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Operare per il futuro
della creazione.
Lo sviluppo sostenibile 22 ottobre 1998-fa
seguito al testo Assumersi la responsabilità della Creazione
del 1985.
Premessa
L’opinione comune delle chiese sulla situazione
scientifica e sociale in Germania, del Febbraio 1997, riprende il principio
della sostenibilità come
principio etico portante per poter dar vita ad un futuro solido sul
piano ecologico, ricco di successi sul piano economico e socialmente
giusto. Ciò significa prendere consapevolezza, in futuro
in modo più deciso
di quanto fatto finora, dell’interconnessione tra interessi sociali,
economici ed ecologici.
Introduzione
L’agire per il futuro della creazione è da annoverarsi,
accanto alla realizzazione della giustizia sociale e della costruzione
della pace e della libertà, tra le grandi sfide, davanti alle
quali è posta l’umanità alle soglie del nuovo
millennio. Il suo futuro dipende da come essa verrà a capo
di questi problemi. È necessario un esteso rinnovamento sociale
per difendere i fondamenti di vita ecologici. Il titolo di questo
scritto intende esprimere un simile orientamento della responsabilità nei
riguardi della creazione, rivolto all’azione e al futuro. L’operare
della chiesa è espressione della speranza che Dio risponda
del futuro della creazione. Sulla base di questa speranza l’uomo
può farsi animo e persuadersi che anche il suo agire può sortire
buon esito, nonostante il fatto che, a fronte a questa grande meta,
si riesca a realizzare solo piccoli passi in avanti e siano invece
innegabili numerosi impedimenti e ripercussioni, che possono frenare
un tale impegno.
- Si diffonde ampiamente la delusione a proposito
degli insuccessi delle conferenze internazionali successive al vertice
mondiale di Rio de Janeiro (1992), che era stato accompagnato da
molte speranze. All’immagine guida di uno sviluppo contemporaneamente produttivo
sul piano ecologico, efficace sul piano economico e giusto dal punto
di vista sociale non si è ancora riusciti a far seguire nella
misura necessaria impegni politici concreti. In molti si fa vivo
il disinganno, dopo che per lungo tempo sono stati sottovalutate
la mole e la complessità dei problemi ambientali, così come
l’estensione e la durata del relativo impegno necessario. Aumenta
la tendenza a escludere gli interessi dell’ecologia dall’ordine
del giorno della politica e a rivolgere tutta l’attenzione
alle condizioni di competizione di una economia globalizzata. D’altra
parte, proprio perché ci sono stati negli anni passati dei
progressi degni di nota nell’ambito della politica ambientale,
che non devono andare perduti, la chiesa non vuole rassegnarsi
in modo semplicistico di fronte a questi sviluppi in senso opposto.
Le seguenti riflessioni sono una perorazione in favore di una
tenace e coraggiosa prosecuzione delle strade intraprese a Rio,
per impegnarsi per il futuro della creazione.
- Un agire sostenibile per il futuro della creazione
ha bisogno della tenacia e del coraggio: dall’oggi al domani tali compiti non
si possono portare a termine. Sarebbe negligente sminuirne la proporzione.
Innanzi tutto si tratta di prendere atto nella maniera più sensata
della situazione. Sarebbe tuttavia troppo poco enumerare semplicemente
i sintomi della crisi ecologica e non interrogarsi sulle loro cause.
Soltanto la conoscenza di queste ultime affina lo sguardo in funzione
di correzioni e correttivi necessari. (cf parte I).
- Costanza e coraggio crescono sulla base della
certezza di impegnarsi per una buona causa e di poter addurre valide
motivazioni che giustifichino quest’impegno. Cristiane e cristiani si orientano con ciò verso
una realtà che non finisce là dove termina l’agire
umano. Il mondo è creazione di Dio, il suo esserci è cioè preceduto
da un principio creatore di senso, che il mondo stesso non si sa
dare; la vita di tutte le creature deriva dalla presenza potente
di Dio. Riconoscere il mondo come creazione di Dio significa anche
che la fine delle sue possibilità non deve significare rottura
e annientamento, ma può invece condurre ad una forma della
creazione riconciliata nelle sue fratture. È necessario tradurre
questi fondamenti teologici in criteri di decisione/valutazione etica
per l’agire individuale e sociale (cf parte II).
- Perseveranza e coraggio vivono del fatto che
ci sono degli esempi e dei modelli di impegno che hanno avuto successo,
del fatto che vengono dischiusi spazi, nei quali le cose si possono
cambiare in meglio. Chi vuole convincere altri dovrà premurarsi di cercare
prove convincenti di una simile esperienza. Dinanzi a questo scenario è nell’interesse
della autenticità descrivere alcuni campi d’esperienza
e di prova dell’agire della chiesa per il futuro della creazione
(cf parte III).
- Questo scritto è pensato in prima linea per il coinvolgimento
e la formazione di una opinione interni alla chiesa. Si rivolge inoltre
anche a tutti coloro che si occupano o che si interessano di problemi
di salvaguardia e sviluppo ambientale e di politica ambientale. In
particolare si tenta con esso di dar rilievo ai nessi con problematiche
di giustizia sociale e di sviluppo economico. Il presente scritto
si rivolge, dunque, a coloro che sono divenuti scettici sul fatto
che il loro impegno serva ancora a qualcosa, così come a coloro
che cercano sostenitori e collaboratori. La chiesa desidera giungere
ad un dialogo con chi opera sotto la pressione di costrizioni economiche
e politiche; insieme alle persone, per le quali la crisi ecologica è il
punto di partenza, la chiesa desidera parimenti interrogarsi sulle
risorse della nostra vita, che né l’economia, né la
tecnica e la scienza possono dischiudere.
- Il presente scritto deve inoltre contribuire
a far proseguire il dialogo ecumenico e sociale che è stato condotto nell’ambito
del processo conciliare per la giustizia, la pace e la salvaguardia
del creato, così come nell’ambito del processo di consultazione
sulla situazione economica e sociale in Germania. Il testo s’intende
specialmente come un approfondimento degli aspetti ecologici relativi
al testo comune delle chiese “Per un futuro in solidarietà e
giustizia”. Il punto di partenza centrale è in tal caso
l’idea portante, sul piano giuridico, politico, etico, dello
sviluppo sostenibile e con essa l’Agenda 21, sulla quale si è impegnata
l’assemblea dei popoli a Rio de Janeiro come programma dell’operato
per il 21 secolo. Non da ultimo questo scritto deve rappresentare
un segnale di valorizzazione e solidarietà, di riconoscimento
ed incoraggiamento per i molti gruppi ecclesiali, che si impegnano
nella società per la salvaguardia della natura e dell’ambiente.
Il presente scritto pone due accenti:
1. Gettare un ponte tra teologia della creazione
cristiana, etica ambientale e idea conduttrice dello sviluppo sostenibile. Si
tratta della ricerca di prospettive d’orientamento fondamentali e di
lunga durata per lo sviluppo della civiltà moderna, il cui futuro
dipende essenzialmente dal fatto di individuare una nuova definizione
del rapporto tra uomo e natura. Dinnanzi alla complessa problematica
il testo non ha la pretesa di fornire alcuna spiegazione definitiva,
bensì vuole soprattutto essere recepito come stimolo alla discussione.
2. Un coinvolgimento intensivo in campi d’azione concreti.
Sotto questo aspetto l’orientamento è primariamente interecclesiale.
Non si tratta di proposte politiche generali, bensì innanzi
tutto di ponderare le specifiche possibilità d’azione
e i freni all’azione in seno alla chiesa cattolica. Le osservazioni
sono unite alla speranza, così che, nella limitazione
al proprio campo d’azione si possano fissare più chiaramente
alcune sfere d’azione, anche per dare al discorso ecumenico a
proposito di uno sviluppo sostenibile nuovi impulsi e per poterlo proseguire e
tradurre in iniziative comuni alla Chiesa Evangelica.
- La crisi ambientale: sintomi, cause e reazioni
L’ambivalenza dei processi tecnico-industriali di modernizzazione
(9) L’interrogativo sulla capacità delle società moderne
di confrontarsi con i fondamenti ecologici della loro esistenza, così che
anche le esigenze delle generazioni future siano assicurate in modo
duraturo, investe da parecchio tempo la discussione pubblica. L’ambivalenza
dei progressi tecnico-industriali è fin troppo chiara perché le
forze di propulsione della tecnica e dell’economia possano valere
da garanti per possibilità - apparentemente illimitate - di
intervento umano sul mondo e di aumento del benessere. Da lungo tempo è stato
raggiunto uno stadio della storia della civiltà, nel quale l’essere
in balia della natura da parte dell’uomo è legato alla
dipendenza della natura dall’uomo. Ciò richiede in modo
nuovo e radicale un intervento in difesa degli ecosistemi e quindi
dei fondamenti di vita naturali dell’uomo.
(10) Le minacce alla natura ad opera dell’uomo sono tanto poco
fatali quanto inevitabili. Risultano da processi sociali di modernizzazione.
Si pone dunque il problema della limitazione e della correzione di
questa tendenza di sviluppo. Per prima cosa si tratta di ridefinire
gli standard raggiunti fin ora in materia di prevenzione, sicurezza,
controllo, limitazione dei danni e distribuzione delle loro conseguenze
in relazione alle minacce ecologiche. Sarebbe tuttavia troppo poco
fare della protezione ambientale, con il solo aiuto di misure difensive,
il fattore limitante dello sviluppo sociale. Si tratta, invece, di
farne il fine degli sforzi che mirano alla continuazione di un’esistenza
degna dell’uomo in un ambiente, in cui vengano assicurati i fondamenti
ecologici necessari a tale esistenza. Il successo di questi sforzi
dipende essenzialmente dal fatto che la dinamica delle forze produttive
scatenate nell’epoca moderna possa essere attivata in modo tale
da giungere ad un rapporto non distruttivo tra società e natura.
Altrimenti si potrebbe difficilmente impedire che i danni ambientali
si sviluppino più rapidamente di quanto possano mostrare il
loro effetto quei provvedimenti, che negli ultimi anni sono stati introdotti
in misura considerevole a tutela dell’ambiente.
(11) La vecchia massima sullo sviluppo, di raggiungere per primo il
benessere economico e di riparare solo più tardi alle conseguenze
socio-ecologiche, è venuta meno. La crisi ecologica ha dimostrato
che il modello di progresso tecnico-industriale non può venir
continuato in modo lineare, poiché altrimenti concorre a creare
pericoli che rimettono in discussione i suoi stessi successi nel garantire
le condizioni umane di vita. Le società moderne si mettono in
pericolo, in quanto, nel loro rapporto espansivo con la natura, esse
consumano risorse, alla cui conservazione esse non contribuiscono,
e dalla cui esistenza esse al contempo dipendono. Si sono verificate
naturalmente distruzioni ambientali anche in epoche precedenti. Tuttavia
la forza lacerante e la drammaticità della situazione moderna
consistono nel fatto che questi danni hanno raggiunto un'estensione
che può portare ad una durevole, irreparabile e vasta minaccia
alle condizioni elementari della vita umana.
(12) Dinanzi ad un simile scenario, sono emerse al centro della coscienza
collettiva l'innegabile necessità e l’urgenza di un rapporto
di uomo e società con il “reticolo” naturale che
li sostiene Sono da lungo tempo superate quelle strategie d’azione,
che garantiscano il progresso e il futuro solamente come risultanti
di pianificazione, decisione e strutturazione politico-economiche.
In quest'ottica, infatti, ci si limita a migliorare la funzionalità dei
sistemi sociali che dominano tecnica ed economia, come ci si limita
ad una gestione della crisi che cerca di mediare gli effetti invisibili
con i mezzi della pianificazione e della gestione “socio-tecnica”.
La crisi ecologica è tuttavia proprio una crisi di questo rapporto
tecnico-strumentale con la natura. Essa ha le sue radici non da ultimo
nell’assunto - errato, ma che si suppone scientificamente supportato
- che il dominio tecnico sulla natura possa venir esteso quasi a piacere,
che la scienza si possa espandere sconfinatamene e che la natura nell’era
moderna non possa più porre alcun limite all’agire umano.
Una scienza, una tecnica ed un’economia indirizzata essenzialmente
all’ampliamento degli spazi in cui disporre liberamente della
natura, alla lunga non è più in grado di dominare le
proprie possibilità. C’è chiaramente qualche cosa
di non deducibile, di non controllabile tecnicamente, di non valutabile
economicamente, di non disponibile politicamente, la cui noncuranza
priva le società moderne del loro futuro.
Sintomi della crisi ambientale
(13) La crisi ecologica rappresenta un problema tanto complesso quanto
universale. Nel contesto di questo scritto i complessi fenomeni di
crisi possono venire illustrati solo a sprazzi. La seguente esposizione
non ha dunque la pretesa di mirare alla completezza, ma va intesa come
mero schizzo di alcuni sintomi centrali. Tale disamina, rivolta soltanto
ad un bilancio dei danni, non vuole negare che nell’ambito della
protezione dell’ambiente siano da registrare anche progressi
e successi: in Germania, durante gli scorsi anni, grazie a provvedimenti
mirati, si sono potute ridurre sostanze nocive nell’aria; la
qualità dell’acqua di molti fiumi è stata migliorata,
l’ammontare dei rifiuti di scarto è stato complessivamente
ridotto e l’efficienza energetica in ambito industriale è stata
chiaramente aumentata; nei nuovi stati federali grandi superfici sono
state isolate e adibite a parchi naturali o riserve biologiche protette;
sono in corso estesi programmi per il risanamento di oneri ecologici
di vecchia data; la Germania è tra i primi stati che hanno
emanato un divieto generale contro i fluoroclorocarburi. Molte imprese
investono grosse somme nella protezione dell’ambiente, aspettandosi
che tutto ciò risulti remunerativo sul mercato.
(14) A causa di problemi attuali (soprattutto la disoccupazione) e
del prevalere di una mentalità legata ad un tipo di pensiero “a
breve scadenza”, molte misure preventive e riforme vengono pur
sempre fatte passare in seconda linea o ritardate. Di fronte alle potenti
sfide e ai sempre nuovi sforzi, che richiedono un radicale cambiamento
nel modo di pensare/cambiamento della mentalità (corrente =aggiunto
da me), e nonostante tutto il riconoscimento dei successi ottenuti
fino ad ora, non si può disconoscere che una buona parte delle
incombenze/problemi sono ancora irrisolti e che essi cozzano contro
molteplici conflitti legati a degli obiettivi precisi.
Disturbi del sistema climatico globale
(15) Accanto ai pericoli ecologici del presente si affaccia come nuovo
anche quello della globalizzazione dei loro effetti. Ciò diviene
evidente specialmente in considerazione dello strato di ozono nell’atmosfera
e della possibilità di modifiche a livello mondiale delle condizioni
climatiche a causa dell’incremento della concentrazione di gas
responsabili dell’effetto serra. Le stime del surriscaldamento
dell’atmosfera terrestre considerano probabili tra le altre conseguenze
la crescita del livello del mare, l’aumento di fenomeni climatici
estremi (inondazioni, uragani), il mutamento a livello mondiale della
distribuzione delle precipitazioni. In tal modo si modificherebbero
considerevolmente anche le attuali condizioni di vita sulla terra.
Negli intervalli relativamente brevi, nei quali si attendono i mutamenti
climatici, ben difficilmente molti ecosistemi possono adattarsi. Uno
spostamento delle zone climatiche, che in questa situazione è probabile,
porterebbe con sé profonde conseguenze sul piano sociale, economico
e politico, giacché, mutando le condizioni della produzione
di mezzi alimentari, si presenterebbero notevoli ripercussioni per
la compagine socio-economica della popolazione mondiale. A causa di
tutto ciò sarebbero anche accelerati dei processi di “migrazione
da povertà”. Anche se è in corso una discussione
intensa e in parte controversa sull’estensione e le conseguenze
del surriscaldamento dell’atmosfera terrestre, è certo
che delle “controstrategie” possono aver successo solamente
dando inizio senza indugio ad iniziative concrete.
(16) Una minaccia per uomini, animali e piante è rappresentata
anche dalla continua riduzione del manto di ozono nella stratosfera
e dal danneggiamento, connesso a questa diminuzione, dello schermo
di protezione dai raggi ultravioletti. Il “buco dell’ozono” lascia
penetrare i raggi UV-B, che in base alla loro lunghezza d’onda
disgregano bio-molecole importanti sul piano vitale, frenano il processo
di fotosintesi delle piante, indeboliscono le difese immunitarie dell’uomo
e possono favorire l’insorgere del cancro cutaneo.
(17) Questi potenziali pericoli sono causati dall’impiego di
veicoli che consumano energia con elevate emissioni di CO2, dallo sradicamento
delle foreste tropicali mediante incendi e dalle emissioni di gas nocivi
responsabili dell’effetto serra in ambito industriale ed agricolo,
come anche dalla produzione e dall’utilizzo di sostanze che distruggono
l’ozono (fluorocarburi, clorofluorocarburi). Queste sostanze
hanno un consistente effetto prolungato/effetto a lungo termine. In
base ai calcoli, perfino se il divieto di produzione e impiego verrà realmente
rispettato in tutto il mondo, il buco dell’ozono si richiuderà di
nuovo solo tra circa 100 anni, a causa della minima capacità di
reazione e della lunga permanenza dei fluoroclorocarburi già presenti
nell’atmosfera.
Penuria delle risorse e crescita economica
(18) L’era moderna ha messo ad uno stesso livello il progresso
e lo sviluppo con la crescita economica ed ha di conseguenza visto
garantito tutto ciò nel contesto di una crescente produzione
industriale. Una simile crescita economica quantitativa va di solito
di pari passo con un crescente impiego di risorse e d’energia,
che, in base alla conoscenza tecnica fino ad ora impiegata, si può coprire
spesso solo con uno sfruttamento delle fonti fossili d’energia,
sfruttamento che risulta nocivo per l’ambiente. In molti paesi
manca la volontà politica o la capacità d’imporsi
per costringere i grandi complessi industriali ad adottare le necessarie
misure di protezione della natura e dell’ambiente. In altri paesi,
nei quali sono da annoverare buoni successi della difesa tecnica dell’ambiente,
questi successi vengono neutralizzati dal costante aumento delle esigenze
dei cittadini. L’incessante crescita della popolazione mondiale
costringe al continuo aumento della produzione di generi alimentari.
Con ciò sorge una doppia problematica: 1.dischiudersi di nuove
superfici coltivabili su terreni non adatti, che si erodono rapidamente.
2.impiego improprio di fitofarmaci e concimi minerali insieme alla
negligenza per una cura organica del terreno. Con tutta probabilità,
il dilemma tra la perdita avanzante di superficie agraria a causa dell’erosione,
dell’aumento della salinità e della coltivazione e la
crescente necessità di derrate alimentari diventerà nei
prossimi decenni un tema centrale dell’ecologia.
(19) La via alla modernizzazione, strada consigliata dall’occidente
ai “paesi in via di sviluppo” e ai “paesi ritardatari
del benessere” dell’est europeo e perseguita dalle loro
elite nella politica e nell’economia – cioè il percorso
verso una modernizzazione orientata secondo un modello di crescita
che sfrutta pesantemente le risorse - conduce alla fin fine tutti
in un vicolo cieco. Agli abitanti dei paesi industrializzati, che costituiscono
il 20 % della popolazione mondiale, compete attualmente circa l’80
% dello sfruttamento globale delle risorse. L’estensione del
nostro stile di vita ed economico al rimanente 80 % della popolazione
mondiale, alla lunga, richiederebbe troppo alla capacità di
carico della terra. Oggigiorno, viene rivendicato, praticato e diffuso
in modo offensivo da una parte del mondo un modello di benessere, che
non è adatto a tutto il mondo. Già oggi la battaglia
per le ridotte risorse ecologiche (acqua, ricchezze del sottosuolo,
superfici agrarie ed altro) è spesso causa di contrasti bellicosi,
come dimostrano per esempio i conflitti in Sudan.
(20) Nel quadro della globalizzazione la tutela degli interessi dell’ecologia
appare non raramente come uno svantaggio della competizione e con ciò come
una minaccia delle posizioni vantaggiose delle economie nazionali.
Mancano presupposti strutturali ed accordi internazionali per stabilire
su larga base forme d’economia compatibili con l’ambiente,
e per risolvere in modo costruttivo i conflitti tra economia ed ecologia.
Per via della mancanza di condizioni sociali ed ecologiche strutturali
che siano impegnative a livello mondiale, la competizione globale conduce
molti paesi ad un danneggiamento dei loro naturali fondamenti di vita.
Sfruttamento di acqua, suolo, aria e riduzione della varietà delle
specie
(21) I patrimoni ambientali di acqua, suolo e aria vengono spesso
sfruttati in modo da superare la loro capacità di rigenerazione
e di auto-purificazione. Per questo motivo la varietà di flora
e fauna nei loro habitat è minacciata tanto quanto la quantità di
superfici utilizzabili da un punto di vista agricolo e come spazi ricreativi.
Negli ultimi anni però, in alcuni paesi, e tra questi anche
la Germania, ci si è premurati in modo considerevole e con successo
di contenere attraverso provvedimenti legali l’immissione di
sostanze nocive in acqua, aria e suolo. Purtroppo in alcuni settori
i danni ambientali si diffondono più rapidamente dei
provvedimenti a tutela dell’ambiente. In particolare molti terreni
vengono messi a dura prova a causa dell’uso eccessivo di concimi,
della sedimentazione di rifiuti, così come a causa della sigillatura
di vaste aree. In non poche regioni della terra, si osserva l’avanzare
dei deserti come conseguenza dello sfruttamento smodato dei pascoli
e dell’erosione dei terreni coltivabili. Gli oceani, i laghi
interni e i fiumi sono sempre più caricati di sostanze nocive
che si dissolvono solo lentamente e che confluiscono nella catena alimentare.
L’approvvigionamento di acqua potabile sana richiede un dispendio
tecnico sempre maggiore, che da molto tempo non può più venir
fornito da tutti i paesi e da tutte le regioni.
(22) Molti biotopi del regno animale e vegetale sono pregiudicati
nella loro conformazione naturale da mutazioni di biotopo, sfruttamento
del terreno e da immissioni di sostanze dannose. A causa dell’estinguersi
di innumerevoli specie di animali e piante, dovuto al peggioramento
delle condizioni ambientali, la biosfera perde gradatamente una grossa
parte della sua varietà genetica, accresciutasi in milioni di
anni. Quest’ultima è però insostituibile per i
sistemi di supporto alla vita sulla terra, poiché rende possibili
gli adattamenti evolutivi all’interno della biosfera. Essa è altrettanto
insostituibile per la ricerca medica, per la zootecnia e la coltivazione
delle piante. Quasi la metà dei farmaci in commercio ha la sua
origine in sostanze chimiche che si sono ottenute per la prima volta
in natura. La moria delle specie significa una perdita irrecuperabile.
Tecnologie a rischio e problemi di smaltimento e trattamento
dei rifiuti
(23) Il potenziale di rischio dell’industria chimica e nucleare
come anche delle nuove biotecnologie si riferisce a problemi su diversi
piani:
- La possibilità di incidenti di tipo tecnico o dovuti a disattenzione
umana all’interno delle strutture produttive o nei trasporti.
- La possibilità di invisibili conseguenze negative, sia che
si manifestino come concomitanti che come successive, che, a causa
dell’effetto a distanza e del lungo periodo di latenza di alcuni
pericoli, non sono prevedibili nel momento dell’introduzione
di nuove tecnologie e prodotti.
- Danni dovuti allo smaltimento di rifiuti industriali per mezzo
della combustione, dello scarico di rifiuti in corsi d’acqua
oppure del loro deposito nel terreno.
- I pericolo di un rapporto irresponsabile con le potenzialità della
tecnica, sia per scopi bellici o criminali, sia nel contesto di una
non osservanza delle direttive di sicurezza, spesso difficilmente
controllabili.
- L’essere disposto ad accettare dei danni, il trascurare misure
di precauzione o la mirata ricognizione dei rischi per la prospettiva
di un maggior guadagno.
(24) In Germania è stato raggiunto in molti settori un alto
standard di sicurezza. Sul piano internazionale ci sono tuttavia degli
standard appena sufficienti. Specialmente nei paesi dell’Est
europeo o dell’ex Unione Sovietica mancano le necessarie misure
di sicurezza, cosa che mette sicuramente a repentaglio anche le altre
nazioni. Ma anche in Germania i rifiuti radioattivi, come vecchi oneri
della società industriale, impongono alle generazioni successive
un’enorme ipoteca creando sin d’ora enormi problemi di
trasporto. L’impetuoso sviluppo tecnico produce certamente dei
sistemi di sicurezza sempre migliori, ma contemporaneamente lascia
emergere nuovi grossi rischi. A tal proposito sono soprattutto le discussioni
riguardanti le possibilità e i rischi dell’ingegneria
genetica a dimostrare che il necessario consenso nazionale ed internazionale
ad una regolamentazione responsabile del modo di rapportarsi alle potenzialità della
tecnica è raggiungibile solo con difficoltà.
La socializzazione dei danni ambientali
(25) Il rovescio dello sfruttamento industriale della natura è la
socializzazione dei danni naturali, in altre parole la loro trasformazione
in pericoli sul piano sociale, economico e politico. Non si può capire
la crisi ambientale a sufficienza se si considerano solo i problemi
dell’ecologia in senso stretto – dunque penuria delle
risorse, immissione di sostanze nocive in natura e destabilizzazione
degli ecosistemi. Si tratta in realtà di problemi di sviluppo
fondamentali: la separazione dell’economia dai presupposti della
capacità di carico a lungo termine della natura e dalle tradizioni
culturali ad essa adattate. Perciò la prospettiva di valutazione
deve essere rivolta dall’inizio ai complessi rapporti universali
tra fenomeni ecologici, sociali ed economici. I campi problematici
propri dell’ecologia hanno spesso solamente il carattere di sintomi.
Per questo una descrizione dei fenomeni e ancora di più una
analisi delle cause deve andare oltre la sfera puramente ecologica
e deve prendere in esame anche fattori socioeconomici e culturali.
(26) Ciò che viene circoscritto come crisi ecologica è dunque
legato, in modo complesso, ai processi di cambiamento radicale in quasi
tutti i campi della società moderna. Questa crisi pone quindi
non solo il problema della preservazione della creazione come dell’ambiente
naturale e del mondo umano, bensì pone anche il problema della
ripresa di tradizioni stabilizzanti e fondanti per la comunità,
di criteri di valutazione nuovi o perduti, di stili di vita e competenze
ad agire, di una ridefinizione culturale dei fini sociali dello sviluppo
come anche, non da ultimo, pone il problema della pace e della giustizia
sociale nel mondo.
(27) L’assicurazione dei fondamenti di vita ecologici è oggi
un elemento irrinunciabile della lotta contro la povertà: spesso
le distruzioni ambientali nei paesi in via di sviluppo sono al contempo
causa, conseguenza e fenomeno concomitante della povertà. Laddove
la natura viene distrutta domina ben presto la fame. Dove imperversa
la fame, la pace non ha stabilità. La penuria delle risorse
ecologiche e gli effetti globali della destabilizzazione degli ecosistemi
conducono ad un acutizzarsi dei conflitti dovuti alla distribuzione
delle risorse. Questi ultimi potrebbero estendersi all’improvviso
trasformandosi in una minaccia della pace mondiale. Già ora
le conseguenze della povertà e della distruzione ambientale
nei paesi in via di sviluppo coinvolgono in modo crescente anche le
nazioni industrializzate. Il fatto che le conseguenze di alcune catastrofi
ambientali (per esempio quella di Chernobyl nel 1986) non si fermino
al confine con nessuno stato, segnala la fine della concezione classica
di una sovranità (caratteristica) degli stati nazionali in ambito
di protezione di natura e ambiente. La capacità di agire in
modo universalmente solidale, che sarebbe l’unica via verso un
futuro degno di essere vissuto per tutti gli uomini, cresce però solo
lentamente.
Cause della crisi ambientale
La considerazione dei processi storico-spirituali e storico-sociali,
che hanno condotto alla crisi ambientale, si scontra con un’interazione
a più livelli tra fattori socio-economici, sviluppi delle scienze
naturali e della tecnica e parametri filosofico-ideologici. Una ampia
analisi di questi nessi eccederebbe il quadro qui offerto. Di conseguenza
le seguenti argomentazioni si limitano ad una breve caratterizzazione
d’importanti modelli interpretativi delle cause della crisi ecologica.
Rapporto naturale di dominio e deficit strutturali dei processi
di risoluzione economica
(29) Una delle cause principali del fallimento umano a proposito della
crisi ambientale è una concezione di scienza e tecnica, che
punta unilateralmente sull’ampliamento della forza discrezionale
umana sulla natura, e che non fa rientrare nel calcolo tecnico-economico
la tutela dell’ambiente. A quanto detto corrisponde un errato
atteggiamento dell’uomo verso la natura, che lo conduce a concepirsi
non più come una parte, bensì come un soggetto dominatore
della natura, e che con questo lo porta a sopravvalutare le sue capacità di
conservazione dei fondamenti naturali di vita e a non cogliere il valore
precipuo della natura. La prospettiva d’azione programmatica,
formulata all’inizio dell’età moderna parla di una
sottomissione della natura per fare dell’uomo “il signore
e padrone della natura” (Cartesio). La natura funge di conseguenza
soprattutto da fonte di materie prime, da oggetto di consumo, da mezzo
per raggiungere degli obiettivi tecnico-economici. Per la cultura industriale
la natura svolge il ruolo di una libera proprietà che è presente
in abbondanza e viene sfruttato come oggetto di cui la tecnica e l’industria
possono disporre a piacere per un’economia indirizzata alla produzione
massimale.
(30) Indubbiamente il rapporto con la natura dell’era moderna,
improntato alla consapevolezza della disponibilità ed utilizzabilità tecnica,
ha portato ad enormi semplificazioni dello stile di vita dell’uomo.
Tuttavia ci si è potuti concentrare su questa prospettiva attraverso
una percezione ristretta della natura: essa viene ridotta a ciò che è misurabile,
calcolabile e quantificabile, mentre tutti gli altri aspetti – forse
perfino ciò che rende tale la natura – vengono trascurati.
Contro questa restrizione della prospettiva percettiva la critica ha
nel frattempo alzato la voce, anche all’interno delle stesse
scienze naturali: il pensiero per sistemi interconnessi e il riconoscimento
che alti livelli di complessità si sottraggono alla risolubilità analitica
hanno condotto al punto in cui le scienze naturali - in campi nei quali
si raggiunge una fondamentale complessità - si sono in parte
separate dai modelli tramandati del concetto di causalità newtoniano.
(31) Per lungo tempo la natura è stata in pratica sminuita
come “fattore di produzione” a sé stante accanto
al capitale e al lavoro, nella pianificazione sociale ed economica.
Poiché si ignoravano i valori non quantificabili, non sono stati
spesso nemmeno riconosciuti i conflitti tra progresso tecnico e attenzione
per la natura.Il rapporto sociale con la natura, rapporto al contempo “di
dominazione” e “dimentico della natura”, ha dominato
a lungo sia le economie capitaliste di mercato, sia, e ancor di più quelle
socialiste pianificate.
(32) Secondo la teoria e la pratica dell’economia di mercato,
mentre gli utili sono stati privatizzati, si sono scaricati sulla collettività una
serie di pesanti “effetti collaterali” dei processi di
produzione, trasporto e commercializzazione. Molte risorse naturali
come l’aria e l’acqua sono state viste a quel punto come “bene
collettivo”, come se non avessero alcun prezzo e la loro utilizzazione,
o sfruttamento, non fosse una parte fondamentale degli eventi economici.
La conseguenza di una simile pratica è che i prezzi per i prodotti
e i servizi non contengono “la verità”, perché i
costi per l’ambiente che si presentano non sono inclusi nel loro
calcolo. Per tal motivo mancano stimoli finanziari per indirizzare
le innovazioni tecniche così come l’atteggiamento consumistico
alla tutela delle risorse.
(33) Tra gli effetti sociali ed ecologici, è stata ancor più disastrosa
l’idea, valida nell’ambito del socialismo realizzato, che
il processo produttivo economico sia da intendersi esclusivamente come
processo lavorativo sociale e come procedimento d’utilizzazione
del capitale impiegato. Dopo il crollo dei sistemi coercitivi socialistici è divenuto
chiaro che, in quasi tutte le branche dell’industria, non si
erano previste misure ambientali né a monte né a valle.
Non raramente sono stati messi in conto come parte del rischio anche
danni per la salute umana come pure una permanente devastazione di
intere regioni.
Crescita della popolazione e stile di vita orientato al consumo
(34) Una pressione costantemente crescente sulle risorse ecologiche
sorge per via della popolazione in continuo aumento, per quanto nella
maggior parte delle zone del pianeta essa sia rallentata. Il tasso
di crescita è il più alto nei paesi in via di sviluppo.
Mancano spesso strutture politiche e sociali stabili, reti sociali
di copertura, presupposti formativi e assistenza medica basilare per
uno sviluppo della popolazione di cui si possa rispondere responsabilmente
- sul piano ecologico, sociale ed economico. La fame e la miseria si
diffondono, soprattutto laddove grandi parti della popolazione non
hanno alcun accesso ad un terreno proprio, oppure a lavoro adeguatamente
rimunerato e laddove dominano la corruzione e l’instabilità politica.
Inoltre, proprio nelle regioni più povere della terra, il terreno
viene spesso coltivato trascurando dei criteri ecologici e ne viene
quindi danneggiata la sua produttività a lungo termine. Si giunge
in tal modo ad un circolo vizioso nel quale la distruzione dell’ambiente,
la povertà, la forte natalità e l’ingiustizia sociale
si condizionano a vicenda, conducendo molti uomini nei paesi in via
di sviluppo in un drammatico “stato di sopravvivenza”.
(35) Di fronte a tutto ciò si trova il complesso problema del “benessere
da spreco” delle nazioni ricche. La crisi ecologica ha quindi
un’altra causa principale in quello stile di vita orientato al
consumo, per il quale la felicità dell’uomo sta nella
costante soddisfazione di bisogni in continuo aumento. Nella loro comprensione
della qualità della vita gli uomini nella società moderna
si orientano maggiormente verso i beni materiali, verso il possesso
e il consumo. La loro filosofia di vita è contrassegnata dall’opinione,
secondo cui l’essere è possedere e l’avere cose è una
forma di esistenza riuscita. Seppur paradossale, la maniera tipicamente
moderna di possedere dei beni è il loro consumo. All’ideale
materiale dell’accumulo di proprietà si è affiancato
quello del consumo di ciò che si presume sia sempre rinnovabile.
Questo è divenuto possibile sulla base di un’economia
che ha sviluppato la capacità di produzione di massa. Ciò che è producibile
e riproducibile in modo massificato ed in eccedenza non ha più il
suo valore nella sua durevolezza. Il suo valore si stima piuttosto
secondo il suo significato per il consumo, per il godimento, le esperienze
o il credito sociale dell’uomo. La disponibilità di beni
apparentemente accessibili a livello di massa favorisce una mentalità dell’usa
e getta, che conduce ad uno spreco e ad uno sperpero delle risorse
naturali. L’economia moderna è protesa a destare bisogni
costantemente nuovi, incalzandoli per mezzo della pubblicità,
per produrre la richiesta di nuovi prodotti. Nel far ciò i suoi
sforzi si concentrano su un incremento dell’efficienza dei mezzi,
mentre resta sopita la riflessione a proposito della ragionevolezza
dei fini, ovvero delle necessità.
Crisi della presa di coscienza e scarto tra sapere e agire
(36) Ad aumentare la crisi sono fattori che compromettono la percezione
delle conseguenze dell’agire (umano). Per la problematica ecologica
ciò ha validità in virtù della sua caratteristica
strutturale: i danni ambientali nascono spesso indirettamente come
effetti non previsti, che gradatamente si accentuano, dell’agire
tecnico-economico. Questo rende complesso un calcolo a priori dei pericoli
e rende spesso impossibile l’individuazione monocausale di un
danno secondo il principio di causalità. Si aggiunga che molte
minacce della biosfera sono determinate da effetti di reazione e sinergia
di sostanze e procedimenti, che valutati di per sé sono minimi
e modesti ed appaiono perciò trascurabili. Ingannati dall’apparenza
e disconoscendo il significato del minimale, si giunge ad uno stacco
tra percezione e realtà.
(37) C’è anche un’esagerazione emotivamente carica
ed allarmista dei pericoli ambientali. Talvolta i temi ambientali vengono
legati ad un generale “stato d’animo da fine del mondo”.
La difficoltà di una valutazione obiettiva dei potenziali ecologici
di pericolo ha reso controversa l’intesa sociale sulla necessaria
coerenza dell’agire, intesa che è stata spesso bloccata,
e lo è tuttora, da lotte ideologiche di trincea. Per molti
questo è un gradito pretesto per rinviare, spesso in malafede,
le necessarie modifiche di condotta sia nell’operato professionale
sia nello stile di vita privato.
(38) Ciò nonostante, la problematica della percezione e della
valutazione non ha affatto le sue cause solo nell’impossibilità di
capire la concatenazione di effetti minimali rispetto alla loro efficacia
a lungo termine. È bensì anche la conseguenza di un modo
di considerare la natura e di rapportarsi ad essa puramente razionale
rispetto allo scopo, attraverso i quali sono stati rimossi altri obiettivi
e contenuti del rapporto umano con la natura. Con questa consapevolezza,
il pensiero del rispetto del valore estetico ed etico proprio della
natura e del suo significato religioso come creazione non è più comprensibile.
(39) Oltre a ciò la crisi ecologica risulta anche dalla rimozione
dei problemi dell’ambiente, da una coalizione tra chi tende a
tranquillizzare e a calmare gli animi, dal minimizzare e non voler
riconoscere. Ma, persino laddove è sorta una coscienza ambientale
e gli interessi ambientali sono all’ordine del giorno delle conferenze
internazionali, gli interessi di pochi gruppi e gli egoismi degli stati
nazionali impediscono, non di rado, accordi impegnativi e provvedimenti
esigenti a difesa dell’ambiente. A proposito di ambiente e di
difesa della natura le difficoltà di un agire cooperativo sono
particolarmente grandi, perché in tal caso si tratta spesso
di interessi generali, la cui tutela non porta ai fautori nessun vantaggio
immediatamente annoverabile. Fintanto che mancano una fiducia reciproca
e un’opera normativa attendibile per un agire cooperativo, non
c’è quasi nessuno disposto o in grado di fare i passi
necessari. Così i singoli cittadini, le imprese e i paesi si
trovano in molti campi sotto gli obblighi strutturali della progressiva
devastazione di natura e ambiente. Lo scarto tra la coscienza dei problemi
ambientali e la carente coerenza nell’operare ha dunque molteplici
cause: oggettive, culturali, morali e socio-strutturali.
Corresponsabilità del Cristianesimo?
(40) Non c’è dubbio che anche i Cristiani siano da annoverare
tra coloro che hanno preso parte e che prendono ancora parte alla devastazione
e alla distruzione della natura. Un'altra questione è comunque
se ed in quale modo l’atteggiamento verso la natura emerso nell’età moderna
e indirizzato ad un sfruttamento massimale delle risorse sia da ricondurre
alla fede biblico-cristiana nella creazione. Sulla stregua delle ricerche
storiche fino ad ora esistenti è inesatto ricondurre lo sfruttamento
della natura da parte della civiltà tecnico-industriale semplicemente
alla storia degli effetti del biblico mandato creazionale (cf. Gen
1,26-28). Una simile spiegazione ha già contro di sé i
dati storico-sociali, secondo cui l’irrompere del rapporto tecnico-industriale
con la natura si è verificato proprio nel momento in cui l’era
moderna si svincolava dai riferimenti cristiano-teologici. In più l’atto
biblico, della creazione non è esplicitamente stato compreso,
nella sua valutazione ecclesiale, come esortazione alla tirannica strumentalizzazione
della natura. Una simile possibilità interpretativa è possibile
soltanto se si isola l’atto creativo e lo si svincola dal suo
legame con la teologia della creazione nel concepire l’uomo come
soggetto responsabile dinanzi a Dio. Al contempo non si può negare
che i testi biblici talvolta sono stati utilizzati per legittimare
a posteriori lo sfruttamento della natura già praticato nell’era
moderna e l’arrogante rapporto di dominazione dell’uomo
nei confronti della natura. Ciò è accaduto, d’altro
canto, senza un’opposizione sufficientemente percettibile da
parte delle chiese e delle teologie cristiane.
(41) Contributi alle iniziative in favore della difesa della natura,
che si manifestarono verso la fine del 19^o secolo, ne sono stati certamente
dati anche da parte delle chiese. Ma essi provenivano da personalità e
da gruppi singoli e rimanevano iniziative isolate. L’impegno
della chiesa in materia di problemi ambientali è chiaramente
aumentato solo da circa 30 anni, fatto questo che trovò la sua
eco anche in una serie di pubbliche dichiarazioni magisteriali.
Reazioni alla crisi ecologica nelle prese di posizione della chiesa
(42) Gli interventi del magistero cattolico (dichiarazioni, lettere
pastorali, prese di posizione, allocuzioni papali, encicliche ed altro)
dedicati interamente o in parte alla problematica ambientale sono frattanto
divenuti numerosi. La seguente compilazione tenta in due mosse di gettare
uno sguardo in questi testi. La prima sezione si occupa dell’insegnamento
magisteriale sulla tematica, la seconda presenta alcuni punti chiave
sul piano contenutistico. Al centro stanno gli interventi della chiesa
universale e le prese di posizione delle conferenze episcopali di ambiente
germanofono.
Si
confronti in proposito il secondo ampio rapporto del gruppo d’intesa
internazionale sulle mutazioni climatiche (IPCC): Intergovernmental
Panel on Climate Change, 1995, Cambridge 1996 (specialmente il
volume 1, che riassume i risultati per i responsabili decisionali
politici .
Si
confronti in proposito G. Bächler/K. Spillmann (curatori), Causa
di guerra distruzione dell’ambiente (rapporto conclusivo in
tre volumi dell’Environment Conflicts Project ENCOP), Chur/Zurigo
1996.
Lo sviluppo delle prese di posizione magisteriali sulle questioni
ambientali
(43) Già negli anni ’50 e ’60 le posizioni della
chiesa universale hanno fatto riferimento ad aspetti che oggi giocano
un ruolo importante nel contesto della problematica ambientale, aspetti
come l’ambivalenza del progresso tecnico, la legittimità dello
sviluppo globale oppure l’energia nucleare. Da ricordare sono
qui in particolare le numerose prese di posizione di papa Pio XII,
l’enciclica di papa Goivanni XXIII “Mater et magistra” (1961),
la costituzione pastorale del II Concilio Vaticano “Gaudium
et spes” (1965) e l’enciclica “Populorum progressio” (1967)
di papa Paolo VI.
(44) Le prese di posizione esplicite riguardanti la crisi ecologica
iniziano – ancor prima dell’apparire della prima relazione
al Club of Rome “I confini dello sviluppo” (1972), che
segna una breccia nella coscienza pubblica a proposito della crisi
ecologica, con degli accenni nello scritto apostolico di papa Paolo
VI “Octogesima adveniens” (1971) e nel documento “De
justitia in mundo” del sinodo internazionale dei vescovi di Roma
(1971), nei quali si fa riferimento alla necessità di un’economia
delle risorse specialmente nei paesi industrializzati. In modo ancor
più dettagliato papa Paolo VI si è riferito, nel suo
messaggio alla conferenza internazionale sulla tutela dell’ambiente
a Stoccolma (1972), allo stretto legame tra uomo e natura, come anche
alla necessità di proteggere la biosfera e di poter così assicurare
la sopravvivenza dell’umanità. Anche papa Giovanni Paolo
II si è interessato in una serie di discorsi ad aspetti parziali
del problema ambientale, per la prima volta più dettagliatamente
nel suo “Messaggio per la giornata della pace mondiale” (1990).
Delle encicliche di Giovanni Paolo II la “Sollicitudo rei socialis” (1990)
definisce i limiti del rapporto dell’uomo con la natura sullo
sfondo della problematica dello sviluppo e della giustizia internazionale. “Centesimus
annus” (1991) reagisce, nell’ambito di una “rilettura” della
prima enciclica sociale “Rerum novarum” (1891), proprio
alla distruzione dell’ambiente naturale e dei suoi presupposti
antropologici. Sul piano delle encicliche la problematica ecologica
non è stata però fino ad ora trattata in maniera estesa.
Manca ancora una “enciclica ambientale”.
(45) Sul piano europeo è da menzionare specialmente il documento
conclusivo della “Assemblea Ecumenica Europea Pace nella Giustizia” (1989,
Basilea), condiviso dal Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee
(CCEE) e che nel contesto delle questioni fondamentali della pace,
della giustizia e preservazione della creazione discute anche la problematica
ecologica.
(46) Le innumerevoli comunicazioni delle singole chiese particolari
in ambiente tedescofono si possono suddividere in due fasi: negli anni ’70
dominano prese di posizione verso i singoli problemi (per esempio quello
dell’energia nucleare) che sono piuttosto condizionate dalle
situazioni, per quanto ci siano anche ulteriori riflessioni sostanziali
sulla problematica ambientale, in particolare da parte dei singoli
vescovi - tra queste ultime per esempio, nel settembre 1974 a Salisburgo,
il discorso d’apertura dell’assemblea generale dei vescovi
tedeschi del cardinale Julius Döpfner “Sul futuro dell’umanità”.
La trattazioni di singoli temi viene continuata negli anni ’80
ed approfondita attraverso la presa di posizione nei confronti di questioni
attuali di politica ambientale. Parallelamente a tutto ciò aumentano
anche le dichiarazioni di principio , a proposito delle quali è da
sottolineare specialmente la esposizione “Futuro della creazione – Futuro
dell’umanità” della ” (1980) e la dichiarazione
congiunta del Consiglio della chiesa evangelica tedesca e della
Conferenza dei vescovi tedeschi “Assumersi la responsabilità della
creazione” (1985). Entrambe le trattazioni contengono, accanto
ad una riflessione basilare sui presupposti e le cause della crisi
ecologica, un’approfondita definizione teologica della concezione
cristiana della creazione e della posizione dell’uomo nella natura,
elementi di fondamentale riflessione etico-ambientale e prospettive
d’azione pratiche relative ai singoli problemi. Importanti aspetti
della problematica ambientale sono dibattuti nella esposizione ecumenica “Dio è un
amico della vita” (1989), in cui il punto cruciale verte sulle
sfide e i compiti nell’ambito della bioetica e dell’etica
medica. Alcuni impulsi per un’etica ambientale, che riconosca
il valore proprio delle “co-creature” così come
per il coordinamento di etica individuale, sociale e ambientale vengono
sviluppati nel secondo volume del catechismo cattolico degli adulti
(1995).
(47) Nella dichiarazione congiunta del Consiglio della chiesa evangelica
tedesca e della Conferenza dei vescovi tedeschi sulla situazione
economica e sociale in Germania, espressa in “Per un futuro in
solidarietà e giustizia” (1997) - documento che si basa
su un ampio processo sociale di consultazione e si intende come orientamento
fondamentale sui criteri della politica economica e sociale - la problematica
ambientale viene collocata conseguentemente nel contesto globale dei
problemi caratteristici a livello sociale. Il concetto di “sostenibilità” viene
colto come una delle prospettive etiche guida, che si evidenziano nella
discussione generale sulle norme della politica economica e sociale
(nr. 1 e 122-125). In questo quadro viene accentuato il concatenamento
degli interessi sociali, economici ed ecologici, per raggiungere una
assicurazione duratura dei fondamenti naturali dell’esistenza
ed, al contempo, per adempiere agli impegni di solidarietà e
giustizia nei confronti delle future generazioni. Su questa base vengono
formulate delle linee direttive per un cambiamento ecologico strutturale
dei sistemi-guida della società moderna. L’immagine dominante
così ricavata e connessa a contenuti cristiani della sostenibilità libera
la questione ecologica dal suo isolamento. In tal modo il cammino già intrapreso
nel processo conciliare per la giustizia, la pace e la preservazione
della creazione viene continuato.
Punti nodali delle prese di posizione sulla problematica ambientale .
Retroscena e cause della crisi ecologica
(48) Mentre le dichiarazioni papali di regola rinviano solo ai presupposti
antropologici, morali e politici della crisi ambientale, le dichiarazioni
magisteriali di ambiente germanofono si rivolgono, per la maggior parte
delle volte, dettagliatamente al problema delle cause. L’analisi
più dettagliata si trova nel documento ecumenico “Assumersi
la responsabilità della creazione”, in cui sono distinte
delle cause ideologiche, strutturali, concettuali come anche socio-psicologiche
e morali.
Il rapporto dell’uomo con il resto del creato
(49) Il senso della creazione e la posizione dell’uomo nella
natura trovano ampia considerazione nelle prese di posizione magisteriali,
sullo sfondo di una riflessione orientata in senso biblico. Cosi “Gaudium
et spes” (1965) e “Populorum progressio” (1967)
evidenziano la posizione speciale dell’uomo, che secondo l’antropologia
teologica si basa sulla sua somiglianza a Dio. Sullo sfondo della questione
della legittimità della ripartizione globale dei beni viene
affermato quanto segue: “Dio ha destinato la terra, con tutto
ciò che essa racchiude, all’utilità di tutti gli
uomini e popoli” (GS 69). L’accento posto sulla condizione
speciale dell’uomo e il fondamentale diritto a servirsi dei beni
delle corrispondenti sfere del creato può valere come ulteriore
tratto saliente comune delle dichiarazioni cattoliche in proposito.
Contemporaneamente ci sono anche molte differenziazioni di questo aspetto
di base, come, ad esempio, nel messaggio di papa Giovanni Paolo II
in occasione della giornata mondiale della pace (1990), nel quale si
fa esplicitamente riferimento al valore e alla bellezza del creato
e nel quale viene sviluppata una breve conclusione di valore etico
sulla creazione (cf nn. 3-5 e 16). Nello scritto apostolico “Dies
domini” (1998) viene richiamata alla coscienza la solennità della
domenica come lode e festa della creazione (n. 16). Nelle prese di
posizione in ambito culturale tedesco, è posta in particolare
risalto la dimensione della creazione non umana, indipendente, con
un suo valore e legata alla storia della salvezza, ed inoltre la posizione
particolare dell’uomo è collegata al pensiero di una luogotenenza,
nel senso di una responsabilità verso la creazione davanti a
Dio. La esposizione “Futuro della creazione- futuro dell’umanità” interpreta
il cosiddetto incarico di dominio (Gen 1,26-28) alla luce di Gen 2,15
come un intrecciarsi della facoltà di dominare e quella di proteggere
(pag. 9f). Tutto ciò viene interpretato nel testo ecumenico “Assumerci
la responsabilità della creazione” come compito “di
aver cura dell’aspetto della terra, di plasmarla, modificala,
di renderla abitabile e fertile” e di condurre e custodire gli
animali ai sensi di un incarico pastorale (n. 50 e interamente 48-52).
(50) Sullo sfondo della concezione cristiana della creazione si rinvia
al peccato originale come ad una rottura del rapporto tra uomo e Dio,
che si ripercuote anche sul rapporto nei confronti del restante creato
e che conferisce a tutto l’agire umano un carattere di provvisorietà e
di gran rischio. È altrettanto ricordata la promessa di un prossimo
compimento, nel quale l’intera creazione è implicata.
Questa prospettiva può motivare il fatto che si intraprendano
iniziative in una disposizione di spirito al contempo obiettiva, energica
e piena di speranza.
Punti chiave della responsabilità dell’uomo
(51) Soprattutto le prese di posizione papali danno forte evidenza
alla problematica della ripartizione dei beni ambientali nel quadro
della questione mondiale dello sviluppo. Prendendo le mosse dai principi
del bene comune, della solidarietà e della destinazione universale
dei beni terreni, si richiede una giusta ridistribuzione tra paesi
poveri e paesi ricchi e la lotta alla povertà nei paesi in
via di sviluppo. In tutto ciò viene vista la condizione decisiva
di una stabilizzazione ecologica e della risoluzione dello sviluppo
demografico strettamente connesso con la problematica ambientale.
(52) L’accentuazione della responsabilità degli esseri
viventi di oggi verso le generazioni future e l’esigenza di una
corrispondente tutela dell’ambiente e del suo patrimonio rappresenta
un’ottica costante dell’atteggiamento ecclesiale verso
la problematica ambientale. Questa prospettiva viene motivata in alcune
dichiarazioni di Roma con riferimento alla comune natura umana e viene
messa in relazione con le corrispondenti “esigenze” delle
generazioni future.
(53) La responsabilità verso le componenti non umane della
creazione, intesa come un comandamento generale di conservazione e
come divieto di un atteggiamento arbitrario e della distruzione viene
sottolineata quasi continuamente. La motivazione più precisa
si presenta tuttavia ben diversa. Le prese di posizione papali giustificano
la tutela ambientale primariamente a partire dal principio della dignità umana
e dei diritti umani e rinviano, ai sensi di una argomentazione antropocentrica,
al pericolo di una lesione dei fondamenti umani di vita (cf per esempio
Giovanni Paolo II, Pace dono di Dio, nn. 6 e 7; Sollicitudo rei
socialis, n. 34). Nel messaggio formulato in occasione della giornata
della pace mondiale del 1990 “Pace con Dio” viene però introdotto
con il “rispetto della vita”, accanto alla dignità umana,
anche un principio normativo che va oltre, che qui però non è ancora
meglio definito. In un contesto ammonitore, verso la fine del messaggio,
si parla inoltre dello “spirito di ‘fratellanza’ con
tutte le cose buone e belle” secondo l’esempio di Francesco
d’Assisi (n. 16). Il “valore della vita” in sé,
il “principio del profondo rispetto della vita” e “il
valore precipuo” delle creature, che va al di là dei meri
aspetti legati all’utilità viene più chiaramente
sottolineato nelle dichiarazioni “Assumersi la responsabilità della
creazione” (n. 34), “Dio è amico della vita” (pag.
33f), e “Per un futuro in solidarietà e giustizia” (n.
123). A seguito alle riflessioni relative alla teologia della creazione: “Le
cose e gli animali hanno il loro senso ed il loro valore anche nella
loro semplice esistenza, nella loro bellezza e ricchezza” (Assumersi
la responsabilità della creazione, n 65).
(54) Lo svolgimento più preciso di questa questo percorso etico
riesce nelle dichiarazioni della Chiesa primariamente sul piano dell’etica
delle virtù. Tuttavia, anche a livello politico-strutturale
vengono richieste in una serie di testi – per quanto solo in
forma generica - delle misure decisive a tutela del creato e dei suoi
sistemi d’equilibrio ecologici. Per la prima volta dei provvedimenti
concreti vengono menzionati nell’opinione comune espressa in “Per
un futuro in solidarietà e giustizia”.
Linee d’orientamento pratico e prospettive risolutive
(55) Riguardo alle concrete prospettive risolutive e ai postulati
per un legittimo operare sul piano ambientale, che vengono formulate
specialmente nelle dichiarazioni in ambito culturale tedesco,
si presentano i seguenti punti chiave:
- Per prima cosa si richiede, sullo sfondo della comprensione
della creazione, un sostanziale cambiamento d’intento
per quanto concerne il rapporto uomo-natura.
- All’agire responsabile del singolo viene attribuita
molta importanza. Ciò si concretizza nelle esigenze
di uno stile di vita più semplice, di una intensificazione
della pedagogia ambientale come della disponibilità personale
all’impegno civile e ambientale.
- Le chiese e le comunità di fedeli vengono sollecitate
ad ampliare più chiaramente lo spazio dedicato alla
fede nella creazione nell’ambito della funzione religiosa,
della catechesi, della formazione degli adulti e della formazione
teologica, in modo tale da realizzarne la forza orientatrice,
da favorirne l’estensione nella presa di coscienza riguardo
alla responsabilità ambientale e, infine, in modo da
svolgere una funzione mediatrice nei conflitti sociali (Assumersi
la Responsabilità per la Creazione, nn. 94-99).
- Nel pronunciamento comune “Per un futuro in solidarietà e
giustizia” le chiese si impegnano ad orientare il loro
operato in campo economico sulla base dei criteri della giustizia
e responsabilità ambientale (nn. 247). La dichiarazione
dà legittimità all’impegno di molte cristiane
e molti cristiani che operano sia all’interno che all’esterno
della chiesa per la difesa dell’ambiente come concreta
presa di coscienza del ruolo cristiano nel plasmare il mondo
(nn. 252).
- Sul piano dell’agire e delle norme socio-etico-strutturali è soprattutto
in “Assumersi la responsabilità per la creazione” che
si trovano alcune prese di posizione nei confronti di problemi
fondamentali della regolamentazione (nn. 79-93). Esse contengono
per prima cosa la rivendicazione di una “politica ecologica” di
ampio respiro, che ponga dati limite consequenziali, che eserciti
una sollecitazione mirata e che adegui in senso ecologico i
regolamenti in campo decisionale, nel campo della pianificazione
e delle competenze, come anche i sistemi di approvvigionamento.
Conseguentemente viene favorita una economia di mercato che
sia vincolata sul piano ecologico. Queste rivendicazioni vengono
rinnovate e ulteriormente elaborate nel documento “Per
un futuro in solidarietà e giustizia” (specialmente
nn. 142- 150 e 224- 232).
- In alcune prese di posizione ufficiali del papa e nel documento
conclusivo della Assemblea Ecumenica Europea di Basilea (1989)
si rinvia chiaramente alla necessità di un “ordine
ecologico mondiale” con sufficienti strutture operative
e normative sovra- e internazionali, e si rinvia alla necessità della
solidarietà tra paesi industrializzati e paesi in via
di sviluppo nell’ambito delle iniziative in favore della
difesa dell’ambiente globale (cf. Assemblea Ecumenica
Europea , Pace nella giustizia, n. 13; Giovanni Paolo II, Pace
con Dio, n. 9f). A questo proposito viene ripetutamente rivendicata
una corresponsabilità per iniziative multinazionali
per il bene comune.
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