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LO SVILUPPO INSOSTENIBILE

Il pianeta a rischio dove vivranno  i nostri figli
(di TONY BLAIR--Corriere della Sera-27/3/2001)

Quando i miei genitori erano bambini , la popolazione mondiale non arrivava a tre miliardi di persone. Nell'arco della vita dei miei figli supererà probabilmente i 9 miliardi.
Non serve un esperto per capire che sarà lo sviluppo sostenibile, la grande sfida di questo secolo.
Nello spazio della nostra vita siamo già stati testimoni di enormi cambiamenti.
Per esempio, i sei anni più caldi del ventesimo secolo si sono registrati nell' ultimo decennio.
Le fotografie dei satelliti mostrano che la percentuale della superficie coperta da neve e ghiaccio è scesa del 10% rispetto agli Anni 60.
Questo secolo ha fatto registrare un aumento della temperatura senza precedenti negli ultimi 10.000 anni: e si prevede che nel 2100 si registreranno 6 gradi in più rispetto al 1990.
Non è finita.
Entro il 2025
due terzi della popolazione mondiale potrebbe trovarsi di fronte al problema della siccità, ma il cambiamento del clima porterà anche precipitazioni e inondazioni sempre più estreme e tempeste tropicali sempre più gravi.
Nel 2080 le foreste tropicali potrebbero sparire da gran parte dell'Africa e del Sud America. Aumenteranno i deserti, si diffonderanno malattie, molte specie animali e vegetali spariranno. Considerare queste previsioni un esagerato allarmismo sarebbe da irresponsabili. Rappresentano l'opinione di illustri scienziati. Non possiamo permetterci di ignorarle.

TONY BLAIR

IL CONSUMISMO

Alcuni testi e immagini da "Ai Figli del Pianeta"-http://www.emi.it

Il Mercato è il luogo di incontro tra chi compra e chi vende.I mercati sono gestiti dai mercanti.Il Mondo intero oggi è considerato più come un Mercato che non come l'ambiente vitale di tutti gli uomini. I Nuovi mercanti hanno un solo atteggiamento verso il mondo:trarne profitto.

Il modo classico per trarre profitto dal mondo è quello di impadronirsi a basso costo delle risorse naturali (magari facendo la guerra) e di trasformarle o venderle a prezzo alto. Per trasformare le risorse è necessario investire denaro in industrie e e servizi connessi.Le industrie necessitano di mano d'opera in numero massivo.I Nuovi mercanti producono beni là dove la mano d'opera è a minor costo che vendono ovunque al prezzo massimo.L'obiettivo immediato dei Nuovi mercanti è il profitto, l'obiettivo ultimo è l'espansione continua della produzione e del mercato: più prodotti e servizi,più consumatori,piu' vendite,più profitti.

I Mercanti vendono i beni prodotti agli stessi lavoratori che li producono. Inducono i lavoratori a comprare anche i prodotti che sono inutili o superflui per la loro vita attraverso l'uso intensivo e ossessivo della pubblicità e attraverso il credito per il consumo.Sono sempre i poveri del mondo a produrre i beni che loro stessi sono costretti a comprare o direttamente o indirettamente attraverso le istituzioni (stato,regioni,istituzioni,ospedali,scuole,etc).I profitti delle Imprese si accumulano fino a superare le necessità di investimento  e il denaro viene utilizzato nel Gioco delle Borse attraverso la speculazione finanziaria che produce nuovi profitti per i mercanti a spese dei risparmi dei poveri.

(Mahatma Gandhi): « Il mondo è abbastanza ricco per soddisfare 
i bisogni di tutti, ma non lo è, per soddisfare l'avidità di ciascuno.

E' tempo che cominciamo a fare delle scelte intelligenti e rispettose verso gli altri, ricordando che se continuiamo a comportarci in maniera tanto irresponsabile non pecchiamo solo contro le generazioni future ma anche contro miliardi di nostri contemporanei

«Voi siete abituati ad avere di tutto: guardaroba pieni di indumenti portati una sola volta, scarpe in quantità, motorino, stereo, libri, cassette,cibo in abbondanza. Ma ricordatevi che la vostra è una condizione privilegiata riservata a non più del 20% della popolazione mondiale.»

Una condizione che non può assolutamente essere estesa a tutti gli abitanti dei pianeta, perché se circolassero cinque volte tante automobili, se si producesse cinque volte tanta energia elettrica,se si tentasse di applicare ovunque i metodi di agricoltura industriale, nel giro di pochissimo tempo il mondo diventerebbe una fogna incompatibile con qualsiasi forma di vita. In una parola, il nostro pianeta si dimostrerebbe insufficiente. 

Qualcuno ha calcolato che se volessimo garantire a tutti gli abitanti del pianeta il nostro stesso tenore di vita, avremmo bisogno di altri cinque pianeti da usare al tempo stesso come discariche e come fonti di materie prime.

L' aspetto piú cinico di tutta questa situazione è che oltre il 50% delle materie prime e dell'energia che noi utilizziamo per i nostri lussi proviene dai paesi del Sud. In effetti, se noi siamo tanto ricchi è perché siamo riusciti a travasare risorse a bassissimo costo dal Sud verso il Nord. In passato, per impossessarsi meglio delle sue ricchezze, il Nord ha addirittura occupato militarmente il Sud. Poi la coscienza collettiva non ha più tollerato il colonialismo e i paesi del Sud hanno conquistato l'indipendenza. Ma il saccheggio è continuato sotto altre forme definite di tipo"neocoloniale" (=nuovo colonialismo). Quella più moderna è la via finanziaria. Attraverso un sacco di lusinghe le banche del Nord sono riuscite a fare indebitare il Sud e oggi il suo debito totale ammonta a 2500 miliardi di dollari. Conclusione: per ripagare il debito e gli interessi, da 10 anni a questa parte il Sud trasferisce una media di 200 miliardi di dollari all'anno, e poiché questi soldi sono ottenuti tramite le esportazioni, è come se ogni anno il Sud spedisse al Nord merce per lo stesso valore senza ricevere indietro neanche un soldo.

L'espansione o crescita economica è diventata la misura assoluta del progresso planetario :le nazioni che traboccano di industrie continuano ad occuparsi ed a preoccuparsi della loro crescita economica (aumento del Pil, risparmi,nuovi investimenti, etc.) pur vedendo le conseguenze nefaste che provocano ai loro territori e alle popolazioni.

Il modello di sviluppo fondato sul dogma della crescita economica permanente è alla base di tutti i problemi gravi del pianeta, ambientali,sociali. La nostra sfera vitale galleggia nel cosmo e un grido al cosmo essa leva, un grido che i suoi abitanti sembra non vogliano ascoltare: «Salvatemi !»

Questo sistema affarista non offende solo la nostra dignità ma attenta anche alla nostra vita, perché la bramosia di vendere e produrre sempre di più è alla base della crisi dei pianeta.Se apriamo gli occhi constatiamo noi stessi che c'è un rapporto diretto fra produzione e utilizzo delle risorse, fra consumi e rifiuti . Da quando siamo diventati consumisti sfrenati, la nostra spazzatura si è fatta sempre piú ingombrante e contiene di tutto: cibo ancora commestibile. scatolame, polistirolo da imballaggi, bottiglie di plastica, vestiti ancora buoni. Se la spazzatura prodotta ogni anno dagli italiani venisse accumulata tutta insieme, verrebbe fuori un grattacielo di 42 piani. E ancora non basta perché solo una parte dei nostri rifiuti finisce nella spazzatura. Un'altra parte la scarichiamo direttamente nell' atmosfera. Così facciamo ogni volta che ci mettiamo in auto per andare al lavoro o per fare un viaggio di piacere. Dal tubo di scappamento della nostra auto esce anidride carbonica, ossido di carbonio, benzene, biossido di azoto, ossido di zolfo, sostanze incombuste e una sorta di pulviscolo formato da metalli e sostanze inorganiche. Ognuna di queste sostanze ha particolari effetti negativi. Il piombo provoca il saturnismo, il benzene e altri prodotti aromatici sono cancerogeni, il carbonio è velenoso, gli ossidi di azoto provocano le piogge acide.Anche i rifiuti domestici sono un bel problema, perché comunque si tenti di smaltirli creano degli inconvenienti. Se si accumulano nelle discariche producono cattivo odore e possono contaminare il sottosuolo con sostanze che possono inquinare le falde acquifere. Se si bruciano possono liberare nell'ambiente sostanze cancerogene come la diossina.La soluzione sarebbe di produrne di meno ossia di consumare di meno.Ma questa soluzione tanto semplice non è adottata perché non conviene ai mercanti.

QUANDO L'ULTIMO ALBERO SARA' ABBATTUTO
L'ULTIMO FIUME AVVELENATO
L'ULTIMO PESCE PESCATO
VI ACCORGERETE CHE NON SI PUO' 
MANGIARE IL DENARO!
(Indiani d' America)

IL BUCO NELL'OZONO 

Il pianeta sta male. Non c'è bisogno di essere degli scienziati per accorgersene. I fiumi sono diventati delle fogne, nelle città non si respira più, i mari sono pieni di alghe e catrame, l'acqua dei rubinetti è diventata imbevibile, le falde acquifere sono contaminate dai veleni sparsi nei campi. Ma i danni più seri sono quelli invisibili. Già da qualche anno la televisione ci raccomanda di non stenderci al sole nelle ore più calde e di uscire sempre con cappello e maglietta. La televisione, insomma, ci avverte che il sole è diventato un nemico da cui dobbiamo difenderci perché può farci venire i tumori alla pelle. Qualcuno alza gli occhi e presenta i pugni al cielo, ma è inutile prendersela coi sole perché lui non ha colpa. La colpa è di certi gas comunemente noti come CFC che la nostra industria chimica rilascia in quantità. Una volta liberi, si portano negli strati alti dell'atmosfera e attaccano e molecole di ozono che giocano un ruolo fondamentale per la nostra salute.

Esse, infatti, formano una sorta di mantello protettivo che impedisce alle radiazioni nocive di giungere fino a noi. Quando sono attaccate dai CFC le molecole di ozono si rarefanno fino a formare dei buchi che lasciano passare le radiazioni dannose.

L'EFFETTO SERRA

La prospettiva di doversene stare rintanati in casa e di avere la paura di beccarsi un tumore ogni volta che ci esponiamo al sole, è da film dell'orrore. Ma un'altra insidia, forse ancora piú grave, sta minacciando la nostra vita. Si tratta dell'effetto serra legato all'emissione di vari gas tra cui spicca l'anidride carbonica
L' anidride carbonica è un gas che si forma durante i processi di combustione. Ne esce dai tubi di scappamento, dagli scarichi dei bruciatori, dalle ciminiere delle centrali elettriche, dagli inceneritori. Insomma è un tipico prodotto di rifiuto che si forma quando si bruciano prodotti fossili come il carbone e il petrolio su cui si basa la nostra società consumistica. Per questo ne produciamo tantissima.La CO2 di per sè non è un probema.Anzi è un prodotto vitale perché serve per la crescita delle piante. I problemi nascono
quando se ne produce in eccesso,ossia oltrela capacità mondo vegetale di utilizzarla per le proprie funzioni vitali. A quel punto l'anidride carbonica si accumula l'atmosfera e forma una specie di coltre che rallenta gli scambi di calore tra la crosta terrestre e lo spazio che ci circonda. Il risultato inevitabile è l'innalzamento della temperatura terrestre che provoca una serie di effetti a catena dalle conseguenze incalcolabili. Quello più diretto è lo scongelamento delle calotte polari dei ghiacciai, che può produrre i massa d'acqua così grande da far innalzare il livello dei mari.

I MUTAMENTI CLIMATICI

Mentre tremiamo al pensiero che varie parti d'Italia possano andare sott'acqua, sappiamo che l'effetto serra ha anche il potere di modificare il clima già gravemente minacciato da altri fenomeni quali la distruzione delle foreste tropicali.
In effetti tutti noi abbiamo notato che da qualche tempo le stagioni non sono più le stesse. Sempre più spesso si hanno prolungati periodi di siccità  fuori stagione e piove quando dovrebbe fare bel tempo.
Le piogge sono torrenziali
e gli inverni sono più miti.
Fino ad oggi abbiamo preso questi cambiamenti come capricci del tempo. Ma il cambiamento del clima non è uno scherzo, perché può trasformare le zone tropicali in deserti e le zone temperate in zone tropicali facendo impazzire tutta la vegetazione. In particolare si teme che le zone aride e i deserti possano estendersi ulteriormente. L'acqua divente rebbe un bene ancora più raro e in tutto il mondo si correrebbe il rischio di raccolti scarsi o pessimi. La scarsità di alimenti e la fame  aumenterebbero, e ci sarebbero ovunque profughi e conflitti per la divisione delle terre.

MILANO -le emissioni di carbonio, uno dei gas responsabili dell'effetto serra, continuano ad essere in forte aumento e hanno raggiunto 16,3 miliardi di tonnellate a livello mondiale. E'uno dei tanti, preoccupanti, dati contenuti nell'edizione 2001 dell' annuale rapporto sullo stato del pianeta, curato dal Worldwatch Institute (pubblicato in Italia da Edizioni Ambiente).Il quinto capitolo del rapporto è dedicato proprio all'energia e all'anidride carbonica. Analizzando i ghiacci di Vostok (Antartide), gli scienziati hanno scoperto che la concentrazione atmosferica di anidride carbonica ha raggiunto I valori massimi degli ultimi 20 milioni di anni. In realtà qualche elemento positivo c'è. Si riduce progressivamente la quantità di carbonio per unità di energia consumata.Tra il 1950 e il 1990 le ton. di Carbonio prodotte si sono ridotte del 39%.Il miglioramento annuo è dell'1 %. La causa è il cambiamento delle fonti energetiche utilizzate. Nel 1850 il legno rappresentava il 90% delle fonti. Da allora, a poco a poco, è stato soppiantato dal carbone. Il vantaggio ambientale è che quest'ultimo produce due unità di carbonio per ogni unità di idrogeno, contro le dieci a uno del legno. Negli anni '60 è stata la volta del petrolio (una unità di carbonio ogni due di idrogeno), poi del gas naturale (una su quattro) e ora dell'idrogeno. Quest'ultima fonte energetica potrebbe definitivamente «liberare l'energia dal carbonio», smentendo cosi il malinteso che lega la riduzione delle emissioni di carbonio alla riduzione dei consumi energetici e quindi della crescita economica. Attualmente le Percentuali d'uso tra le fonti energetiche sono: petrolio (32%), gas naturale (22%) e carbone (21%).Ma quanto è stato fatto finora, dice il rapporto, non basta.
Per evitare conseguenze catastrofiche occorrerebbe tagliare le emissioni di carbonio del 70% entro un secolo.
Bisognerebbe agire con più rapidità, per esempio rafforzando le carbon tax e abolendo le sovvenzioni al combustibili fossili.

LE PIOGGIE ACIDE

I buchi nello strato di ozono e l'effetto serra forse sono i danni píùì gravi che stiamo arrecando all'ambiente. Ma ce n'è un terzo che non dobbiamo sottovalutare. 
Si tratta dell' acidificazione dovuta all'emissione di sostanze acide come l'anidride solforosa, gli ossidi di azoto e l'ammoniaca prodotti in gran quantità dalle centrali termoelettriche e dai motori delle auto. Una volta in cielo, tali gas si combinano coi vapore acqueo rendendo acide le piogge che cadranno. 
La caduta di piogge acide sta facendo ammalare e addrittura morire intere foreste delle zone temperate. Intanto in altre parti del mondo, per altre vie, si sta distruggendo il polmone del pianeta. Ci riferiamo alle foreste tropicali che, pur fornendo ossigeno a tutto il mondo, sono abbattute al ritmo annuo di 14 milioni di ettari pari a 4 volte la Svizzera. 
Stiamo pagando veramente cara la nostra voglia di finestre e rivestimenti in meranti, di porte e manici di scopa in ramin, compensati di oukumé, pergole da giardino in bokossi, panchine da giardino in iroko, bare da morto in  abaki.
Potremmo continuare ancora a lungo ad elencare i guasti ambientali provocati dalla nostra ossessione produttiva e dalla nostra voracità consumistica. Potremmo citare la contaminazione delle falde acquifere da parte degli antiparassitari che spargiamo nei campi. 
Potremmo citare l'erosione dei suoli provocata dall'uso intensivo di fertilizzanti. Potremmo citare la perdita di tantissime specie animali e vegetali, per la maggio parte ancora sconosciute, che popolano le foreste tropicali. Tutti questi dissesti ci indicano che abbiamo gi, messo il pianeta a soqquadro e che ci stiamo comportando, al tempi stesso, da stupidi e criminali. 
Stupidi perché stiamo tagliando il ramo si cui sediamo. Criminali perché stia mo facendo di tutto per rendere la vita difficile alle generazioni future. 
A che serve la nostra intelligenza si non sappiamo metterla al servizio dei nostri figli e addirittura la utilizziamo contro di loro?

LA BIODIVERSITA' 
La  "McDonaldizzazione della biosfera"

ll nostro pianeta è popolato da un'enorme quantità di esseri diversi ,un esercito di "patrimoni genetici" pronti ad adattarsi e a evolversi per fare in modo che la vita possa continuare. Il termine più usato per indicare questo esercito di organismi, che occupano ogni angolo della Terra e si sono adattati a vivere sfruttando tutte le risorse disponibili è biodiversità, o diversità biologica.
Ci sono tre tipi di biodiversità :

La biodiversità genetica 
la biodiversità di specie 
la biodiversità di ambienti

BIODIVERSITA DI GENI E DI SPECIE
La biodiversità genetica è pratica, quella che, rende un essere umano, diverso dal proprio fratello nonostante siano entrambi il. risultato dell'unione del patrimonio genetico della stessa madre e dello stesso padre. 
L'intera popolazione umana è formata da individui diversi solo perché hanno alleli, cioè varianti dello stesso gene, diversi.Quando si parla di biodiversità, però, s'intende comunemente la biodiversità di specie (la categoria che raggruppa tutti gli organismi geneticamente omogenei e che si possono accoppiare tra loro). Un uomo e uno scimpanzé, infatti, hanno il 98% dei geni in comune, eppure hanno caratteristiche che li rendono non confondibili l'uno con l'altro.

BIODIVERSITA' DEGLI AMBIENTI

Quanti sono gli organismi diversi che abitano il nostro pianeta? Secondo le stime più basse le specie ammontano a cinque milioni.Ma alcuni scienziati optano per cifre più alte: le specie esistenti sarebbero 100 milioni.
Il conteggio esatto è difficile. La popolazione terrestre più consistente è, infatti, costituita da organismi piccoli, e quindi più difficili da individuare.Di batteri per esempio se ne conoscono 4 mila tipi ma sono probabilmente oltre 3 milioni quelli esistenti. Finora gli scienziati hanno catalogato, e conservato nei musei, solo 1,7 milioni di specie. Se la natura fosse un supermercato, sugli scaffali avremmo a disposizione, a seconda di come viene valutata la quantità di specie non ancora conosciute, solo il 34% o quasi il 2% di tutta la merce disponibile.
Come mai le forme di vita che abitano la Terra sono così tante? In pratica, perché c'è la biodiversità? 

Perché in 4 miliardi di anni, da quando è apparsa la vita, non si è stabilizzato un numero ridotto di forme, perfettamente adattate all'ambiente in cui vivono? Innanzitutto perchè l'ambiente non è unico. E' a sua volta formato da microambienti che sono in costante cambiamento.La vita sulla Terra è organizzata così: ogni organismo, esattamente come capita per i computer collegati a una rete, fa parte di una comunità di altri esseri viventi, che insieme formano un ambiente. Ci sono microambienti. per esempio il ramo di un albero di mogano, e grandi ecosistemi, per esempio la foresta tropicale dove il mogano cresce. E' ciò che accade sul ramo influenza la foresta.
GLI AMBIENTI
Gli ambienti non sono tutti uguali. Alcuni sono più ricchi di biodiversità, altri meno. Le foreste tropicali coprono appena il 7% della Terra. Eppure contengono oltre la metà delle specie esistenti.
In compenso in un campo della Pianura padana delle dimensioni di un ettaro troviamo migliaia di piante di mais tutte uguali.La più alta diversità biologica infatti si trova in genere negli ambienti non ancora sfruttati dall'uomo: oltre alle foreste tropicali le barriere coralline e le paludi. Fanno eccezione gli ambienti estremi: ghiacciai, vette dei monti, deserti.
A che cosa serve dunque la biodiversità? 
E'  in sostanza, una polizza di assicurazione per la vita: più alta è la variabilità degli organismi, più alta è la loro capacità di adattarsi e di sfruttare l'energia disponibile.Dopo cinque estinzioni di massa naturali, il numero delle specie si sta oggi velocemente riducendo per colpa dell'uomo: ogni anno spariscono 26 mila tipi di organismi animali e vegetali.Entro i prossimi 100 anni oltre la metà delle piante e degli animali potrebbe estinguersi. Ogni 20 minuti, il tempo necessario per fare una doccia, una specie tropicale sparisce per sempre dalla Terra. In un anno la biodiversità, la varietà degli esseri viventi, si riduce di almeno 26mila tipi di organismi. E nessuno è risparmiato: piante, animali, batteri, funghi. Gli esperti parlano di sesta estinzione, per distinguerla dalle altre cinque che sono avvenute in passato. La scomparsa sta procedendo ad un ritmo serrato e si teme che il naturale processo di ricostituzione della biodiversità, che ha seguito anche le altre estinzioni, non abbia il tempo sufficiente per permettere agli organismi di diversiflcarsi e occupare le nicchie lasciate vuote. Dopo le altre cinque grandi estinzioni invece c'è stato un rimescolamento, un riadattamento e infine una nuova esplosione di specie. Si è trattato dunque di un processo naturale, fondamentale per l'evoluzione e la creazione di biodiversità.

LE ESTINZIONI DI BASE E DI MASSA-LE CINQUE CATASTROFI

Le estinzioni. nella storia della Terra sono un fenomeno comune. Ci sono estinzioni di base e di massa. Le prime si verificano di continuo, sono limitate a poche specie, avvengono in aree ristrette.La prima grande estinzione di massa documentata dai fossili risale alla fine del periodo Ordoviciano, 440 milioni di anni fa.In realtà altre due catastrofi avevano rimescolato la fauna in precedenza: una alla fine del Precambriano. 650 milioni di anni fa. durante la quale scomparvero soprattutto alghe unicellulari e l'altra alla fine del Cambriano. 500 milioni di anni fa, quando i trilobiti. gli animali allora più diffusi. subirono un deciso ridimensionamento. Nel periodo Ordoviciano i trilobiti superstiti. che sopportavano bene le acque fredde, ricolonizzarono gli ambienti lasciati vuoti dai trilobiti estinti. Poi però ci fu, appunto. la catastrofe dell'Ordoviciano: si estinse il 25% degli organismi.

IL DOMINIO DEI PLACODERMI

La vita poi si espanse nuovamente fino alla fine del Devoniano, 370 milioni di anni fa. Arrivarono le ammoniti (cefalopodi con conchiglia esterna simile a quella del Nautilus attuale) e i placodermi, pesci dotati di mascelle che invasero gli ambienti marini con forme che raggiungevano anche i 10 metri di lunghezza.
Alla fine del periodo, di nuovo la diversità biologica diminuì drasticamente in seguito a un raffreddamento del clima e si estinse il 20 per cento degli organismi.Durante il Carbonifero e il Permiano, terapsidi (antenati dei dinosauri) e - pelicosauri dominarono le terre emerse grazie al loro perfezionato sistema di locomozione e di nutrizione e al sangue caldo.Al limite tra era Paleozoica e Mesozoica, circa 240 milioni di anni fa, ci fu però la più imponente tra le estinzioni della storia della Terra: più del 60 per cento delle famiglie presenti precedentemente sparì. Nei mari scomparvero circa 9 specie su 10.Nei mari l'evoluzione ha avuto 2.7 miliardi di anni in più per agire (le prime creature terrestri sono comparse "solo" 800 milioni di anni fa, il primo organismo marino invece 3.5 miliardi).

GLI OCEANI-200 SPECIE IN 50 Cm-QUADRATI

Gli oceani sono il secondo grande serbatoio di biodiversità sulla Terra dopo le foreste tropicali. Alcuni biologi addirittura stimano che sul fondo marino vivano 10 milioni di specie ancora sconosciute. Per ora. comunque. negli oceani sono state individuate 178 mila specie. tra le quali 12.350 pesci. 114 mammiferi e 58 rettili distribuiti in una ventina di ambienti diversi (dalla foresta costiera di mangrovie agli abissi dalla "giungla" sottomarina formata dall'alga kelp agli atolli).
Poche rispetto agli oltre 1.6 milioni di specie terrestri, ma analisi genetiche fatte su numerosi organismi marini hanno dimostrato che il patrimonio genetico di molte specie è più ricco di alleli (varianti dello stesso gene) rispetto a quello dei "parenti" che vivono sul terreno. E come se, ad esempio, il lamantino avesse a disposizione più "carte da giocare" del suo cugino elefante. Secondo alcuni biologi, ciò rende le creature marine più adattabili e flessibili ai cambiamenti ambientali rispetto a molti organismi terrestri.
La varietà di forme, colori, adattamenti (in definitiva: la ricchezza del patrimonio genetico marino) è stupefacente. Basta osservare 50 cm2 di scogliera corallina per individuare fino a 200 organismi diversi (senza considerare quelli invisibili a occhio nudo): pesci chirurgo, balestra e palla che si nutrono delle alghe più grandi, blemmidi e gobidi che brucano la patina verdastra che copre la roccia, pesci pappagallo che si cibano delle microscopiche alghe simbionti dei coralli e dividono la loro mensa con pesci farfalla i e pesci lima.
Molti invertebrati si nutrono l'uno dell'altro, come il gambero mantide, capace di sventrare un granchio in pochi secondi. Razze e pesci imperatore vanno a caccia di stelle marine e lumache vicino al fondo. Intanto i pesci luna inghiottono spugne. gorgonie e coralli urticanti.
Niente va sprecato: gli organismi morti sono I divorati da aragoste e granchi, i detriti e perfino le deiezioni nutrono vermi e oloturie. E tutto questo in 50 centimetri quadrati.

IL PESCE IN PERICOLO

Una diversità genetica cui l'uomo attinge da sempre a piene mani: la sopravvivenza di almeno 100 milioni di persone nei Paesi in via di sviluppo è legata alla pesca. Attualmente l'uomo preleva direttamente dal mare circa 90 milioni di tonnellate l'anno di pesce e molluschi. oltre a quattro milioni di tonnellate di alghe.
E si stima che la richiesta mondiale di pesce supererà la capacità produttiva del mare di ben 20 milioni di tonnellate nei primi anni del Duemila. Specie come il merluzzo, il gado, le aragoste e i gamberi sono state troppo impoverite.
Solo calamari e polpi potrebbero essere sfruttati un po' di più. Per questo la FAO sta finanziando in Asia e Africa lo sviluppo dell'acquacoltura, che attualmente fornisce circa 13 milioni di tonnellate di pesce.Oltre alla pesca e all'inquinamento da scarichi industriali e dall'uso dei fertilizzanti chimici, minacciano la biodiversità marina il disboscamento delle mangrovie (dove si riproducono molti pesci tropicali) e la distruzione delle barriere coralline.
La soluzione? Regolare la pesca e proteggere le zone marine più ricche di vita. Oggi nel mondo le aree marine protette sono circa 1400 ma tutelano in tutto una superficie inferiore all'1% degli oceani, mentre le aree terrestri protette sono il 6%.

In tutto il mondo si diffondono le stesse specie di piante e animali. 
E si riduce così la biodiversità creata dagli agricoltori in 12 mila anni di storia

Gli esperti la chiamano "McDonaldizzazione della biosfera": in tutto il mondo si stanno diffondendo piante e animali identici, proprio come in tutte le città spuntano i fast food che offrono ovunque lo stesso menu. I panini e le bibite del mondo naturale si chiamano lantana e robinia (un arbusto e un albero entrambi d'origine americana), ratto e passero. Partono dalle aree più antropizzate e cioè legate alle attività umane, poi invadono tutti gli ecosistemi, diventano gli organismi dominanti e in poco tempo riducono a zero la biodiversità.La causa? L'omogeneizzazione dell'agricoltura. La McDonaldizzazione, infatti, parte dai campi e dalle stalle. In Bangladesh e negli Stati Uniti, si coltivano varietà identiche di mais e soia e si allevano ceppi genetici standardizzati di mucche frisone e maiali siluro.
Si tratta di vegetali e animali che sono stati messi a punto dalle grandi compagnie internazionali e assicurano raccolti e rese decisamente superiori a quelli delle varietà tradizionali, che vengono quindi abbandonate. Così però si perde la biodiversità agricola, vale a dire le migliaia di piante coltivate e razze animali che i contadini di tutto il mondo hanno da sempre utilizzato.

LA SELEZIONE

Le varietà locali sono il risultato di tre miliardi di annidi evoluzione biologica naturale ai quali vanno aggiunti 12 mila anni, da quando è nata l'agricoltura, di selezione continua effettuata dall'uomo.I nostri antenati agricoltori, ma anche i loro discendenti attuali, hanno infatti modificato le piante e gli animali selvatici per avere cibo, vestiti e medicine.Sono partiti dalle piante selvatiche, o dagli animali, localmente disponibili. Li hanno utilizzati come materia prima, vale a dire combinazioni di geni, per creare organismi su misura. Risultato: migliaia di varietà e razze diverse. Anche in agricoltura avere un'ampia diversità genetica significa avere un'ampia disponibilità di vegetali e animali adatti alle diverse condizioni ambientali e di crescita. Facciamo un esempio: in Italia agli inizi del secolo venivano coltivate circa 250 cultivar (varietà colturali) di grano. Ce n'erano di resistenti al freddo. all'aridità e alla povertà del terreno.I nostri allevatori invece avevano a disposizione una quindicina di razze di mucche: dalla calvana, una sottovarietà della chianina, alla vacca della Pusteria. Oggi, per quanto riguarda il grano sono disponibili in commercio solo una quindicina di varietà. Per coltivarle bisogna aiutarle, con pesticidi e concimi. Le vacche sono invece state sostituite dalla frisona e dalla charolais l'agerolese, una varietà sorrentina di frisona, è stata inserita negli elenchi degli animali che sono a rischio di estinzione.

ITALIA-BIODIVERSITA'
RAPPORTO DEL CENTRO NAZIONALE RICERCHE.

Negli ultimi decenni, la riduzione dell'estensione di molti ecosistemi naturali per opera dell'uomo, in concomitanza con severi cambiamenti climatici, ha determinato una riduzione della biodiversità attraverso l'estinzione di diverse specie e una forte riduzione della variabilità genetica intraspecifica (=interna ad ogni specie) che sta alla base delle capacità delle varie specie di adattarsi a mutate condizioni ambientali, ai nuovi patogeni e malattie, a variazioni climatiche globali. D'altro canto lo stesso sfruttamento produttivo del germoplasma di diverse  specie e la conseguente diffusione su larga scala di razze e cultivar (varietà coltivate)con una base genetica ristretta hanno portato ad un accentuato depauperamento della biodiversità e ad una notevole erosione delle risorse genetiche per molte delle specie utilizzate nella produzione. Al contempo, ed in conseguenza di ciò, è andato crescendo un sempre maggiore interesse nella conservazione delle risorse genetiche per varie specie di interesse agronomico, forestale, zootecnico e microbico, al fine di preservare geni, genotipi e pool genici potenzialmente utili in processi produttivi perseguibili attraverso metodi tradizionali di miglioramento genetico o delle più moderne biotecnologie.
               Il problema della conservazione della biodiversità definito in sede internazionale dalla Convenzione di RIO de Janeiro (1992) è divenuto uno dei principali argomenti posti all'attenzione dell'opinione pubblica mondiale. Molte nazioni si sono già dotate di un proprio Piano Nazionale sulla Biodiversità. Ma già da diverso tempo, nell'ambito delle comunità scientifiche e ambientalistiche, sono sorte a questo proposito iniziative di studio e di ricerca proposizioni ed attuazioni  (per esempio l'Istituto del Germoplasma del CNR), per lo più ad opera di singoli studiosi o di piccoli gruppi di ricerca (in campo vegetale e micologico: iniziative promosse dal CNR, dall'Università, Società Italiana di Genetica Agraria, Società Botanica Italiana, ENEA, ecc.). Nello stesso tempo, la divulgazione dei principi della biodiversità tramite i mezzi d'informazione a tutti i livelli sta contribuendo alla sensibilizzazione e alla formazione di una coscienza pubblica su questo problema, che a giudicare dai risultati sembra abbia trovato una "coscienza ecologica" progredita nel corso degli ultimi decenni.
               Da molti anni diverse organizzazioni internazionali, patrocinate a vario livello dalla FAO, come IUCN, ICPGR, WCMC, CGIAR, IPGRI, ECNC, ecc., si occupano del monitoraggio e della conservazione delle risorse genetiche su scala planetaria. Tra le linee guida suggerite per attività in continua crescita figurano:
1) inventario, monitoraggio, e caratterizzazione delle risorse genetiche;
2) attività di conservazione  "in situ" ( conservazione di aree d'interesse e protezione di ecosistemi contenenti speciali pools genici);
3) attività di conservazione  "ex situ" (collezioni, banche di germoplasma, arboreti, ecc.);
4) implementazione di banche dati, sistemi d'informazione e relativa diffusione, ecc.).
Per molte delle specie utilizzate dall'uomo manca un inventario delle risorse genetiche disponibili (dati relativi alla variabilità genetica, alla sua distribuzione nelle popolazioni, alla struttura ed organizzazione della stessa all'interno delle popolazioni, ecc.).  Solo per poche specie sono state attivate le procedure per un'accurata conservazione in situ o ex situ. Il fine di dette attività è quello di reperire, conservare, moltiplicare documentare e valorizzare il germoplasma di specie coltivate (varietà/razze/ecotipi) e selvatiche affini minacciato da estinzione o erosione genetica, nonchè di valutare rischi di erosione genetica in popolazioni naturali e conseguenti alle attività di conservazione.
 Solo per quanto attiene alle specie vegetali è opportuno considerare che delle oltre 250.000 specie vegetali conosciute solo poco più di 150 sono state domesticate, mentre delle 75.000 specie ritenute commestibili, l'uomo ne ha utilizzato fino ad oggi, per scopi alimentari, appena 7.000. Tra queste, solo 150 hanno valore commerciale, mentre l'approvvigionamento alimentare pro-capite nel mondo proviene da poco più di 100 specie, di cui occorre sottolineare che soltanto 30 costituiscono le colture più comuni e solo 3 cereali (riso, frumento e mais) soddisfano circa il  60% del fabbisogno calorico e proteico della popolazione mondiale.
 Da questi dati è facile dedurre quanto sia ridotta la diversità genetica dell'agricoltura mondiale e quanto sia fragile il sistema agroalimentare, che nel passato, ma anche in tempi più recenti, ha determinato situazioni drammatiche di sopravvivenza per milioni di persone a tutte le latitudini, sia per paesi ed economie avanzate, che per paesi emergenti. Inoltre, dall'inizio del secolo la diversità in agricoltura è diminuita anche a causa della diffusione di nuove cultivar con una base genetica ristretta.
Questa "ridotta diversificazione colturale" può comportare anche un "appiattimento culturale" se  si considera l'effetto della globalizzazione delle abitudini alimentari, da cui ne deriva certamente una perdita di tradizioni popolari, di usi e costumi associati a piante, ormai sempre meno coltivate. La grande uniformità genetica che esiste in molte delle coltivazioni intensive, come grano, mais, riso, ortaggi e fruttiferi, tanto per fare degli esempi, se da un lato consente di ottenere alte produzioni, rendendo più facile la meccanizzazione, la raccolta e la commercializzazione, dall'altro riduce la sicurezza del raccolto. Mentre, nelle coltivazioni che fanno uso di varietà locali, caratterizzate da una più larga base genetica, si corrono meno rischi. Dette colture vengono oggi definite "colture sostenibili".
  L'Italia, situata al centro del Mediterraneo, per le condizioni agro-pedo-climatiche, per la diversità delle piante coltivate e selvatiche e per la ricchezza di endemismi e specie rare, rappresenta uno dei centri di origine e di diversificazione più interessanti del mondo. Tra le specie coltivate basti citare le numerose varietà di frumento, orzo avena, granoturco, segale, pisello, fava, cece, lenticchia, cicerchia, fagiolino dall'occhio, lupino, ortaggi da fiore, da fusto e da radice, oltre alle numerose varietà di specie arboree. L'uso sempre più esteso di sistemi agricoli avanzati e di varietà moderne caratterizzate da una grande uniformità genetica, ha determinato una notevole riduzione della variabilità intraspecifica con conseguente impoverimento del patrimonio genetico. I rischi da ciò derivati, furono segnalati per la prima volta negli anni 60, mentre nel 1970 nasceva a Bari l'Istituto del Germoplasma del CNR con l'obiettivo di reperire e conservare specie di piante erbacee coltivate e selvatiche, minacciate da erosione genetica. Le numerose missioni di esplorazione fatte da questo Organo del CNR in collaborazione con altre istituzioni nazionali ed internazionali, hanno, tuttavia, dimostrato che il fenomeno di erosione genetica è stato molto più contenuto nelle aree interne, ad agricoltura marginale, in prossimità ed all'interno di superfici protette, come parchi, riserve naturali, oasi, isole meno interessate dal turismo ecc. Infatti, in questi siti è stato possibile reperire varietà, forme di ecotipi sia di piante coltivate che selvatiche altrove scomparse. Bisogna, comunque, sottolineare che anche in queste situazioni l'erosione genetica avanza, inesorabilmente, soprattutto a causa dell'abbandono dell'agricoltura e di una sempre minore presenza di giovani che preferiscono dedicarsi ad altre attività più remunerative. Il problema è dunque di bloccare detto processo di erosione e tentare di salvare quanto è rimasto insieme alle tradizioni che hanno l'uomo durante le diverse tappe del processo evolutivo.


(CNR-BARI)

Piano Nazionale sulla Biodiversità"
Comitato di consulenza per la Biodiversità e la Bioetica

MINISTERO DELL'AMBIENTE ( Piano )
Tra le varie forme di ricchezza di un Paese (materiale, culturale, biologica), quella biologica (biodiversità) è stata finora sottovalutata. Tale ricchezza consiste nell'enorme numero di informazioni genetiche possedute da ciascuna specie, anche la più piccola.
Sebbene l'estinzione delle specie sia un fenomeno naturale, in quanto legato alla evoluzione di nuove specie, l'intervento dell'uomo, in particolare con deforestazione, urbanizzazione selvaggia e tecnologie non appropriate, ha amplificato questo fenomeno di migliaia di volte. Le conseguenze di questa erosione della biodiversità saranno certamente gravissime in quanto le numerose specie di animali, di piante e di microrganismi, in gran parte ancora da scoprire, sono fonte potenziale di una ricchezza da utilizzare sotto forma di sostanze medicinali, alimenti e altri prodotti di importanza sociale ed economica.
La conservazione della biodiversità è un imperativo etico perché rappresenta non solo un bene da difendere e da trasmettere alle generazioni future per il miglioramento della qualità della vita, ma anche un bene in sé stesso, che ha il diritto alla propria esistenza.

 LE BIOTECNOLOGIE E GLI ORGANISMI GENETICAMENTE MODIFICATI   (OGM).

Alcune notizie sul mercato delle biotecnologie

- Le prime dieci industrie agrochimiche mondiali controllano l'81% dei 29 miliardi di dollari del totale mercato agrochimico;
- Le industrie leader delle "scienze della vita" controllano il 37% dei 15 miliardi di dollari annuali del mercato globale dei sementi;
- Le prime dieci industrie farmaceutiche mondiali controllano il 47% dei 197 miliardi di dollari del mercato farmaceutico;
- Dieci aziende multinazionali controllano il 43% dei 15 miliardi di dollari del commercio farmaceutico veterinario;
- Al top della lista della "scienza della vita" ci sono dieci compagnie alimentari internazionali.
Monsanto Corporation, industria di prodotti chimici tra i leader mondiali ha liquidato nel '97 l'intera divisione chimica e si è concentrata sullo sviluppo e il marketing delle biotecnologie: la Novartis, un gigante mondiale risultato della fusione, stimata in 27 miliardi di dollari di due società svizzere (la farmaceutica Sandoz e l'agrochimica Ciba-Geigy), è un esempio tipico della tendenza al raggruppamento industriale nella nuova era commerciale. La Dow Elanco ha acquisito il 65% della quota della Microgen, una società biotecnologica che ha numerosi brevetti biotecnologici con grandi potenzialità. La Du Pont, la quinta ditta agrochimica del mondo, ha acquistato nel 1997, per 1.7 miliardi di dollari, il 20% della Pioneer Hi Bred, l'industria di sementi più grande del mondo. La AgrEvo, nel 1996, ha acquistato la Plant Genetic System per 725 milioni di dollari.

Come si può capire questo mercato è fortemente condizionato da pochi, grandi attori che concentrano nelle proprie mani un nuovo impressionante potere.
Per dare un'idea della rapida evoluzione degli scenari, ad esempio nel settore agricolo:

- nel 1996 a livello mondiale c'erano 2.8 milioni di ettari coltivati a "biotech", mentre le previsioni per l'anno 2000 oscillano tra i 60 e gli 80 milioni di ettari, il 78% dei quali concentrati nel Nord America;
- a livello mondiale tendono ad affermarsi piante geneticamente modificate che sono tra quelle maggiormente commerciabili, quali la soia (49% della superficie totale investita a colture transgeniche al 1998) mais (28%), colza (8%, cotone (8%) e tabacco (5%);
- i prodotti transgenici sono per il 67% della superficie totale coltivata resistenti agli erbicidi e per il 26% agli insetti;
-l'Italia è in una posizione di leadership nelle prove sperimentali per colture quali il pomodoro, le orticole, le arboree e le floricole, registrando dal 32% al 61% del totale della ricerca in questi campi  dell'Unione Europea.

- L'abilità di isolare, identificare e ricombinare i geni fa del patrimonio genetico una nuova materia prima per l'attività economica futura. Le tecniche del Dna ricombinante e altre biotecnologie consentono agli scienziati di individuare, manipolare e sfruttare le risorse genetiche per fini economici specifici;
- la concessione di brevetti sui geni, sulle linee cellulari, sugli organi e sugli organismi manipolati geneticamente, nonché sui processi usati per alterarli, dà al mercato l'incentivo commerciale per sfruttare le nuove risorse;
- la globalizzazione dei commerci rende possibile una ricostruzione complessiva della biosfera mediante una seconda genesi concepita in laboratorio, la creazione di una natura bioindustriale prodotta artificialmente e costruita per rimpiazzare gli schemi propri dell'evoluzione.

La ricerca nel settore delle biotecnologie
Sono proprio ditte come Monsanto e Novartis che con il mondo della ricerca  hanno stabilito uno  stretto e consolidato rapporto nel tempo. Infatti, uno studio dell'università di Harvard sui rapporti che intercorrono tra i ricercatori e le aziende biotech condotto su 550 imprese impegnate in questo settore rileva che circa il 20% dei fondi è stato indirizzato alla ricerca universitaria, che spesso non può quindi pubblicizzare i risultati degli studi a causa dell'apposizione del segreto industriale. E' questo un grave elemento di condizionamento che si sta imponendo anche in Europa e in Italia,  che rischia di asservire la ricerca alla logica del profitto, invece che consentire il perseguimento del bene collettivo.Il connubio tra interessi industriali multinazionali e mondo della ricerca sta creando le premesse per uno sviluppo impetuoso di questo settore, basato su una selvaggia deregulation che sta rivoluzionando il sistema economico e rischia di riscrivere il paradigma su cui si basano le scienze delle vita come le abbiamo conosciute nel corso di questi ultimi secoli.Infatti, come asserito da Jeremy Rifkin,, presidente della Fondazione Economic Trends di Washington,  nel suo libro "Il Secolo Biotech":Come si può vedere questi cambiamenti in atto se non contrastati e regolamentati rischiano di rivoluzionare il mondo come l'abbiamo conosciuto sinora non solo per quel che riguarda i meccanismi che regolano le leggi e il mercato, ma gli stessi principi etici e i diritti fondamentali, comuni a tutta l'umanità.E' contro quest'impostazione che stanno combattendo le organizzazioni non governative (ong)  e il fronte istituzionale ed economico-sociale che ha dato vita alla battaglia di Seattle chiedendo che il pool genetico non venga messo in vendita a nessun prezzo ma rimanga un bene pubblico aperto a tutti, che possa essere usato liberamente dalle generazioni attuali e future.
 
Le biotecnologie e il principio precauzionale
Come abbiamo visto dai dati sulla  concentrazione della proprietà e da alcune informazioni significative sulla produzione nei settori agricolo, farmaceutico e medicale i problemi riguardanti le biotecnologie sono molti e molto delicati:

- è difficile se non impossibile prevedere le innumerevoli variabili degli effetti delle modificazioni e le loro ricadute negative sull'ambiente
- la reinvenzione, l'imposizione di brevetti sulla materia vivente e l'immissione sul mercato di alcuni prodotti ampiamente commercializzabili rischia di avere pesanti conseguenze sulla ricchezza delle biodiversità del nostro pianeta, peraltro in progressiva erosione proprio per le modificazioni indotte dalla specie umana (ogni anno scompaiono 27 mila specie, 74 ogni giorno). Di conseguenza, l'omologazione biotecnologica può provocare anche una perdita di tradizioni e eredità culturali che conformano l'identità dei popoli, contribuendo
- pensare che le biotecnologie possano incidere significativamente sulla fame nel mondo è utopistico, considerato che questo fenomeno si basa su dinamiche prettamente economiche di sperequazione delle risorse (al 20% della popolazione mondiale spetta l'80% delle risorse). Gli ogm sono modellati per le esigenze delle popolazioni dei paesi più ricchi e potrebbero non essere adatti per le popolazioni dei paesi in via di sviluppo, che necessitano di alimenti adeguati al contesto in cui vivono. Inoltre l''instabilità politica, la mancanza di conoscenze e supporti tecnologici adeguati possono impedire una corretta gestione degli ogm nei paesi più poveri.
- le biotecnologie rischiando di nascondere conseguenze sanitarie anche per la specie umana sotto forma di abbassamento delle difese immunitarie, allergie e intossicazioni (provocate da sostanze che non possono essere individuate nei prodotti gm),  che possono produrre
- nel settore biomedico benché le applicazioni della biologia molecolare abbiano contribuito allo studio e alla cura di malattie ereditarie o degenerative, c'è da ricordare che l'obiettivo prioritario delle industrie biotech è quello di esercitare il diritto di brevetto non solo su organismi da loro modificati ma anche sui geni o sulle parti  di organismi viventi, compresi quelli umani, esistenti in natura scoperti;
- la brevettazione di ogm, geni o loro parti ha, inoltre, conseguenze molto rilevanti dal punto di vista sociale ed economico ad esempio in agricoltura: un contadino che coltiva piante o animali geneticamente modificati non sarà più proprietario del risultato del suo lavoro ma dovrà sottostare alle regole imposte dalle multinazionali detentrici del brevetto. Intervenire con le biotecnologie per produrre semi sterili significa mettere in ginocchio l'economia agricola dei paesi più poveri, costringendoli forzosamente a riacquistare continuamente la materia prima vivente dai paesi ricchi;
- modificare l'informazione genetica degli animali risponde ad una logica aberrante che li fa diventare una sorta di macchina per la produzione di carne o latte, che devono essere disponibili in quantità sempre maggiori e di qualità le più diverse, a seconda delle esigenze del mercato;
- gli xenotrapianti - trapianti  sulla specie umana di organi animali umanizzati attraverso la manipolazione genetica - rischiano di trasferire in maniera incontrollata virus latenti, che nella specie di origine avevano stabilito un rapporto di equilibrio, grazie anche all'uso negli interventi operatori di farmaci che bloccano
- i vegetali geneticamente modificati autorizzati dall'Unione Europea sono cinque: mais, soia, colza, radicchio e tabacco. In Europa la produzione di vegetali geneticamente modificati è consentita dal 1993, ma solo a titolo sperimentale e senza l'autorizzazione all'immissione in commercio. Ma lo svolgimento delle sperimentazioni in "pieno campo" aperto rischia di diffondere in maniera incontrollata gli ogm in tutta Europa e in particolare  in Italia che, con i suoi 250 terreni sperimentali, è seconda
- le multinazionali biotech stanno inoltrando alle autorità competenti internazionali e nazionali le richieste di autorizzazione per la commercializzazioni di molti prodotti geneticamente modificati. Se le multinazionali riusciranno a convincere le autorità competenti che i nuovi organismi geneticamente modificati (ogm) sono equivalenti, dal punto di vista nutrizionale e d'uso a quelli già esistenti le autorizzazioni del caso saranno praticamente
- anche il consumatore sta subendo le conseguenze di questa situazione, poiché utilizza prodotti geneticamente modificati senza che questa caratteristica venga dichiarata sull'etichetta. Infatti, una quota rilevante di prodotti immessi sui mercati europeo e  italiano provengono da paesi come gli Stati Uniti dove non c'è obbligo di informazione a questo riguardo.

Le istanze dei cittadini e dei consumatori

L'immissione sul mercato di organismi geneticamente modificati (ogm) senza un adeguato controllo preventivo e la richiesta di brevettare tali organismi o tali tecniche hanno creato una crescente e più che giustificata preoccupazione nell'opinione pubblica per le conseguenze ambientali, sanitarie e sociali che potrebbero derivare da un'incontrollata diffusione di ogm, e per gli interrogativi di natura etica che tali manipolazioni suscitano.Il fatto più preoccupante è che, se da una parte sono ben chiari gli interessi economici che spingono le multinazionali a investire in questo settore nella speranza di forti guadagni futuri, è invece lampante che il bilancio costi-benefici non va a favore della collettività.

A questo proposito, si deve ricordare che la possibilità di utilizzare al meglio le risorse biologiche di cui è ricchissimo il Sud del mondo è  inversamente proporzionale alla legittima aspirazione al benessere delle popolazioni più povere. Infatti, dove la varietà genetica è enorme, manca la tecnologia per utilizzarla e chi dispone della tecnologia ha attitudini, obiettivi e politiche predatorie di corto respiro, che creano profondi squilibri ambientali, economici e sociali..

Le esperienze negative che tutti abbiamo vissuto con le industrie chimiche e con il nucleare, che hanno provocato ingenti danni all'ecosistema e lasciato gravose eredità ambientali alle generazioni future, c'insegnano come si debba guardare con attenzione e sospetto le facili semplificazioni riguardanti nuove tecnologie che possono incidere in maniera determinante sugli equilibri ambientali e sulla nostra salute.

Bio-tecnologie, fortemente condizionate da interessi economici privati, che si sottraggono o forzano la mano a un vaglio scientifico attento e indipendente. Infatti, un organismo geneticamente modificato può essere pericoloso o perché noi vogliamo che sia tale o perché le sostanze per le quali il gene introdotto ha l'informazione presentano pericoli non inizialmente previsti, o perché il gene interagisce in modo imprevisto con il contesto o, ancora, perché è l'organismo geneticamente modificati in quanto tale che interagisce in modo dannoso con l'ecosistema in cui si trova.

E' infine possibile che gli ogm di per sé siano potenzialmente innocui ma vengano usati da noi in modo pericoloso.

E' per questo che bisogna adottare il principio precauzionale nei confronti di tecnologie di cui si ignorano tutte le possibili implicazioni e ricadute attuali e gli effetti nel medio e lungo periodo. Quel principio che si sta già affermando spontaneamente tra i consumatori, provocando il calo negli Stati Uniti delle semine di mais, cotone e soia geneticamente modificati e cui si può attribuire la perdita secca di 200 milioni di dollari registrata dagli agricoltori americani per la mancata vendita di granoturco in Europa.

Anche in occasione dell'ultimo vertice internazionale di Montreal, come prima a Seattle,  il diritto all'informazione, la difesa dell'ambiente e la tutela della biodiversità sono riuscite a imporsi sulla logica del libero commercio, ottenendo una maggiore attenzione da parte degli operatori commerciali sulle problematiche legate alla sicurezza alimentare, alla tutela ambientale e alla salute delle persone.

Sono queste esigenze di trasparenza e completezza, riguardanti problematiche molto delicate che non trovano spazio e cittadinanza nella fiera-mercato TEBIO, che rischia di essere solo una vuota e provinciale convention dove saranno protagonisti i rappresentanti di commercio del biotech, invece che un'occasione di confronto esauriente sulle nuove frontiere della ricerca, del mercato e delle regole.Fino a quando non saranno stabilite nuove regole internazionali, che assicurino la preminenza dei diritti umani e dei diritti dei lavoratori,  degli interessi collettivi diffusi per la difesa dell'ambiente e della salute rispetto alle logiche del mercato, saranno sempre più diffuse e frequenti le interferenze dei cittadini globali sulle decisioni dei "global leader".

Non è un caso che non sia possibile esercitare un controllo democratico su organismi non elettivi, quali WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio) e ERT (Tavola Rotonda degli Industriali), che pretendono di condizionare pesantemente la vita delle persone e le loro scelte economiche e di influire in maniera determinante sull'integrità e la vivibilità dell'ambiente.
E' la  stessa logica che vorrebbe attribuire G8 - che raggruppa i governi degli gli stati più industrializzati (Stati Uniti, Canada, Giappone, Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia e Russia) -  il governo del pianeta, delegittimando l'ONU, organismo che va sì riformato ma dove siedono paesi ricchi e paesi poveri.

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