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Etica buddista

La condizione della donna nel buddismo

Durante la sua predicazione, il Buddha sostenne sempre una fondamentale misoginia, al pari di tutti i filosofi dell'antichità. La donna era vista come una fonte di tentazione del tutto incompatibile con la vita ascetica; essa ovviamente non veniva condannata come persona, ma piuttosto come potere di seduzione che porta a quell'attaccamento per la vita che, attraverso le generazioni, perpetua la condizione di "essere nel mondo" e vincola, di conseguenza, l'individuo al suo dolore, alla sua cieca ignoranza, alla ruota delle rinascite.

Poiché l'amore e l'unione sessuale sono -secondo Buddha- le forme più primordiali in cui si manifesta la sete di vita, il Buddismo classico non poteva che negare alla donna la possibilità di giungere al Nirvana: l'unica condizione, per una donna, era quella di estinguere in sé tutto ciò che è femminile, cioè in sostanza sforzarsi di sviluppare un pensiero maschile al fine di poter rinascere come "uomo".

Solo dopo molte discussioni e polemiche, il Buddha consentì ad ammettere le donne fra i suoi discepoli, in comunità ovviamente separate, soggette a regole analoghe e, in più, alla sorveglianza da parte dell'abate della più vicina comunità monastica maschile, con l'obbligo inoltre di obbedire ai monaci maschi di qualunque età. A queste condizioni era possibile anche per loro raggiungere il Nirvana. Questa forma di maschilismo è venuta attenuandosi col tempo, fino al punto che si è cominciato a produrre, sul piano artistico, delle figure mitiche del Buddha con aspetti femminili.

Va detto tuttavia che il Buddismo non interviene negli aspetti della quotidianità e neppure nelle vicende fondamentali della vita, come il matrimonio e la nascita dei figli, i cui riti si basano sempre su usanze locali.

Le regole di condotta previste dal Buddismo per la vita matrimoniale sono essenziali, basate sostanzialmente sul buon senso e quindi praticabili da chiunque.

L'aborto

Il buddismo raccomanda di astenersi dal togliere la vita agli esseri viventi e chiede di proteggere ogni vivente. La tutela del vivente coincide con la tutela dell’embrione

La volontà di manipolazione dell’embrione investe uno dei precetti fondamentali della via buddista, che raccomanda di astenersi dal togliere la vita agli esseri viventi; indicazione che nella sua parte propositiva chiede di adoperarsi in ogni modo per proteggere poi lo stesso vivente. In questo modo, la tutela del vivente coincide con la tutela dell’embrione anche nel caso in cui egli non sia considerato persona: incomprensibile rimane la posizione di certi ecologisti italiani, i quali affermano che non si può manipolare un pomodoro, ma un embrione sì.

Per il buddismo però l’embrione non è solo un vivente, bensì anche persona. Nel Bardo Todol, conosciuto come Il libro tibetano dei morti, la coscienza sottile del defunto (pensiamo all’anima in occidente), si trova ad attraversare, nel periodo intermedio ("bardo") di circa quarantanove giorni, luoghi popolati da presenze ora miti ora terrifiche, proiezioni del karma accumulato in vita: è il periodo in cui l’anima ha la possibilità, attraverso un processo di amorevole consapevolezza, di riconoscere la chiara luce che investe e illumina l’intero universo, e di azzerare in questo modo gli effetti del karma negativo, entrando nel nirvana definitivo e però essa viene attirata dalle luci del mondo che appaiono anch’esse di tanto in tanto nel bardo, finirà per essere chiamata a una nuova nascita, e si incarnerà nel preciso istante in cui l’ovulo, durante un atto d’amore, verrà fecondato. Racconto mitico-immaginale per coloro che non credono, o esperienza psichico-spirituale per milioni di persone, questa visione esprime la convinzione propria da sempre del buddismo secondo il quale la vita di una persona inizia nel momento stesso in cui l’ovulo viene fecondato.

Kodo Sawaki, un grande monaco zen del secolo scorso (non di mille anni fa), che iniziava immancabilmente le sue conferenze con la frase "Ehi, tu, dove guardi?", osservò un giorno che l’uomo è uno strano essere che "brancola nel buio con occhi intelligenti". Non è forse qui l’origine dei vari eccessi che attraversano oggi le nostre società, le quali hanno sviluppato la monotona litania del definire oscurantisti tutti coloro che indicano il sacro del mondo, nell’irosa e inespressa nostalgia di un bene perduto ma facile da ritrovare, se solo per un istante si affacciassero con umiltà oltre l’ostacolo del proprio io superbo?

Accanimento al figlio, innanzitutto, come se per una coppia amorevole l’avere un figlio (qui sa di "possesso") fosse l’unica di sofferenti, di dare significato alla propria vita; accanimento alla salute, alla bellezza, all’eterna giovinezza, destinate comunque presto a sparire; accanimento, ancora, al prolungamento artificiale della vita che a sua volta richiama la sua abbreviazione egualmente artificiale, forme ambedue contrarie alla nostra natura. ccogliere, accettare", scrivevo recentemente, sono termini desueti nelle nostre società: solo se l’umano torna a sfiorare il divino, nell’umile accoglienza di ciò che (ci) accade - un figlio atteso invano, una persona cara che ci lascia, la malattia come parte naturale e ineludibile dell’esistenza, la nostra stessa morte -, noi tutti, donne e uomini, potremo ritrovare il senso dell’andare: in oriente il mondo è definito come samsara, il luogo dell’"andare verso", del pellegrinare.

Solo allora si può distinguere ciò che appartiene ai valori mondani e ciò che appartiene autenticamente al mondo. erché qui non si tratta, come stanno tentando di far credere gli attuali iconoclasti del sacro, di contrapporre dualisticamente il cielo alla terra, bensì di restituire il cielo alla terra, nell’attesa di quel "cielo del cielo" di cui parlano Agostino (Le confessioni 12,2) e il Salmista (Salmo 113,16), che misteriosamente richiama l’andare del Buddha verso una verità che gli uomini di buona volontà vedranno tutta intera, come ricorda Paolo, solo alla fine dei tempi (I Corinzi 13,12). referiamo veramente, per richiamare il Bardo, popolare il nostro cammino di dèi terrifici, piuttosto che accompagnarci a presenze miti nel mondo?

"Ciò che non vuoi sia fatto a te, non farlo agli altri", ha detto Confucio (Dialoghi 15,23): non può valere anche per l’embrione? Oltretutto, vissuto in epoca precristiana, non sembra che Confucio fosse cattolico.

http://www.avvenireonline.it - Mercoledì, 8 giugno 2005

 

Secondo il buddismo un essere vivente non può mai essere ucciso deliberatamente o per negligenza.
E' il primo precetto buddhista. In generale si può parlare di uccisione soltanto se:
- si uccide un essere vivente
- l'omicida sa che si tratta di un essere vivente
- ha l'intenzione di ucciderlo
- tenta di ucciderlo
- il vivente muore per il tentativo

L'aborto diventa uccisione e omicidio quando :
- viene concepito un figlio e dunque nc'è un individuo umano vivente
- la madre è consapevole della esistenza del figlio
- decide di abortire
- tenta l'aborto
- il bambino muore per quel tentativo.

L'aborto volontario è una azione deliberata, perciò considerata moralmente sbagliata.
Esso genera un cattivo Karma alla madre , a chi opera l'aborto e all'embrione. Questo infatti viene deprivato di una esistenza terrena e riportato nel Samsara : viene perciò deprivato di una opportunità di produrre un buon karma o addirittura di raggiungre il Nirvana.
Nel caso si debba scegliere l'aborto per salvare la madre tutto deve essere fatto con compassione : le buone e mediatte intenzioni possono ridurre i danni karmici .

" La vita inizia con il concepimento ed un nuovo individuo in quanto possiede una identità karmica che ha ricevuto da un altro essere vivente deceduto ( o da più esseri ,comunque nati e poi morti ) pertanto deve essere considerato come un individuo completo."  Damien Keown, Science and Theology News, April 2004

Non c'è in verità una unica posizione dei buddisti rispetto all'aborto volontario : la maggior parte dei buddisti occidentali e giapponesi sono infatti possibilisti. Lo sono per esempio nel caso di embrioni che hanno gravi malformazioni o malattie. Il Dalai Lama stesso ( capo del buddismo tibetano) condanna l'aborto volontario ma sempre aggiunge che dipende dalle circostanze.( Dalai Lama, New York Times, 28/11/1993). In ogni caso la responsabilità è sempre e solo personale .

In Giappone l'aborto è sempre stato usato per il controllo delle nascite e i buddisti giapponesi hanno qualche difficoltà a conciliare questa pratica con la religione. Chi ha praticato l'aborto cerca di riparare con offerte a Jizo , lo spirito protettore dei cavalieri perduti e dei bambini, praticando un mizuko kuyō, un servizio funebre memoriale dei bambini abortiti che è diventato popolare negli anni '70 e che mescola elementi buddisti e scintoisti.

Gianpietro Sono Fazion- scrittore e praticante zen, particolarmente impegnato nel dialogo interreligioso. Tra le sue principali pubblicazioni : "Le grandi figure del buddhismo" (1995) e "Il Buddha" (1997), Cittadella Ed.; "Lo zen di Kodo Sawaki", Ubaldini 2003; e "Una stella a Oriente" - la ricchezza dell’insegnamento del Buddha, in uscita in questi giorni per "Appunti di Viaggio", Roma. È nella direzione della Fondazione Maitreya. Vive in un villaggio montano in Umbria.

La contraccezione

La dottrina che sta alla base della posizione morale buddista sulla contraccezione è quella che proibisce di recare sofferenza, dolore o danno a qualsiasi essere senziente. Va detto inoltre che in buddhismo non è una religione pro-famiglia come altre religioni : non considere in fare famiglia un dovere o un valore religioso.
Viene infatti tollerata la contr accezione come mezzo che previene il concepimento ma non sono tollerati mezzi contraccettivi abortivi. Il Budda stesso però insegnava che la contraccezione non deve essere usata come mezzo per praticare una sessualità non-riproduttiva o per un controllo delle nascite immotivato.

L'uccisione di animali

Il buddista tratta uomini ed animali con lo stesso rispetto giacchè la dottrina insegna che tutti e due hanno la stessa possibilità di raggiungere l'illuminazione. La mente umana può rinascere in un essere non-umano e viceversa ma rinascere come animale è una vera jattura .Gli animali non sono in grado di agire in modo libero cioè con una coscienza che può scegliere e dunque cambiare la propria situazione karmica : un animale dovrà rinascere nella stessa condizione finchè avrà scontato tutto il karma e solo allora potrà rinascere nella condizione di umano.

Questa dottrina fece sì che il buddismo antico riconoscesse una inferiorità dell'animale rispetto all'essere umano. Il buddismo più recente tende a superare questa dottrina per evitare che sia una scusa per sfruttare gli animali e farli soffrire. Tutti gli esseri viventi infatti temono la sofferenza, il dolore e la morte:

Tutti gli esseri viventi hanno paura delle bastonate .
Tutti gli esseri viventi hanno paura di essere uccisi
Se ti metti al  posto dell'altro
non permetti che uno uccida ne che l'altro permetta di uccidere

Dhammapada 129

Ci sono perciò regole di vita che riguradano il rapporto con gli animali :
- bisogna cercare di fare il minimo danno possibili a tutti gli esseri viventi e in particolare ai senzienti, quelli cioè che possono   provare dolore o sofferenza.
- è necessario esercitare una amorevolezza gentile verso tutti gli esseri viventi
- la dottrina buddhista sil sostentamento insegna che è necessario che il buddhista eviti qualsiasi attività che implichi   l'uccisione di animali ( come il macellaio)
- la dottrina del karma insegna che qualsiasi comportamento moralmente errato dovrà essere scontato in una esistenza   successiva così è necessario evitare qualsisi crudeltà verso gli animali.

Sperimentazione scientifica su animali

Riguardo alla ricerca scientifica il buddhismo insegna che se si devono effettuare esperimenti su animali è necessario che  coloro che li eseguono :
- accettino il karma negativo che ne consegue
- lo facciano sono per un buon fine
- lo facciano solo se non esistono alternative
- progettino l'esperimento in modo da arrecare il minor adnno possibile
- evitino la morte degli animali se questo è possibile
- trattino gli animali con compassione.

L'alimentazione con animali

Il Buddha non ha dato precise istruzioni. Solo la tradizione Mahayana è strettamente vegetariana.
Il buddismo antico insegna che i monaci non possono uccidere animali per l'alimentazione ma possono mangiare animali che vengono loro donati.
Oggi non tutti i buddisti sono vegetariani.

La pena di morte

Non esiste nel buddismo una dottrina univoca sulla pena di morte.
L'insegnamento del Buddha comunque è chiaramente contrario ad ogni comportamento che provochi sofferenza, contrario alle punizioni corporali , assolutamente orientato alla nonviolenza.

Qualsiasi azione, anche se porta un vantaggio non può essere considerata buona se provoca dolore ad un essere senziente.Se un individuo agisse follemente verso di me causandomi danno io lo ripagherei con la protezione del mio sconfinato amore. Più male mi viene da lui, più bene verrà da me.
(Buddha )

Il Samsara ( il ciclo delle rinascite) fa sì che se venisse applicata una pena capitale ad un individuo ci sarebbero inevitabili conseguenze karmiche negative sul condannato come su tutti coloro che hanno deciso e comminato la pena. Infatti, insegna la dottrina buddista :
- la punizione disumana di un colpevole non assolve i suoi misfatti nè risolve quelli dell'umanità in generale. E' preferibile un   approccio educativo-riformatore, una riabilitazione piuttosto che un approccio punitivo .
- la punizione dovrebbe riguardare solo l'aspetto del riscarcimento del danno provocato
- una punizione crudele o vendicativa danneggerebbe sia la mente del colpevole che dell'esecutore della pena.
- è impossibile comminare una pena severa con freddezza e con compassione come richiederebbe il buddismo.
- in caso di una crimine grave il colpevole dovrebbe essere allontanto dalla comunità ( prigione)

Sul piano generale bisogna innazitutto osservare che il buddismo non è religione di stato in nessun paese del mondo. Per questo ci sono paesi, come la Tailandia,la Birmania, a maggioranaza buddista , dove vige la pena di morte.

Eutanasia

Non esiste una dottrina buddista univoca su questo argomento .Alcuni codici buddisti la proibiscono esplicitamente. La maggior parte dei buddisti sono contrari per diverse ragioni :
- desiderando l'eutanasia si dimostra di vivere una cattiva condizione mentale ( cattivo karma)
- procurandosi l'eutanasia si evita una sofferenza fisica per procurarsene una mentale ( cattivo karma)
- con l'uso accurato di antidolorifici e della meditazione si può evitare il desiderio di eutanasia
- chi procura l'eutanasia cade in una pessimo stato mentale e crea un pessimo karma
- l'eutanasia potrebbe interrompere un processo di purificazione karmica in atto
- permettere l'eutanasia potrebbe risultare di fatto nel procurare all'individuo una rinascita peggiore

Suicidio

Come è noto, in determinate condizion i storiche di sofferenza del popolo, alcuni monaci buddisti hanno praticato il suicidio pubblico ( normalmente si danno fuoco ). Il Buddha stesso avrebbe manifestato tolleranza verso questo suicidio. La tradizione giapponese riferisce di molte storie di suicidio dei monaci ; il suicidio è stato usato in Vietnam come arma politica . Questa tolleranza riguarda solo i monsci e questo va sottolineato. Nella dottrina buddista infatti il modo in cui si muore ha un impatto determinante sulla nuova esistenza che inizierà.

I pensieri di chi sta morendo sono importantissimi per una buona rinascita : dovrebbero essere privi di ogni ombra di violenza, odio, risentimento, ira, ma illuminati da amore, compassione, altruismo. Pe  questa ragione il suicidio e l'eutanasia è tollerato solo per chi ha raggiunto l'illuminazione.
I monaci buddhisti che raggiungono l'illuminazione , quando lo decidono, si lasciano morire in essa ; e questa è eutanasia volontaria.

In Giappone la stessa tolleranza è stata usata verso i Samurai i quali ponevano fine alla loro esistenza quando avevano perso la battaglia oppure erano rimasti talmente feriti da non poter più essere curati .I Samurai prativcavano il suicidio rituale seppuku. Il rito metteva in essere una condizione mentale di assoluta serenità e pace da renderlo una vera e propria eutanasia volontaria .

La donazione di organi

Non esistono regole precise su questo argomento : la dottrina centrale ancora una volta è quella di non recare danno o sofferenza a nessun essere senziente. Un altro punto riguarda il rispetto del corpo : il cadavere va trattato con compassione ma non c'è ragione perchè venga conservato intero.
I buddisti tibetani però considerano che la coscienza possa permanere con il corpo di un deceduto per un certo tempo : in questo caso non si dovrebbe intervenire.

La guerra

La nonviolenza è il cuore del buddismo e il pacifismo è un atteggiamento che ne consegue.
Le Tradizioni   buddiste non dano nessun insegnamento che possa essere interprpetato come possibilità di risolvere un conflitto con la violenza. Dice il Buddha in un sermone:

Quando i ladri dovessero squartarvi membro a membro con una sega a doppio taglio , se rendete la vostra mente ostile voi non seguite i miei insegnamenti (Kamcupamasutta, Majjhima-Nikkaya I ~ 28-29)

Questo insegnamento crea un bel dilemma ai buddisti quando devono difendere i diritti e la stessa vita dei cittadini . Il codice che regola la vita dei monaci permette loro di difendersi ma mai di uccidere anche per legittima difesa. Molti buddisti si sono rifiutati di usare le armi in diverse circostanze storiche pur sapendo che sarebbero stati uccisi. In realtà ci sono molti casi nella storia in cui i buddhisti hanno usato la violenza :

  • nel 14° secolo in Cina hanno combattuto per cacciare i mongoli
  • in Giappone i monaci buddisti addestravano i Samurai attraverso la meditazione per renderli guerrieri più efficaci.
  • nel 20° secolo alcuni maestri giapponesi del buddismo Zen come Sawaki Kodo hanno sostenuto la guerra.
  • nello Sri Lanka si è svolta nel secolo scorso una violenta guerra civile tra la maggioranza buddista Sinhal e la minoranza induista dei Tamil che ha fatto 50.000 morti.

La pratica delle arti marziali è diffusa tra i buddisti ed è normata da regole precise sull'uso della violenza.
Intanto vanno usate solo per difesa e mai per offesa e nella difesa è necessario utilizzare sempre la minima forza utile.

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