| Sei
a pag. 4 di home > Bioetica |
|
La Vita e' un Valore assoluto? SOMMARIO Questo è il senso primo del suo esistere, questo è il suo appello etico : diventa persona. Ognuno è chiamato per natura a realizzarsi come " persona". Ogni comportamento umano deve realizzare un valore che concorra alla costruzione del progetto "persona". Questo è l'orizzonte etico per ogni essere umano. Ogni energia umana, la vita biologica stessa, trova
significato dentro questo appello etico. L'uomo sente e scopre con la ragione che a volte è
giusto dare la propria vita per salvarne altre (è moralmente
lecito= ordine morale) . Pensiamo
a un personaggio esemplare come Salvo Dacquisto che diede la sua vita
per salvare un gruppo di condannati a morte dalle SS tedesche durante
la II guerra mondiale. Così fece Massimiliano Kolbe in campo
di concentramento, così tanti altri. La norma morale è sempre al servizio di un valore che concorre a realizzare in pienezza la persona. Se questo valore non è compreso , anche la validità della norma non è compresa. L'atto morale Affinche' un atto sia moralmente lecito devono essere
morali : Il principio
del duplice effetto (PDE) A volte le nostre azioni hanno un doppio effetto . un effetto moralmente positivo ma anche uno negativo. Per rispondere bisogna partire dalla differenza tra gli effetti diretti
delle nostre azioni e quelli indiretti-collaterali. Gli effetti diretti
sono quelli voluti direttamente, e volere direttamente una cosa significa
volerla o come fine in
se stessa, o come mezzo in
vista di un fine ulteriore. Al contrario, un effetto collaterale è quello
che non è voluto né come fine, né come mezzo,
anche se deriva da ciò che viene invece voluto. Ebbene, il principio del duplice effetto dice che è lecito compiere degli atti da cui conseguono una conseguenza (che può essere uno stato del mondo o un’azione/omissione altrui) buona ed una conseguenza cattiva, alle seguenti condizioni, che devono essere rispettate tutte insieme: 1) se l’atto è in se stesso buono o moralmente neutrale; Così, quando mi sottopongo ad una chemioterapia antitumorale è lecito
sperimentare i suoi duri effetti perché: Alla luce del principio del duplice effetto c’è dunque una differenza morale tra
un medico che pratica un'iniezione letale ad un paziente per alleviargli
la sofferenza (atto eutanasico) e un medico che gli somministra un
analgesico che allevia il dolore sapendo di accorciargli la vita (atto
non eutanasico). C’è differenza perché il primo
medico vuole la morte del malato come mezzo, la vuole a malincuore,
ma la vuole, mentre il secondo non la vuole né come fine, né come
mezzo, ed essa scaturisce come conseguenza collaterale della somministrazione
dell’analgesico o della sospensione delle terapie invasive. I critici del PDE ritengono che ci sia sempre un’equivalenza
tra provocare consapevolmente e volere,
e quindi negano l’esistenza di conseguenze collaterali dell’agire,
dicono che noi vogliamo direttamente tutto ciò che provochiamo
consapevolmente. L’esempio classico di applicazione del PDE è quello dell’isterectomia, praticata su una donna che ha un tumore è che è incinta, che ha il duplice effetto di salvare la vita della madre (effetto positivo), ma, a causa dell’asportazione dell’utero, di certo comporta anche la morte del feto (effetto negativo). Prevedo tra i lettori qualche perplessità, ma posso rimandare ad un pronunciamento esplicito di Pio XII al riguardo e ai testi di molti autorevoli eticisti cattolici (cfr. bibliografia). In effetti, l’eccellenza morale sarebbe proseguire la gravidanza e sacrificare la propria vita per quella del feto, ma è moralmente buono anche sottoporsi all’isterectomia, perché: 1) l’atto chirurgico di asportazione interviene direttamente sulla madre e di per sé è buono; 2) la morte del feto non è voluta come fine (cosa che dipende dall’intenzione interiore); 3) la morte del feto non è voluta nemmeno come mezzo (non è infatti un anello causale intermedio che produce la salvezza della madre); 4) c’è una proporzione tra la vita della madre e quella del feto (supposto che non ci sia modo di salvare la madre senza provocare la morte del figlio). Diverso è il caso illecito e drammatico (ormai rarissimo, ma
ci serve per capire il discorso) della craniotomia, in cui bisogna
uccidere il feto per salvare la madre, in cui dunque la morte del feto
non è una conseguenza collaterale, perché è voluta,
sia pure molto a malincuore, come mezzo per ottenere la salvezza della
vita della madre. Ma mentre una conseguenza collaterale avviene sempre simultaneamente o dopo la produzione dell’effetto positivo, viceversa un mezzo è ciò che esiste previamente al suo effetto, quindi c’è differenza tra i mezzi in vista di un fine e le conseguenze collaterali certe dell’agire. Il PDE non elimina la nostra responsabilità rispetto alle conseguenze
collaterali del nostro agire: dice solo che questa responsabilità è minore
rispetto a quella che concerne le conseguenze dirette. Così,
se nel corso di una guerra io bombardo una fabbrica di armi che si
trova in una città senza voler uccidere i civili, la morte sicuramente
prevista di alcuni civili è un effetto collaterale non voluto.
Ma questo non toglie la mia responsabilità per la morte dei
civili, tanto che per poterla tollerare deve sussistere una proporzione
tra essa e l’importanza strategica della distruzione della fabbrica. Giacomo Samek Lodovici, L’utilità del
bene. Jeremy Bentham, l’utilitarismo e il consequenzialismo,
Vita e Pensiero 2004, pp. 149-156, 185-86. |
| Sei
a pag. 4 di home > Bioetica |