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La Bibbia Origine del peccato L' AT non fornisce delle risposte uniformi alla misteriosa questione dell'origine del peccato. La forza demoniaca Il cuore perverso L'inclinazione al male Il peccato di origine VANGELI SINOTTICI S. PAOLO LA LETTERATURA GIOVANNEA LA TENTAZIONE In Gen 3 la sfiducia verso Dio e la ribellione contro la sua volontà sono provocate anzitutto dal serpente, nel quale la tradizione posteriore ha visto il simbolo del demonio (Sap 2,24). Il modo col quale il tentatore ha cercato di travolgere la donna è descritto in modo psicologicamente molto fine e sagace. Il censimento della popolazione ordinato da Davide è presentato come una seduzione del demonio (lCr 21,1). . Con maggiore ampiezza è descritto l'influsso del tentatore satanico nel NT. La potenza maligna può suscitare dei mali fisici per indurre al peccato; essa si serve delle persecuzioni e delle sofferenze morali per provocare l'apostasia (1Ts 3,4s; lPt 5,8s); questo sforzo sarà più appariscente nell'era escatologica' (Ap 20,7) S. Paolo sottolinea il ruolo della concupiscenza presente nell'intimo dell'uomo nel commettere il male (Gai 5,16; Rm 7,14-25; 6,12). Anche alcuni eventi o circostanze storiche possono essere non solo di ostacolo alla fede, ma anche di incitamento all'infedeltà verso Dio: l'umile atteggiamento di Cristo (Mt 26,41; Mc 14,38; Lc 22,28), la malattia corporale (Gai 4,13s), l'opposizione al vangelo da parte' dei non credenti (ITs3,4s). Tuttavia Dio non permette che la tentazione superi le forze dell'uomo (ICor 10,13; 2Pt 2,9). Mediante la vigilanza e la preghiera si possono vincere gli stimoli interni ed esterni, che trascinano l'uomo al male (Mt 26,41; Mc 14,38; Lc 22,40.46; Mt 6;13; Lc 11,4; Ap 3,10). Cos'è il peccato NELL'ATNei codici morali, rituali, civili, politici, religiosi e penali del Pentateuco il peccato, cioè la trasgressione della legge inserita nel contesto dell'alleanza sinaitica, è espresso mediante formule negative imperative, che dovrebbero prevenire il credente dal compiere certe azioni. Ciò appare chiaramente : La stessa forma si può riscontrare fuori del Pentateuco, nella
formulazione del codice morale (Sal 15; Ez 39,25s). Nei libri profetici il peccato viene rinfacciato sotto forma di denuncia e minaccia. La colpa riveste un carattere più o meno strutturale e collettivo, giacché viene smascherata l'incredulità pratica dei capi e del popolo, il formalismo del culto, la strumentalizzazione della fede a scopi politici, l'oppressione dei deboli da parte dei potenti (Am 2,6ss; 8,4-7; Os 2,4-7.10-15; 4,1-14; Is 1,15-20; 5,8; 10,1-3; 22,8-11; Ger 5,26-29; 22,3-18; ecc.). Nella letteratura sapienziale gli imperativi dei codici, la preghiera dei salmi e la perentori età degli oracoli profetici sono trasformati in insegnamento gnomico.La riflessione sùl peccato è inserita in un orizzonte umanistico e pedagogico proprio anche del mondo non ebraico (Pr 3,11-14; 6,16-19; Gb 31). I cc. 2-11 di Gen presentano dei racconti eziologici che intendono spiegare la causa del male che regna nel mondo. Nella storia della caduta dei progenitori.(Gen 3,1-24) viene sintetizzata l'esperienza generale del peccato come atto individuale che produce delle nefaste conseguenze. Gen 3 è l'unico brano dell'AT in cui il problema del peccato è trattato come un tema particolare. Tipi di peccatoSi nota nell' AT un'evoluzione nella concezione del peccato e nell'ammissione di varie categorie di mancanze. Dall'antico concetto di peccato rituale-cultuale involontario commesso per errore si è passati, al tempo dei profeti, al predominio della nozione di trasgressione volontaria e consapevole. Peccati involontari Errori rituali Colpe collettive Peccati gravi L'aspetto principale del peccato nell'AT è il nesso che l'azione peccaminosa ha con una norma, che spesso possiede un forte risvolto giuridico, attribuito a Dio a causa del regime dell'alleanza. Perciò il concetto di peccato è in stretta relazione con l'istituto dell'alleanza sinaitica considerato come elemento fondamentale della vita religiosa di Israele. Il rapporto con Dio è determinato sia da leggi etiche e sociali sia da leggi rituali e cultuali. Il nesso esistente tra i due aspetti non è da separarsi, anche se nei testi sacri essi sono accentuati in modo diverso. Secondo l'antica concezione orientale la relazione tra i due contraenti del patto non è considerata tanto dal punto di vista politico quanto da quello personale. Ogni infrazione alle clausole dell'alleanza significava non solo un'offesa giuridica, ma anche un affronto rivolto contro la persona, un insulto che eccita l'ira del partner. In questo contesto in Israele ogni trasgressione ella legge comporta un confronto negativo con Dio, che è fedele e santo ed ha mostrato la sua benevolenza popolo mediante l'iniziativa del!alleanza. Rottura con Dio Ingratitudine Gen 3 si presenta come una sintesi di tutto ciò che l'A T insegna
circa la natura del peccato. Nell' AT è messo in risalto l'aspetto sia oggettivo che soggettivo
del peccato. "Hjbris" (=orgoglio) Lo stesso orgoglio viene attribuito dai profeti al re di Babilonia, «che si proponeva di salire sulle nubi più alte ed essere simile all'Altissimo» (Is 14,12-15), e al re di Tiro, che «si è esaltato fino a dire: sono un dio, su un seggio divino io regno nel cuore del mare»(Ez 28,1-19). La sorte di questi superbi è l'umiliazione più vergognosa, dato che Dio non permette che un mortale pretenda di equipararsi a lui. Nei testi apocalittici si mette in rilievo la hjbris dei re pagani. Nabucodonosor riconosce che Dio umilia coloro che camminano nell'orgoglio (Dn 4,34). Il tipo dell'uomo presuntuoso che si erge contro Dio è Antioco IV Epifane, «il piccolo corno che pronuncia parole contro l'Altissimo» (Dn 7,25). Sintetizzando le caratteristiche del peccato nell' A T, si può affermare che il peccato ha sempre una dimensione religiosa, comportando una rottura del rapporto personale con Dio ed un gesto di ingratitudine. Distaccandosi da Dio, l'uomo tende ad affermare se stesso contro Dio e ad organizzare la propria esistenza nell'autosufficienza. La massima espressione di questo atteggiamento è la hybris. Oltre alla dimensione verticale, il peccato ha anche
un aspetto orizzontale, in quanto la rottura deI'rapporto
con Dio si esprime in modo conseguente nello scardinamento dei rapporti
con il prossimo. La collera di Dio La colpa Il peccato di Giuda è scolpito nel suo cuore, come un'iscrizione
fatta sulla pietra (Ger 17,1); è come la ruggine che corrode un
vaso metallico (Ez 24,6). Queste metafore indicano il danno recato dal
peccato aìla persona che lo commette. I peccati macchiano l'uòmo, lo rendono impuro per l'esercizio
del culto ed inatto ad accostarsi al Dio santo (Sal 51 ,4ss). L'indurimento del cuore (= la coscienza , la mente
) Questo stato può colpire sia ebrei che pagani. Classico è l'esempio del faraone che non vuole lasciar partire Israele dall'Egitto, si indurisce lui stesso (Es 7,13s.27; 8,15; 9,7.34s) o Dio gli indurisce il cuore (Es 4,21; 7,3; 9,12; 10,1.20.27). I profeti denunciano l'indurimento di Israele che rifiuta di convertirsi (Is 6,9s; 1,23; 29,9s; Os 4,7; Ger 5,2Iss; 6,10). Nei libri sapienziali gli iniqui sono presentati come induriti nel male (Pr 28,14; 29,1). In alcuni testi l'indurimento del cuore è attribuito alla diretta iniziativa di Dio (Is 6,9ss). L'uomo semitico difficilmente distingue tra la volontà positiva di Dio e quella permissiva. Indurire, poi, non significa riprovare, ma esprimere un giudizio su uno stato di peccato, perché esso porti visibilmente i suoi frutti. L'ostinazione è la caratteristica del peccatore che vuole rimanere separato da Dio e rifiuta di convertirsi. L'indurimento non sopprime la responsabilità umana. L'indurimento del cuore esprime un " punto di non ritorno " , una situazione in cui Dio non può più indurre al pentimento il peccatore . Il peccato contro lo Spirito Santo, cioè l'ostinato rifiuto di credere in Gesù, non sarà perdonato né in questa vita né nell'altra, a causa della difficoltà che Dio riscontra nel cambiare il basilare atteggiamento negativo di fronte al Cristo. Le sventure I profeti annunciano come conseguenza dei peccati del popolo le sventure naturali e i rovesci militari, la distruzione di Gerusalemme e del tempio, nonché l'esilio babilonese. Ezechiele insiste sulla morte, come effetto del peccato (Ez 18), giacché allontanandosi da Dio ci si aliena dalla salvezza e si corre verso la rovina e la perdizione. La storia deuteronomistica presenta tutte le disfatte subite da Israele come una punizione dovuta alle infedeltà all'alleanza, secondo lo schema delle maledizioni proposto in Dt 27,15-26. I libri sapienziali mettono in rilievo il principio che l'empietà è la radice di tutti i mali, mentre il timore di Dio e la pratica della giustizia procurano i beni di questa vita (Pr 1,32; 2,10-19; 2,20ss; 3,16ss; 18,31; Qo 7,16ss). Il nesso tra il peccato e le sue conseguenze è stato
percepito in modo così radicale da esigere per ogni colpa una
punizione. Da qui è sorta l'opinione che ogni
malanno era la conseguenza di una mancanza. Quando il peccatore si pente, Dio può cambiare il suo proposito (Am 5,15), mostrarsi misericordioso e perdonare le colpe (Os 11,8; Ger 3,12; 18,8ss; Ez 18,23-32). Dio paziente e misericordioso (Es 34,6; GI 2;13; Sal 86,15; 103,8; 145,8) offre al peccatore il tempo di convertirsi; talvolta invia la sventura per emendare l'empio o mettere alla prova coloro che ama. (Am 4,5-11; Is 1,5ss; Gb 5,17-26; Pr 3,12). La remissione dei peccatiNell' A T è prevista anche la remissione del peccato , mediante
: Il peccato nel NT FILOLOGIA Il termine più frequente nel NT per indicare il peccato è hamartia,
usato specialmente al plurale, per indicare diverse azioni colpevoli.
Tipiche sono le frasi: "confessione dei peccati" (Mt 3,6; Mc
1,5; IGv 1,9), "remissione dei peccati" (Mt 26,28; Mc 1,4;
Lc 1,77; 3,3; 24,47; At 5,31; Col 1,14) "salvare dai peccati" (Mt
1,21). S. Paolo usa questo termine al plurale nelle citazioni esplicite
(Rm 4,7-8; 11,27) e implicite dell'AT (!Ts 2,16: cf. Gen 15,'16; 1Cor
15,17) e nelle formule liturgiche (ICor 15,31; Gal 1,4; Col 1,14). Hamartema indica l'effetto di un atto peccaminoso libero e cosciente. Generalmente è usato al plurale (Mc 3,28; ICor 6,18; Rm 3,25); al singolare è adoperato per il peccato imperdonabile contro lo Spirito Santo (Mc 3,29). Paraptoma significa caduta, passo falso, ed è usato spesso al plurale (Mt 6,14; Mc 1,25; 2Cor 5,19; Gal 6,1; Rm 4,25; 5,15.16.18.20; Ef 1,7; 2,1; Col 2,13). Parabasis, trasgressione, si trova nelle lettere paoline e nell'
epistola agli Ebrei (GaI 3,19; Rm 2,23; 4,15; 5,14; lTm 2,14; Eb 2,2;
9,15). Anomia, ingiustizia, serve a designare uno stato generale di ostilità contro Dio in un contesto escatologico ed equivale ad una condizione generale di perversione religiosa (Mt 7,23; 13,41; 23,28; 24,41). Paolo usa il termine nelle formule derivate dalla catechesi primitiva (2Ts 2,7; 2Cor 6,14). Adikia, termine affine al precedente, indica uno stato di ingiustizia (Lc 13,27; 16,8s; 18,6; At 1,18). È frequente nella lettera ai Romani (Rm 1,18.29; 2,8; 3,5; 6,13; 9,14). Nel NT manca una presentazione completa e sistematica della dolorosa realtà che è il peccato. Il tema è trattato quasi di passaggio cercando di dare corpo a delle intuizioni profonde. A questo scopo vengono utilizzate le esperienze personali, alcune concezioni tipiche degli ambienti rabbinici e apocalittici del tempo. Vengono ripresi diversi elementi dall'A T, quali la natura del peccato, alcune sue conseguenze, la sua malefica potenza. Tuttavia il NT rappresenta un essenziale progresso nella comprensione
del peccato. GESÙ E IL PECCATO UMANO Da quanto appare dai vangeli sinottici, Gesù non si è soffermato nel descrivere la natura del peccato, ma considera tutti gli uomini lontani da Dio, consegnati alla potenza demoniaca e perciò bisognosi di conversione e di salvezza (Mt 13,38; Lc 13,16; 22,31). La predicazione del regno di Dio accompagnata dall'invito alla conversione e dall'offerta del perdono è rivolta a tutto.il popolo (Mc 1,14). Il nesso tra avvento del regno e remissione dei peccati è messo in rilievo nel racconto della guarigione del paralitico (Mt 9,1-8; Mc 2,1-12; Lc 5,17-26) e nella pericope dell'unzione di Gesù da parte della peccatrice (Lc 7,36-50). I peccati singoli e il cuore (= la coscienza) Il peccato contro lo Spirito Santo, cioè l'ostinato rifiuto di credere in Gesù, non sarà perdonato né in questa vita né nell'altra, a causa della difficoltà che si riscontra nel cambiare il basilare atteggiamento negativo di fronte a Cristo. Le polemiche con i farisei e gli scribi circa il sabato e le altre osservanze rabbiniche mostrano che Gesù annetteva maggiore importanza alle esigenze della persona che a quelle delle istituzioni (Mt 12,1-8; Mc 2,23-3,25; Lc 6,1-11; Il ,14-32). Bontà verso i peccatori La condizione di peccatore che si accompagna al sentimento della propria miseria spirituale rappresenta un terreno propizio all'ottenimento del perdono e della salvezza. Lo dimostrano le parabole della dramma smarrita, della pecora perduta e del padre misericordioso o del figlio prodigo (Lc 15). Quest'ultima parabola insegna che l'abbandono della casa pàterna da parte del figlio più giovane indica il rifiuto del rapporto filiale col padre, cioè la negazione di ricevere tutti i beni dall'amore paterno, pretendendo di non avere più bisogno del genitore. Quando il figlio ritorna, il padre, superando tutte le imposizioni della giustizia umana, perdona generosamente al figlio e lo tratta con particolare riguardo, tanto da suscitare la gelosia del fratello maggiore. Gesù previde la propria morte e le attribuì un valore espiatorio (Mt 26,28; Mc 14,24; Lc 22,20; Mc lO, 45). Perciò la morte di Cristo sulla croce è una specie di condanna divina del peccato. La sua risurrezione come vittoria sulla morte appare altresì come una vittoria sul peccato e sulle potenze demoniache. L'insegnamento e il comportamento di Gesù con i peccatori contengono una nuova rivelazione circa la natura del peccato. Questo nasce nell'intimo dell'uomo, dal suo cuore perverso; è un misconoscimento dell'amore di Dio ed un rifiuto di accogliere l'invito alla conversione, cioè di credere in Cristo; il peccato assoggetta l'uomo alla schiavitù del demonio. Accogliendo l'annuncio del regno di Dio, si ottiene il perdono dei peccati e si entra in un rapporto amoroso con il Padre celeste. Il peccato dell'uomo è debellato dal sacrificio redentivo di Cristo sulla croce. INSEGNAMENTO DI S. PAOLO Più di qualunque altro autore del NT s. Paolo sviluppa il tema
del peccato. Esso infatti è il presupposto della soteriologia,
che costituisce il cuore della teologia dell'apostolo. In diverse forme
e sotto vari punti di vista si fa menzione del peccato in tutte le lettere
paoline. Infatti l'apostolo considera il peccato dal punto di vista psicologico,
individuale, sociale e storico. L'interesse principale dell'apostolo è quello di far risplendere sullo sfondo tenebroso della malizia umana l'opera redentrice di Cristo, «morto per i nostri peccati e risorto per la nostra giustificazione» (Rm 4,25). Usando una decina di termini per indicare le azioni peccaminose, Paolo considera il peccato come una disobbedienza alla volontà di Dio, una ribellione alla sua legge, un errore colpevole, un'azione ingiusta opposta alla verità, una negazione della sovranità divina. La natura specifica del peccato è l'opposizione a Dio, che si può manifestare in vari modi, portarsi su diversi oggetti, però considerati sempre in rapporto con Dio e in contrasto con la legge da lui rivelata (Rm 7,12.22), nonché in antitesi con la ragione e la coscienza, in cui è iscritta la legge di Dio (Rm 2,15; 14,23), e con il vangelo (ICor 8,12; 6,1-18). Liste di peccati Nelle varie liste al primo posto sono i peccati contro la carità, al secondo quelli contro il sesso, al terzo i peccati commessi direttamente contro Dio e al quarto la ricerca di se stessi. Particolare gravità viene attribuita al desiderio di possedere l’ esistenza terrena. Infatti sin da ora i peccatori si trovano sulla via della perdizione, dominati dalla potenza del peccato e del maligno.I peccatori schiavi di Satana (1 Cor 1,18; 2Cor 2,15; Rm 7,14s). La morte è presentata anche come riçompensa e completamento del peccato (Rm 6,21), nel senso che porta a consumazione la separazione da Dio. Questa morte è anzitutto la perdizione eterna, il distacco definitivo da Dio, poi designa anche la misera condizione nella quale si trova il peccatore sin da questa vita ed infine la morte biologica straziata dall'angoscia e dalle tenebre prodotte dall'assenza di una radiosa prospettiva futura. S. Paolo concepisce la morte come un complesso unitario comprendente la morte corporale, quella spirituale e quella eterna. L'amartologia (=teologia del peccato) dell'apostolo Paolo è penetrante e profonda. Egli scandaglia i meandri del cuore umano nel quale si annida una potenza malvagia che induce l'uomo infallibilmente al male, complici la carne, la legge e Satana. Egli ha davanti agli occhi il quadro desolante della corruzione del mondo pagano e l'infedeltà del popolo d'Israele, e ne registra spesso i singoli atti peccaminosi. Insiste sulle rovinose conseguenze del peccato, che allontana da Dio e produce la morte. Tutto questo, però, serve ad esaltare l'amore di Dio che ha mandato il Figlio suo per liberare gli uomini dal peccato e dalla schiavitù demoniaca. LA LETTERATURA GlOVANNEA Vocabolario In questo senso vanno intese le espressioni: avere il peccato (Gv 15,22.24), morire nel peccato (Gv 8,24), convincere di peccato (Gv 26,8s). Spesso nel Vangelo e nella 1Gv il termine usato al singolare indica una condizione o disposizione individuale e sociale, che si imprime in ogni azione o parola peccaminosa e che equivale ad una potenza ostile a Dio ed alla sua rivelazione. Nel Vangelo e in 1Gv si fa una distinzione, per ciò che riguarda il verbo 'peccare', tra la forma dell'aoristo, che significa commettere un peccato I (Gv 9,2s), e quella del presente o del perfetto, che significa perseverare nello stato di peccato (lGv 1,10; 2,1; 3,6.8s; 5,16.18). L'incredulità Per Gv il peccato per eccellenza consiste nel rifiutarsi di accogliere Cristo che è la luce del mondo, cioè l'incredulità di fronte all'inviato del Padre, il Figlio unigenito di Dio. Questo rifiuto appare non solo come un atto singolo, ma come un'opzione fondamentale ed un atteggiamento permanente negativo che decide di tutta l'esistenza dell'uomo. L'apparizione nel mondo della luce reclama una prèsa di posizione ed opera una crisi: nel caso del ripudio ci si stabilisce nelle tenebre, cioè nella condizione di non salvezza. Questa situazione non rimane neutrale, ma comporta una lotta contro la luce, perciò è caratterizzata dall'avversione contro la luce, dall'odio e dalla condanna (Gv 3,19s). Per questo l'incredulità è empietà e anarchia (lGv 3,4). Tale è il peccato dei giudei, che sono il tipo anche dei pagani non credenti e del mondo (Gv 5,10.16.18; 6,41.52; lO, 31.33; Il,8; 16,6). Non accogliendo Cristo, si rinnega il Padre e ci si schiera dalla parte del demonio che è il principe di questo mondo (Gv 12,31). Il peccatore è uno schiavo di Satana (Gv 8,34), perché partecipa alle opere di colui che è omicida e menzognero sin dall'inizio (Gv 8,44). Il demonio è il capo dell'umanità peccatrice. Nel rifiuto di Cristo l'evangelista scorge un'azione satanica, in quanto esso è una scelta, della menzogna, della schiavitù e della morte spirituale ed eterna. Tra le altre cause comportanti il ripudio di Cristo, Giovanni sottolinea anche l'aspetto soggettivo personale: non si crede in Cristo, perché si presume di se stessi, si vuole rimanere nella situazione precedente, pensando di essere senza peccato e di poter raggiungere la salvezza al di fuori di Cristo (Gv 3,19ss; 5,36-46).Il peccato del mondo L'eresia Si riscontrano tra i credenti anche peccati che non conducono alla morte, cioè peccati di fragilità umana, che non comportano una vera e propria opzione fondamentale negativa di fronte a Cristo (1Gv 5,16s). Questi peccati vengono facilmente perdonati. I fedeli devono avere la coscienza di essere peccatori in questo senso; il negarlo costituirebbe una menzogna da paragonarsi a quella degli eretici (lGv 1,8). Coloro invece che sono nati da Dio, sono nella condizione di non peccare, cioè di non separarsi da Cristo (lGv 3,9; 5,18). Avendo Gesù vinto il principe di questo mondo (Gv 12,31; 16,33), ha debellato anche il peccato. Finché uno rimane unito a Cristo, interiorizza la sua parola e resta fedele alla comunione ecclesiale, non può peccare (lGv 3,9; 5,18) cioè separarsi da lui. ALTRI SCRITTI DEL NT Negli Atti degli Apostoli vengono segnalate alcune azioni peccaminose, come il tradimento di Giuda (At 1,15-20), il rifiuto degli abitanti di Gerusalemme di ascoltare la parola di Dio (At 3,14.17), la menzogna di Anania e Saffira, presentata come un oltraggio fatto allo Spirito Santo ed un'alleanza conclusa con Satana (At !;, l-Il). Il peccato di Simon mago è consistito nel voler ridurre il dono di Dio a realtà controllabile dagli uomini e da tenere sotto il loro dominio (At 8,18-24). La persecuzione della chiesa da parte di Saulo prima della conversione è dovuta alla persuasione di dover rimanere chiuso nell'angusto sistema della legge mosaica e di non dover accettare la croce di Cristo come causa della vera giustizia e indicazione di una nuova norma di vita. Gli Atti menzionano spesso la remissione dei peccati dovuta alla fede in Cristo e al battesimo (At 2,38; ,31; 10,43; 13,38; 26,18). Nella lettera agli Ebrei il peccato è considerato nei suoi aspetti concreti di ribellione a Dio (Eb 10,27), apostasia, incredulità e disobbedienza (Eb 3,12; 6,6; 10,26). Esso insidia il popolo di Dio in tutte le fasi del suo pellegrinaggio verso la celeste Gerusalemme, come deviazione dalla meta assegnata e arresto nella marcia per effetto dell'infiacchimento spirituale. I peccati sono chiamati "opere morte" (Eb 6,1; 9,14), in quanto macchiano la coscienza e impediscono un culto gradito a Dio. Si parla dell'apostasia come di un peccato irremissibile (Eb 6,4ss; 1O,26s), nel senso che il sacrificio espiatorio di Cristo non può essere ripetuto e il peccatore non può essere reintegrato nella sua innocenza; non si esclude però la possibilità di un rimedio in maniera assoluta. La condotta e l'azione peccaminosa del singolo è in grado di contagiare la comunità (Eb 12,15). Colpevoli davanti a Dio e ai fratelli sono coloro che trascurano le assemblee liturgiche e le abbandonano (Eb 10,25), inducendo altri a seguire il loro cattivo esempio. Nella lettera di Giacomo vengono messi in luce alcuni aspetti sociali del peccato; la ricchezza può condurre a un brutale sfruttamento del prossimo (Gc 4,5s); il parlare irresponsabile influisce negativamente sul mutuo rapporto tra gli uomini (Gc 3,4-8). L'ira, l'invidia, i giudizi negativi sugli altri derivano dall'egoismo e da una falsa ricerca di se stessi (Gc 3,14; 4,lss). Nella 1Pt veniamo a conoscere i peccati tipici di coloro che non sono ancora battezzati (IPt 1,14). Ma anche i cristiani fanno l'esperienza di «impulsi passionali della carne che combattono contro l'anima» (IPt 2,11; 4,2). Il peccato sembra connaturale all'uomo, essendo accordato al suo essere corporale; però mediante il battesimo e l'unione con Cristo esso può essere combattuto e vinto. Nelle lettere di Gd e 2Pt si parla dei peccati dei maestri di errore: essi concernono i disordini morali nel matrimonio (2Pt 2,14), l'adulazione e le lusinghe usate per imporsi agli altri uomini (Gd 16; 2Pt 2,15-19). Universalità del peccato ANTICO TESTAMENTO Genesi 1-11 Esiste una certa solidarietà nel male. Tutta la stirpe dei cainiti è una razza di peccatori (Gen 4, 17-23). La generalizzazione del peccato è spiegata come un processo di imitazione: una generazione eredita il male dalla precedente. L'influsso del peccato dei progenitori sui loro discendenti è considerato nell'ambito delle conseguenze del peccato, che comportano la morte, il lavoro faticoso e l'espulsione dal giardino, simbolo dell'interruzione della familiarità con Dio. I profeti La stessa concezione della storia d'Israele si trova in Is 54. In certe preghiere penitenziali postesiliche i portavoce della comunità esprimono il loro pentimento per le mancanze dei loro antenati (Esd 9,6-15; Ne 1,6s; Is 63,7-64,11; Sal 78). Questa concezione è avvalorata dalla convinzione che l'azione di un individuo si ripercuote sulla vita del gruppo, essendo l'esistenza del gruppo profondamente marcata dalle azioni dei singoli membri. Ciò avviene non solamente in un dato momento della storia, ma attraverso tutto il corso dell' esistenza di un popolo. Un gruppo sociale, come la famiglia, la tribù e la nazione, è considerato alla stregua di una persona concreta, che sopravvive nel tempo e nello spazio a causa di una specie di unità biologica (personalità incorporante). I libri sapienziali GESÙ Nella sua predicazione Gesù suppone che tutti gli uomini sono peccatori, giacché a tutti rivolge l'invito alla conversione (Mc 1,14s; Lc 13,3.5); nessuno infatti è senza colpa (Lc 13,2-5; Gv 8,7). Gesù si scaglia contro ogni forma di orgoglio e autogiustificazione (Lc 15, 25-32; 18,10-14). Pur insistendo sull'aspetto interiore e personale del peccato, Gesù ammette anche un legame collettivo nel male attraverso le generazioni, adeguandosi alla mentalità dell'AT e del giudaismo. Le precedenti generazioni hanno ucciso i profeti considerandoli come seduttori e traditori della causa nazionale e perciò come dei criminali. La generazione contemporanea di Gesù porta a compimento ciò che i padri hanno intrapreso uccidendo i profeti (Mt 23,29-36.37ss; Lc 11,47-51; 13,34s). Nella parabolà dei vignaiuoli omicidi l'assassinio dei profeti e del figlio del proprietario della vigna, compiuto in varie epoche della storia, viene attribuito agli stessi ascoltatori di Gesù (Mt 21,33-45). Le colpe delle generazioni anteriori, che hanno messo a morte gli inviati di Dio, pesano sul gruppo lontano nel tempo e la cui perversità si accresce in modo continuo. Non si tratta semplicemente di un puro legame genealogico, ma di una certa assimilazione morale tra i discendenti da uno stesso ceppo. La medesima concezione affiora in At 7,51 e lTs 2,15. S. PAOLO L'autore sacro del NT che ha maggiormente insistito sulla universalità del peccato, per sottolineare l'assoluto bisogno della grazia di Cristo, è s. Paolo. Il suo pensiero è espresso soprattutto nelle lettere ai Romani e agli Efesini. L'umanità peccatrice In Rm 1,18-3,9 l'apostolo offre un quadro impressionante dell'abiezione morale nella quale era caduta 'Ia società pagana e con le debite riserve anche quella giudaica senza il benefico influsso di Cristo. Tutti sono soggetti al peccato; non sono solamente capaci di peccato o ad esso inclinati, ma sono degli autentici peccatori, non esclusi i giudei, che si ritenevano giusti (Rm 3,23). Adducendo l'esempio dei due gruppi, pagani e giudei, Paolo pensa a tutta l'umanità che si trova fuori dell'influsso di Cristo. Il peccato di Adamo - Le malvagie inclinazioni, delle quali è infetta la natura umana, sono da ricondurre, come alla loro comune sorgente, al peccato del primo uomo; per cui tutti gli uomini si trovano nella condizione descritta per i pagani in Rm 1,18-25 e per i giudei in Rm 2,1-24. Infatti, prescindendo dall'influsso della redenzione di Cristo, attivo nella storia anche prima della morte e risurrezione di Gesù, tutti gli uomini hanno peccato e peccano personalmente, per cui sono privi della salvezza e sono condannati alla perdizione (Rm 5,12). La ribellione a Dio del primo uomo ha posto tutti gli uomini in uno stato tale per cui non solo la salvezza è diventata irraggiungibile, ma senza Cristo non si può evitare la dannazione eterna. Ma come è universale la causalità peccaminosa di Adamo, così - e a maggior ragione - è universale ed efficace l'opera redentrice di Cristo (Rm 5,15-21). Peccati personali - |
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