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LA GLOBALIZZAZIONE 'BUONA'

IL FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE -

Il Fmi insiste: la globalizzazione non va fermata.
WASHINGTON, 17 APRILE 2001-

Il Fondo monetario risponde alla contestazione con la propria ricetta: liberalizzare i mercati. E promette iniziative per una distribuzione più equa della ricchezza 
Gli slogan della protesta di Washington non è giunta all'orecchio dei delegati del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, protetti da un ingente spiegamento di polizia che hanno però invitato i dimostranti a non voltare le spalle alla globalizzazione.

«Non abbiamo sentito i contestatori - ha detto il ministro delle finanze britannico e presidente del Comitato finanziario dell'Fmi Gordon Brown - e i colloqui si sono svolti in piena normalità. Ma anche noi abbiamo un messaggio per chi vuole ridurre la povertà e promuovere uno sviluppo più equilibrato nel mondo: non portate indietro l'orologio della globalizzazione».

Solo il rafforzamento della cooperazione economica e delle strutture internazionali che danno un indirizzo allo sviluppo, ha sottolineato Brown, può garantire efficacia alle iniziative per una più equa distribuzione della ricchezza nel mondo.Il dibattito sulla riforma per rendere strutture come l'Fmi più efficaci, trasparenti e capaci di rispondere del mandato ricevuto dalla comunità internazionale che «ha assorbito gran parte dei colloqui», secondo Brown, è del resto in linea con il senso della protesta. E mentre da un lato si centra su sistemi «contro la vulnerabilità finanziaria tesi a prevenire le crisi», dall'altro mira ad abbinare la riduzione del debito all'apertura dei mercati dei paesi più ricchi alle esportazioni di quelli meno avanzati per stimolarne l'economia. LA VIA MAESTRA  SECONDO IL F.M.I.: LIBERALIZZARE 

Accompagnando i progetti con misure di liberalizzazione dei mercati dei paesi più ricchi, si pretenderà il reinvestimento del ricavato dalla riduzione del debito in progetti di istruzione e assistenza sociale.
Si tratta di realizzare «l'indispensabile coerenza», ha osservato il direttore a interim dell'Fmi Stanley Fischer, che deve caratterizzare ogni intervento in campo macroeconomico. La stessa coerenza, ha indicato Brown, con cui Fmi e Bm(Banca Mondiale) si prefiggono di prevenire future crisi istituendo sistemi di sorveglianza e premendo per la messa in atto delle necessarie riforme strutturali là dove servono.

da: Che fare?- Wolfgang Sachs-Wuppertal Institut

L'O.C.S.E. - (Organizzazione  per la cooperazione e lo sviluppo economico )

Secondo l' Ocse, organismo che discute e coordina le politiche economiche dei principali paesi industrializzati,
"la globalizzazione è un "processo attraverso cui mercati e produzione nei diversi paesi diventano sempre più integrati tra loro, a causa della dinamica di scambio di beni e servizi, e attraverso i movimenti di capitali e tecnologie". Definizione asettica

Programma dell'Onu per lo Sviluppo
di Paolo Ceratto dell 'UNDP (Programma dell'Onu per lo Sviluppo)

Il flusso di investimenti diretti esteri (IDE) nei Paesi in Via di Sviluppo ammonta a tre volte l'ammontare dei fondi della cooperazione internazionale. L'80% di questi investimenti diretti è però concentrato esclusivamente su 12 paesi. L'Africa ne riceve il 5% e i paesi meno sviluppati dell'Africa appena 1%. Appare evidente, quindi, che questi investimenti diretti esteri non stanno sostenendo uno sforzo di cooperazione internazionale.

E' davvero impossibile evitare che i ricchi diventino più ricchi e i poveri ancora più poveri?
Come evitare questa polarizzazione?

Innanzitutto basterebbe dirottare il 10% degli stanziamenti per le spese militari verso i veri poveri e poi rivedere la globalizzazione come un'occasione nuova per nostri rapporti con i Paesi in Via di Sviluppo.

Sotto il profilo delle opportunità, la crescente caduta delle barriere che ostacolavano gli scambi di merci, capitale e tecnologia, ma anche di uomini, con un progressivo aumento delle interrelazioni fra sistemi nazionali e imprese, pone Paccento, mai come prima, sull'importanza di una forza lavoro basata sul sapere, sul know-how. Ce lo dicono i 12 paesi emergenti in Asia e America Latina, che ricevono l'80% degli investimenti esteri diretti ai Paesi in Via di Sviluppo.
L'economista inglese Roger Riddell sostiene che i risultati economici, sia in termini relativi che assoluti, degli stati verranno sempre più determinati dalla capacità di queste economie a dimostrarsi flessibili e a rispondere alle richieste esterne, come il decentramento produttivo per ottenere costi di produzione più bassi, e che l'alta scolaritàcondizione sine qua non dello sviluppo. Ma un'economia knowledge-based (basata sulla conoscenza), come Riddell la chiama, è un'economia che promuove chi già sa e conosce e non chi è (e rimane) ai margini. Infine Riddell sostiene che saranno le aggregazioni regionali a creare impulso e fiducia nella creazione di un'architettura ad economia globale.
La globalizzazione sta chiedendo un'accelerazione dei tempi, sia ai Paesi in Via di Sviluppo sia a quelli industrializzati. Da qui la necessità della cooperazione internazionale per arrestare il declino di economie paralizzate, e non solo il loro rilancio.

Recentemente, l'economista Riccardo Petrella criticava la concezione di una crescita economica che punta sull'individual empowerment (potenziamento individuale) e sulla sua competitività, e non sottolinea le interdipendenze che legano il destino di tutti. Per fortuna, aggiungeva Petrella, la globalizzazione non si esaurisce nel flusso di merci e capitali, perché siamo anche in presenza della prima generazione che, grazie alla globalizzazione, è veramente planetaria, con mezzo milione di gruppi organizzati nel mondo e con 600 milioni di persone che, con qualche differenza, ricercano uno sviluppo umano più coerente e più giusto.

Se la globalizzazione è una strada sulla quale già camminiamo, spetta a noi darle una segnaletica leggibile e percorribile e sollecitare una ricomposizione delle frammentazioni e ingiustizie che la rendono una trappola, una via senza uscite.

Gli stati devono progettare un'architettura globale più unitaria e meno discriminante, ristabilendo unità tra economia e società, per riportare l'uomo al centro, come suggerisce l'articolo 55 della Carta delle Nazioni Unite, e concertare tra di loro compromessi sociali sostenibili, per evitare che in definitiva l'operaio della Fiat si trovi a competere con quello della Volkswagen e quest'ultimo con quello della Toyota, e poi con quello della General Motors..in un gioco al massacro che anche i sindacati devono impegnarsi a evitare, perché il capitalismo di per sé non rappresenta, né aspira a divenire, un sistema di sviluppo giusto.
E' necessario inoltre trasformare gli aiuti allo sviluppo in investimenti per lo sviluppo impiegando molte più risorse di quelle attuali, a partire dall'educazione e dalla formazione che hanno sempre migliorato il destino degli uomini. Guardiamo con ammirazione a Norvegia, Svezia, Danimarca e Olanda, che riescono a destinare lo 0,7 % del loro PIL allo sviluppo, mentre gli altri stati stanno ancora arretrando su percentuali a dir poco risíhili. I destinatari di questi nuovi aiuti devono essere soprattutto i più vulnerabili, perché i poveri devono essere l'obiettivo primario.
Per quanto riguarda il debito contratto dai Paesi in Via di Sviluppo, si dovrà istituire un fondo per lo sviluppo umano con lo scopo di proteggere i più poveri dalle conseguenze disastrose delle politiche di aggiustamento strutturale.

L'Undp (il programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, che dal 1989 pubblica rapporti sullo sviluppo) ribatte nel rapporto numero 10, dedicato appunto alla globalizzazione, che
" la mondializzazione è molto di più di un processo economico: coinvolge anche la cultura, la tecnologia e dunque anche gli individui. La globalizzazione mette in campo certo nuovi mercati (quelli dei cambi e dei capitali sono collegati globalmente e operano 24 ore su 24) e nuovi strumenti (telefoni cellulari, internet, network dei media), ma anche nuovi attori (l'organizzazione mondiale del commercio è dotata di autorità sui governi nazionali; le imprese multinazionali sono dotate di maggiore potere economico rispetto a molti stati; le stesse ONG ( organizzazioni non governative) hanno reti di comunicazione globale e di nuove regole (accordi multilaterali sul commercio, gli investimenti, i servizi sono assai vincolanti per gli stati e riducono la sfera d'azione della politica nazionale). L'attuale globalizzazione, sostiene l'Undp, è guidata dall'espansione del mercato e si disinteressa delle ripercussioni del mercato sugli individui. E quando il mercato va troppo oltre nel sovrastare i risultati sociali e politici, le opportunità e le ricompense della globalizzazione si diffondono in maniera ineguale ed iniqua, concentrando il potere e la ricchezza nelle mani di un gruppo ben definito di individui, nazioni, imprese, tenendo al margine gli altri.

Secondo l'Undp, la sfida è non di fermare l'espansione dei mercati globali, ma di consolidare le istituzioni e le regole in modo da governare questo processo. In sostanza si suggerisce di far convivere concorrenza ma anche risorse umane, risorse di comunità, risorse ambientali.

L'Undp vede una globalizzazione "buona" che contribuisce a diminuire le violazioni dei diritti umani, la disparità tra le nazioni, l'instabilità sociale, il degrado ambientale, la povertà.

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