatta proporzione, ma che doveva comprendere comunque oltre il quaranta per cento degli italiani dichiarava di "credere", ma nello stesso tempo di fatto non "appartiene" a una comunità religiosa nel senso pieno del termine (il che, per il cattolico, implicherebbe la pratica regolare).
Naturalmente questa " grande religione" degli italiani del " credere senza appartenere" non era omogenea.
Al suo interno i sondaggi rivelavano una gamma di posizioni diverse. Si andava da :
-coloro che credono in un potere superiore che non sanno però identificare ai "credenti a modo loro",
-ai "cristiani a modo loro"
-e anche ai "cattolici a modo loro"
("sono cattolico, ma non pratico"; "sono cattolico, ma non sono d'accordo con la Chiesa"; o anche posizione non infrequente in Italia "sono cattolico, ma sono contro i preti").
Le persone religiose praticanti ( cattoliche e non ) erano il quaranta per cento , di cui
- tra i credenti cattolici, un 40% di “ conformisti stagionali": quelli che si fanno vedere in Chiesa almeno in occasione dei funerali e delle grandi festività
- un 30% con frequenza settimanale,
- un altro 10-15% con cadenza mensile.
- un (3-5%) detto di "devoti", cioè i cattolici militanti, impegnati nelle attività religiose.

Si deve certo considerare che, oltre all'esistenza sociologicamente e teologicamente ambigua dei "cattolici non praticanti" (perché per il cattolico, in tesi, la pratica è obbligatoria), vi erano in Italia fedeli di religioni cui non si applica un obbligo di frequenza religiosa settimanale (per esempio, i cristiani ortodossi) o che potevano avere difficoltà a ricondurre le loro pratiche al concetto di "frequenza religiosa".
-Il 40% che si dichiarava credente ma non praticante era costituito da persone che sentono una identità ed appartenenza religiosa , cioè riconoscono i valori religiosi ,tendono a realizzarli ma senza porsi in relazione vitale con Dio. Questo fenomeno viene comunemente chiamato atesimo pratico
ll 40% degli italiani che si dichiaravano religiosi viveva di fatto come se Dio non esistesse, quindi viveva un ateismo pratico.
-coloro che si dichiaravano atei erano scesi ( fra 1981, 1990 e 1999) dal dieci al nove e poi al sei per cento;
-gli agnostici (distinti dagli atei) nel 1999 erano il cinque per cento. [fonte : www.cesnur.org-2000]

Chi sono coloro che si dichiarano noncredenti?

Tra i noncredenti è presente un ateismo teorico che si rifà ad  importanti filoni di pensiero (l’ illuminismo, il marxismoleninismo, l’ esistenzialismo, lo scientismo,la filosofia del pensiero debole, etc.) . Piccoli gruppi si definiscono atei militanti in quanto funzionano in modo molto simile ad una religione che ha strutture stabili , che diffonde il suo messaggio e agisce nella vita sociale. Tra coloro che si dichiarano non credenti partecipano alla vita sociale impegnandosi per costruire un mondo più giusto e felice per sé e per gli altri (che sono valori centrali delle grandi religioni ), contando solo sulle proprie forze, facendo a meno di qualsiasi  aiuto soprannaturale, trascendente . Questa è un ateismo pragmatico ..."fare a meno di Dio è l’atteggiamento piu’ razionale per gli uomini giacchè affidarsi ad una trascendenza che possa intervenire per migliorare il mondo significherebbe diminuire gli sforzi per migliorare se stessi e il mondo" . Oppure:..."vorrei credere ma a me non è stata data la fede." I cristiani li chiamano tradizionalmente "uomini di buona volontà".Tra i giovani l'ateismo a volte raggiunge forme di ribellione come il satanismo razionalista, o di lotta violenta come negli anarco-insurrezionalisti - o, molto spesso , è una "copertura teorica" per una vita amorale . Tra i noncredenti ci sono coloro che si dichiarano agnostici , cioè che non ritengono possibile risolvere il " problema di Dio" , ovvero della trascendenza, dell'aldilà, etc. o comunque non si sentono interessati a risolverlo.

La posizione più diffusa tra  i non credenti è quella dell'indifferenza religiosa.

In un'epoca in cui si dà una grande importanza ai beni materiali ecco che Dio diventa superfluo,se ne può benissimo fare a meno.Questo ateismo ha una base pragmatica: non   vedo la necessita’ di un rapporto con Dio . Il pragmatismo, la realpolitik, il cinismo, il chiudersi gli occhi, vivere il momento, l’effimero, il sentimento dell’attimo che fugge, etc.; tutte cose molto diffuse nelle società moderne, complesse, faticose, stressanti e dunque tendenzialmente semplificatrici, che inducono ad un ateismo pratico fondato sull' indifferentismo religioso.

Indagine 2004 del Pontificio Consiglio della Cultura.Risposte del Prof. Roberto Cipriani, Dipartimento di Scienze dell’Educazione, Università degli Studi Roma Tre, Roma, Italia.

In Italia la non-religione risultava toccare il tasso dell’8,9% nel 1995, cui si accompagnava un livello di religiosità nulla per il 10,0% della popolazione intervistata. La non-religione riguardava 11,4% degli uomini ed il 6,3 % delle donne. I tassi per classi di età andavano dal 12,3% (18-21 anni), al 12,8% (22-29 anni), per poi scendere al 10,0% (30-49 anni), 4,7% (50-64 anni) ed al 4,1% (65-74 anni). Questi dati provengono dall’indagine La religiosità in Italia (Mondadori, Milano, 1995).

Un’indagine più recente (in via di pubblicazione presso il Mulino, Bologna-2004) concerne il pluralismo religioso e morale ed accerta una dichiarazione di cattolicità da parte del 97,5% degli intervistati, ma il 7,8% di essi è su posizioni negativiste rispetto alla religione. Se però si guarda all’appartenenza il 79,3% si dice cattolico ed il 18,8% si dichiara non appartenente ad alcuna religione.

 I non-credenti in Italia hanno un carattere prevalentemente individuale. Sono pochi i gruppi organizzati di ateismo, non-credenza, indifferenza religiosa. Esistono movimenti miranti allo “sbattezzo”, cioè a far cancellare il proprio nome dai registri parrocchiali dei battezzati. Di recente la chiesa italiana ha stabilito le norme per provvedere a questa cancellazione. La richiesta di “sbattezzo” viene, fra l’altro, dall’Unione Atei e Agnostici.

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