Corso di Religione

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ETICA E CARITA'

Giustizia e Carità I
         


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L'epoca moderna all'insegna della promozione umanaF.Pajer-Religione -SEI  

A partire dai primi decenni del Cinquecento la beneficenza si secolarizza: l'autoritá pubblica subentra progressiva mente a rilevare le opere di assistenza attivate in prece denza dalla Chiesa.L'umanista e filosofo spagnolo Giovanni L. Vives (1492-15) è tra i primi a propugnare la priorità degli aspetti sociali ed e dell'uso dei beni (lavoro e pace nella società civile), lasciando in seconda linea gli aspetti religiosi (opere di misericordia).

Nella opera scientifica De subventione pauperum (1525) discute i prodromi dell'ingiustizia sociale e propone misure energiche per  rimedio, affermando tra l'altro che « tutte le cose a cui Dio ha dato esistenza sono comuni a tutti gli umani».

La Chiesa, tuttavia, non si ritira dalle sue tradizionali atti caritative, ma specializza le sue prestazioni in alcuni settori e genti, come la scuola e le missioni. Il concilio di Trento prescrive al clero e agli stessi vescovi l'assistenza ai poveri; figura emblematica del tempo è Carlo Borromeo (1538-1584), vescovo di Milano, infaticabile, crea di iniziative assistenziali per poveri, appestati, orfani, arriva fino a vendere il Principato di Oria per dividerne il ricavo tra gli indigenti.


Per la cura dei malati sorgono congregazioni specializzate di  religiosi chierici e laici, quali i "fatebenefratelli", i camilliani" tra i grandi santi della carità emergono Giovanni di Dio, Camillo de Lellís, Vincenzo de' Paoli.

Per l'educazione e l'istruzione popolare dei poveri si sviluppano altre famiglie religiose maschili e femminili, come quella dei somaschi, dei barnabiti e delle orsoline (Italia), degli lopi (Spagna), dei fratelli delle scuole cristiane (Francia).

Lo sviluppo delle missioni nelle terre appena scoperte impegnano i missionari a non disgiungere l'annuncio del vangelo dal servizio di promozione umana: spesso l'impegno per umanizzare gli indigeni precede la preoccupazione di convertire alla religione cristiana.

Figura eminente di difensore dei diritti umani indigeni è il domenicano Bartolomeo de las Casas (1474-1 che, accanto agli indiani di Santo Domingo e del Chiapas (Messico), lottò per il superamento del sistema coloniale schiavista instaurato dai conquistatori spagnoli, arrivando a far ammettere a teologi e capitani militari che il paganesimo di una polazione non giustifica affatto l'uso della forza per costringerla a convertirsi.

Le esperienze dei gesuiti in Paraguay (le reducciones) furono un tentativo di promozione democratica ed economica della cultura india, anche se vennero presto stroncate dai colonizzatori europei.
Nel Sei-Settecento europeo il povero è percepito come un individuo socialmente pericoloso. Mendicanti e vagabondi sono visti con sempre maggior sospetto. Si fa attenzione a distinguere i "veri poveri" dai "falsi poveri" (fannulloni, scrocconi, petulanti, dediti al gioco e facili gregari nelle sommosse popolari, come quelle ricordate nei Promessi sposi).

Solo i primi sono meritevoli di assistenza, mentre i secondi vanno trattati da criminali (reclusi in galera, al bando dallo Stato, la forca per i recidivi) o obbligati a lavorare.

Si arriva persino a proibire l'elemosína privata agli accattoni: le offerte vanno date all'autorità locale, che provvederà poi ad erogarle in modo oculato ai veri bisognosi.

In Inghilterra, l'erario pubblico inventa e riscuote una tassa per i poveri. Poi altri Paesi europei adotteranno un analogo sistema. Gli Stati tentano di controllare così gli strati sociali più pericolosi, ma l'obiettivo è tutt'altro che raggiunto. Il pauperismo permane come una reale piaga sociale, tra l'altro mille volte evocata dalle arti visive, dalla letteratura e dal teatro.

Nel periodo illuministico, in un clima di crescente laícizzazione, i filantropi - Voltaire in testa - vorrebbero sopprime povertà, spettacolo indecoroso e umiliante per una società  benpensante. Ma la loro è solo una generosa utopia, smentita tra l'altro dalla ricorrente tesi della disuguaglianza sociale sostenuta dagli stessi illuministi come necessaria e provvidente per la società.


Si contentano allora di fondare l'assistenza ai poveri non più su presupposti religiosi ma su principi di solidarietà umana e civile. E' la tappa conclusiva del processo di desacralizzazione del povero, iniziatosi tre secoli prima. Con la rivoluzione francese la Chiesa perde i suoi mezzi di azione culturale e caritativa (confisca dei beni, dispersione degli o a religiosi e distruzione delle loro opere). E tuttavia, anche per le conseguenze indotte dalla prima rivoluzione industriale, riprese il suo servizio a favore delle classi sociali più disagiate (don Bosco, il Cottolengo, madre Capitanio e tanti altri nell'Ottocento)
Il lavoro diventa ora il principale mezzo di redenzione morale sociale dei poveri, che devono essere inseriti nella società borghese come lavoratori salariati. Anche la Chiesa si rende più consapevole che la prima battaglia è quella di combattere le cause strutturali della povertà, che erano anzitutto di natura politica e sociale.

XIX  E XX SECOLO: Scoppia la questione operaia.

Si tratta di sanare i rapporti socioeconomici tra classi (borghesia e proletariato) e di disciplinare la proprietà dei mezzi di produzione (capitalismo e forza lavoro).
L'enciclica Rerum novarum di Leone XIII (1891) porta finalmente anche la Chiesa a prendere una chiara posizione sugli scottanti problemi del lavoro, dello sfruttamento dell'operaío, dell'ingiustizia sociale. Essa dà un forte impulso alle opere, ai movimenti e alle ricerche sociali in ambito cristiano. Evolve in senso democratico anche la mentalità del mondo cristiano: dal Sette-Ottocento illuministíco la Chiesa si era lasciata influenzare dalla tesi della disuguaglianza sociale delle persone, idea largamente sviluppata nel magistero e nelle omelie del clero di tutto il XIX secolo e che impedi i cristiani di discernere a tempo le vere cause della miseria degli operai all'epoca della prima industrializzazíone.

Bisogna arrivare alla seconda metà del XX secolo - con il concilio Vaticano II e gli ultimi papi - per rivedere la Chiesa cattolica (anticipata dalle Chiese protestanti) rifarsi paladina senza riserve dei diritti umani e dei diritti dei popoli .
Dopo la seconda guerra mondiale si fa strada l'idea che occorre farsi operai per evangelizzare gli operai, farsi poveri per evangelizzare i poveri. I "preti operai" intendono vivere dall'interno della classe operaia la dura condizione del salariato. Non manca l'impegno dei cristiani nella militanza sindacale e politica a favore delle fasce sociali più deboli. Si sviluppano nuove forme di aiuto e di solidarietà verso i "nuovi poveri" (Caritas, volontariato sociale).


Nasce nel secondo Ottocento (colonialismo), ma si acuisce nel Novecento e perdura tuttora, il conflitto Nord-Sud del mondo, che vede, da una parte, la rincorsa a un sempre più spinto benessere delle società economicamente egemoni e, dall'altra, il dramma dei paesi terzomondiali che precipitano nella povertà perché privati delle loro risorse, indebitati e soggetti a forte incremento demografico.

un "nuovo ordine economico mondiale". La logica mercantile delle potenze economiche non viene scalfita dai discorsi velleitari e moralistici di chi vorrebbe aiutare il terzo mondo con mentalità paternalista. E' invece all'interno stesso dei Paesi meno sviluppati che può nascere una reazione alle condizioni di povertà e di oppressione.

Ecco allora che intere Chiese nel terzo mondo - dall'America Latina all'Africa nera e alle Filíppine - si schierano per l`opzione preferenziale dei poveri", affermata dal Concilio e ribadita dalla Sollecitudo rei socialis (n. 42) di Giovanní Paolo II.


Nasce e si sviluppa una teologia della liberazione : solo i poveri possono evangelizzare i poveri. Non si deve dare per Carità quello che è dovuto per giustizia. La Giustizia precede la Carità.F.Pajer-Religione-SEI

Il servizio ai poveri -Da sempre il cristianesimo si è messo al servizio delle persone bisognose. Sono cambiate nel tempo le categorie di poveri, ma l'azione Caritàtiva è rimasta una costante della storia del popolo cristiano.

Nella storia della Chiesa possiamo cosi ricordare che:
- le prime comunità, fedeli al comando evangelico, si danno, come compito, di « soccorrere gli orfani e le vedove », figure tipiche di poveri di quella società;
- i monaci medioevali danno ospitalità a pellegrini e profughi nei loro ospizi;
- le confraternite laicali realizzano ospedali e monti di pietà per assistere i più indigenti;
- le Congregazioni insegnanti, all'inizio dell'era moderna, creano scuole popolari per lottare contro l'analfabetismo delle masse;
- una serie di Organizzazioni Caritative viene in aiuto, nell'Ottocento, dei nuovi poveri del tempo: i proletari e le loro famiglie; nel nostro secolo il problema della povertà e della miseria diventa planetario.

La Carità-Solidarietà ovvero l'assistenzia lismo.I cristiani, insieme ad altri credenti o anche a non credenti sono in prima fila, in ogni continente, per alleviare sofferenze e assicurare condizioni minime di sopravvivenza a milioni di esseri umani.

Per compensare le ingiustizie del nuovo modello economico, si cerca di darsi una buona coscienza soccorrendo con Opere di Carità le vittime del sistema ingiusto, gli scarti della società del benessere, persone considerate inutili e inutilizzabili.

( Ma è ) Come dire: «Lo sappiamo che il sistema è ingiusto, ma non ci possiamo far niente per cambiarlo. E' inevitabile che ci siano degli sfortunati e degli esclusi, ma in loro soccorso provvederemo con la nostra Carità ».  Una Carità ammantata di solidarietà, ma che di fatto è cinico utilitarismo, o tutt'al più assistenzialismo "riparatorio".

Questo comportamento non è obiettivamente, generalizzabile. Se c'è stata una Carità opportunista e ipocrita,  c'è stato anche un amore autentico ai poveri, e talora portato fino all'eroismo. E tuttavia non è senza fondamento storico che un certo pregiudizio sfavorevole è rimasto attaccato fino ad oggi all'idea di "Carità", confusa con la "buona azione".
Giustizia e CaritàE per questo che da almeno trent'anni a questa parte, in particolare dalla Mater et magistra (1963) di papa Giovanni XXIII fino a tutto il magistero più recente , si parla, anche per i cristiani, de il dovere della giustizia sociale come condizione prima per esercitare una corretta Carità. Mater et magistra
"  Anche sul piano dei rapporti internazionali il tema dell'aiuto ai Paesi poveri (o, meglio, della cooperazione internazionale) ha cambiato termini e strategie: dalla distinzione ottocentesca tra potenze coloniali e colonie, dalla successiva distinzione socialista tra "nazioni ricche" e "nazioni proletarie", e dalla più recente contrapposizione tra "Paesi sviluppati" e "Paesi sottosviluppati", si è passati oggi a preferire la polarità geografico-economica Nord-Sud del mondo, oppure si parla di terzo o quarto mondo, alla deriva rispetto al primo mondo, quello del benessere.
Giustamente, l'aiuto verso i Paesi o i continenti bisognosi non è più inteso come benevola concessione colonialistica del ricco verso il povero, ma come sostanziale problema di giustizia, di politica di equa ridistribuzione delle risorse, di rispetto dei diritti fondamentali dei popoli. Se nel Sud del mondo il primo male da combattere è ancora l'indigenza economica (o povertà materiale), nelle aree sviluppate dell'Occidente sono emerse "nuove povertà" (o povertà immateriali), determinate da una privazione di beni essenziali per una vi ta umanamente dignitosa.

La persona umana infatti può venire penalizzata in vari modi:c'è chi è povero di verità, dì affetto, di fiducia in se stesso, di spe ranza nell'avvenire; chi è povero di risorse intellettuali e di competenza; chi è povero perché escluso per ragioni di età, di lingua, di nazionalità... "


Alcune tra le forme nuove di povertà sono, per esempio:

- il non potersi realizzare nel lavoro: sia perché una persona si trova sbarrato l'ingresso nel mondo del lavoro (è il caso di molti giovani, anche diplomati, o di donne o di immigrati), sia perché certe categorie di lavoratori sono più esposte alla riduzione dell'attività o al licenziamento. Queste situazioni, oltre che costituire un oggettivo fattore di precarietà economica, generano un penoso stato di insicurezza per sé e per la famiglia, sfiducia nell'organizzazione sociale del lavoro, frustazione per il mancato investimento delle proprie risorse, sensazione di inutilità sociale (anticamera del parassitismo sociale);

- mancanza di rapporti comunicativi nel proprio ambiente: per effetto di processi sociali come l'urbanizzazione, le migrazioni, la standardizzazione degli orari di lavoro e di tempo libero, l'invadenza dei mass media, i rapporti sociali sono sempre più caratterizzati dalla convenzionalità e dall'anonimato. Non solo al supermercato o nei mezzi pubblici o nei condomini, ma persino tra le mura domestiche e nelle aule scolastiche è difficile e raro trovare occasioni di dialogo, al di là dei soliti convenevoli. Il tessuto sociale si inaridisce. Le persone si impermeabilizzano e diventano incapaci di scambio e di dialogo, pur sentendone la necessità;

- discriminazione sociale a causa di un handicap: gli svantaggiati fisici o mentali non si sentono a casa loro in una società che mette al primo posto la cultura della prestanza fisica, della competenza, dell'efficienza, del profitto. Anche se il rispetto dell'handicappato (o  diversamente abile) ha fatto passi enormi negli ultimi decenni dal punto di vista medico-assistenziale, non altrettanto è progredita l'effettiva integrazione dell'handicappato negli spazi comuni della scuola, del lavoro, del tempo libero;

- esclusione sociale o sensazione di inutilità a causa dell'età: è il caso degli anziani che, non potendo più partecipare al processo produttivo, si ritrovano crudamente penalizzati: allontanati dalla vita attiva dei figli e confinati spesso a vivere gli ultimi anni o in solitudine o solo tra coetanei. Sono ricchi di esperienza, che sarebbero disposti a condividere coi giovani, ma essa non costituisce più un valore importante né più tanto richiesto in una cultura tutta imperniata sul cambiamento e non sulla tradizione. L'anziano era il primo e il più ascoltato nelle società patriarcali: è diventato l'ultimo e il meno interpellato nelle società tecnologizzate;

- disagi affettivi e psicologici conseguenti al dissesto del gruppo familiare: la famiglia, istituzione primaria di forte riferimento dell'uomo occidentale, è oggi assoggettata a processi di disgregazione, i cui effetti dirompenti ricadono anzitutto sui figli minorenni, privati dall'indispensabile apporto educativo e spesso anche materiale dei genitori, ma ricadono non meno sugli adulti, alterandone talvolta equilibri psichici, disponibilità sociale, carriera professionale;

- incapacità di assumere la propria vita e fuga nella droga: giovani (e non più giovani) che si presentano dimissionari di fronte alla vita, persone che preferiscono l'autodistruzione perché non trovano né ragionevole né sopportabile, o troppo difficile, la sfida della vita. Sono dei vinti in partenza, i più poveri trai poveri, perché derubati persino di una ragione per vivere; 

- appartenere a un'altra cultura, emigrare in un Paese straniero, non possederne la lingua, non godere degli stessi diritti civili: è la condizione di precarietà e di marginalità sociale di masse crescenti di migranti extra-comunitari che, se oggi non vanno più in contro a una morte per fame, non trovano però risposta al bisogno di appartenenza sociale e di sicurezza civile, al bisogno di essere riconosciuti nella propria identità personale ed etnica, al bisogno di vedersi stimati in quanto persone.

Ogni povertà, vecchia o nuova, non è certo frutto della fatalità: ha delle cause precise e individuabili. Le cause possono essere molteplici e di varia natura. Chi lotta contro la povertà deve saper lottare per rimuovere queste cause: con strumenti legislativi più idonei, con investimenti economici meglio mirati, con pressioni sociali sulla politica e con decisioni politiche conseguenti. Tutto questo contribuisce a creare una società più giusta, ma non è sufficiente. L'uomo può uscire dalla povertà materiale, ma può rimanere povero sotto tanti altri aspetti. "


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