| Sei a pag.
1 di home > cristianesimo > Gesù |
Chi è Gesù? Eb 13, 8 Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre! Gesù così come viene annunciato dai cristiani è esistito veramente oppure è il frutto di una mitizzazione operata dai suoi seguaci? Gesù è probabilmente il personaggio storico sul quale si è scritto, dipinto, scolpito, parlato e discusso di più nella storia umana. Molte volte, anche nella storia recente, è stata messa in dubbio l'esistenza storica di Gesù di Nazareth. Studiosi, anche illustri, hanno fatto l'ipotesi che egli non sia mai esistito, e che si sia trattato di un personaggio fantastico, cui furono attribuite interessanti dottrine. Le testimonianze più antiche ed abbondanti su Gesù ci vengono naturalmente dai suoi discepoli, cioè da credenti nella sua predicazione. Le rintracciamo soprattutto nei quattro Vangeli. C'è chi ha messo in dubbio tali testimonianze, in passato. Oggi nessuno studioso serio mette più in dubbio la buona fede di coloro che testimoniarono su Gesù: nessuno di loro infatti poteva avere alcun interesse nascosto per parlare di Lui. Al contrario, tutti i discepoli pagarono a caro prezzo la fede in Gesù: furono contrastati, perseguitati, e molti testimoniarono addirittura con il sacrificio della vita il fatto di dichiararsi suoi discepoli. Le testimonianze sull'esistenza storica di Gesù sono di fatto non moltissime: testimonianze importanti ci vengono da fonti non cristiane, che non possono essere sospettate di falsità. Di Lui , della sua dottrina e dei i suoi discepoli parlano gli storici romani tra i piu' noti come Tacito e Svetonio, lo storico ebreo Giuseppe Flavio, e una importante raccolta di scritti giudaici, il Talmud. Tacito e Svetonio, storici romani vissuti tra il primo e il secondo secolo dopo Cristo, ricordano i discepoli di Cristo che vivevano a Roma: «(Nerone) presentò come colpevoli[del grande incendio di Roma del 64 d.C.] e colpì con supplizi raffinatissimi quelli che la gente, odiandoli per i loro delitti, chiamava Crestiani. La causa di questo nome, Cristo, era stato condannato al supplizio [della croce] dal procuratore Ponzio Pilato, sotto l'impero di Tiberio ... ».«L'imperatore Claudio espulse da Roma Giudei, che a causa di Cresto facevano frequenti tumulti ... ». Il Talmud, testo della Tradizione giudaica,cosi parla di Gesù: « Ecco ciò che è trasmesso: il giorno di Pasqua fu appeso (alla croce) Gesù. Un araldo ha camminato quaranta giorni davanti a lui dicendo: -Deve essere messo a morte perché ha praticato la magia ed ha sviato il popolo di Israele. Chi sa qualcosa a sua discolpa venga a difenderlo. Ma non fu trovata alcuna difesa e fu appeso (alla croce) il giorno della preparazione della Pasqua.» La genealogia di Gesù.
MATTEO scopre che Gesù appartiene ad una ramo oscuro dei discendenti di Davide. Vi appartiene in modo singolare: Giuseppe è discendente di Davide ma non genera Gesù, lo adotta sposando Maria che è già incinta. Per la legge giudaica l’adozione è legalmente valida , Gesù è figlio legalmente adottato da Giuseppe,come dire che Gesù discende da Giuseppe ...dunque Mt1,1-Genesi di Gesù Gesù è venuto per compiere profeticamente la storia ( la generazione umana) che va da Abramo a Davide a Giuseppe. cf Mt 5,17:non sono venuto ad abolire ma a compiere. Con Gesù comincia una nuova generazione , opera dello Spirito : Egli non nasce dalla carne-generazione peccatrice, ma nasce dalla carne-verginità del celibato volontario ( Maria) , cioè dalla generazione santa, e dallo Spirito Divino.GIOVANNI: La preesistenza, la figliazione eterna di Gesù fonda la venuta di Gesù nella specie umana: Gv
1,1 «In principio era il Logos...Il Logos si fece carne e venne ad
abitare in mezzo a noi» LUCA scopre che Gesù, che si credeva fosse figlio di Giuseppe - Lc 3,23- Gesù quando incominciò il suo ministero aveva circa trent`anni ed era figlio, come si credeva, di Giuseppe, figlio di Eli, invece era figlio di Dio. Nel battesimo Gesù si rivela Figlio di Dio unigenito «tu sei mio figlio, oggi ti ho generato...», MARCO è lapidario: Mc 1,1 «Inizio-principio del Vangelo di Gesù Cristo Figlio di Dio.» Gesù storico e Gesù della fede .
Il suo messaggio era inscindibilmente mistico e sociale. Il regno di Dio non venne, e anzi egli stesso fu messo a morte dai romani per timori politici.
I suoi discepoli, che provenivano da ambienti diversi, diedero fin dall'inizio interpretazioni differenti del suo messaggio. Si interrogarono sulla sua morte dandone spiegazioni diverse, molti di loro si convinsero che era risuscitato dai morti. Solo tra III e IV secolo si sarebbe formata una collezione di sacre scritture cristiane, quella che oggi si chiama "Nuovo Testamento", ma i primi cristiani avevano scritto nel frattempo numerosissime altre opere. Quelle che le chiese considerarono apocrife, a partire all'incirca dal IV secolo, scomparvero poco alla volta; sono ricomparse dalla fine dell'Ottocento ad oggi grazie agli scavi archeologici e alle ricerche storiche. La massa di studi sviluppata negli ultimi centocinquanta anni ha rivoluzionato le nostre conoscenze. L' analisi critica di (di Padre Raniero Cantalamessa Avvenire, Sabato 18 novembre 2006 a proposito del libro di Corrado Augias e Mauro Pesce )Gesù: un ebreo, un cristiano o tutte e due le cose? La fede condiziona la ricerca storica? Innegabilmente, almeno in una certa misura. Ma io credo che l’incredulità la condiziona enormemente di più. Se uno si accosta alla figura di Cristo e ai Vangeli da non credente ...l’essenziale è già deciso in partenza: la nascita verginale non potrà che essere un mito, i miracoli frutto di suggestione, la risurrezione prodotto di uno «stato alterato della coscienza» e così via. Vengo ora al punto principale condiviso dai due autori. Gesù è stato un ebreo, non un cristiano; Come conciliare quest'ultima affermazione con la notizia degli Atti (11,26) secondo cui, non più di 7 anni dopo la morte di Cristo, circa l'anno 37, «ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani»? Intorno agli stessi anni, Ignazio d'Antiochia parla per ben 5 volte di cristianesimo come distinto dal giudaismo, scrivendo: «Non è il cristianesimo che ha creduto nel giudaismo, ma il giudaismo che ha creduto nel cristianesimo» (Lettera ai Magnesiani 10, 3). In Ignazio, cioè all'inizio del II secolo, non troviamo attestati solo i nomi «cristiano» e «cristianesimo», ma anche il contenuto di essi: fede nella piena umanità e divinità di Cristo, struttura gerarchica della Chiesa (vescovi, presbiteri, diaconi), perfino un primo chiaro accenno al primato del vescovo di Roma, «chiamato a presiedere nella carità». Prima ancora, del resto, che entrasse nell'uso comune il nome di cristiani, i discepoli erano coscienti della identità propria e la esprimevano con termini come «i credenti in Cristo», «quelli della via», o «quelli che invocano il nome del Signore Gesù». Forse Mosè aveva inteso fondare la religione d'Israele o Buddha il buddhismo? Le religioni nascono e prendono coscienza di sé in seguito, da coloro che hanno raccolto il pensiero di un Maestro e ne hanno fatto ragione di vita. Ma fatta questa precisazione, si può dire che nei Vangeli non c'è nulla che faccia pensare alla convinzione di Gesù di essere portatore di un messaggio nuovo? E le sue antitesi: «Avete inteso che fu detto…, ma io vi dico» con le quali reinterpreta perfino i 10 comandamenti e si pone sullo stesso piano di Mosè? Esse riempiono tutta una sezione del Vangelo di Matteo (5, 21-48), cioè di quel medesimo evangelista su cui si fa leva, nel libro, per affermare la piena ebraicità di Cristo! Gesù aveva l'intenzione di dare vita a una sua comunità e prevedeva che la sua vita e il suo insegnamento avrebbero avuto un seguito? Il fatto indiscutibile dell'elezione dei 12 apostoli sembra proprio indicare di sì. Anche lasciando da parte la grande commissione: «Andate in tutto il mondo, predicate il Vangelo ad ogni creatura» (qualcuno potrebbe attribuirla, nella sua formulazione, alla comunità post-pasquale), non si spiegano diversamente tutte quelle parabole, il cui nucleo originario contiene proprio la prospettiva di un allargamento alle genti. Si pensi alla parabola dei vignaioli omicidi, degli operai nella vigna, al detto sugli ultimi che saranno i primi, sui molti che «verranno dall'oriente e dall'occidente per sedersi a mensa con Abramo», mentre altri ne saranno esclusi e innumerevoli altri detti… Va dato merito a Pesce che non accetta di liquidare la storicità dell’istituzione dell’Eucaristia e la sua importanza nella primitiva comunità. Qui è uno dei punti dove più emerge l’inconveniente segnalato all’inizio di tener conto solo delle differenze, e non delle convergenze. I tre Sinottici e Paolo unanimemente attestano il fatto quasi con le stesse parole, ma per Augias questo conta meno del fatto che l’istituzione è taciuta da Giovanni e che, nel riferirla, Matteo e Marco abbiano «Questo è il mio sangue», mentre Paolo e Luca hanno «Questo è il calice della nuova alleanza nel mio sangue». La parola di Cristo: «Fate questo in memoria di me», pronunciata in tale occasione, si richiama a Esodo 12, 14 e mostra l’intenzione di dare al "memoriale" pasquale un nuovo contenuto. Non per nulla di lì a poco Paolo parlerà della «nostra Pasqua» (1 Cor 5, 7), distinta da quella dei giudei. Se all’Eucaristia e alla Pasqua si aggiunge il fatto incontrovertibile dell’esistenza di un battesimo cristiano fin dall’indomani della Pasqua che progressivamente sostituisce la circoncisione, abbiamo gli elementi essenziali per parlare, se non di una nuova religione, di un modo nuovo di vivere la religione d’Israele. Merita una discussione a parte il capitolo sul processo e la condanna di Cristo. La tesi centrale non è nuova; ha cominciato a circolare in seguito alla tragedia della Shoah ed è stata adottata da quelli che propugnavano negli anni Sessanta e Settanta la tesi di un Gesù zelota e rivoluzionario. Secondo essa, la responsabilità della morte di Cristo ricade principalmente, anzi forse esclusivamente, su Pilato e l’autorità romana, il che indica che la sua motivazione è più di ordine politico che religioso. I Vangeli hanno scagionato Pilato e accusato di essa i capi dell’ebraismo per tranquillizzare le autorità romane sul loro conto e farsele amiche. Questa tesi è nata da una preoccupazione giusta che tutti oggi condividiamo: togliere alla radice ogni pretesto all’antisemitismo che tanto male ha procurato al popolo ebraico da parte dei cristiani. Ma il torto più grave che si può fare a una causa giusta è quello di difenderla con argomenti sbagliati. La lotta all’antisemitismo va posta su un fondamento più solido che una discutibile (e discussa) interpretazione dei racconti della Passione. L’estraneità del popolo ebraico, in quanto tale, alla responsabilità della morte di Cristo riposa su una certezza biblica che i cristiani hanno in comune con gli ebrei, ma che purtroppo per tanti secoli è stata stranamente dimenticata: «Colui che ha peccato deve morire. Il figlio non sconta l’iniquità del padre, né il padre l’iniquità del figlio» (Ez 18,20). Durante questa fase più antica il cristianesimo si considerava ancora destinato principalmente a Israele; le comunità nelle quali si erano formate le prime tradizioni orali confluite in seguito nei Vangeli erano costituite in maggioranza da giudei convertiti; Matteo, è preoccupato di mostrare che Gesù è venuto a compiere, non ad abolire, la legge. Se c’era dunque una preoccupazione apologetica, questa avrebbe dovuto indurre a presentare la condanna di Gesù come opera piuttosto dei pagani che delle autorità ebraiche, al fine di rassicurare i giudei di Palestina e della diaspora sul conto dei cristiani. I quattro Vangeli attestano, si può dire a ogni pagina, un contrasto religioso crescente tra Gesù e un gruppo influente di giudei (farisei, dottori della legge, scribi) sull’osservanza del sabato, sull’atteggiamento verso i peccatori e i pubblicani, sul puro e sull’impuro. Jeremias ha dimostrato la motivazione antifarisaica presente in quasi tutte le parabole di Gesù. Il dato evangelico è tanto più credibile in quanto il contrasto con i farisei non è affatto pregiudiziale e generale. Gesú ha degli amici tra di loro (uno è Nicodemo); lo troviamo a volte a pranzo in casa di qualcuno di loro; essi accettano almeno di discutere con lui e di prenderlo sul serio, a differenza dei Sadducei. Pilato non era certo una persona sensibile a ragioni di giustizia, tale da preoccuparsi della sorte di un ignoto giudeo; era un tipo duro e crudele, pronto a stronc are nel sangue ogni minimo indizio di rivolta. Tutto ciò è verissimo. Egli però non tenta di salvare Gesù per compassione verso la vittima, ma solo per un puntiglio contro i suoi accusatori, con i quali era in atto una guerra sorda fin dal suo arrivo in Giudea. Naturalmente, questo non diminuisce affatto la responsabilità di Pilato nella condanna di Cristo, che ricade su di lui non meno che sui capi ebrei. Una versione, questa, compatibile con quella delle fonti neotestamentarie che, mentre, da una parte, mettono in luce la partecipazione delle autorità ebraiche (dei sadducei forse più ancora che dei farisei) alla condanna di Cristo, dall’altra spesso la scusano, attribuendola a ignoranza (cf. Lc 23,34; Atti 3, 17; 1 Cor 2,8). È il risultato a cui giunge anche Raymond Brown, nel suo libro di 1608 pagine su «La morte del Messia». |
| Sei a pag.
1 di home > cristianesimo > Gesù |