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Concezione della malattia e assistenza sanitaria
in Occidente . Cristianità N. 333 gennaio-febbraio 2006 1. Crisi della medicina moderna La medicina e l’assistenza
sanitaria hanno fatto grandi progressi negli ultimi secoli, ottenendo
risultati sorprendenti nella prevenzione e nella cura di molte malattie.
Non mancano però elementi di crisi, dalla comparsa di nuove
patologie, che sembrano vanificare i successi ottenuti, al problema
dei costi, e non ultimo alle questioni etiche. La
portata del contributo del cristianesimo diventa più evidente
se si esamina come esso ha modificato concezioni anteriori. Non mancano
reperti preistorici che in certi casi forniscono indicazioni interessanti
su malattie e su terapie del tempo, ma questi documenti non sono tali
da consentire la ricostruzione completa delle concezioni mediche preistoriche. La cultura
della Grecia antica ha prestato una grande attenzione alla
natura, in cui ha cercato di riconoscere un ordine armonico, considerando
l’universo come
cosmo. Scopo della vita umana è quello di vivere in armonia
con le leggi del cosmo, cosa non sempre facile in quanto è difficile
superare le divergenze fra la natura, physis, da una parte, e la cultura,
le abitudini e le leggi umane, nomoi, dall’altra. Tale contrapposizione
influenza anche il pensiero medico. Negli scritti attribuiti al medico
greco Ippocrate di Cos (460 ca.-370 ca. a.C.) si legge: «L’uso
degli uomini [nomos] infatti e la natura in base ai quali tutto noi
facciamo non concordano pur concordando; l’uso l’hanno
stabilito gli uomini per loro stessi senza conoscere ciò che
esso riguardava, mentre sono stati gli dèi a ordinare la natura
di ogni cosa. Pertanto ciò che gli uomini hanno stabilito non è mai
duraturo, né in bene né in male, mentre quanto stabilirono
gli dèi è sempre bene» (4). Tanto nella natura
quanto nell’uomo è insito un ordine: «Tutte le cose,
l’anima dell’uomo e, come l’anima, il corpo posseggono
un dato ordine» (5). La salute dell’uomo dipende da una
condotta di vita in sintonia con la natura: «Se infatti fosse
possibile stabilire [...] un rapporto tra alimentazione ed esercizi
che fosse numericamente proporzionato alla natura di ognuno senza eccedere
né in più né in meno, si sarebbe individuata con
estrema precisione la salute per gli uomini» (6). Ma anche se
l’uomo non è in grado di conoscere fino in fondo la natura
delle cose, in quanto non sa «[...] osservare le cose invisibili
partendo dalle visibili» (7), è necessario cercare di
elaborare una sana condotta di vita, in armonia con l’ordine
naturale e con il cosmo. Secondo una massima di Ippocrate «[...]
la medicina si articolerebbe sostanzialmente in dietetica (diaetetica),
farmacologia (pharmaceutica) e chirurgia (chirurgia). La dietetica
si occupa dei sani e serve a impostare un regime di vita. Suo compito è quello
di preservare la salute del corpo e garantire l’osservanza delle
leggi vitali attraverso una vita regolata » (8). Al primo posto
viene quindi la dietetica, termine che nella medicina classica ha un’accezione
più ampia che nell’uso moderno: essa indica non solo una
limitazione nel regime alimentare, ma tutta la condotta di vita, che — almeno
a partire dal medico e filosofo greco Claudio Galeno (129-200 ca.)
di Pergamo — viene distinta in sei ambiti, le cosiddette res
non naturales (9): La malattia viene quindi considerata come manifestazione di una vita sregolata, e lo storico della medicina spagnolo Pedro Laín Entralgo (1908-2001) ha sottolineato che anche i termini «puro» e «impuro» venivano utilizzati tanto nel linguaggio medico quanto in quello religioso (10). La malattia è una forma d’impurità, prodotta da un comportamento innaturale, che non ha rispettato la natura delle cose, data dagli dèi. Nonostante le chiare differenze, le concezioni greca ed ebraica presentano elementi comuni: per esempio, ambedue considerano la malattia come conseguenza della trasgressione di un ordine o di una legge. Mentre la cultura greca interpreta quest’ordine in modo naturalistico, la cultura ebraica considera la legge come dettata da un Dio personale, il che comporta una relazione personale dell’uomo, e del malato, con Dio. Entrambe queste concezioni possono portare a una valutazione morale della malattia in quanto il malato viene considerato colpevole della trasgressione di una legge. Si deve ricordare che il mondo antico precristiano non ha conosciuto istituzioni paragonabili all’ospedale. Questo è tanto più sorprendente se si tiene conto, per esempio, dello sviluppo e del livello dei servizi pubblici in alcune metropoli dell’antichità. «Gli sforzi appassionati degli studiosi della civiltà ellenica e gli approfonditi studi degli umanisti con formazione classica non sono riusciti a portare alla luce, nonostante tutti i loro sforzi, qualche cosa che possa essere paragonato propriamente a un ospedale. Non vi erano ospedali né a Sparta né ad Atene. E anche in grandi città come Alessandria o Roma non furono mai fondati ospedali» (11). Nel mondo greco alcuni santuari dedicati a divinità taumaturghe erano luoghi di pellegrinaggio per ammalati e nelle loro adiacenze esistevano alloggi per i pellegrini, ma non si trattava di stabilimenti sanitari. Negli accampamenti delle legioni romane esisteva il cosiddetto valetudinarium, un’infermeria militare. Un valetudinarium si trovava, per esempio, a Vindonissa — l’attuale Windisch, nel cantone elvetico di Argovia —, inserito in un accampamento in cui, nel corso del tempo, stazionarono la XIII, la XXI e la XI legione (12). Nonostante alcune caratteristiche comuni, il valetudinarium svolgeva una funzione particolare, diversa da quella dell’ospedale attuale, in quanto serviva all’assistenza di soldati ammalati e feriti, che si trovavano lontano dalle loro case e che, quindi, non potevano neppure essere rimpatriati. 3. La svolta cristianaIl cristianesimo ha modificato profondamente l’atteggiamento antico nei confronti della malattia. Questo cambiamento è espresso chiaramente in alcuni passi del Nuovo Testamento, soprattutto nell’episodio che narra la guarigione dell’uomo nato cieco: «Passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: “Rabbi, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?”. Rispose Gesù: “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio”» (Gv. 9, 1-3). La domanda posta dai discepoli è tipica della mentalità dell’Antico Testamento: se vi è una malattia grave è chiaro che questa è la conseguenza di una colpa e si deve solo stabilire se si tratta di una colpa dell’interessato o dei suoi genitori. La risposta di Gesù modifica questa prospettiva: la malattia non è sempre dovuta a una colpa umana individuale. Ciò ha portato, con il tempo, anche a un cambiamento dell’atteggiamento nei confronti dell’ammalato. La malattia non è stata più considerata come una colpa, che poteva portare a un giudizio morale sull’ammalato e quindi anche al suo isolamento e alla sua esclusione, ma essa diventa un elemento costitutivo dell’esistenza umana, espressione della sua fragilità nella condizione terrena, un evento che può toccare chiunque indipendentemente dal suo comportamento e che, quindi, deve suscitare non esclusione dalla comunità, ma un atteggiamento di carità e di solidarietà da parte di quanti hanno avuto la ventura di esserne risparmiati. 4. La nascita dell’ospedaleFin dalle origini il cristianesimo è stato caratterizzato da una particolare attenzione per le opere di carità e per l’assistenza agli ammalati, a cui erano chiamati tutti i fedeli, ma che era pure istituzionalizzata nella figura del diacono. Proprio la pratica della carità ha dato caratteri nuovi all’assistenza agli ammalati. «Il cristianesimo trasforma la medicina classica, ma non nella dottrina e nella sua applicazione pratica, che rispetta e conserva indisturbata, ma nello spirito caritativo dal quale la medicina, arte diretta al bene del prossimo, deve essere animata. La medicina classica non possedeva affatto questo spirito che solo il cristianesimo potè infonderle. Con il monito evangelico della parabola del “Buon samaritano” essa diventa un mezzo per mettere in pratica una delle virtù caratteristiche della nuova religione: la carità e l’amore del prossimo. Si ha così il sorgere della “medicina sociale” con la istituzione di ospedali, ospizi, e di soccorsi per chiunque ne avesse necessità» (13). «Riguardo
all’assistenza medica non vi è differenza fra greci e
barbari, né fra liberi e schiavi. Per esemplificare questa novità,
nulla è più eloquente delle parole con cui Giuliano l’Apostata
[331-363] elogia la maniera cristiana di assistere i malati e cerca
d’incorporarla nel suo progetto di neopaganesimo: “Guardiamo
quello che fa così forte i nemici degli dèi: la loro
filantropia verso gli stranieri e i poveri... è vergognoso (per
noialtri) che i galilei non esercitino la loro misericordia soltanto
con i propri eguali nella fede, ma anche con i servitori degli dèi”» (14). Questo fatto rende ancor più evidente la svolta radicale nella concezione della malattia operata dal cristianesimo: la malattia non è più motivo di esclusione, ma il malato viene ospitato nella domus dei e talvolta viene addirittura accolto dal vescovo sotto il proprio tetto. E l’ospedale, in quanto tale, infonde rispetto: «Dalle sue origini l’ospedale fu anche un “luogo venerabile” dal punto di vista morale e un “luogo religioso” e quindi sacralizzato sul piano sociale e istituzionale» (16). Un testo ha avuto un’importanza fondamentale nello sviluppo dell’assistenza sanitaria in Occidente: si tratta del capitolo XXXVI della Regola di san Benedetto da Norcia (480 ca.-547 ca.), dedicato all’assistenza da prestare ai fratelli infermi. «L’assistenza agli infermi va posta prima e sopra ogni cosa; essi vanno serviti veramente come se fossero Cristo in persona, poiché egli ha detto di sé: “Ero malato e mi avete visitato” [Mt. 25, 36], e “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatta a me” [Mt. 25, 40]. Da parte sua chi è ammalato consideri che viene servito per onore a Dio, e non spazientisca con pretese eccessive i confratelli che lo assistono; gli infermi, tuttavia, devono essere sopportati pazientemente, poiché per mezzo loro si acquista una più grande ricompensa. L’abate presti dunque la più grande attenzione perché gli infermi non siano in alcun modo trascurati. «Ai fratelli malati venga riservato un locale a parte e assegnato un inserviente timorato di Dio che sia diligente e premuroso. Sia loro concesso di prendere un bagno tutte le volte che sarà necessario; ai sani, invece, e specialmente ai giovani, lo si conceda più raramente. Ai più debilitati si conceda inoltre di mangiare carne, perché possano riprendersi; ma una volta ristabiliti, tutti, come al solito, si astengano dalle carni. L’abate presti la più grande attenzione perché gli ammalati non vengano trascurati dai cellari o dagli inservienti. Ogni negligenza commessa dai suoi discepoli ricadrà su di lui» (17). Si tratta di poche frasi, ma che stanno alla base dello sviluppo della medicina monastica, che per secoli ha rappresentato la forma più completa di assistenza sanitaria. La regola prevede infatti monaci adibiti all’assistenza, locali speciali per la degenza e una dieta particolare. Per assolvere questi compiti i monaci non solo si dedicano alla copiatura e allo studio degli antichi trattati di medicina, ma coltivano erbe medicinali, organizzano erboristerie e farmacie nei monasteri. Si può ricordare, per esempio, come nel progetto dell’abbazia benedettina di San Gallo, nell’omonimo cantone elvetico, che non è mai stata comple- tamente realizzata, ma che è servita da modello per altre abbazie, siano previsti alcuni edifici per ospitare ammalati da curare e tutte le infrastrutture necessarie: la biblioteca, l’orto con le piante medicinali, la farmacia, la cucina separata dalla cucina principale dell’abbazia. Non è possibile seguire nei dettagli
gli ulteriori sviluppi storici della medicina nell’Occidente
cristiano; infatti, per secoli la storia della
medicina è strettamente
legata a quella del cristianesimo: Concili prendono importanti decisioni
in campo sanitario, per esempio il Concilio di Orléans del 549
prescrive ai vescovi di prendere a proprio carico i lebbrosi (18). L’immagine corrente della medicina medioevale è spesso offuscata da pregiudizi, che la identificano con pratiche superstiziose e di magia popolare sopravvissute anche in ambiente cristiano e, successivamente, all’influenza di concezioni di origine araba. Si tratta di pregiudizi che non vengono confermati dalle conoscenze sulla medicina ufficiale e sulla letteratura medica medioevale, come sostiene lo storico tedesco della medicina Heinrich Schipperges: «Contrariamente a quanto affermano i nostri manuali e libri di testo, occorre però qui sottolineare la scarsità di elementi magici, taumaturgici o demonologici all’interno della letteratura medievale. Il fatto è tanto più sorprendente se si considera l’ampio patrimonio di speculazioni numerologiche, scongiuri, sapere astrologico e alchimistico che, ereditato dal Basso Impero, rifluisce a partire dal XIII e XIV secolo nel mondo occidentale arricchito della mediazione araba » (21). L’importanza della magia, dell’astrologia e dell’alchimia cresce durante il Rinascimento con conseguenze per la concezione dell’uomo e della malattia (22) e taluni ritengono che la conoscenza della natura — e dei suoi arcani — possa consentire di raggiungere la salute assoluta. È il mito della pietra filosofale e della panacea universale: «Il lapis philosophorum dovrebbe essere anche la grande panacea contro tutte le malattie» (23). 5. Illuminismo e Rivoluzione FranceseUna svolta nella concezione della malattia e dell’assistenza medica avviene a partire dalla seconda metà del secolo XVIII, con l’affermarsi di una concezione più filosofica — in senso moderno — o più ispirata al metodo scientifico. Questa svolta è stata influenzata, per esempio, dalle concezioni del pensatore svizzero Jean-Jacques Rousseau (1712- 1778), che sogna una società primitiva ancora immune da mali sociali e da malattie. La malattia, o più in generale la sofferenza individuale, viene considerata come prodotto di un’ingiustizia sociale, la salute diventa un problema socio-politico e compare qui, anche se in forma ancora implicita, il concetto di «diritto alla salute», inteso in senso più radicale, cioè non solo come diritto dell’individuo al rispetto della propria integrità fisica, ma anche come diritto del singolo a vivere sano e senza malattia, come se la malattia dipendesse unicamente da un’ingiustizia sociale e come se un adeguato impegno della società e del potere politico potesse garantire buone condizioni di salute per tutti. «Gli anni che precedono e seguono immediatamente la Rivoluzione [Francese] hanno visto nascere due grandi miti, i cui temi e le cui polarità sono opposti; il mito d’una professione medica nazionalizzata, organizzata sul modello del clero, ed investita, a livello della salute e del corpo, di poteri simili a quelli ch’esso esercita sulle anime; il mito di una totale scomparsa della malattia in una società senza turbamenti e senza passioni, restituita alla sua salute originaria» (24). Un esponente della Gironda, François Xavier de Lanthenas (1754-1799), scriveva nel 1792: «Chi dunque dovrà denunciare al genere umano i tiranni se non i medici che fanno dell’uomo il loro unico studio e che tutti i giorni, presso il povero ed il ricco, presso il cittadino ed il potente, nella capanna e nel palazzo, contemplano le umane miserie che non hanno altra origine che la tirannia e la schiavitù?» (25). Questo nuovo atteggiamento può essere esemplificato da un episodio riferito dallo storico francese Jean Imbert: dopo aver letto l’iscrizione «Casa destinata ad alleviare le sofferenze dell’umanità» posta all’entrata di un ospedale, un commissario rivoluzionario si sarebbe rivolto in questi termini agli amministratori dell’istituzione: «Deve forse esserci una parte qualunque dell’umanità in stato di sofferenza? ... Ponete dunque al di sopra delle porte di questi asili scritte che annuncino la loro prossima scomparsa. Poiché se, finita la Rivoluzione, avremo ancora fra noi degli infelici, le nostre fatiche rivoluzionarie saranno state vane» (26). Durante la Rivoluzione
Francese si realizza una trasformazione dell’assistenza sanitaria:
vi sono politici, come François-Alexandre-Frédéric,
duca di La Rochefoucauld- Liancourt (1747-1827), che privilegiano l’assistenza
domiciliare a scapito di quella ospedaliera (27); queste idee vengono
adottate in diverse leggi, come quelle del 19 marzo e del 28 giugno
1793, che promuovono l’assistenza domiciliare (28). Il nome stesso
di Hôtel-Dieu, e addirittura quello di ospedale, sono considerati
offensivi, ripugnanti e avvilenti, per cui vengono sostituiti dal termine «ospizio»:
per esempio, l’Hôtel-Dieu
di Parigi diventa il Grand Hospice d’Humanitè (29). Alla fine del secolo XVIII si possono identificare altre importanti correnti all’interno della medicina, per esempio quella del medico tedesco Franz Anton Mesmer (1734- 1815) (32). Mesmer era convinto dell’esistenza di un fluido universale, da lui chiamato «magnetismo animale», presente in tutto l’universo e quindi anche nel corpo umano. Proprio un disturbo della distribuzione del fluido all’interno del corpo umano sarebbe stato, per Mesmer, responsabile di tutte le malattie. Per mezzo di una particolare tecnica, la magnetizzazione, sarebbe stato possibile riequilibrare la circolazione del fluido e quindi curare ogni malattia. In una Memoria sulla scoperta del magnetismo Mesmer enuncia la sua dottrina in 27 punti: negli ultimi viene ricordata «l’utilità universale» (33) della sua scoperta, che consentirebbe al medico di «[...] trovare sicuramente l’origine, la natura e i progressi delle malattie, anche delle più complicate; ne impedirà l’aggravamento e arriverà alla loro guarigione» (34) e si sostiene che «l’arte di guarire arriverà così alla sua perfezione ultima» (35). Anche in Mesmer, quindi, si trova la convinzione non tanto di aver trovato un nuovo rimedio, ma il rimedio, di aver portato la medicina alla sua «perfezione ultima». Queste concezioni, tanto di Mesmer quanto di altri autori, costituiscono quella che storici della medicina hanno definito «utopia della salute perfetta », cioè la convinzione di poter curare non solo qualche malattia, ma di eliminare definitivamente ogni malattia e quindi di risolvere una volta per tutte il problema della sofferenza.È il mito della trasformazione radicale dell’uomo, della creazione di un’umanità nuova, non più soggetta alla caducità dell’esistenza terrena, e della restaurazione della condizione primordiale dell’uomo (36). La radicalità delle tesi sostenute durante la Rivoluzione Francese evidenzia la differenza sostanziale rispetto alla concezione cristiana. Nella visione cristiana le malattie potevano dipendere in alcuni casi dal comportamento del singolo o da fattori sociali, ma il problema della malattia in sé è intimamente legato all’esistenza umana e alla sua caducità post peccatum, perciò la malattia non può essere eliminata completamente, e richiede quindi la solidarietà di tutti, la caritas. Le ideologie moderne rifiutano la concezione cristiana, ritengono che la malattia sia il prodotto di situazioni umane che è possibile modificare. In questa prospettiva viene attribuita alla concezione cristiana della malattia addirittura una funzione negativa, in quanto giustificherebbe non solo le malattie, ma potrebbe addirittura far passare in secondo piano, se non trascurare del tutto, la ricerca e la successiva eliminazione delle condizioni che sono responsabili delle malattie. 7. Darwinismo sociale Una delle critiche più radicali alla concezione cristiana,
alla fine del secolo XIX e all’inizio del XX, è rappresentata
dal darwinismo sociale. Seconda la teoria proposta dal naturalista
inglese Charles Robert Darwin (1809-1882) l’evoluzione delle
specie si è attuata e continua ad attuarsi per mezzo di mutazione
e di selezione: per mezzo delle mutazioni la molteplicità delle
specie si arricchirebbe continuamente di nuove forme e la lotta per
l’esistenza consentirebbe l’affermazione dei mutanti più idonei
e la scomparsa delle specie meno adatte. Un fattore importante sarebbe
quindi la lotta per l’esistenza. Diversi autori, fra i quali
il biologo Ernst Heinrich Haeckel (1834- 1919), che ha contribuito
alla diffusione del darwinismo nei paesi di lingua tedesca, ritengono
che le leggi fondamentali dell’evoluzione
valgano anche per la specie umana. I socialdarwinisti erano convinti che
società ispirate a princìpi diversi o in contrasto con
le leggi dell’evoluzione, e soprattutto con la lotta per l’esistenza,
fossero destinate alla decadenza, perciò sembrava necessario,
per la salvezza di una nazione, combattere princìpi come quelli
rappresentati dal cristianesimo. I successi della medicina sembravano quindi eliminare, o almeno ridurre, la selezione prodotta dalle malattie. Per controbilanciare questi effetti viene sviluppata un’igiene razziale che cerca d’impedire la riproduzione d’individui con caratteristiche indesiderate o vengono presi provvedimenti di eugenetica oppure di eutanasia. 8. Le correnti dell’ideologia medica contemporanea: biologica, psicologica e sociale La medicina contemporanea presenta
tre approcci principali al problema della malattia: Questi tre approcci al
problema della malattia sono di per sé legittimi: vi sono infatti
malattie che hanno origine in una disfunzione biologica, altre che
dipendono da fattori psichici, altre ancora che sono causate da problemi
sociopolitici. È sbagliato però sostenere la validità assoluta
di ognuna di queste teorie a scapito delle altre nella presunzione
di poter eliminare definitivamente ogni malattia e di arrivare quindi
a una condizione di salute perfetta. L’approccio biologico concentra la sua attenzione su processi patologici e perde di vista tanto l’ammalato come persona quanto il contesto sociale e familiare. La malattia viene considerata quasi come un guasto meccanico che dev’essere riparato dallo specialista. Uno dei rischi insiti in questo tipo di approccio è che l’assistenza sanitaria non prenda in considerazione le esigenze dell’uomo, che si disumanizzi, non tenendo conto che in ogni caso fattori personali sono sempre di estrema importanza. Per esempio, anche nel caso di operazioni complicate e altamente specializzate, il decorso post-operatorio, e quindi in definitiva il successo dell’operazione, non dipende unicamente dalla perizia del chirurgo, ma pure dalla motivazione del malato a impegnarsi nella riabilitazione e quindi anche dal modo in cui l’équipe terapeutica riesce a suscitare e a incoraggiare tale motivazione. Manipolazione e ingegneria genetica, così come la diagnosi genetica prenatale, possono degenerare in impostazione unicamente tecnica e biologica del problema della malattia. L’approccio psicologico può trascurare tanto gli aspetti somatici di una malattia quanto quelli sociali, non tenendo in debito conto né le malattie organiche né la dimensione sociale dei disturbi. L’approccio sociopolitico può portare
a una relativizzazione delle altre forme di terapia. Queste concezioni hanno contribuito
a dare un’accezione particolare al concetto di «diritto alla salute ». Negli ultimi anni è stato sviluppato il modello bio-psico-sociale come integrazione dei tre approcci descritti. Pur presentando vantaggi, questo modello presenta pure limiti: in particolare non tiene conto della dimensione più importante nell’uomo, quella personale. 9. Il modello spiritualistico e le «religioni di guarigione» Per
completezza si deve ricordare, oltre ai tre approcci accennati, quello
spiritualistico, secondo cui una malattia dipende
da una mancanza di natura spirituale e la guarigione può essere
ottenuta solamente con un progresso sulla via della realizzazione spirituale,
paragonabile spesso al concetto di redenzione. Il cristianesimo ha superato la prospettiva antica che, collegando direttamente la malattia al problema della colpa, la interpretava inevitabilmente ed esclusivamente in senso morale. L’atteggiamento di solidarietà ispirato dal messaggio evangelico ha dato, nel corso dei secoli, un contributo essenziale allo sviluppo dell’assistenza al malato. Ospedali e ambulatori gestiti da istituzioni e da ordini religiosi rappresentano, nel loro complesso, l’organizzazione sanitaria più importante del pianeta, che non offre solamente terapie adeguate a chi può sperare nella guarigione, ma anche a chi non ha più speranza. NOTE * Studio, riveduto e integrato, comparso con lo stesso
titolo, in Acta Medica Catholica Helvetica. Bollettino dell’Associazione
Medici Cattolici Svizzeri, anno III, n. 1, Friborgo 20-4-2001, pp.
10-21 (trad. tedesca Was ist Krankheit. Geschichte des Krankenhauses.
in factum. Fakten und Analysen zurm Verständnis unserer Zeit [factum.
Fatti e analisi per comprendere il nostro tempo], n. 10, Berneck SG
ottobre 1995, pp. 16-21; trad. croata Pogled na bolest i zdravstvenu
skrb na Zapadu. Povijesni osvrt, in Glasnik Hrvatskoga katolickoga
lijecnickog društva [Rivista dell’associazione medici
cattolici croati], anno XIV, n. 4, Zagabria 2004, pp. 7-15). |
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