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L'etica tra comunità civile e comunità politica
« Gli uomini, le famiglie e i diversi gruppi,
che formano la comunità civile, sono consapevoli di non essere in grado,
da soli, di costruire una vita capace di rispondere pienamente alle
esigenze della natura umana e avvertono la necessità di una comunità
più ampia, nella quale tutti rechino quotidianamente il contributo delle
proprie capacità, allo scopo di raggiungere sempre meglio il bene comune.
Per questo essi costituiscono, secondo vari tipi istituzionali, una
comunità politica»
(Gaudium et
spes, 74).
Etica Politica
L'abusiva identificazione dell'etica laica come competente nella sfera
pubblica o politica, e dell'etica religiosa come unicamente riservata
alla sfera del privato e dell'interpersonale, è stata superata grazie
soprattutto a due grandi eventi prodottisi nella seconda metà del Novecento:
nella sfera socio-politica, la Dichiarazione universale dei diritti
dell'uomo, e, nella sfera religiosa-confessionale, i nuovi orizzonti
aperti dal concilio Vaticano II in materia di laicità e di impegno politico.
Da una parte si è riconosciuto che i poteri pubblici dello Stato laico
hanno precise responsabilità nel garantire la libertà di espressione,
anche pubblica, ai valori e ai diritti religiosi, che non sono affatto
da confinare nel privato; dall'altra, il cattolicesimo del concilio
Vaticano II e del postconcilio ha allargato positivamente il campo dei
suoi orientamenti etici al mondo dei rapporti pubblici, delle relazioni
nazionali e internazionali, ai problemi della pace, dell'ecologia, ecc.
Se da una parte lo Stato laico e democratico non si professa estraneo
verso la religione, dall'altra il credente non è indifferente alla buona
gestione della cosa pubblica.
Ciò significa che in materia economica, sociale, politica, i cristiani,
senza rinunciare alla propria identità religiosa, partecipano agli sforzi
di tutti gli uomini di buona volontà. Non c'è una doppia etica
politica: una per i credenti e un'altra per i non credenti. Tutti sottostanno
allo stesso progetto comune, quello fondato sulla razionalità umana.
Per realizzare tale progetto, poi esistono criteri di giudizio e di
comportamento messi in luce più volte dal magistero sociale degli ultimi
anni.
Tre sembrano i criteri unanimemente condivisi:
1) laicità: che è riconoscimento della autonomia delle realtà
"profane" (cultura, istituzioni, valori umani) di cui è fatta e su cui
funziona la "città dell'uomo"; è collaborazione con tutti sulla
base di quei valori comuni su cui si fonda la democrazia; è rispetto
della diversità di opinioni e di scelte, anzi confronto aperto con esse
in vista del bene comune; è distinzione, ma non separazione né subordinazione,
tra potere politico e potere religioso; è impegno a lottare non solo
per la propria libertà o i propri diritti, ma per la libertà e i diritti
degli altri (di chi milita in altri partiti politici, di chi aderisce
a un altro credo religioso, di chi difende altri interessi sociali);
2) pluralismo: è legittima anche per il cristiano la pluralità
delle scelte politiche (Octogesima adveniens, 50), purché sappia discernere
tra programmi e partiti quelli che danno maggiori garanzie di fedeltà
ai valori fondamentali del vangelo; la scelta ultima dipende poi da
una analisi dell'effettiva situazione locale temporale, e non da un
a-priori ideologico. Il pluralismo di militanza politica non contrasta
di per sé con l'unità del corpo sociale o ecclesiale, a condizione che
non sia perseguito come fine a se stesso e possa poggiare su una solida
coscienza democratica delle persone;
3) partecipazione: è adesione responsabile e creativa a un progetto
comune, nel rispetto della laicità e della pluralità delle opzioni.
Fede e politica
La storia, anche recente, insegna che tra adesione alla fede c'ristiana
e militanza politica non c'è una incompatibilità di principio, ma nemmeno
una continuità scontata. In linea teorica, si possono dare tre modelli
di rapporto fecle-politica`, dei quali solo il terzo è proposto dall'insegnamento
sociale della Chiesa come legittimo:
a) Estraneità reciproca. Da una parte la fede si tiene fuori
dalla politica, dall'altra la politica non vuol lasciarsi interpellare
dalla fede:
- nel primo caso, si ha un cristiano che non si sente a casa propria
in questo mondo; che ritiene irrilevante o indifferente lavorare per
il bene comune dei cittadini; che fugge dalla politica, forse per timore
di "sporcarsi le mani";
- nel secondo caso, si ha un cristiano che esercita attività politica,
ma crede di dover lasciar la sua fede "fuori della porta": la ritiene
utile solo per praticare atti di culto privati e non per verificare
se la sua pratica politica è conforme o meno al vangelo.
In ambedue i casi non si prende sul serio né la fede né la politica.
La fede viene qui spiritualizzata o privatizzata, separata comunque
abusivamente dal vissuto concreto e professionale dell'uomo credente.
b) Confusione reciproca. Al contrario dei due casi precedenti,
si può avere una confusione o assorbimento reciproco tra fede e politica:
- quando si utilizza la fede come copertura a un sistema politico o
a un'ideologia (poco importa se di destra o di sinistra o di centro):
qui la fede viene ridotta a politica;
- quando si vogliono dedurre le regole della politica dalle credenze
religiose o quando si vuol praticare la politica come fosse una religione:
qui è la politica che viene ridotta a fede.
Ambedue i casi corrispondono a quei fenomeni patologici che vanno sotto
il nome di fondamentalismo, integrismo, clericalismo. Nella storia si
ricordano analoghi fenomeni come quelli del cost;antinismo, del cesaropapismo,
della teocrazia.
c) Autonomia reciproca. Il rapporto corretto è quello che rispetta
l'autonomia delle regole proprie e della fede e della politica. Da una
parte, la fede è adesione a un regno «che non è di questo mondo », adesione
a un progetto che va oltre la storia (dimensione escatologica della
salvezza) e tuttavia non è estraneo alla nostra storia, anzi ne è come
il metro di giudizio. Dall'altra, la politica è l'organizzazione della
"città dell'uomo" in vista di costruire il bene comune della società
civile, ma per chi è credente ogni attività temporale, compresa quella
politica, non ' indipendente dalle esigenze evangeliche. Il vangelo,
per esempio, addita ideali di giustizia e di amore che vanno tradotti
anche nella prassi politica, senza per questo "confessionalizzare" programmi
o partiti politici. I cristiani infatti possono militare politicamente
in diversi partiti politici (pluralismo politico dei cattolici).
Questa autonomia reciproca tra fede e politica sta alla base della
stessa autonomia istituzionale tra Stato e Chiesa: né lo Stato privilegia
una particolare confessione religiosa, né la Chiesa appoggia un particolare
sistema o modello politico.
Diverso il caso della Chiesa anglicana o di quelle ortodosse, dove vigono
tuttora stretti legami storicamente contratti tra "politico" e "religioso". Per il cattolicesimo, il concilio Vaticano II ha avuto parole chiare
in proposito:
«La comunità politica e la
Chiesa sono indipendenti e autonome l'una dall'altra nel proprio campo.
Tutte e due, anche se a titolo diverso, sono a servizio della vocazione
personale e sociale delle stesse persone umane [ ... I. La Chiesa si
serve delle cose temporali nella misura che la propria missione lo richiede.
Tuttavia essa non pone la sua speranza nei privilegi che le vengono
offerti dalla autorità civile. Anzi essa rinunzierà all'esercizio di
certi diritti legittimamente acquisiti, ove constatasse che il loro
uso potesse far dubitare della sincerità della sua testimonianza »
(Gaudium
et spes, 76) |