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  Introduzione    Cristianesimo ed ebraismo  Cristianesimo ed Islam   Cristianesimo e Buddismo  

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Premessa.

Il Sé e l’io.

Cruciale è la distinzione tra l’accezione dell’io in psicologia e quella della tradizione meditativa orientale.
Nella psicologia scientifica, l’Io è un termine descrittivo usato per designare un centro della personalità che ha continuità nel tempo ed è capace di funzioni regolatrici e integrative che danno la possibilità di pensare, riflettere su sé stessi, distinguere la realtà dalla fantasia ed esercitare un controllo su impulsi, desideri e volontà. Il  è l'Io autocosciente.
Nell’accezione psicoanalitica, l’io si sviluppa attraverso la differenziazione del Sé dal mondo oggettuale ed è membro di una ipotetica struttura tripartita: Super-io, Es, Io. l’io corrisponde a specifiche funzioni di adattamento alla realtà e si sviluppa dai tre anni all’età adulta, ove raggiunge l’apogeo della maturità.
L'’io viene descritto come un traguardo da raggiungere. Lo sviluppo umano è descritto in psicologia come un continuum :
- da uno stadio in cui il "senso dell’io" non è ancora sviluppato nelle sue funzioni
- ad uno stadio in cui l’io si realizza nelle sue funzioni proprie
- ed infine ad uno stadio maturo in cui l’io è capace di andare oltre se stesso, di autotrascendersi verso l'altro-da sè e l'altro-di sè .

Nella tradizione meditativa Vedånta, il Sé è un “centro di coscienza” che è al di là delle componenti formali del corpo, della mente e dell’atman ( l'individualità) : il Sè è puro Spirito, privo di forme e di qualità.
Il Sé trascende l’io cosciente e ogni aspetto dell’individualità ma nello stesso tempo è immanente a tutte le sue forme. Il Sé come centro trascendente è illuminante e vivificante, come aspetto immanente è il contenitore della totalità umana e la base di ogni suo livello bio-psico-spirituale.
Nella meditazione orientale l’io, ben lungi dal rappresentare una condizione di salute e di maturità, rappresenta una condizione di limite e di prigionia, separata dal tutto e priva di visione e qualità spirituali.
Gli aspetti dell'Io legati al senso della personalità ruotano intorno al pensiero , identificato con una visione parziale della realtà di sé stessi e del mondo. Diversamente dall’io, il Sé vive su piani di manifestazione più alti, che sono quelli della vita universale in cui al posto del desiderio egoistico c’è l’amore incondizionato, al posto della conoscenza sensoriale-mentale c’è la conoscenza intuitivo-illuminante, al posto della volontà egoica c’è la volontà universale o volontà di bene. Su questo piano, il pensiero che al livello dell’io esprime separatività e ansietà, al livello del Sé esprime pace e armonia.

Nel buddismo non è conosciuta una realtà personale autosussistente, un soggetto unitario e stabile, quello che in occidente è chiamato "Io" ; ogni essere sarebbe l’unione temporanea di fattori fisici e psichici, e ciò che appare come un individuo, un " io" , è soltanto la mutevole combinazione di elementi diversi, destinata a disgregarsi al momento della morte”.

L'Io conosciuto nel buddismo non è autosussistente , permanente anche dopo la morte ; permanente invece è l'autoscienza, il " Sè" , quando diventa supercoscienza del Tutto.

La rivelazione nel buddismo ( vedi : Buddhismo) avviene infatti nell'interiorità dell'uomo : la trascendenza ( la ChiaraLuce) illumina la coscienza in una trance estatica ( entasi ) che introduce in una supercoscienza trascendente o Nirvana. Il Sè umano , l'autocoscienza , si rivela trascendente e centro e misura di ogni conoscenza e superconoscenza.

L'uomo , nel suo "Sè " ,vive sul piano universale , nella trascendenza , e lì è misura di tutto e di se stesso, del suo stesso Io. Il Sè nella condizione "Nirvana" che si manifesta nell'esperienza del Buddha è partecipe della Verità e della Realtà Unica . E' l'assoluto.

La rivelazione di Dio (= lo spirito che si è mostrato " Onnipotente", l'Unico) è invece una rivelazione storica : si tratta di fatti e parole ( di testimoni, intermediari , profeti e sapienti ) intimamente connessi in modo tale che i fatti senza quelle parole sarebbo privi di significato -per l'Io cosciente ed autocosciente- e le parole senza quei i fatti sarebbero prive di fondamento.

Essa non nega che l’essere umano possa cercare Dio nell’intimità della propria coscienza — un cammino, questo, che ha anch’esso un fondamento biblico ed una specifica tradizione teologica, da  s. Agostino fino al card. Newman —, ma sottolinea il fatto che la coscienza personale , l'io cosciente ed autosciente, il Sè, non è la misura né l’orizzonte di comprensione di ogni verità e conoscenza .

L’interiorità dell’essere umano , l'Io, secondo la Rivelazione bilica è colmo di ogni dignità possibile,come quella di essere l’immagine di un Dio personale, ma non è il principio dell’esperire e del conoscere. L’io umano, secondo la rivelazione biblica, non è principio del conoscere, né ancor meno principio dell’essere : l’uomo non può autocomprendersi se non come creatura che è dipendente da un Creatore universale ed onnipotente, Dio.

La rivelazione ebraico-cristiana esprime con chiarezza che la prima fonte di conoscenza per l’uomo è l’ascolto della parola di Dio che viene riconosciuta nella natura, nella storia e nella Scrittura. Diversamente da quanto accade in religioni quali l’induismo o nel buddismo, per il cristianesimo le soluzioni ai grandi problemi dell’esistenza vengono perciò cercate non tanto guardando dentro se stessi, nella propia interiorità, ma dirigendo lo sguardo al reale, alle opere di Dio, alla natura e alla storia.

Il riferimento al reale offre al soggetto la garanzia che ciò che esperisce dentro di sé non sia confinato in un soggettivismo incomunicabile, ma sia parte di un’esperienza universale, comune a tutti gli uomini. Tutto ciò non implica per il cristianesimo la sottovalutazione l’importanza dell ' "Io". Il valore della persona umana, apice della natura creata, destinatario dell’amore creatore e redentore di Dio è , nella Rivelazione biblica , fuori discussione. Ma l’essere umano non è la misura ultima del bene e del male, né della verità delle cose: egli deve lasciare che sia Dio, al quale egli deve l’origine ed il contesto del proprio essere, a “narrargli” il senso dell’esistenza perché il suo esperire e conoscere può darsi, inizialmente, solo entro l’orizzonte di chi gli ha trasmesso la vita.

Il «metodo teologico dell’immanenza», sviluppatosi in teologia a cavallo fra il XIX e il XX secolo , è il tentativo di un discorso su Dio e sulla fede che parta dalle lecite aspettative dell'Io . In questo caso, l’“io” non è colto come principio di comprensione della realtà, ma come soggetto che deve riconoscere la significatività delle domande alle quali la Rivelazione divina intende dare una risposta.

Sulla scorta di quanto già tentato da  Pascal (1623-1662; cf.: http://www.disf.org/Documentazione/29.asp ), il metodo dell’immanenza si è attestato in teologia a partire da M. Blondel (1861-1949; cf.: http://www.disf.org/Voci/1.asp), per confluire poi nel personalismo francese, specie con E. Mounier e J. Mouroux, e dare origine a correnti convergenti in diverse aree linguistiche. Si tratta di filosofi accomunati dall’idea di suscitare nell’uomo la consapevolezza di essere un “enigma” a se stesso, un problema che può essere decodificato e risolto solo grazie alle risposte provenienti dalla  fede in Gesù Cristo.

Il magistero cattolico è più volte intervenuto per chiarire l’ambiguità della posizione soggettivista di certi teologi ( cf.: http://www.disf.org/Voci/72.asp ), specie in rapporto al problema della  verità, del realismo conoscitivo e dei giudizi della coscienza (cfr. Pio X:Lamentabili, DH 3420, 3458; Pascendi, DH 3477-3478; Pio XII, Humani generis, DH 3882-3883; più recentemente, Veritatis splendor, 4, 32-34, 63, 106), condividendo allo stesso tempo, anzi sviluppando, le migliori prospettive personaliste (cfr. Gaudium et spes, 22; Redemptor hominis, 13-14).

Il problema della sofferenza umana.

Se si domandasse alla gente che cosa vuole nella vita, molti risponderebbero che vogliono essere felici. E tale desiderio è certamente comprensibile, ma un'indicazione ovvia, inerente in tale risposta è che in qualche modo (sottile o grossolano) sono infelici.

La sofferenza e il dolore segnano l'esistenza di tutti gli uomini :  immersi nella storia , spinti dalla loro natura alla ricerca di uno stato di felicità duratura, permanente, definitiva , da sempre  subiscono lo scacco della sofferenza e  del dolore che sono conseguenza del male e il segno di una sconfitta ineludibile ed ancor più tragica , la morte.

“La vita dei più non è che una diuturna battaglia per l’esistenza, con la certezza della sconfitta finale. Ma ciò che fa insistere gli uomini in questa sì travagliata battaglia non è tanto l’amore della vita, quanto la paura della morte, la quale nondimeno sta inevitabile nello sfondo, e può a ogni minuto sopravvenire. La vita stessa è un mare pieno di scogli e di vortici, cui l’uomo cerca di sfuggire con la massima prudenza e cura; pur sapendo, che quand’anche gli riesca, con ogni sforzo e arte, di scamparne, perciò appunto si accosta con ogni suo passo, ed anzi vi drizza in linea retta il timore, al totale, inevitabile e irreparabile naufragio: alla morte. Questo è il termine ultimo del faticoso viaggio, e per lui peggiore di tutti gli scogli, ai quali è scampato.”

( A.Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione,)

L’interrogativo sul significato del male e del dolore  legato all’ essere-nel-mondo, è uno dei più drammatici. Quanto più gli uomini sono confusi sul senso della vita , della storia e  sul concetto della felicità, tanto più sono spaventati dal dolore e dalla sofferenza. E  lo sono in un  momento della storia in cui i mezzi di lotta a disposizione si moltiplicano  : farmaci per eliminare il dolore, interventi chirurgici che agiscono sulle sedi anatomiche del dolore stesso , pratiche  psichiche ,  psicofarmaci,  droghe varie,  eutanasia.

Dolore e sofferenza rimangono ancora  compagni di viaggio dell’uomo e ci si chiede: è possibile fuggire da questa condizione ed entrare in una felicità definitiva? Si può essere felici in questo mondo oppure bisogna aspettare una vita dopo la morte?Il dolore e la sofferenza che senso hanno in una storia di ricerca della felicità? Possono entrare in modo significativo in questo gioco?

Il poeta indiano Rabintranath Tagore così canta il dolore :

« Sotto la volta dell'universo la ruota del dolore
gira tritando le stelle e i pianeti.
Scintille sprizzando ogni dove
cercan riottosamente di limitare il dolore
dell'esistenza, nella rete dello sterminio.
Da quale fucina di pena, da qual limitare d'arsa coscienza
provengon le frecce del male e la ferita cruenta?
Umile è il corpo dell'uomo ma sconfinato
è il potere suo di soffrire!»

Rabintranath Tagore , "Sotto la volta dell'universo"

 Le religioni  danno risposte a questi interrogativi e due in particolare sono quelle verso le quali oggi, anche in occidente, ci si rivolge con interesse: il buddismo ed il cristianesimo nelle loro diverse confessioni , compresi i movimenti e culti che ad esse attingono. Per due ragioni opposte : il buddismo promette la fuga dal dolore e dalla sofferenza, la loro estinzione attraverso il raggiungimento di uno stato di coscienza che genericamente potremmo definire in termini occidentali, beata ; il cristianesimo integra dolore e sofferenza in una vita donata da Dio che è gia beata in questo mondo, nella storiae che si prolunga oltre la morte giungendo a perfezione .

Il Buddha Śākyamuni


Il principe indiano Gotama Siddharta è divenuto il Buddha Śākyamuni : colui che ha raggiunto una illuminazione (bodhi) nel suo massimo grado (samyaksa-bodhi). Gotama Samyaksa-buddha (in pāli: Sammāsa-buddha), spesso semplicemente detto Buddha è l’ illuminato completo, colui che ha guadagnato il bodhi con i propri sforzi , senza un maestro che lo guidava  nel suo cammino , che  è entrato nello stato di coscienza illuminata chiamato Nirvana ( Nibbana). Nello stato di coscienza chiamato Nirvana si estingue ogni sofferenza, ogni dolore.

Il Nirvana

Secondo Buddha, l’uomo può praticare una ascesi che porta all’annullamento del desiderio, ad uno stato di quiete della coscienza in cui non c’è presenza del dolore.

Questo stato di quiete o “nolontà” ( parola che non esiste nelle lingue occidentali ed utilizzata per indicare l'opposto di volontà ) , è l’esperienza del nulla ed è il fondamento ultimo del tutto.Nirvana è estinzione del desiderio e delle passioni, percorso catartico che porta all’annullamento del dolore esistenziale.

Nirvāna  ha il significato sia di 'estinzione' (da nir + vva, cessazione del soffio, estinzione) che, secondo una diversa etimologia proposta dai commentari buddhisti, di libertà dal desiderio  (nir +vana).
Un sutra dice :“.. mente liberata ( citta) che non si attacca più significa  Nibbāna" (Majjhima Nikaya 2-Att. 4.68).
I testi dottrinali lo definiscono come “ la mente [ il termine analogo occidentale è coscienza ] che più non viene (bhava) e va (vibhava)", ma che ha attinto ad uno stato permanente , dove “liberazione”  (vimutta) può essere pronunciata".

  Il nome Siddharta è simbolico : significa “colui che ha raggiunto lo scopo”.

Nei racconti di ogni tradizione buddista Siddharta è la figura dell’uomo che si pone con drammatica consapevolezza  il problema della felicità come vittoria sulla sofferenza ed il dolore  di cui è impregnata la vita di tutti gli esseri ed in particolare la storia umana.
Dal suo ambiente culturale, l’Induismo , Siddharta viene orientato a praticare la contemplazione per ricercare l'illuminazione che libera dal ciclo delle rinascite segnato da dolore e sofferenza.
Secondo la tradizione, Siddartha intraprende il suo cammino spirituale a 29 anni .
Dopo aver provato la via ascetica induista per sei anni, si trova nella condizione di scegliere tra continuare un cammino che si era rivelato infruttuoso e che lo stava consumando fisicamente o abbandonarlo e cercarne uno nuovo. Durante questa pausa di  riflessione riceve l’ ispirazione di ricercare  un cammino nuovo verso l’illuminazione, un cammino che non fosse né troppo rischioso come quello induista da lui provato né troppo poco efficace : una  " via giusta”. In questo senso il buddismo è anche chiamato “ la via di mezzo” .

Così Siddharta si dedica ad una  meditazione che gli consente di indagare i vari aspetti del Dharma, il dolore, la sua origine e il suo superamento. Una fatidica notte , dopo un estenuante e finale combattimento con i fantasmi della mente e con il suo stesso Io , egli sperimenta una nuova illuminazione,una nuova coscienza , il “Nirvana “ . In questo stato di coscienza il dolore e la sofferenza sono estinti e Siddharta sente di potersi lasciar morire in esso , beato per sempre.

Considerando  l’umanità sofferente e superando anche il desiderio di lasciarsi morire  nella beatitudine  del Nirvana egli vi rinuncia temporaneamente   per annunciare ed insegnare al mondo  sofferente, la sua “ via”. Così il  Buddha apre  la via del Nirvana a tutte le creature che vi aspirino e che accettano di praticare il suo Dharma.

Il nirvāna non è mai il "nulla": chi lo ha realizzato lo descrive  come un’immensa, inimmaginabile e imperturbabile consapevolezza che  è raggiunta solo dagli arhat ( monaci che hanno raggiunto lo stato di coscienza che rende possibile l'entrata definitiva nel Nirvana) .

Nel testo sacro Dhammapada  [Dp 204] si riportano come parole del  Buddha stesso quelle che indicano Nirvana come  “ la felicità più elevata” . Questa felicità perfetta è descritta anche come la felicità permanente , trascendente ( che non dipende da questo mondo) che è associata alla Pace ottenuta attraverso l’illuminazione ( bodhi) ed è descritta attraverso il contrasto con  la felicità che dipende dal questo mondo.

Il Buddha avrebbe detto che è “ una coscienza incondizionata (a-sankhata) , una coscienza  che è uno stato di perfetta chiarezza e lucidità , di estinzione della produzione di forme volitive “ ; in una parola è  “a-mata or a-maravati”,  coscienza di assenzadimorte. Il Buddismo tibetano contemporaneo utilizza un termine che in italiano diventa “ chiaraluce ”.

La dottrina del Nirvāna nel Buddhismo solitamente non viene definita con termini positivi, ma negativi: dato che è al di là del pensiero razionale e del linguaggio, non è possibile affermare quello che è ma quello che non è più. Il Budda avrebbe descritto il  Nirvana come uno stato di coscienza privo di caratteristiche , infinito ,omniluminoso.

Questa  coscienza senza superficie  è diversa dagli altri stati di coscienza associati alle percezioni sensoriali che  hanno una superficie  sulla quale cadono e si riflettono;  essa è conoscenza incondizionata, senza intermediazione di sensi, mente o altro, è conoscenza diretta , superconoscenza .

Nei testi sacri non è chiaro se questa supercoscienza coincida con il Nirvana oppure se è uno stato di coscienza accessibile solo agli ahrat prima della morte. In un passaggio dei Majjhima Nikaya il Budda lo paragona ad uno  spazio vuoto.

La dottrina del Nirvāna acquisisce significati diversi a seconda della scuola buddhista che la esprime , del periodo storico e del luogo in cui essa fu esposta in origine.

Secondo il Buddhismo Mahāyāna bisogna distinguere  un nirvāna inferiore che non corrisponde allo stato di Buddha pienamente illuminato (in sanscrito Samyak-sam-buddha) e che è quello ad esempio descritto delle scuole del Buddhismo dei Nikāya , quello degli arhat. È un nirvāna statico (in sans. pratisthita nirvana) a cui il Mahāyāna oppone il nirvāna non statico (in sans. apratishtita nirvana).

Secondo le scuole Mahāyāna chiamate  Madhyamika e Cittamatra, non vi è differenza tra samsāra ( il ciclo delle esistenze ) e nirvāna ( liberazione dal samsara) e quindi non vi è un luogo al di fuori della coscienza ordinaria in cui realizzare la verità ultima e lo stesso nirvāna. «Non vi è la minima differenza fra samsāra e nirvāna, né la minima differenza fra nirvāna e samsāra». (Madhyamakakarika, XXV, 19) .

In altre parole il  samsāra non ha altro luogo dove dimorare che non sia la mente che in essenza è la natura ultima di tutti i fenomeni;  il nirvāna non può essere trovato indipendentemente dal samsāra poiché è basandosi sulla Verità Convenzionale che si può realizzare la Verità Ultima, come ha detto Nagarjuna: "Senza basarsi sulla Verità Convenzionale la Verità Ultima non può essere realizzata e senza realizzare la Verità Ultima il nirvāna non può essere raggiunto". Samsāra e nirvāna sono inscindibili e  se c'è la saggezza si ha il nirvāna altrimenti si ha solo il samsāra.

Coloro che raggiungono il nirvāna del Mahāyāna (i Buddha pienamente illuminati e gli aryabodhisattva) non ricadono nelle attività samsariche  ( le passioni, i desideri) ma neanche nella staticità del nirvāna delle scuole del Buddhismo dei Nikāya, l'imperturbabilità del nirvāna statico. Il nirvāna Mahāyāna è definto nirvāna-non-dimorante perché  non dimora né nel samsāra né nel nirvāna Hīnayāna della pace individuale .

Il nirvana del Mahayana è lo stato completamente risvegliato di un Buddha dotato del trikaya, i Tre Corpi Buddici che sono il Dharmakaya, il Sambhogakaya e il Nirmanakaya;  non è una vaga  pace libera da inquietudini ma è lo stato di supercoscienza  delle Saggezze Ultime. È la consapevolezza originaria di una mente non-oscurata che dimora della natura ultima, l'elemento fondamentale, la Dharmatha.

La salvezza buddista – praticamente secondo tutte le scuole – non è il raggiungimento-riconoscimento  di una perfezione che già esiste ma è sempre il raggiungimento di qualcosa di irragiunto.

Alla fine dell'itinerario del Buddha, il canone buddista sottolinea alcuni elementi propri dello stato nel quale rimane il mistico. Esso è caratterizzato anzitutto dalla "sapienza" (in sanscrito prajna, in pali panna).  I testi parlano anche dei "poteri miracolosi" (siddhi), frutto dello stato acquisito.

Sono poteri magici, e fra questi vengono enumerati l’ ''occhio divino", l'"orecchio divino", il potere di conoscere i pensieri altrui, o tutte le previe esistenze, di volare come i passeri, di toccare con le proprie mani il sole e la luna, ecc. In questo campo, il buddismo non presenta nessuna originalità, perché ripete le liste stereotipe delle antiche scuole, per esempio dello yoga .

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