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Premessa. Il Sé e l’io. Nel buddismo non è conosciuta una realtà personale autosussistente, un soggetto unitario e stabile, quello che in occidente è chiamato "Io" ; ogni essere sarebbe l’unione temporanea di fattori fisici e psichici, e ciò che appare come un individuo, un " io" , è soltanto la mutevole combinazione di elementi diversi, destinata a disgregarsi al momento della morte”. L'Io conosciuto nel buddismo non è autosussistente , permanente anche dopo la morte ; permanente invece è l'autoscienza, il " Sè" , quando diventa supercoscienza del Tutto. La rivelazione nel buddismo ( vedi : Buddhismo) avviene infatti nell'interiorità dell'uomo : la trascendenza ( la ChiaraLuce) illumina la coscienza in una trance estatica ( entasi ) che introduce in una supercoscienza trascendente o Nirvana. Il Sè umano , l'autocoscienza , si rivela trascendente e centro e misura di ogni conoscenza e superconoscenza. L'uomo , nel suo "Sè " ,vive sul piano universale , nella trascendenza , e lì è misura di tutto e di se stesso, del suo stesso Io. Il Sè nella condizione "Nirvana" che si manifesta nell'esperienza del Buddha è partecipe della Verità e della Realtà Unica . E' l'assoluto. La rivelazione di Dio (= lo spirito che si è mostrato " Onnipotente", l'Unico) è invece una rivelazione storica : si tratta di fatti e parole ( di testimoni, intermediari , profeti e sapienti ) intimamente connessi in modo tale che i fatti senza quelle parole sarebbo privi di significato -per l'Io cosciente ed autocosciente- e le parole senza quei i fatti sarebbero prive di fondamento. Essa non nega che l’essere umano possa cercare Dio nell’intimità della propria coscienza — un cammino, questo, che ha anch’esso un fondamento biblico ed una specifica tradizione teologica, da s. Agostino fino al card. Newman —, ma sottolinea il fatto che la coscienza personale , l'io cosciente ed autosciente, il Sè, non è la misura né l’orizzonte di comprensione di ogni verità e conoscenza . L’interiorità dell’essere umano , l'Io, secondo la Rivelazione bilica è colmo di ogni dignità possibile,come quella di essere l’immagine di un Dio personale, ma non è il principio dell’esperire e del conoscere. L’io umano, secondo la rivelazione biblica, non è principio del conoscere, né ancor meno principio dell’essere : l’uomo non può autocomprendersi se non come creatura che è dipendente da un Creatore universale ed onnipotente, Dio. La rivelazione ebraico-cristiana esprime con chiarezza che la prima fonte di conoscenza per l’uomo è l’ascolto della parola di Dio che viene riconosciuta nella natura, nella storia e nella Scrittura. Diversamente da quanto accade in religioni quali l’induismo o nel buddismo, per il cristianesimo le soluzioni ai grandi problemi dell’esistenza vengono perciò cercate non tanto guardando dentro se stessi, nella propia interiorità, ma dirigendo lo sguardo al reale, alle opere di Dio, alla natura e alla storia. Il riferimento al reale offre al soggetto la garanzia che ciò che esperisce dentro di sé non sia confinato in un soggettivismo incomunicabile, ma sia parte di un’esperienza universale, comune a tutti gli uomini. Tutto ciò non implica per il cristianesimo la sottovalutazione l’importanza dell ' "Io". Il valore della persona umana, apice della natura creata, destinatario dell’amore creatore e redentore di Dio è , nella Rivelazione biblica , fuori discussione. Ma l’essere umano non è la misura ultima del bene e del male, né della verità delle cose: egli deve lasciare che sia Dio, al quale egli deve l’origine ed il contesto del proprio essere, a “narrargli” il senso dell’esistenza perché il suo esperire e conoscere può darsi, inizialmente, solo entro l’orizzonte di chi gli ha trasmesso la vita. Il «metodo teologico dell’immanenza», sviluppatosi in teologia a cavallo fra il XIX e il XX secolo , è il tentativo di un discorso su Dio e sulla fede che parta dalle lecite aspettative dell'Io . In questo caso, l’“io” non è colto come principio di comprensione della realtà, ma come soggetto che deve riconoscere la significatività delle domande alle quali la Rivelazione divina intende dare una risposta. Sulla scorta di quanto già tentato da Pascal (1623-1662; cf.: http://www.disf.org/Documentazione/29.asp ), il metodo dell’immanenza si è attestato in teologia a partire da M. Blondel (1861-1949; cf.: http://www.disf.org/Voci/1.asp), per confluire poi nel personalismo francese, specie con E. Mounier e J. Mouroux, e dare origine a correnti convergenti in diverse aree linguistiche. Si tratta di filosofi accomunati dall’idea di suscitare nell’uomo la consapevolezza di essere un “enigma” a se stesso, un problema che può essere decodificato e risolto solo grazie alle risposte provenienti dalla fede in Gesù Cristo. Il magistero cattolico è più volte intervenuto per chiarire l’ambiguità della posizione soggettivista di certi teologi ( cf.: http://www.disf.org/Voci/72.asp ), specie in rapporto al problema della verità, del realismo conoscitivo e dei giudizi della coscienza (cfr. Pio X:Lamentabili, DH 3420, 3458; Pascendi, DH 3477-3478; Pio XII, Humani generis, DH 3882-3883; più recentemente, Veritatis splendor, 4, 32-34, 63, 106), condividendo allo stesso tempo, anzi sviluppando, le migliori prospettive personaliste (cfr. Gaudium et spes, 22; Redemptor hominis, 13-14). Il problema della sofferenza umana.
La sofferenza e il dolore segnano l'esistenza di tutti gli uomini : immersi nella storia , spinti dalla loro natura alla ricerca di uno stato di felicità duratura, permanente, definitiva , da sempre subiscono lo scacco della sofferenza e del dolore che sono conseguenza del male e il segno di una sconfitta ineludibile ed ancor più tragica , la morte. “La vita dei più non è che una diuturna battaglia per l’esistenza, con la certezza della sconfitta finale. Ma ciò che fa insistere gli uomini in questa sì travagliata battaglia non è tanto l’amore della vita, quanto la paura della morte, la quale nondimeno sta inevitabile nello sfondo, e può a ogni minuto sopravvenire. La vita stessa è un mare pieno di scogli e di vortici, cui l’uomo cerca di sfuggire con la massima prudenza e cura; pur sapendo, che quand’anche gli riesca, con ogni sforzo e arte, di scamparne, perciò appunto si accosta con ogni suo passo, ed anzi vi drizza in linea retta il timore, al totale, inevitabile e irreparabile naufragio: alla morte. Questo è il termine ultimo del faticoso viaggio, e per lui peggiore di tutti gli scogli, ai quali è scampato.” ( A.Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione,) L’interrogativo sul significato del male e del dolore legato all’ essere-nel-mondo, è uno dei più drammatici. Quanto più gli uomini sono confusi sul senso della vita , della storia e sul concetto della felicità, tanto più sono spaventati dal dolore e dalla sofferenza. E lo sono in un momento della storia in cui i mezzi di lotta a disposizione si moltiplicano : farmaci per eliminare il dolore, interventi chirurgici che agiscono sulle sedi anatomiche del dolore stesso , pratiche psichiche , psicofarmaci, droghe varie, eutanasia. Dolore e sofferenza rimangono ancora compagni di viaggio dell’uomo e ci si chiede: è possibile fuggire da questa condizione ed entrare in una felicità definitiva? Si può essere felici in questo mondo oppure bisogna aspettare una vita dopo la morte?Il dolore e la sofferenza che senso hanno in una storia di ricerca della felicità? Possono entrare in modo significativo in questo gioco? Il poeta indiano Rabintranath Tagore così canta il dolore : « Sotto la volta dell'universo la ruota del dolore Rabintranath Tagore , "Sotto la volta dell'universo" Le religioni danno risposte a questi interrogativi e due in particolare sono quelle verso le quali oggi, anche in occidente, ci si rivolge con interesse: il buddismo ed il cristianesimo nelle loro diverse confessioni , compresi i movimenti e culti che ad esse attingono. Per due ragioni opposte : il buddismo promette la fuga dal dolore e dalla sofferenza, la loro estinzione attraverso il raggiungimento di uno stato di coscienza che genericamente potremmo definire in termini occidentali, beata ; il cristianesimo integra dolore e sofferenza in una vita donata da Dio che è gia beata in questo mondo, nella storiae che si prolunga oltre la morte giungendo a perfezione . Il Buddha Śākyamuni Il Nirvana Secondo Buddha, l’uomo può praticare una ascesi che porta all’annullamento del desiderio, ad uno stato di quiete della coscienza in cui non c’è presenza del dolore. Questo stato di quiete o “nolontà” ( parola che non esiste nelle lingue occidentali ed utilizzata per indicare l'opposto di volontà ) , è l’esperienza del nulla ed è il fondamento ultimo del tutto.Nirvana è estinzione del desiderio e delle passioni, percorso catartico che porta all’annullamento del dolore esistenziale. Nirvāna ha il significato sia di 'estinzione' (da nir + vva, cessazione del soffio, estinzione) che, secondo una diversa etimologia proposta dai commentari buddhisti, di ‘ libertà dal desiderio ‘ (nir +vana). Il nome Siddharta è simbolico : significa “colui che ha raggiunto lo scopo”. Il nirvāna non è mai il "nulla": chi lo ha realizzato lo descrive come un’immensa, inimmaginabile e imperturbabile consapevolezza che è raggiunta solo dagli arhat ( monaci che hanno raggiunto lo stato di coscienza che rende possibile l'entrata definitiva nel Nirvana) . Nel testo sacro Dhammapada [Dp 204] si riportano come parole del Buddha stesso quelle che indicano Nirvana come “ la felicità più elevata” . Questa felicità perfetta è descritta anche come la felicità permanente , trascendente ( che non dipende da questo mondo) che è associata alla Pace ottenuta attraverso l’illuminazione ( bodhi) ed è descritta attraverso il contrasto con la felicità che dipende dal questo mondo. Il Buddha avrebbe detto che è “ una coscienza incondizionata (a-sankhata) , una coscienza che è uno stato di perfetta chiarezza e lucidità , di estinzione della produzione di forme volitive “ ; in una parola è “a-mata or a-maravati”, coscienza di assenzadimorte. Il Buddismo tibetano contemporaneo utilizza un termine che in italiano diventa “ chiaraluce ”. La dottrina del Nirvāna nel Buddhismo solitamente non viene definita con termini positivi, ma negativi: dato che è al di là del pensiero razionale e del linguaggio, non è possibile affermare quello che è ma quello che non è più. Il Budda avrebbe descritto il Nirvana come uno stato di coscienza privo di caratteristiche , infinito ,omniluminoso. Questa coscienza senza superficie è diversa dagli altri stati di coscienza associati alle percezioni sensoriali che hanno una superficie sulla quale cadono e si riflettono; essa è conoscenza incondizionata, senza intermediazione di sensi, mente o altro, è conoscenza diretta , superconoscenza . Nei testi sacri non è chiaro se questa supercoscienza coincida con il Nirvana oppure se è uno stato di coscienza accessibile solo agli ahrat prima della morte. In un passaggio dei Majjhima Nikaya il Budda lo paragona ad uno spazio vuoto. La dottrina del Nirvāna acquisisce significati diversi a seconda della scuola buddhista che la esprime , del periodo storico e del luogo in cui essa fu esposta in origine.Secondo il Buddhismo Mahāyāna bisogna distinguere un nirvāna inferiore che non corrisponde allo stato di Buddha pienamente illuminato (in sanscrito Samyak-sam-buddha) e che è quello ad esempio descritto delle scuole del Buddhismo dei Nikāya , quello degli arhat. È un nirvāna statico (in sans. pratisthita nirvana) a cui il Mahāyāna oppone il nirvāna non statico (in sans. apratishtita nirvana). Secondo le scuole Mahāyāna chiamate Madhyamika e Cittamatra, non vi è differenza tra samsāra ( il ciclo delle esistenze ) e nirvāna ( liberazione dal samsara) e quindi non vi è un luogo al di fuori della coscienza ordinaria in cui realizzare la verità ultima e lo stesso nirvāna. «Non vi è la minima differenza fra samsāra e nirvāna, né la minima differenza fra nirvāna e samsāra». (Madhyamakakarika, XXV, 19) . In altre parole il samsāra non ha altro luogo dove dimorare che non sia la mente che in essenza è la natura ultima di tutti i fenomeni; il nirvāna non può essere trovato indipendentemente dal samsāra poiché è basandosi sulla Verità Convenzionale che si può realizzare la Verità Ultima, come ha detto Nagarjuna: "Senza basarsi sulla Verità Convenzionale la Verità Ultima non può essere realizzata e senza realizzare la Verità Ultima il nirvāna non può essere raggiunto". Samsāra e nirvāna sono inscindibili e se c'è la saggezza si ha il nirvāna altrimenti si ha solo il samsāra. Coloro che raggiungono il nirvāna del Mahāyāna (i Buddha pienamente illuminati e gli aryabodhisattva) non ricadono nelle attività samsariche ( le passioni, i desideri) ma neanche nella staticità del nirvāna delle scuole del Buddhismo dei Nikāya, l'imperturbabilità del nirvāna statico. Il nirvāna Mahāyāna è definto nirvāna-non-dimorante perché non dimora né nel samsāra né nel nirvāna Hīnayāna della pace individuale . Il nirvana del Mahayana è lo stato completamente risvegliato di un Buddha dotato del trikaya, i Tre Corpi Buddici che sono il Dharmakaya, il Sambhogakaya e il Nirmanakaya; non è una vaga pace libera da inquietudini ma è lo stato di supercoscienza delle Saggezze Ultime. È la consapevolezza originaria di una mente non-oscurata che dimora della natura ultima, l'elemento fondamentale, la Dharmatha. La salvezza buddista – praticamente secondo tutte le scuole – non è il raggiungimento-riconoscimento di una perfezione che già esiste ma è sempre il raggiungimento di qualcosa di irragiunto.Alla fine dell'itinerario del Buddha, il canone buddista sottolinea alcuni elementi propri dello stato nel quale rimane il mistico. Esso è caratterizzato anzitutto dalla "sapienza" (in sanscrito prajna, in pali panna). I testi parlano anche dei "poteri miracolosi" (siddhi), frutto dello stato acquisito. Sono poteri magici, e fra questi vengono enumerati l’ ''occhio divino", l'"orecchio divino", il potere di conoscere i pensieri altrui, o tutte le previe esistenze, di volare come i passeri, di toccare con le proprie mani il sole e la luna, ecc. In questo campo, il buddismo non presenta nessuna originalità, perché ripete le liste stereotipe delle antiche scuole, per esempio dello yoga . |
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