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Relativismo culturale e unità del genere umano.
L'impatto con tradizioni diverse, talora difficilmente componibili con i valori della nostra cultura (si pensi, ad esempio alla pratica della infibulazione), rende necessario un serio ripensamento dei presupposti in base ai quali può essere costruita la cittadinanza italiana o europea. E' evidente da un lato, l'esigenza di garantire le minoranze con uno statuto che salvaguardi i loro diritti; ma non è meno evidente, dall'altro, l'importanza di stabilire con accuratezza i limiti di tali diritti. E' come dire che occorre evitare sia un atteggiamento imperialistico, fondato su una visione rigidamente etnocentrica, che un atteggiamento radicalmente irenico, teso a mettere sullo stesso piano tutte le pratiche sociali. L'assoluto relativismo culturale tenuto da una certa antropologia appare oggi tanto rischioso quanto l'assunzione di un unico modello culturale come paradigma di valutazione di ogni cultura. La tendenza a tutelare indiscriminatamente ogni differenza conduce di fatto all'affermarsi di un una forma di razzismo, il cui esito è la poIverizzazione dell'unicità del genere umano. Al fanatismo della superiorità dell'Occidente, per molto tempo egemone e tuttora persistente, si sostituisce il fanatismo dell'identità culturale come realtà che non può essere messa in discussione.La questione che affiora con urgenza è allora: «Si potrà trovare una base comune per tutti i responsabili delle nazioni, in modo da potersi intendere? Si potrà trovare un denominatore comune per tutti? ...accettare...una comune umanità, una comune «natura razionale» , dalla quale derivano «strutture di pensiero" omogenee... « come favorire il pluralismo delle diverse culture senza rinunciare al rispetto della dignità e dell 'uguaglianza di ogni uomo ? » Per rispondere in modo adeguato a questo interrogativo è indispensabile partire dal riconoscimento di una comune umanità, cioè di una comune «natura razionale», dalla quale derivano «strutture di pensiero omogenee». Senza tale riconoscimento diventerebbe infatti impossibile la comunicazione tra gli individui e tra le culture, e si cadrebbe inevitabilmente nell'intolleranza reciproca. Anche l'antropologia culturale fa implicitamente proprio questo assunto. Ognuno di noi per il atto di essere nato appartiene a un complesso pluralistico: è una piccola parte di quest' immenso collettivo che si chiama umanità e natura. E la sua crescita fisica, psichica, affettiva, spirituale, è strettamente dipendente dal progressivo rivelarsi della consapevolezza di non essere una monade ma una relazione che è di responsabilità . Ogni comportamento umano , ogni ethos è posto di fronte a questa responsabilità. Come ha scritto M. Mauss, dire "antropologia» significa porre in primo piano l'unità del genere umano, lasciando alla ricerca scientifica il compito di determinare le differenze culturali. Ma la preziosità del riferimento a un modello unitario di umanità è
soprattutto costituita dal fatto che da esso è possibile derivare un'universalità etica, che
determina l'articolarsi di una dialettica positiva tra il singolare
e l'universale.Il criterio di valutazione delle diverse tradizioni non è allora più
legato all'idea (sempre equivoca) di progresso, ma alla capacità di
criticare ogni tradizione in nome di un giudizio formulato in termini
di valori.
Il confronto costruttivo tra culture diverse implica infatti l'accettazione di significati e di valori che trascendono le singole culture, perché rivestono una portata transculturale. Il relativismo culturale verrebbe in tal modo temperato dalla convergenza in una comune istanza etica, che fa discernimento delle varie espressioni delle culture. I contenuti questa istanza devono essere rintracciati mediante la ricerca del consenso attorno ad alcune esigenze minimali, che divengono come tali imprescindibili. Proprio a questo livello appare essenziale il contributo della cultura occidentale che, assumendo l'individuo come valore supremo, fa della critica alla tradizione uno dei suoi principi culturali e spirituali. Soltanto un'antropologia dei diritti dell'uomo può infatti segnare il limite delle differenze accettabili, in ragione di quella universalità che ha il suo fondamento nella convinzione che la prossimità tra gli uomini di culture diverse è più decisiva delle loro stesse diversità. Dire "diritti dell'uomo" significa postulare l'esistenza di un paradigma che relativizza i diritti delle culture, ponendo un freno alla loro pretesa egemonizzante. (*) Il relativismo morale Le grandi linee direttrici sono date dalla conoscenza e considerazione della natura dell'uomo, della natura delle cose, come dei rapporti e delle esigenze che ne derivano.[...] Al quale proposito è assai utile di imparare a conoscere dai documenti e dai testi legislativi il pensiero dei secoli, dovremmo anzi dire dei millenni trascorsi. Essi mostrano come le esigenze della convivenza dei popoli nelle linee fondamentali sono state sempre le stesse, perché la natura umana rimane sostanzialmente sempre la medesima; manifestano inoltre che sempre si ripetono gli stessi atti di giustizia e di ingiustizia nella vita privata e pubblica, nella vita interna delle azioni, come nelle relazioni fra gli Stati.... Né meno istruttivo è il vedere come si sia sempre riconosciuto il bisogno di fissare mediante trattati e convenzioni internazionali ciò che secondo i principi della natura non constava con certezza e di completare quello intorno a cui la natura taceva. Ancora, lo studio delia storia e dello sviluppo del diritto fin dai tempi remoti insegna che, da un lato, una trasformazione delle condizioni economiche e sociali (talora anche politiche) richiede anche nuove forme dei postulati di diritto naturale ai quali i sistemi finora dominanti più non aderiscono; dall'altro, però, che in questi mutamenti le esigenze fondamentali della natura sempre ritornano e si trasmettono con maggiore o minore urgenza dall'una all'altra generazione..." ( PIOXII - Discorso al Centro Italiano-p. 779-780 ) Raimundo Panikkar : Non un’etica globale ma un’etica "condivisa". "La mia tesi si potrebbe così riassumere: non c’è un’etica globale. Trovare una struttura formale o comune per fondare un’etica è impossibile. Tutti siamo d’accordo che si deve fare il bene: il problema comincia quando si vuol delimitare cosa è il bene e cosa è il male. Ma ciò coincide con il colonialismo che è, appunto, la credenza secondo cui è possibile avere, con parametri sufficientemente depurati e cesellati, una percezione e una soluzione a tutti i problemi dell’umanità. Dopo le lusinghe coloniali occorre passare al disarmo di una siffatta cultura che si autoproclama universale e che pretende anche di fondare un’etica universale. L’unica forma di etica che abbia qualche forza, oggi, dev’essere un’etica interculturale. L’etica non può essere globale: ma deve essere oggi un’etica accettata nel mondo attuale e si costituisce soltanto – o si scopre – nel dialogo interculturale. E qui ritengo utile tratteggiare un decalogo dell’etica del dialogo. Primo: l’altro esiste "per" ciascuno di noi. E l’altro è il musulmano, l’altro è l’emarginato, l’altro è il marito, l’altro è il bambino, il mondo ecc. Una specie di superamento inconscio del solipsismo. Secondo: l’altro esiste come soggetto e non soltanto come oggetto. Esiste a sé stante e non mi ha chiesto il permesso di esistere. Neanche la pietra, gli alberi, gli animali. In altre parole: non si possono trasformare le pietre in pane. Terzo: l’altro non è oggetto di conquista, di conversione, di studi: è (s)oggetto con diritti propri, con lo stesso diritto di interpellarmi, di interrogarmi, che ho io. La relazione è, quindi, biunivoca: il dialogo è dialogo perché non è monologo. Non è soltanto domandare, ma lasciarsi anche interpellare. Per questo c’è una necessità di ascolto, di umiltà, di uguaglianza. Quarto: anche se io penso che l’altro (e l’altro può essere un sistema religioso o culturale) sbaglia, devo entrare in contatto con lui, altrimenti non c’è dialogo e senza dialogo non c’è pace. Quinto: la disposizione a dialogare è il principio etico supremo. Se ci si nega al dialogo, si finisce con il divorzio, con la guerra, con la bancarotta, con il disastro. Sesto: il dialogo deve essere totale. Come dicono gli inglesi: non c’è niente di "non-negocial". Tutto deve essere messo sul tappeto, altrimenti non è dialogo dialogale, non è dialogo umano, è dialogo diplomatico. Si mira a vincere. Settimo: l’etica è collegata al politico, dipende dal religioso ed è frutto di una cultura. Ottavo: l’etica scaturisce dal dialogo religioso e allo stesso tempo ne è la sua causa. È un circolo vitale come tutte le cose ultime. Nono: nessuno ha il diritto di promulgare un’etica. L’etica non si promulga. Si scopre. E si scopre nel dialogo. Decimo: l’etica contemporanea deve confrontarsi con un "novum" che non si era mai verificato nella storia: il "novum" di tanta gente che muore di fame, di sete, di stenti, di violenza. E che attende una redenzione concreta: non annuncio di principî etici, ma un comportamento operativamente salvifico, purificato di ogni pretesa messianica". Ci sono nell'uomo alcune esigenze fondamentali, provenienti dalla natura, che sono immutabili : un diritto naturale è rintracciabile nella storia dell'umanità. Ogni cambiamento delle condizioni economiche e sociali esige nuove formulazioni dei prìncipi di questo diritto naturale, ai quali i sistemi e gli ordinamenti in vigore non sono più in grado di corrispondere. Nel discorso pronunciato il 5 ottobre del 1995, Giovanni Paolo II all'Onu aveva ricordato che «è possibile intendersi su una base comune condivisa, perché la legge morale universale scritta nel cuore dell'uomo è quella sorta di "grammatica" che serve al mondo per affrontare la discussione circa il suo stesso futuro». |
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