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Le fonti della DSC (**) Le due fonti della dottrina sociale cristiana Gli elementi basilari della dottrina sociale della Chiesa, quali il primato della persona, il carattere sacro della vita, la subordinazione dell’azione politica ed economica alle esigenze della morale, emergono da due fonti principali: la Rivelazione ed il diritto naturale. La Rivelazione Iniziamo, ovviamente, dalla Sacra Scrittura, che, in quanto Parola di Dio, è la radice e la linfa vitale di ogni annuncio cristiano. Il riferimento alla Rivelazione è fondamentale perché, per usare le parole di Vittorio Possenti, grazie ad esso, la Chiesa non si presenta soltanto come garante di un ordine naturale, nel quale leggere un’intenzione divina, ma come portatrice di una «memoria sovversiva», di una tensione escatologica, di un annuncio rispetto al quale ogni ordine umano è inadeguato. Viene così introdotto un principio di non-appagamento o di non-adempimento, che costituisce una molla poderosa verso una società meno ingiusta. [Vittorio POSSENTI, Oltre l’illuminismo. Il messaggio sociale cristiano, Cinisello Balsamo (Milano), Edizioni Paoline, 1992, p. 16.] La Bibbia non è un insieme di indicazioni sociali, non vuole proporre ricette risolutive dei problemi della società, ma è, prima di tutto, annuncio della salvezza realizzata in Gesù. Ciò non toglie, però, considerato che Cristo è l’alfa e l’omega della storia, che il messaggio biblico abbia una rilevanza sociale. Il primo aspetto importante è il rapporto con Dio visto come l’unico rapporto nel quale l’uomo può veramente conoscere e realizzare se stesso. Al di fuori di esso, quando l’uomo e la società escludono Dio, tutte le relazioni umane rischiano di essere inquinate dal male. Un secondo tema è dato dalla dignità umana, resa evidente non soltanto dalla consapevolezza che l’uomo è creato «ad immagine e somiglianza di Dio», ma, soprattutto, dal fatto che lo stesso Figlio di Dio si è incarnato ed è diventato un essere umano. La Bibbia sottolinea poi il carattere intrinsecamente sociale dell’uomo. Sin dal principio, è nel rapporto con un altro essere umano che l’uomo si riconosce: «Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa. La si chiamerà ’ishsha (donna) perché da ’ish (uomo) è stata tolta» (Gen 2,23). Lo stesso rapporto con Dio non è esclusivamente individuale, ma avviene nella Chiesa, nella Comunione dei Santi. Non si può inoltre dimenticare che la dimensione sociale e la dignità umana sono viste dalla Bibbia come universali: Dio vuole la benedizione di tutti i popoli della terra (Cfr. Gen 12,3; 22,18; Ger 4,2; Sir 44,21; At 3,25; Gal 3,8). La Bibbia contiene anche alcune indicazioni di carattere normativo, ad esempio i comandamenti, che richiederebbero una trattazione troppo approfondita rispetto a quanto possibile in questa sede. Vorremmo però precisare che la Legge, nel contesto biblico, soprattutto nel Vangelo, è al servizio dell’uomo, è uno strumento offerto in vista della piena realizzazione della natura umana. La Legge è una via verso il fine proprio dell’uomo (Cfr S. Th. I-II, q. 90, a. 1), «rappresenta un’istruzione, una guida, una “freccia indicatrice„ perché il popolo sappia veramente dove andare, in quale direzione procedere». «Il cristianesimo non è, dunque, soprattutto una serie completa e perfetta di precetti e di ordinamenti, ma qualcosa di dinamico e vitale. È una vita, più che una norma di azione» [R. SPIAZZI, Enciclopedia del pensiero sociale cristiano, Bologna, ESD, 1992, p. 27.] Potremmo dire che la morale cristiana non è un’etica delle norme astratte, ma un’etica del cammino di ciascuno, in collaborazione con gli altri, verso la piena realizzazione della vita, è un’etica che chiama ciascuno, in prima persona, a valutare quale sia, di volta in volta, il giusto cammino da percorrere. Mentre l’etica moderna, almeno a partire da Hobbes, è, in genere, un’etica della terza persona, in cui cioè si adotta il punto di vista dell’osservatore che critica e valuta le azioni compiute da altri, o, per essere più precisi, si adotta il punto di vista del legislatore, l’etica evangelica è un’etica della prima persona, in cui ciò che conta è la riflessione che il soggetto agente compie, alla luce della fede, sulle scelte da compiere. Lo aveva ben capito Tommaso d’Aquino quando vedeva uno strumento etico fondamentale nel sillogismo pratico, cioè nel ragionamento con cui ciascuno di noi, tenuto conto del fine, delle indicazioni generali e della situazione concreta in cui si trova ad agire, valuta quale sia il comportamento da tenere. Non entro dunque nel merito delle norme proposte dalla Bibbia, vorrei, tuttavia, richiamare l’attenzione su un aspetto che mi sembra particolarmente importante: la predilezione che la Bibbia manifesta per i poveri, per la vedova, per l’orfano, per lo straniero, sino alla proclamazione evangelica «Beati voi poveri» (Lc 6,20) [Cito dal commento della Bibbia di Gerusalemme a Mt 5,3 «Sebbene la formula di Mt 5,3 sottolinei lo spirito di povertà, presso il ricco come presso il povero, ciò che Cristo considera generalmente è una povertà effettiva, in particolare per i suoi discepoli».] Il diritto naturale Il diritto naturale rappresenta il possibile punto di incontro tra cristiani e non cristiani sui problemi etici. Il presupposto fondamentale è che gli uomini partecipino di un’unica e comune natura umana; infatti, proprio perché fa riferimento alla comune natura umana, la Chiesa può rivolgersi a tutti gli uomini, chiedere il loro ascolto, difendere i diritti umani. Ciò non significa sminuire l’importanza della Rivelazione, infatti, come osserva Jean Marie Aubert: Dire che l’uomo partecipa di un’unica natura equivale fondamentalmente a dire che il messaggio cristiano universalistico può riguardarlo: dire che l’uomo è una persona è come dire che la natura umana si attualizza individualmente secondo una modalità particolare che rende possibile un dialogo singolare con Dio e nel contempo contribuisce con la sua ricchezza tutta propria allo scambio comunitario incluso nell’idea di Regno. [J. M. AUBERT, Morale sociale, Assisi, Ed. Cittadella, 1972, p. 54.] Il diritto naturale costituisce, in qualche modo, un preambulum fidei. Per questo motivo, spesso anche in ambienti cattolici, si manifesta diffidenza verso il diritto naturale, che, rimanendo intrappolato nei rigidi schemi di una concezione fissista della natura, perderebbe di vista il senso della storia e, soprattutto della Storia della Salvezza. Per evitare questi presunti pericoli, alcuni interpreti della Dottrina Sociale della Chiesa hanno ritenuto di poter individuare in essa una evoluzione da un metodo di lavoro deduttivo, fondato sulla legge naturale, sostanzialmente astorico ed astratto, ad un metodo induttivo, che si sarebbe affermato a partire da Giovanni XXIII, caratterizzato da una marcata sensibilità storica e sganciato dal riferimento, proprio della tradizione del diritto naturale, alla retta ragione. [ Cfr., ad esempio, E. COMBI, E. MONTI, Fede cristiana e agire sociale, Milano, Centro Ambrosiano, 1994, parte seconda, capitolo 2, pp. 94-105. Dove, tra l’altro si afferma che nel magistero sociale da Leone XIII a Pio XII troviamo «una concezione essenzialmente naturalistica, nel senso che la società è realtà naturale, radicata nella natura intrinsecamente sociale dell’uomo, che l’intelletto (=ratio) può e deve investigare per conoscerne le leggi e i principi (di ordine quindi morale naturale, intelligibili a tutti e per tutti doverosi) che ne regolano la struttura e il corretto sviluppo.» (p. 95). Di tale concezione si indicano poi i limiti nel seguente modo «si va da una lettura semplificata, essenzialistica della realtà sociale, all’astrattezza della proposta, alla sua astoricità.» (p. 96). Il riferimento all’abbandono del richiamo alla retta ragione è a pagina 103. ] In ambienti non cattolici, poi, si è arrivati addirittura ad ipotizzare che il riferimento al diritto naturale costituisse uno strumento di dominio della Chiesa cattolica sui propri fedeli . [ Ad esempio, F.-X. KAUFMANN nel volume Sociologia e teologia, Brescia, Morcelliana, a p. 107 sostiene: « (...) nel periodo dell’impotenza politica del papato, la dottrina del diritto naturale si è dimostrata uno strumento idoneo per conservare l’influsso politico della Chiesa sui propri fedeli e ha contribuito nel contesto nazionale - soprattutto in Germania - alla stabilizzazione dei confini tra ‘Chiesa’ e ‘società’, legittimando lo sviluppo di una sub-cultura specifica dei cattolici». Il corsivo è dell’autore.] Tralasciando quest’ultima posizione, vistosamente malevola e preconcetta, nel senso negativo del termine, possiamo svolgere due ordini di argomentazioni per evidenziare: 1) come il superamento del riferimento al diritto naturale, che, alcuni fanno discendere dal passaggio, nei documenti della Chiesa, da un metodo deduttivo ad uno induttivo, sia eccessivamente enfatizzato nell’intento di evidenziare una rottura che in realtà non vi è stata; 2) come la concezione essenzialistica ed astorica del diritto naturale rappresenti più un fraintendimento che un’interpretazione della genuina dottrina cattolica. Per quanto riguarda il primo aspetto, è vero che con Giovanni XXIII si può avvertire un mutamento di tono e soprattutto si manifesta una nuova attenzione per temi , quali, per esempio, la situazione del terzo mondo, sino ad allora poco considerati, ma ciò non significa che si debba parlare di una frattura. A questo proposito Karol Wojtyla, in un’intervista del 1978, dichiarava: A conferma di quanto affermato da Wojtyla vorrei ricordare che la Rerum novarum di Leone XIII, non fu concepita in maniera deduttiva ed astratta, ma «entro una cornice mondiale, avendo davanti agli occhi problemi molto concreti, senza limitarsi a svolgere un lavoro a tavolino nella curia romana» [Giorgio VECCHIO, La Dottrina Sociale della Chiesa. Profilo storico dalla Rerum Novarum alla Centesimus Annus, Milano, In Dialogo, senza indicazione della data, ma 1992, p. 48.] sottolineo inoltre come nelle encicliche di Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II, nei documenti del Concilio Vaticano II e nel Catechismo della Chiesa Cattolica, siano frequenti e costanti i riferimenti alla legge naturale. [Ricordiamo, oltre a quanto elencato direttamente nel testo, anche che: Per fare soltanto qualche esempio, si pensi che nella Mater et magistra di Giovanni XXIII i numeri 7-10 sono un elogio solenne della Rerum novarum di Leone XIII; i successivi numeri 11-28 la sintetizzano efficacemente; i numeri 55-127 vogliono precisarne e svilupparne gli insegnamenti. Non c’è male come salto metodologico! E nella Pacem in terris, al numero 17, ci si richiama esplicitamente alla concezione tomistica della legge naturale. Giovanni Paolo II poi, nella Veritatis splendor, l’enciclica che ha per tema l’insegnamento morale della Chiesa, dedica, con ripetuti richiami a Tommaso d’Aquino, ampio spazio al tema del diritto naturale (nn. 40 e ss.) ed in particolare afferma «La Chiesa ha fatto spesso riferimento alla dottrina tomistica della legge naturale, assumendola nel proprio insegnamento morale.» (n. 44). Inoltre le sue encicliche sociali si propongono esplicitamente come continuazione del magistero dei suoi predecessori e si richiamano ampiamente all’insegnamento di Leone XIII. Per quanto riguarda il secondo aspetto, cioè il preteso carattere astorico ed essenzialistico della concezione cattolica del diritto naturale, possiamo osservare che in realtà tale concezione, come è stata formulata soprattutto grazie a S. Tommaso d’Aquino, non corrisponde alla descrizione che ne danno i suoi critici. Solo volendo appiattire Tommaso su Aristotele si può incorrere in una simile deformazione, infatti, come ha osservato Chenu, la Summa theologiae è redatta secondo uno schema, di origine neoplatonica, di uscita e ritorno a Dio (exitus et reditus). Chenu stesso nota come tale schema sia necessariamente «aperto alla storia» [M. D. CHENU, Introduction à l’étude de St. Thomas d’Aquin, Paris, 1950,p. 261.] La concezione cattolica del diritto naturale, lungi dal ritenere che l’uomo e la società siano determinati astoricamente una volta per tutte, sottolinea come «Dio volle lasciare l’uomo “in mano al suo consiglio”» (L 1; GS 17; VS 38; Sir 15,14), riconoscendogli la capacità, come essere razionale e spirituale di «diventare, in un certo senso, tutte le cose» [S. Tommaso, Quaestiones disputatae de veritate, 1, 1.] Ciò significa che «il dominio dell’uomo si estende, in un certo senso, sull’uomo stesso» (VS 38), ma non vuol dire che non esistano criteri morali cui far riferimento. L’uomo viene preso sul serio e vengono prese sul serio le sue tendenze ed inclinazioni profonde «di ordine sia spirituale che biologico» (VS 38), ma si sottolinea come egli debba governarle responsabilmente regolandole con la ragione in vista della sua felicità. L’uomo, cioè, realizza la propria dignità se «liberandosi da ogni schiavitù di passioni, tende al suo fine con scelta libera del Bene, e si procura da sé e con la sua diligente iniziativa i mezzi convenienti.» (GS 17). Ora, secondo la Chiesa cattolica, l’essere umano può, con la propria ragione, partecipando della ragione eterna, cogliere il proprio fine e la via verso di esso (VS 43; S. Th. I-II, q. 91, a. 2.). La legge naturale è dunque una via verso il fine proprio dell’uomo (S. Th. I-II, q. 90, a. 1), essa è «scritta ed impressa nell’animo di ciascuno, non essendo altro che la ragione stessa, che ci comanda di fare il bene e ci proibisce di fare il male» (L 6; VS 44). Definire in tal modo il diritto naturale consente di conservare alla dottrina sociale un carattere empirico e positivo (in quanto occorre conoscere le inclinazioni dell’uomo se si vuole ben regolarle) e nel contempo razionale (queste inclinazioni sono infatti morali in quanto regolate dalla ragione). In tal modo non si corre il rischio di presentare la legge naturale come dedotta in modo puramente razionale ed a priori, partendo da una definizione astratta della essenza dell’uomo, e nel contempo si afferma la intelleggibilità della natura umana (...). [R. CORTESE, Un impegno critico e profetico. Il magistero sociale della Chiesa, Casale Monferrato, Ed. PIEMME, 1984, p.45.] È così possibile prestare attenzione alle «congiunture concrete», senza che questo contraddica, come qualcuno vorrebbe, il riferimento al diritto naturale. [Cfr. M. D: CHENU, La dottrina sociale della Chiesa. Origine e sviluppo (1891-1971), Queriniana, Brescia, 1977, introduzione.] Del resto, come abbiamo visto, la Rerum novarum fu il risultato di un intenso lavoro collettivo particolarmente attento a quelli che saranno poi chiamati «segni dei tempi» e già Tommaso d’Aquino, lo abbiamo visto poco fa, era ben consapevole dell’importanza delle situazioni di fatto, tanto che vedeva uno strumento etico fondamentale nel sillogismo pratico. Il Magistero I testi cartacei dell' ininterrotto Magistero sociale è possibile trovarli in R. Spiazzi, I documenti sociali della Chiesa, 2° voll, Massimo, Milano 1988. Un'antologia, da Gregorio XVI a Paolo VI compreso, si trova in L. Negri, Il Magistero sociale della Chiesa, Jaca Book, Milano 1994. Più agevole (*) Quella che, in senso stretto, chiamiamo "Dottrina sociale della Chiesa" si è venuta costituendo in varie tappe, che si è soliti far partire dalla Rerum novarum di Leone XIII (1891) e terminare alla Centesimus annus di Giovanni Paolo II (1991), che dell'enciclica leonina offre a sua volta un'autorevole sintesi (cfr nn 4-11). Un più rigoroso criterio storico riconoscerebbe già nella Mirari vos (1832) di Gregorio XVI (1831-1846) il primo tentativo di individuare il progetto culturale ateistico dal quale la Chiesa deve difendere se stessa e i popoli; e si fermerebbe fondamentalmente alla Laborem exercens di Giovanni Paolo II (1981). Non è possibile qui che tracciare le grandi linee dello sviluppo seguito dai numerosi insegnamenti e orientamenti, che hanno quasi sempre preso lo spunto da anniversari significativi della Rerum novarum o dalle nuove situazioni in cui si è venuta a trovare la società di questo ultimo secolo. In tale Magistero sociale è facile sorprendere una chiara e puntuale denuncia e critica delle specifiche ideologie moderne che si oppongono alla visione cristiana dell'uomo, della società e della storia; con esse la Chiesa non è mai scesa a compromessi dottrinali e da esse ha sempre voluto difendere anche la libertà e i diritti di ogni uomo e popolo. Tale anche dura opposizione è stata spesso pagata con sofferenze personali di papi, vescovi, sacerdoti e laici; ma ha avuto l'innegabile merito di dare senso al confronto dialogico, visto che la Chiesa non ha mai nascosto il proprio volto, costringendo così l'interlocutore a svelare il proprio. Nello stesso tempo, nel Magistero sociale si va precisando una ipotesi costruttiva di una società a misura di uomo, il cui autentico fondamento resta il rapporto con Dio in Cristo. Infatti, solo nel mistero del Verbo incarnato è svelato e si attua il mistero di ogni uomo (cfr. Gaudium et spes, 22) e un mondo costruito senza Dio è costruito contro l'uomo (card. H. De Lubac). 150 anni di dottrina sociale Per approfondire : Compendio della dottrina sociale della Chiesa Pio IX, Qui pluribus, 9.12.1846 Pio IX, Quanta
cura, 8.12.1864 Leone XIII,
Inscrutabili Dei consílio, 21.4.1878 Leone XIII,
Díuturnum, 29.6.1881 Leone XIII,
Immortale Dei, 1.11.1885 Leone XIII,
Rerum novarum, 15.5.1891 Pio XI, Ubi
arcano, 23.12.1922 Pio XI, Quadragesimo
anno, 15.5.1931 Pio XI, Mít
brennender Sorge, 14.3.1937 Pio XI, Dívíni
Redemptoris, 19.3.1937 Pio XII, Radiomessaggio
per il 50' anniversario della Rerum novarum, 1.6.1941 Giovanni XXIII,
Mater et magístra, 15.5.1961 Giovanni XXIII, Pacem ín terrís, 11.4.196 Concilio Vaticano
II, Gaudium et spes, 7.12.1965 Paolo VI,
Populorum progressio, 26.3.1967 Assemblea
dei vescovi latino-americani, Documentí di Medellin, Colombia 1968 Paolo VI,
Octogesima adveniens, 14.5.1971 Sinodo dei
vescovi, La gíustízia nel mondo, 30.11.1971 Pontificia
Commissione "justitia et pax", La Chiesa e i diritti dell'uomo, 10.
12.1974 Assemblea
dei vescovi latino-americani, Documenti di Puebla, Messico 1979 Giovanni Paolo
II, Redemptor hominis, 4.3.1979 Giovanni Paolo
II, Laborem exercens, 14.9.1981 Congregazione
per la dottrina della fede, Libertà cristiana e liberazione, 22.3.1986 Giovanni
Paolo II, Sollicitudo rei socialis, 30.12.1987 Giovanni Paolo
II Centesímus annus, 1.5.1991 E la storia continua... Credits : |
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