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L'uomo
è un essere in relazione, nasce dalla relazione, vive per la relazione.
La relazione è costitutiva dell' essere-uomo.
L'uomo è in relazione con se stesso, la sua famiglia,
l'altro sesso, gli amici e i colleghi di lavoro, la società circostante
cui appartiene, le società lontane e diverse cui in qualche modo è legato.
Ma ogni relazione è anche inter-relazione, è reciprocità.
Se ogni relazione è un dono che si riceve essa è anche un compito
e una responsabilità.
C'è una etica della relazione
- in rapporto a se stessi.
- in rapporto all'altro
- in rapporto alla convivenza civile
- in rapporto alla più vasta società umana .
Il rapporto con l'altro:
l'alterità come valore
Il fatto di venire al mondo fa di noi degli
esseri destinati a vivere con altri. I primissimi e determinanti rapporti
coi genitori, con i familiari, poi con i compagni, con gli educatori,
con la comunità umana allargata: sono altrettante esperienze di relazione
interpersonale che normalmente ciascuno fa prima ancora di rendersene
conto.
Diventando adulto l'individuo
moltiplica e qualifica le sue relazioni: non solo quelle funzionali
(nel mondo del lavoro, per es.), ma anzitutto quelle affettive, comunicative,
partecipative, che sono necessarie alla crescita stessa della persona.
Perché, per natura, la persona è un essere sociale.
Per Aristotele l'uomo è non solo "animale razionale" ma anche "animale
politico", fatto per vivere in città (pólis), cioè in una comunità organizzata,
basata sulla convivenza di individui e gruppi, sulla reciprocità e l'interdipendenza.
Dall'antica Grecia ai giorni nostri, la definizione filosofica dell'uomo
si ripete senza grosse varianti: Martin Heidegger lo definisce «un essere
che vive con altri», e Martin Buber parla dell"'aspetto dialogale"
come del dato costitutivo della persona. Il cristianesimo, nel frattempo,
integra il concetto di socialità umana (vivere con gli altri) con quello
di amore e servizio (vivere per gli altri).
La ragione della socievolezza umana va ricercata nello spirito, componente
distintiva dell'uomo rispetto all'animale. Lo spirito è fondamentalmente
capacità di autocoscienza e di autocomunicazione. Lo spirito, a differenza
della materia che è chiusa e muta in se stessa, è per sua natura aperto
e dialogante: aperto all'altro,per comunicargli la propria ricchezza,
ma aperto all'altro anche per esserne arricchito. Ricchezza da scambiare
e indigenza da colmare sono le molle che attivano la dinamica dello
scambio spirituale tra un "io" e un "tu".
Infatti, la relazione costruttiva
con l'altro non è quella in cui si tende a ignorare o ad appiattire
le differenze, quella che porta a identificarsi indebitamente con l'altro,
rinunciando alla propria identità, ma piuttosto quella che si sviluppa
da soggetto a soggetto e che consente a ciascuno di valorizzare la propria singolarità
personale. Ciò che fa ostacolo tra due partners non è la loro differenza,
bensi l'omologazione - sia essa remissiva o diplomatica o strategica
- di una posizione verso l'altra.
Se non c'è reciprocità non c'è arricchimento, ma solo plagio di coscienza,
dominazione dell'uomo sull'uomo, come avviene quando il maggiorenne
domina il minorenne, quando l'intellettuale disprezza il manovale, quando
l'uomo strumentalizza la donna (o viceversa), quando il credente impone
i suoi dogmi al non credente
(o viceversa), ecc.
Due esempi, distantissimi tra loro, a dimostrazione che solo
l'incontro tra differenze è fecondo.
Il primo è preso dalla biologia.
Da una parte, sappiamo che tutti
gli esseri viventi sono formati della stessa base organica e funzio-
nano secondo gli stessi principi. Il codice genetico è universale.Esiste
una stretta interdipendenza fra tutti i viventi, e tra loro si stabilisce
un equilibrio reciproco anche se fragile e vulnerabile.
Dall'altra, sappiamo anche che tutti i viventi sono differenti, e che
«il principale fattore di diversificazione è la sessualità.
Autentica macchina che moltiplica il diverso, la sessualità fa di ogni
organismo un unico, a eccezione dei veri gemelli. Essa fa di ogni individuo,
animale o umano che sia, un essere unico e diverso da tutti suoi simili
che vivono, che hanno vissuto e che vivranno» (Frangois Jacob', biologo).
La stessa sopravvivenza della specie umana è legata alla differenza
dei suoi membri. Per la biologia, ciò che dà a un individuo il suo potenziale
genetico non è la qualità dei propri geni, ma il fatto che non ha la
stessa serie di geni degli altri individui. Ogni individuo è davvero
unico. Il successo della specie umana - biologicamente parlando - dipende
dalla differenza. Ma è una differenza che accetta, anzi cerca, il dialogo
col diverso.
Secondo esempio, in tutt'altro campo:
quello del rapporto storico tra fedi religiose diverse. Per lungo tempo
le varie confessioni cristiane si erano illuse che, approfondendo al
proprio interno la propria tradizione, sarebbero arrivate a costituirsi
ciascuna come la norma della vera fede. La ricerca ecumenica degli ultimi
decenni ha ormai insegnato che non basta più ascoltare solo la propria
tradizione, coltivare gelosamente il proprio patrimonio di verità stando
all'interno del proprio sistema culturale e teologico. Diventa invece
evidente la necessità del dialogo, dell'ascolto dell'altro come complemento
fecondo di ciò che noi dobbiamo conoscere in rapporto alla stessa fede.
Ma, per analogia, la stessa legge dell'interscambio vale oggi per la
ricerca scientifica (che infatti diventa sempre più interdisciplinare),
per la politica di convivenza tra i popoli (tentativi di integrazione
interetnica, di educazione interculturale, ecc.).
Il rapporto con lo straniero
Discriminazione razziale, apartheid, antisemitismo, leggi anti-immigrazione,
scontri interetnici, movimenti neonazisti, xenofobia, in una parola:
paura dello straniero, intolleranza del diverso. Le nostre società si
scoprono incapaci di raccogliere la sfida del pluralismo. Sono di fatto
società multiculturali, ma non sanno vivere un rapporto costruttivo
col "diverso".
Occorre un'etica della convivenza.
Perché il pregiudizio verso
lo straniero?
L'uomo è portato per natura a diffidare degli estranei. Vengono considerati
istintivamente come estranei i portatori di differenze: differenza di
lingua, di colore della pelle, di razza, di origine etnica o nazionale,
di costumi (dalle abitudini alimentari e vestimentarie agli stili di vita
sociale, familiare, tribale, religiosa, ecc.).
Scrive uno specialista di antropologia culturale: « Un ancestrale timore
per l'ignoto o l'inconsueto ci porta ad avvertire negli "altri" una oscura
minaccia, di fronte alla quale assumiamo posizioni di difesa. L'estraneo
ci è lontano, lo straniero è un potenziale nemico. Straniero è, difatti,
non solo "strano", ma anche pericoloso (e l'esperienza storica e dolorosa
delle guerre contribuisce a sostenere questa convinzione).
I "barbari"
(che in sostanza sono stranieri che impiegano linguaggi verbali e comportamentali
"incomprensibili" in quanto differenti da quelli a noi noti) assumono
nella nostra cultura la connotazione di "essere crudeli e pericolosi".
Analoga connotazione assumono i primitivi, i selvaggi, termine con il
quale la caratteristica dell'habitat si trasferisce sull'individuo, presentato
come un ferino, quasi inumano».Dal sospetto istintivo alla discriminazione
consapevole e program a. mata il passo è breve. La discriminazione si
rende evidente nel trattamento pubblico di una persona o di una classe
sociale o di una minoranza, penalizzandole, per esempio, nei diritti
civili goduti dalla cultura dominante. Il problema assume qui una rilevanza
giuridica e chiama in causa la responsabilità politica.
Ma più insidioso della stessa discriminazione è il pregiudizio,perché
radicato più o meno profondamente nei sentimenti e nella cultura della
gente comune. Il pregiudizio è l'atteggiamento di prevenzione o di superiorità
che si assume nei confronti di altri, ritenuti appunto inferiori, ma non
in base a una esame razionale o a una verifica obbiettiva, bensi per pigrizia
mentale, per abitudine scontata, per pressione sociale, per tendenza alla
conformità e con la cultura ambiente.
Nell'insorgere del pregiudizio giocano fattori di personalità e fattori
sociali. Tra i primi si rileva, per esempio, il conflitto tra un io insicuro
o frustrato e un super-io fortemente autoritario, che fa quadrato intorno
alla propria cultura (etnocentrismo culturale) e sobilla all'intolleranza
di fronte alla pluralità di opinioni o di comportamenti (xenofobia). Tra
i fattori sociali, determinano lo sviluppo del pregiudizio: il conformismo
alle norme della comunità
di appartenenza; l'inabitudine al rapporto democratico in famiglia e in
società; l'impermeabilità al cambiamento sociale e culturale; la carenza
di informazioni su modelli alternativi di società;l'indifferenza legalizzata,
se non l'ostilità, verso minoranze etnicolinguistiche o religiose.
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