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| Il Pregiudizio razziale Quanto alla tradizione ebraico-cristiana, è risaputo che non è la lingua e neppure l'appartenenza etnica che definisce l'identità del popolo di Dio nato dalla prima alleanza e riconfigurato nella nuova. Anzi, nella nuova alleanza la salvezza messianica viene esplicitamente estesa a tutte le nazioni. Ciò che Babele aveva infranto e diviso, Pentecoste riunifica nel segno della universale chia-mata dei popoli all'unico destino. Non vige più diversità etnica o linguistica: Paolo dirà che dopo Cristo non c'è più giudeo nè greco né barbaro. Ciò non toglie che più d'uno studioso della cultura ebraica abbia fatto
l'ipotesi che proprio la consapevolezza di essere "popolo eletto" possa
essere stata un pretesto che gli ebrei hanno fatto talvolta valere per
rivendicare una certa loro superiorità nei confronti degli altri popoli.
In effetti qualche pagina biblica contiene dei riflessi etnocentrici:
Genesi 9,18 - 10,7, per esempio, narra l'orig ne delle razze al modo
di un'investitura divina per il dominio d mondo. E tuttavia basta aprire
le pagine dei profeti per incontri re frequenti e vigorose smentite
alle tendenze etnocentriche de l'ebraismo. Poi con Gesù, che rompe scandalosamente gli schemi del nazionalismo settario del suo tempo, e con un cristianesimo che apre corqggiosamente ai pagani, viene superata ogni residua ambiguità. E noto come Gesù abbia lottato contro ogni privilegio contro ogni pregiudizio: solleva e perdona l'adultera; discute con la samaritana eretica; identifica in uno straniero (il buon samar tano) colui che sa amare veramente il prossimo... Il vangelo risuonerà poi in tutto il bacino del Mediterraneo co me una
inaudita denuncia radicale di ogni discriminazione: non solo tra ebrei
e stranieri, tra uomo e donna, tra liberi e schiavi ma persino tra giusti
e peccatori. E senza discriminazioni di sorte vissero nei primi tempi
le comunità cristiane. - con le popolazioni germaniche e slave, che cercherà di evange lizzare
e di battezzare (a volte in massa e con la violenza com fece Carlo Magno
coi sàssoni); Nel frattempo la Chiesa di Roma assiste a due rotture del su tessuto sociale: la Chiesa d'Oriente e i cristiani della riforma Iute rana diventeranno dei "diversi" agli occhi della cattolicità, al punto che non si è ancora raggiunta una riconciliazione completa. L'impresa di evangelizzare le nuove terre oltre oceano nonè andata esente da complicità con l'ideologia dominante dell'uomo bianco europeo, che andava verso l'indigeno d'oltre Atlantico come verso un essere inferiore per natura e per cultura, meritevole solo di essere strappato via dalle sue abitudini selvagge e superstiziose. Il genocidio
di intere popolazioni perpetrato dai colonizzatori europei, per ragioni di prestigio politico e di sfruttamento economico,
è giustificato come male necessario ai fini della diffusione della "vera
fede" e con essa della "vera civiltà". Per un'etica della convivenza multiculturale Se nelle società moderne - e persino all'interno delle istituzioni, dei partiti, delle chiese - coesiste di fatto la pluralità di valori, una delle capacità prioritarie della persona è di saper vivere e convivere nella pluralità, dando senso a questa pluralità.
La stessa natura insegna che è sempre la relazione col divers da sé che diventa interessante e feconda, non la relazione con l'uguale a sé, che isterilisce perché ripetitiva. Il riconosciment della diversità è indispensabile anche perché fa superare si l'istintiva intolleranza che l'accomodante disinnesco di ogni tensione, non meno pericoloso perché illusorio e ipocrita. L'uomo vive i valori universali, compresi quelli
del vangelo, in modo particolare, nella relatività di una cultura locale.
Ma sa che il suo modello particolare di vivere la fede non è l'unico,
e tanto meno esaustivo di tutta la fede. Per non chiudersi nel privato
o nel corporativo, tende a rapportarsi con la vita delle altre
Chiese locali. Entrare in relazione costruttiva con l'altro significa poi trovare un consenso almeno su una tavola minima di valori essenziali comuni. Ciò significa recuperare quel profondo humanum che sta alla radice di ogni pur differente cultura storica; significa svestirsi di tanti stereotipi culturali presi come assoluti e che invece sono semplicemente relativi a un gruppo o a un'epoca storica; significa conoscere le proprie radici, cioè sapere da dove sono venute le nostre idee e perché crediamo proprio in quelle; significa imparare a confrontarsi non partendo da presupposti indimostrati o da opinioni soggettive (si resta il più delle volte su un terreno di incompatibilità), ma in base a dati di fatto documentati ad argomenti ragionati, a ipotesi verificabili e verificate, a conclusioni accertate . A livello propriamente etico il consenso va trovato intorno a quei valori e atteggiamenti universalmente riconosciuti (quindi preconfessionali e prepolitici), come il rispetto della propria e altrui dignità personale, il rispetto delle proprie e altrui cose, l'accettazione del proprio e altrui limite, la compassione verso ogni sofferenza, la ricerca di ciò che è giusto per ognuno, la pratica della "regola aurea" «Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te». Il rapporto con il diverso da me non può solo basarsi sul principio della tolleranza, che resta ambiguo nel suo stampo arcaico e illuministico in quanto lascia presupporre che la differenza tra i partners è incolmabile, e che la sola forma di convivenza è il separatismo. Occorre puntare invece sul principio della reciprocità, del confronto interattivo, fondato sulla fiducia che ciascuno ha qualcosa da dare e da ricevere. (F.Pajer-RELIGIONE-SEI) |
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