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Giudizio cristiano sul neoliberismo
Pedro Casaldaliga, vescovo brasiliano
Fonte ufficiale: www.uca.ni/koinonia/koinonia.htm
La grande
sfida per qualunque coscienza umana, e evidentemente per
tutta l'azione pastorale, e', senza dubbio, il neoliberismo, quel
sistema, ora unico e signore, e che si crede definitivo, il "non
oltre" della storia umana. Non sono specialista ne' in politica
ne' in economia ne' in sociologia, pero' voglio condividere, umanamente
e cristianamente, con voi questa sfida mondiale.
Per uscire da qualsiasi ingenuita', e' bene ricordare che il neoliberismo
e' capitalismo puro; anche piu', e' il capitalismo elevato alle ultime
conseguenze. Non e' solo il capitale sul lavoro, bensi il capitale
contro il lavoro; lavoro che sarebbe un diritto di tutti e che sta'
diventando proibito ad una maggioranza crescente, per colpa della disoccupazione.
Il lucro per il lucro, che nel capitalismo neoliberale si costituisce
nel mercato totale e onnipotente, facendo della stessa umanita' una
compravendita. La proprieta' privata, ogni volta piu' privatista e
privatizzatrice, il neoliberismo e' il capitalismo dell'esclusione
decretata per l'immensa maggioranza dell'umanita'. Da sempre il capitalismo
ha impedito a molti di "avere", alla maggioranza; oggi il
neoliberismo impedisce di "essere" ad una immensa maggioranza.
Parliamo di terzo o quarto mondo. Per il sistema neoliberale il mondo
si divide perfettamente in due: quelli che hanno e contano e possono
vivere bene, e quelli che non hanno e non sono e, percio', sono di
troppo.
Il capitalismo che possiamo chiamare piu' tradizionale si impossessava
degli stati e capitalizzava su di essi. Il capitalismo neoliberale
propugna e impone la struttura dello stato minimo. Con il quale, di
fatto, si viene negando la stessa societa'. Un mondo, con i suoi paesi,
senza uno stato autenticamente rappresentativo e garante dello spazio,
delle opportunita' e dell'armonia della convivenza per le citta' e
i cittadini, cioe' un mondo senza societa'. E pure senza futuro. Il
neoliberismo e' tanto omicida quanto suicida. Nei paesi di questo altro
mondo, il terzo, il coprifuoco, la disoccupazione, la fame, la violenza.
Una violenza che e' reazione molto spiegabile dall'essere strutturalmente
violentati. Nei nostri paesi poveri l'economia informale (dell'arrangiarsi
n.d.r.) e' ormai approssimativamente il 70% dell'intera economia. Oggi
giorno la violenza e' passata ad essere una nuova economia di sussistenza.
Anche per il primo mondo tuttavia c'e' la disoccupazione e la drammatica
prospettiva della mancanza di senso. E per entrambi i mondi la marea
incontrollabile della migrazione. Ora, le analisi piu' sensate del
futuro prossimo, hanno definito il secolo XXI come il secolo delle
migrazioni.
"I nuovi barbari" invaderanno il nuovo impero. O si da' spazio
all'umanita' o l'umanita' se lo prende...
E questa totale iniquita' del neoliberiso, che finisce le alternative,
le utopie, la socializzazione umanizzante, conferisce all'iniquita'
un'impunita' totale. A nessuno deve rendere conto. Teorici e teologi,
di questa religione idolatra hanno avuto il coraggio di accettare che
un 15% dell'umanita' avra' di fatto il diritto di vivere e di vivere
bene. Il resto dell'umanita' sopravivera'... Il Dio della vita, Padremadre
di tutta l'umanita', calcolo' male, si impegno' ingenuamente e dovra'
cedere presto il posto a questi altri Dei della minoranza e ... della
morte.
Per noi, il neoliberismo e' essenzialmente iniquo, e' peccato, peccato
mortale, perche' ammazza. Un giudizio semplicemente umano e a maggior
ragione se e' cristiano, puo' solo condannare il neoliberismo, nella
filosofia e nella pratica. Non neghiamo evidentemente il diritto e
perfino la neccessita' del mercato. Sempre, a suo modo, l'umanita'
l'ha esercitato, Neghiamo, questo si, il primato e la totalita' del
mercato. L'essere umano non e' solo comprare e vendere. Il lucro a
tutti i costi e senza altre considerazioni e il consumismo sfrenato
uccidono fisicamente quelli che non vi hanno accesso, e uccide moralmente
i supposti beneficiari. Inoltre poi distrugge l'ambiente umano. E'
antiecologico per definizione.
Per la fede religiosa, l'umanita' e' di stirpe divina. E' destinata
alla vita. E per la fede religiosa l'universo, con le sue potenzialita'
e' una casa comune: la casa di tutti i figli e le figlie dell'unico
Dio Padremadre. Aver fede nel Dio della vita e nel suo progetto per
l'umanita', esige neccessariamente una ribellione totale di fronte
ad un sistema esclusivo, omicida ed ecocida.
Io vengo propugnando il macroecumenismo, anche cosciente di certe suscettibilita',
e non precisamente per prescindere dalla mia identita' cristiana e
cattolica. Credo nel macroecumenismo perche' credo nel Dio unico, Presente,
Invocato e Incontrato in tutte le religioni. A partire da un macroecumenismo
vissuto con lucidita' e sincerita', e' evidente che le grandi cause
dell'umanita' torneranno ad essere le nostre cause. Perche' sono le
cause di Dio. I diritti umani sono diritti divini. Cristianamente parlando:
la grande causa di Gesu': il regno, che e' il progetto di Dio per l'umanita'.
La teologia della liberazione, prevenendo i tempi, ando' incontro al
neoliberismo proclamando l'opzione per i poveri e le loro cause come
opzioni della chiesa, e il criterio etico per la societa'.
ETICA CRISTIANA
(nel linguaggio della teologia della liberazione)
Il criterio etico per la società
(= che stabilisce il bene della società ed i modi per
raggiungerlo)
è la scelta di dedicarsi alla promozione umana
innanzitutto dei poveri , anche sostenendo le loro cause.
Si e' ripetuto molto l'affermazione di Giovanni Paolo II circa la
teologia della liberazione ("la teologia della liberazione e'
finita" n.d.r.). E' bene ricordare che la teologia della liberazione
non fu comunista; che il muro di Berlino mai fu la cattedra della teologia
della liberazione, e che il neoliberismo si e' il maggor muro che l'umanita'
abbia elevato tra una minoranza di privilegiati e una maggioranza di
esclusi.
Circa la vicenda dell'opzione per i poveri e della teologia della liberazione
basta riconoscere che questi poveri sono ogni volta piu' numerosi e
piu' poveri; confessare anche il Dio dei poveri e suo figlio, che li
proclamo' benedetti; e pensare alla relazione che esiste tra questi
poveri e questo Dio, tra i poveri e il vangelo.
Che restera' dell'opzione per i poveri? Che restera' della teologia
della liberazione? Sono due domande che si vanno imponendo. La risposta
e' semplicissima: finche' esistera' il Dio dei poveri, e ci saranno
poveri nel mondo e ci saranno cristiani e cristiane che opteranno per
questo Dio e per questi poveri, e ci saranno teste cristiane che penseranno
la relazione che esiste tra i poveri e il Dio del vangelo ci sara'
il Dio dei poveri e la teologia della liberazione. L'opzione per i
poveri non e', per la chiesa di Gesu', una opzione facoltativa, o un
di piu': e' l'opzione storicosociale della chiesa, la versione politico-economica
del comandamento dell'amore.
Ricordavo in questi giorni le tre definizioni di Dio:
- "Io sono colui che ti ha fatto uscire dall'Egitto",
dice il Signore nel libro dell'Esodo (20,1). Io sono il Dio della
liberazione (da ogni oppressione ndr)
- "Io sono colui che saro'" (Es 3,14).
io sono il vostro futuro, sono l'utopia dell'umanita'.
- "Dio e' amore" o traducendo piu' esattamente, "Dio
consiste nell'amare" (1 Gv 4,16). Dio e' piu' della solidarieta'.
Queste tre definizioni divine sono simultaneamente la piu' radicale
condanna del neoliberismo, della schiavitu' del mercato, della fine
delle utopie, e della non-solidarieta'; e al medesimo tempo sono la
suprema garanzia della speranza dei poveri, in questa notte oscura
che gli vuol negare anche lo spazio della sopravvivenza; e' la conferma
rivelata della teologia della liberazione e della politica alternativa
della solidarieta', la partecipazione e l'uguaglianza fraterna.
Parlo della chiesa di Gesu', delle chiese cristiane, e c'e' da credere
che sara' probabilmente la prima sfida: l'esistenza e l'espressione
nel mondo attuale di un ecumenismo reale. L'unita' dei cristiani non
e' solo una specie di condizione riconosciuta dallo stesso Gesu' ...
"che tutti siano uno perche' il mondo creda", ma anche una
condizione sacramentale perche' il mondo viva. Se la chiesa ha una
missione in questo mondo, senza alcun dubbio, e' di annunciare e praticare
la filiazione divina e la fraternita' e la sorellanza umana.
Nella storia molte volte la chiesa di Gesu' non ha saputo vivere la
diaconia (servizio n.d.r.) che Gesu' sognava: essere prossima, vicina
agli emarginati della societa'; annunciare la buona notizia ai poveri
e liberare i prigionieri; dare da mangiare, vestire, umanizzare...
La terribile controtestimonianza delle differenti guerre cristiane
e le molte crociate di conquista, cosi come l'ansia di potere, il lusso
e l'insensibilita' di fronte alle ingiustizie istituzionalizzate, hanno
recato alla chiesa un "debito estero" la cui cancellazione
sara' il passo previo per la sua credibilita' e per una evangelizzazione
veramente nuova ed efficace.
Si puo' temere, giustamente, che la storia futura condannera' la chiesa
di oggi per non manifestare con coraggio contro il neoliberismo, come
ora si condanna la chiesa di ieri per non essersi pronunciata deliberatamente
contro i colonialismi in America Latina, in Africa o nel continente
asiatico, e, piu' precisamente, contro la schiavitu' del popolo nero.
Penso che come chiesa soffriamo una multisecolare schizzofrenia, la
dicotomia tra fede e politica, tra carita' ed economia, tra escatologia
e storia. In fondo non crediamo veramente nell'incarnazione di Dio,
in questa unita' dell'umano e del divino nella figura di Gesu' di Narareth.
Il paradigma programmatico piu' attuale e sempre piu' evangelico per
la chiesa di questo Gesu' dovrebbe essere l'evangelizzazione liberatrice,
comunitaria e inculturata. Nel nostro continente per grazia di Dio,
per il sangue dei nostri martiri la chiesa dell'America Latina ha saputo,
in teoria per lo meno, proclamare questa evangelizzazione integrale.
A partire dal Concilio Vaticano II, e situando nel nostro tempo e nel
nostro posto i segni dei luoghi e dei tempi, i tre grandi concili continentali
di Medellin, Puebla e Santo Domingo, assumettero, rispettivamente,
l'opzione per i poveri, la comunita' come "comunione e partecipazione"
e l'inculturazione.
Nella versione piu' lucida e pratica, la chiesa del Brasile in concreto,
e non solamente ella, sta traducendo questo programma rinnovatore nelle
comunita' ecclesiali di base, nelle pastorali specifiche, nella moltiplicazione
e diversificazione dei ministeri e nei programmi nazionali di risposta
a situazioni di emergenza o a rivendicazioni popolari.
La "campagna di fraternita'" che la Conferenza Nazionale
dei Vescovi del Brasile organizza dal 1964, ha avuto come tema nel
1996
"fraternita' e politica", ed il motto fu la bella utopia
del salmo 85: "La giustizia e la pace si abbracceranno".
Basta leggere i temi e i motti di queste trentatre campagne annuali
per percepire la volonta' di incarnare la fede e di rendere sociale
l'amore.
A seguito della famosa affermazione del papa, durante il volo mentre
veniva in centramerica, circa la teologia della liberazione, mi chiamo'
un giornalista del Messico per chiedermi se ora fosse morta davvero
questa teologia. Io tenevo in mano, precisamente, il testo base della
campagna della fraternita' brasiliana: tutto cio' e' pura teologia
della liberazione, nei suoi contenuti e persino nella metodologia del
vedere, giudicare e attuare.
E' certo che, il medesimo papa, in un altro volo verso l'America Latina,
provocato dai giornalisti, rispose categoricamente: "anch'io sono
un teologo della liberazione". E, in quella carta storica che
sempre il papa invio' all'episcopato brasiliano in uno slancio di alta
emotivita',Giovanni Paolo II affermava che "la teologia della
liberazione non e' solo opportuna ma addirittura neccessaria".
Il Concilio Vaticano II chiede l'aggiornamento, la rinnovazione moderna
della chiesa semper renovanda (che deve sempre rinnovarsi). Disgraziatamente
per alcuni, il Vaticano II fu un importuno soffio dello Spirito, e
adesso sarebbe passato anche di attualita'. Il grande teologo Rahner
pensava, al contrario, che noi impiegheremo un secolo per recepire
questo concilio pentecostale.
Meglio, questa costante rinnovazione, la rinnovazione piu' grande della
chiesa, si sara' solamente nella misura in cui ella si andra' convertendo
al Dio della vita e della storia rivelato in Gesu' Cristo, e agli esclusi
della storia e della vita, crocefissi con Lui; nella misura in cui
ella sapra' di essere nel mondo non per condannarlo ma per salvarlo.
Con una salvezza integrale, che e' liberazione totale.
Dom Pedro Casaldaliga |