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Bendettini [testi tratti da Storia della Chiesa - Ediz. Paoline.] San Benedetto da Norcia e la sua Regola. ...«Si mettono subito al lavoro i monaci di Benedetto e gradualmente nascono l'oratorio, la biblioteca, il dormitorio, il refettorio, la foresteria, il forno, il mulino, la mensa, le officine, l'orto, il cimitero. Questo è il tempo in cui si combatte in Italia la guerra "gotica" tra i successori di re Teodorico e l'Impero d'Oriente, che è deciso a riconquistare l'Italia. Ma a Montecassino c'è pace e fraternità: barbari e latini, ariani e cattolici, poveri e ricchi, tutti sono accolti, rifocillati, ospitati e molti di loro diventano monaci...» Con il carisma di S. Bendetto avviene come è noto, un'importante realizzazione monastica, ma come tante altre. La grande novità, la vera e duratura rivoluzione, non stava nel monastero, ma nella Regola che esso riceve da Benedetto, e che molto rapidamente governerà la vita e l'attività di migliaia di monaci intutta Europa. Ciò che conta è il fatto che Benedetto delinea e impone un "nuovo modo di essere monaci", basato su tre principi fondamentali e uguali per tutti.Il primo punto della Regola è la stabilitas: niente più monaci girovaghi; chi sceglie liberamente di entrare in una comunità monastica dovrà vivere stabilmente lì, nel lavoro e nella vita fraterna; il cenobio sarà la sua famiglia per sempre. Il secondo principio è quello dell'orario. Benedetto rivaluta il tempo, che è parte della vita, dono di Dio, e perciò non va disprezzato né dissipato, ma tutto utilizzato al servizio del Signore. E dunque ci sono disposizioni precise, scadenze puntuali in ogni momento della giornata, per la preghiera, la lettura sacra, il lavoro, il riposo.
Guerre, invasioni, fame e peste hanno non solo disgregato le strutture sociali, ma anche le volontà; c'è un colossale fenomeno collettivo di "disaffezione", di "assenteismo" in quello che fu l'Impero d'Occidente. Benedetto richiama non solo i suoi monaci, ma tutti gli europei al lavoro, all' impegno; nel clima di disfacimento generale, egli invita a rifare, a ricostruire.E lo fa con disposizioni che rivelano in lui, per dirla col linguaggio dei nostri giorni, un grandissimo manager. Il monaco che non lavora, dice severamente Benedetto, non è un vero monaco: e con questo egli rivaluta la fatica manuale, che dal mondo romano, per secoli, era stata spregiativamente considerata opera da schiavi. No, dice 'Benedetto: essa è opera da uomini; e da uomini, come i monaci, che tendono alla perfezione. Così, dedicarsi a Dio non è più abbandonare a sé stesso il mondo, ma è anzi una forma di aiuto, è la proposta di un modello, l'indicazione di un esempio. Il terzo punto : tra i monaci, continua la Regola,
deve regnare l'uguaglianza più assoluta. Il monastero non è un luogo di autorelegazione per pochi: diventa centro di accoglienza e di ospitalità, in cui trovano aiuto e asilo i pellegrini, gli affamati, i ricercati politici, i contadini fuggiaschi davanti agli eserciti e ai predoni. Questa novità passerà dal monachesimo benedettino alla cultura dei popoli europei. In questo modo- ancora una volta-la cultura europea viene fermentata da valori cristiani. L'Europa non l'hanno costruita i greco-latini. L'hanno costruita i cristiani, recuperando una tradizione latina, ma formulandola in modo assolutamente nuovo. Il cristianesimo fu dunque l'esperienza di una socialità che attraversava la disgregazione, mettendo in gioco un fattore sociale nuovo, diverso. Non ha messo in gioco un'ideologia; non ha tentato di creare un'ideologia comune fra i barbari e i greci; non ha messo in opera, per dirla con i termini moderni, un confronto fra posizioni culturali. Ha creato una vita sociale in cui i barbari e i latini potevano stare insieme: gli stessi barbari e gli stessi latini che si ammazzavano lungo le strade partecipavano alla stessa vita del "Monastero". Lo storico Giorgio Falco dice: "Il goto ascolta la Parola di Dio insieme al latino: lo serve o ne è servito e non c'è nessuna opposizione". Da ciò si può capire che il fattore costruttivo è una socialità nuova, nella quale la persona è profondamente valorizzata nelle sue capacità di conoscenza, di sensibilità, di affezione, di costruttività.Il cristiano accetta la sfida che la realtà gli lancia. E la sfida è tremenda: vediamo se sapete costruire la società! Mentre S. Girolamo, e con lui tanti esponenti della grande cultura cattolica, gridava la sua indignazione e il suo furore contro i barbari, i benedettini fecero un'altra scelta: viviamo la fede nel mondo, perché il cristianesimo è affermare la fede come principio di conoscenza e di azione, a partire da una realtà sociale in cui la fede è un'esperienza di vita. Ecco perché il Monastero fu sentito dalla Chiesa come un'immagine particolarmente significativa di sé; un segno, un esempio di rapporti. Al Monastero, ai Benedettini, i Vescovi e soprattutto il Vescovo di Roma assegnarono la funzione di essere la punta avanzata della Chiesa, perché nell'esperienza del monachesimo benedettino la fede diventa principio di vita attiva, di conoscenza e di azione. "Ora et labora". Il riconoscimento della presenza di Cristo nella Comunità come fattore di unità è anche il principio che fa affrontare l'esistenza nella sua materialità, perché possa essere offerta a Dio. Il Medioevo : dal punto di vista della durata è discusso
il suo inizio: per alcuni la caduta di Roma (410), per altri l'incoronazione
di Carlo Magno nella notte di Natale dell'800. Discussa la sua fine : la scoperta
dell'America o la Riforma Protestante? Nell'età antica il cristianesimo ha dovuto insinuarsi quasi trasversalmente dentro una società che aveva una sua fisionomia, una sua concezione dell'uomo e dello Stato. Affrontò una faticosa dialettica, che poi è esplosa lungo tutte le persecuzioni fino al "Decreto di tolleranza" di Costantino Licinio; poi è cominciata l'espressione pubblica del cristianesimo nel mondo greco-romano. Nel mondo moderno e nel mondo contemporaneo i cristiani dovranno innanzitutto confrontarsi con degli oppositori. Nel Medioevo i cristiani possono creare liberamente, non perché non ci siano oppositori, ma perché non c'è un'altra concezione alternativa di sé e del mondo. Solo un'opposizione di fatto, non di diritto.«Io non ho inventato nulla di nuovo», dice sostanzialmente Benedetto a proposito della Regola; e anzi cita come ispiratore Agostino, Cassiano, Basilio e le Vite dei Padri. Tra gli studiosi, poi, c'è tuttora contrasto su un punto: alcuni- i più - sostengono che Benedetto si ispirò pure a norme di vita monastica contenute nella Regula Magistri, di autore sconosciuto; altri invece pensano che questa Regula sia posteriore a quella di Benedetto Benedetto muore nel 547. Due secoli dopo, i suoi monasteri in Europa saranno più di mille. I gravi conflitti che si verificarono nel Medioevo sembrerebbero manifestare un'incomprensione della lezione di san Benedetto. Ma in realtà, se all'inizio di quei "secoli selvaggi" non si fosse alzata la sua voce profetica, le violenze sarebbero certamente state molto più sfrenate. «Quando si pensa a tutta la violenza che ancora si scatenerà durante questo Medioevo selvaggio», 'Scrive lo storico Jacques Le Goff, «può sembrare che la lezione di Benedetto non sia stata compresa. Ma dovremmo piuttosto domandarci a quali eccessi si sarebbe spinta la gente del Medioevo, se all'inizio di quei secoli non si fosse levata questa voce grande e dolce». Il monachesimo benedettino costruisce l'Europa. Intanto nel 407 le legioni romane erano state ritirate dalla Britannia e l'invasione di quelle terre da parte dei Sassoni e degli Angli cancellò quasi completamente la presenza cristiana, riportandovi il paganesimo. Alla fine del VI secolo, papa Gregorio organizza la riconquista del mondo britannico, mandandovi Agostino, che è un monaco del suo monastero romano di Sane Andrea. Ma al primo colpo l'impresa fallisce: Agostino, arrivato appena in Provenza, si scoraggia e torna indietro; non conosce la lingua dei Britanni, e i monaci che l'accompagnano hanno francamente paura di affrontare quella gente sconosciuta e descritta come crudelissima. Con molta energia, Gregorio li fa ripartire, organizzando per essi una catena di contatti e di appoggi lungo tutta la via, da Marsiglia a Vienne, a Lione, a Tours, e procurando anche interpreti con l'aiuto dei sovrani della Gallia. Così il gruppo di Agostino sbarca alla foce del Tamigi verso la Pasqua del 597 e inizia l'opera di ri-evangelizzazione, che ottiene il primo successo nel giugno di quello stesso anno, col battesimo di Etelberto, re del Kent. Per organizzare la vita religiosa in territorio britannico, Agostino - che diventerà primo vescovo di Canterbury - si serve di due strumenti fondamentali: le direttive di papa Gregorio e la Regola di Benedetto.Il monachesimo occidentale germinò appunto dall'interno
di quella civiltà insanguinata dalla 'violenza e anche flagellata dalla
peste inguinaria, una micidiale epidemia che devastò dapprima i territori
dell'Impero d'Oriente e poi dilagò nell'Europa occidentale. Ne morì
anche il papa Pelagio II (590), predecessore di Gregorio Magno. MONASTERO I monasteri antichi non erano niente di imponente e di caratteristico: erano case qualsiasi, o anche capanne, o grotte. Quei monaci degli inizi si installavano talvolta fra le rovine di un villaggio disabitato a causa delle guerre e delle epidemie, e sistemavano alla meglio le case diroccate, invase dalle erbacce; oppure, in una campagna rimasta incolta per generazioni, costruivano abitazioni di fortuna con i materiali disponibili, senza affatt o preoccuparsi di dare loro una forma particolare, uno "stile monastico". Unica esigenza di questi gruppi solitari: l'acqua, la vicinanza di una fonte o di un torrente. «C'è ancora qualcosa di piacevole nel mondo? Da ogni parte noi vediamo lutti, ascoltiamo gemiti. Città abbattute, borghi schiantati, campi devastati, le città quasi spoglie di abitanti. E i superstiti, sotto i colpi di nuove sventure, sono sopraffatti da un'angoscia profonda...». Così parlava, nella sua prima omelia da pontefice, Gregorio Magno (monaco anch' egli, ma in una comunità cittadina di Roma). Gli infaticabili frequentatori di luoghi abbandonati dagli uomini, dove si addentravano singolarmente o in piccoli gruppi, si nutrirono dapprima di cibi selvatici, di bacche e di erbe bollite, alternando i magri pasti a periodi di digiuno rigoroso. Ma poi, crescendo le comunità dei solitari, infoltendosi le schiere dei primi cenobiti, i frutti naturali non bastavano più, ed essi si diedero a coltivare la terra, ad allevare bestiame. Gregorio Magno parla dei monaci intenti a cercare un buon terreno per l'orto, a coltivarlo, a recarsi al lavoro lontano dalla cella in groppa a somari, a tagliare il fieno a larghi colpi di falce, a vangare i campi per rivoltarne le zolle scure destinate ai cereali. Quanti si recano nelle zone campestri per cercare il silenzio e la contemplazione devono provvedere da sé al proprio mantenimento, sia mangiando i frutti della natura, sia coltivando appezzamenti di terreno che, via via, divengono imponenti aziende, con allevamenti, laboratori e mercati, che rivoluzionano l'economia locale.La Regola dei monasteriLa Regola è composta da un prologo e da 73 capitoli, qualcuno di 4-5 righe, ed è un impasto di citazioni bibliche e di direttive concise, a tratti imperiose, che raccolgono l'esperienza del monachesimo dell'Egitto e dell'Oriente e fondano quello dell'Occidente. Da 14 secoli suscita l'ammirazione di pensatori d'ogni razza e cultura, concordi nel riconoscere che ha bloccato la dissoluzione della società, quando il mondo antico rantolava sotto I colpi della corruzione e delle invasioni barbariche. Imposta il monachesimo sulla stabilità e sull'autorità, eliminando quello dei sarabaìti e dei girovaghi che disseminavano scandalo e parassitismo. Il monaco è ancorato a due strutture fondamentali: preghiera e lavoro, nella cornice della fede e della trascendenza espressa nel motto dell'Ordine: affinché in tutto sia glorificato Dio. La preghiera ha il primato: «Nulla dev'essere anteposto all'Opera di DI0», cioè alla salmodia fatta di giorno e di notte. In essa è compresa la lettura, cioè lo studio e la scrittura dei codici che hanno trasmesso la cultura dell'antichità. Gli amanuensi predicano scrivendo, e con tre dita diffondono per l'universo la scienza della Trinità. Il lavoro è anzitutto rimedio contro i vizi, ma è anche la fonte del progresso e del benessere delle popolazioni sbandate, a cullo Stato non è in grado di offrire sicurezza. I monasteri diventano il rifugio globale; qualche volta come capitali di Stati più o meno grandi, ma provvisti di tutto il necessario, compreso l'esercito, la giustizia e le scuole che raccolgono fino a 4.000 giovani. Il lavoro viene regolato anche nei dettagli. Non ci si occupa solo di agricoltura e bonifica delle paludi, ma di tutti i settori delle professioni, delle arti e dell'industria, architettura, scultura, pittura. Il patriarca dell'Occidente stabilisce la custodia e la manutenzione degli strumenti di lavoro: chi li danneggia o li smarrisce deve fare pubblicamente penitenza. L'ospitalità risponde in primo luogo alla parola di Gesù: «Ero viandante e mi avete ospitato», ma è anche una struttura sociale che supplisce all'anarchia dominante. Gli ospiti sono in un certo senso i padroni del monastero: all'arrivo bisogna lavar loro i piedi e provvederli di tutto. L'Abate deve mangiare insieme a loro preferendoli ai sudditi, i quali sono considerati fratelli in Cristo: hanno tanti pregi, ma anche del difetti per i quali bisogna provvedere all'occorrenza con severità. La Regola si chiude con queste parole: «Chiunque si affretta verso la patria celeste cominci con queste norme minimali; poi con l'aiuto di Cristo giungerà alle cose più grandi». "San Benedetto". pagina di corale (Abbazia di Monte Oliveto Maggiore. Siena). Per una naturale evoluzione, le piccole celle monastiche si fondono insieme, dando origine a grandi strutture, che vengono arricchite dalle donazioni dei potenti e dalle offerte della gente più umile. L'Europa dei secoli VI e VII pullula di piccoli gruppi monastici, ognuno dei quali lotta per conto proprio contro la boscaglia, lo sterpeto, il disordine di fiumi e torrenti, la palude. Tutti insieme, questi gruppi formano una sorta di instancabile e paziente esercito, impegnato nella riconquista delle terre inselvatichite. E dànno vita a una quantità di aziende di monaci-contadini: come ha fatto l'irlandese san Colombano (540-615) in Francia e in Italia, a Luxeuil e a Bobbio, sui monti spopolati della Borgogna e nel cuore dell' Appennino italiano, in territorio di Piacenza. I monaci restauravano (o costruivano) le chiese, e via via intorno ai luoghi di abitazione nascevano le stalle, i magazzini e i granai, e poi i mulini. E i confratelli, reso coltivabile il terreno sufficiente, vi ripartivano le colture, piantavano vigne, e anche dall'incolto erano in grado di ricavare risorse: pascolo brado del bestiame, legname per gli strumenti agricoli e da costruzione. Alla fioritura di comunità spontanee alcune delle quali destinate ad affermarsi e a durare cominciò poi a sostituirsi lentamente la costruzione di cenobi più grandi, per iniziativa di re o di signori locali. Dal brulicare di piccole cellule monastiche negli spazi incolti, dal monachesimo nato come fuga da una società in tragico declino, nei secoli VIII e IX si passò a un minor numero di grandi fondazioni, affiancate a quelle comunità primitive che col tempo erano cresciute per forza propria. Questo fenomeno fu piuttosto precoce nella Francia merovingia, dove la monarchia si era rapidamente convertita al cattolicesimo; in Italia, invece, cominciò solo nel secolo VIII, quando i re longobardi (divenuti finalmente cattolici dopo essere stati ariani) cominciarono a far costruire a decine chiese, cenobi e abbazie. In questo modo, vecchi monasteri arricchiti via via dai doni di umili e di potenti, e nuovi centri costruiti già in grande dai prìncipi, cominciarono ad assumere anche la fisionomia di importanti aziende, dotate di estese proprietà.
L'abbazia di San Silvestro di Nonantola, creata dal re longobardo Astolfo nel cuore della Bassa Modenese (metà dell'VIII secolo) e circondata da una profonda area forestale, disponeva all'atto della fondazione di sterminati spazi incolti, molti dei quali all'inizio del secolo successivo furono ridotti a coltivazione, per far fronte alle necessità di un numero crescente di monaci. Nel primo ventennio del IX secolo (al tempo dell'abate Pietro), più di ottocento confratelli vivevano nell'ambito di Nonantola. Alla stessa maniera crebbe largamente la proprietà del monastero femminile di Santa Giulia a Brescia, edificato dal re longobardo Desiderio e da suo figlio Adelchi, poco prima che Carlo Magno abbattesse il loro regno e ne espugnasse la capitale, Pavia (774). Come già era avvenuto in Francia nel secolo precedente, anche in Italia i monaci si trasformarono nel IX secolo da coltivatori in ricchi amministratori di vaste terre. La proprietà, di solito, era costituita da una parte centrale, gestita direttamente dai monaci e coltivata in economia da salariati. Il vero monaco è quello che lavora .L'ozio è nemico dell'anima, e perciò i fratelli in determinate ore devono essere occupati in lavori manuali, in altre nella lettura divina. (...) Qualora esigenze locali o la povertà rendessero necessario provvedere direttamente alla raccolta delle messi, i fratelli non si lamentino per questo, perché è proprio allora che essi sono veramente monaci, quando vivono del lavoro delle proprie mani, come fecero i nostri padri e gli apostoli. Ogni cosa sia però fatta con misura e avendo riguardo ai più deboli. (...) Se vi fosse qualcuno così negligente o svogliato da non volere o sapere meditare o leggere, gli si dia qualche lavoro da fare, in modo che non stia in ozio. (San Benedetto, La Regola. cap. 48) Non sarebbe pensabile la Francia, l'Italia, la Germania, il Belgio, buona parte del Nord d'Europa, senza questa azione di rieducazione al lavoro come rapporto significativo con la realtà materiale. Il resto, ripartito in singole aziende, veniva dato in affitto a uomini di svariata condizione, servi, semiliberi e liberi, che avevano pure l'obbligo di alcune corvées (prestazioni gratuite di lavoro) sul terreno gestito dai monaci. I servi erano nutriti e alloggiati sul posto; gli affittuari risiedevano nei poderi con le famiglie, cosicché intorno al monastero nascevano centri abitati, che sul finire del IX secolo contavano centinaia e talvolta migliaia di uomini, donne e bambini. A Bobbio, nell'883, c'erano già sei case a due piani e trenta a un piano. La pianta del monastero di San Gallo, in Svizzera (fondato da un discepolo di san Colombano) rivela le dimensioni sbalorditive raggiunte dall'insieme degli edifici sacri e profani nello stesso IX secolo. Con il passare del tempo, quindi, all'ombra dei centri monastici
maggiori si allargavano aziende, nascevano paesi e anche città.
Re e privati gareggiavano nel fondare e ingrandire i luoghi sacri dove si
pregasse per la stabilità del regno e la salvezza della loro anima.
E per analoghi motivi affluivano al monastero le piccole offerte degli umili:
promuovere invocazioni per la salute fisica e spirituale, per ottenere protezione
da Dio. La grande proprietà monastica aveva poi un'altra funzione: i re fonda tori e i loro discendenti esigevano dai monaci anche l'ospitalità, con tutta la corte, quando si spostavano. Dal Chronicon dell'abbazia piemontese di Novalesa vediamo come Carlo Magno ne utilizzasse le risorse: «Carlo... mosse con l'esercito, giungendo al monastero di Novalesa, dove si trattenne molto a lungo con la corte: vi rimase fino a che ebbe consumato tutte le scorte alimentari-dei monaci. E lo faceva a ragion veduta: a quel tempo, infatti, il monastero era ampiamente fornito di provviste d'ogni genere». Viandanti e pellegrini, poi avevano diritto all' ospitalità e al cibo nei monasteri. Le numerose, piccole celle, disposte a ridosso dei valichi montani e lungo le vie monotone che attraversavano le grandi pianure incolte, completavano l'opera di ospitalità ai potenti e ai poveri, offerta dai centri maggiori. La cultura dei popoli europei è cresciuta soprattutto- pur con sfumature diverse- sulle fondamenta dei valori cristiani , soprattutto quelli realizzati dal monachesimo d'occidente.Ciò che unifica il 500 al 1500 è questa straordinaria capacità di costruzione del cristianesimo, dalla quale però emergono tutte le grandezze e le povertà del popolo cristiano. Il popolo cristiano non é un popolo solo di santi, né un popolo solo di peccatori. È un popolo di santi e di peccatori. Se i Benedettini avviarono un processo storico di formazione di una cultura unitaria propriamente europea , furono i i Carolingi a compiere il primo miracolo della sua unità politica. Caduto !'Impero romano e scomparsa la scuola antica, la Chiesa creò tre tipi di nuove scuole: quelle monastiche, per i ragazzi destinati dai genitori ai monasteri; quelle presbiterali per i giovani chierici e anche per i laici; quelle episcopali destinate a formare diaconi e preti, sotto la direzione dei vescovi. Nelle scuole che nascono nel sec. VI, VII e VIII - prima attorno ai conventi, ai monasteri, alle cattedrali, - è germinalmente presente la fioritura culturale che trova il suo culmine e fonte nelle università. In esse vive la fede come orizzonte unitario per comprendere e interpretare veramente la realtà tutta. Di solito, lo schema dell'ideologia si impone e coarta la realtà, mortificando la ricerca, la valorizzazione del diverso, il rispetto del particolare. Le grandi università sono nate in ambiente cristiano e noi oggi riscopriamo - male e a secoli di distanza - la chiarezza metodologica, l'articolazione del sapere, il dialogo fecondo tra docente e discente, che vigevano nella "universitas studiorum" medioevale. Occorre sfatare la falsa convinzione che nel medioevo non si poteva far nulla senza l'imbeccata e l'ordine del papa e dei vescovi: l'autorità ecclesiastica il più delle volte riconosce, corregge, accompagna. "Nel Medioevo si crea la libertà" . La Chiesa ha promosso la cultura primaria nel popolo, anche quando non sapeva né leggere né scrivere, offrendo ai loro occhi la storia biblica raffigurata nelle statue dei santi, nei bassorilievi delle cattedrali, nei cicli dei mosaici e delle vetrate, (vere "bibbie dei poveri"); prima ancora del Rosario (formulato nella forma attuale in pieno periodo della Controriforma), la recita dell'Angelus collocava la memoria dell'Avvenimento di Cristo all'inizio, a mezzo, al tramonto di ogni giorno; con la celebrazione della Liturgia ha educato la fede di generazioni, anche se il latino non è più compreso dalla gente e quello scritto non è più quello di Cicerone o dei Padri. Su questa cultura primaria l'Università costruisce quella che Giovanni Paolo II chiamerebbe "cultura secondaria", più vasta, più riflessa e organica. Altro che Medioevo sinonimo di oscurantismo, secoli bui. Sviluppate e cresciute dal VI secolo in avanti, queste scuole sono state poi coinvolte nella crisi che scosse l'Occidente nel secolo VII. All'imperatore Carlo Magno si deve la loro ripresa. Paradossalmente, questo sovrano promotore di studi non sapeva scrivere. Leggeva solamente, o leggicchiava. Ma era curioso di tutto, interessato a
tutto, e si circondò di gente letterata. Per far rinascere la scuola
si fece coadiuvare dall' anglosassone Alcuino e dagli italiani Pietro da Pisa
e Paolo Diacono, che era discendente di avi longobardi. Il re e i suoi consiglieri
si preoccupavano di due cose: ridare all'atto scritto, al documento,
la funzione che aveva nell'Impero romano, cosicché
gli ordini arrivassero ben precisi ai funzionari periferici e fossero ben
compresi; dunque, bisognava creare una burocrazia "letterata",
che sapesse leggere gli ordini, spiegarli, e che poi fosse capace di scrivere
rapporti e rendiconti. In secondo luogo, poiché Carlo Magno si considerava
pure responsabile della salvezza eterna dei sudditi, occorreva diffondere
largamente l'istruzione religiosa, e quindi ci voleva un clero capace di insegnare. Poiché molti
libri religiosi sono mal scritti, egli ordina di ricopiarli in una scrittura
semplificata e più chiara, definita "carolina". In un altro
provvedimento, il re chiede ai preti di campagna di aprire scuole
per dare ai bambini !'insegnamento elementare.
È difficile capire fino a che punto gli ordini siano stati eseguiti. Intorno a Carlo Magno gravita un gruppo di studiosi che non vivono per loro conto, ma formano come un "sistema" intorno al sovrano, il quale partecipa alle loro discussioni, le orienta, e poi stimola l'attività scritta, ordinando dissertazioni sui più diversi argomenti. Quest'insieme di dotti (con Carlo Magno) costituisce la famosa "Accademia palatina" "in cui si discute di tutto, si legge, si risolvono "enigmi". Le discussioni continuano a lungo, anche a tavola e persino nella piscina dove Carlo Magno fa ogni giorno lunghe nuotate. Nonostante le scuole aperte e ben funzionanti in varie località, fino al termine della sua vita Carlo ha continuato a insistere sull'istruzione. Anche i suoi successori insisteranno sullo stesso problema, fino alla metà del IX secolo: chiara prova delle difficoltà che l'iniziativa incontra. All'interno della "Communio Cristiana" l'uomo medioevale vive i suoi interessi fondamentali: la conoscenza di sé e della realtà che lo circonda; e la costruzione, in tutti i suoi aspetti (sociali, economici, politici), esprimendo le sue capacità e rispondendo ai suoi bisogni fondamentali (ad es. : la scuola, la bottega dell'artigiano, ecc.)La fede è il fattore unificante, ma non alla stregua dello stalinismo o del nazismo; l'unità della società medioevale non è statalista, centralista. L'imperatore ha il compito di unificazione religioso-morale, come il fondamento e la difesa di questa unità. Ma la lega Anseatica (delle città marinare tedesche, che dal sec. XII al XVIII si accordano per proteggere le loro attività commerciali) nulla ha a che vedere con il Regno di Arduino d'Ivrea; o con ciò che nasce con la tripartizione del Regno dei Franchi dopo la morte di Carlo Magno (è la radice della contrapposizione dell'attuale Belgio-Olanda-Francia, e all'interno di quest'ultima tra le regioni di lingua d'oc e quella d'oil). Il cuore della fede ecclesiale non solo tollera, ma promuove il vero pluralismo (che è la varietà con cui è espressa l'unità, non la contraddizione). Uno splendido esempio medioevale italiano è rappresentato dalla Repubblica di Venezia. La Serenissima è una compagnia di mercanti, capaci di trattare con tutti: slavi, turchi, mongoli, arrivando fino a Pechino. All'inizio del sec. XIII, la comunità medioevale è segnata dalla tremenda malattia della lebbra, malattia della povertà, la povertà endemica per carenza di alimentazione e di condizioni minime di sopravvivenza. La mentalità comune è ancora dominata dal pregiudizio pagano ed ebraico, secondo la quale la malattia è una maledizione (cfr. l'episodio del Cieco Nato: Chi ha peccato? Lui o i suoi genitori? Gv 9,1.3) A fronte di tanto flagello, la Chiesa dice: "Questa è gente come tutti noi" e la Chiesa fonda l'ospedale, il luogo dove l'ospitalità, che Dio offre all'umanità con la Comunità cristiana, diviene l'ospitalità che la Chiesa offre agli esseri umani più bisognosi. L'ospedale è legato alla testimonianza del santo che esprime con maturità più completa la fede medioevale: s. Francesco. Nel suo Testamento confesserà che la sua conversione vera è
iniziata con il bacio al lebbroso: "Quando il Signore mi mise tra i lebbrosi,
mi fece uscire dai peccati". Mai come nei secoli VII, VIII e IX, il nuovo soggetto umano che è la vita della Chiesa si rivela paziente educatrice di interi popoli. L'opera di costruzione parte da zero e si svolge quindi gradualmente, pezzo per pezzo, giorno dopo giorno. I limiti dell'età medioevale - che di solito vengono attribuiti alla stessa fede - altro non sono che i segni della fatica con cui la Chiesa sa educare gente che fa passare dalla preistoria alla storia, fino ad innamorarsi della convivenza pacifica e della costruzione positiva. La Chiesa ha creato la società medioevale educando uomini e donne a vivere la vita come missione; cioè a vivere la vita quotidiana, ordinaria o eccezionale (il lavoro dei campi o quello del fondaco, la capacità artistica o la capacità culturale, la capacità di carità verso i più piccoli o la capacità di organizzare la vita sociale), ogni interesse e circostanza della vita, non per affermare se stessi, ma per affermare la Gloria del Signore.Questa missione è in fondo l'immagine della Chiesa che cammina nella storia e vive non per se stessa, ma per il Signore. Durante il cammino la Chiesa si imbatte in situazioni negative, e manifesta anche i suoi limiti, che quando siano documentati devono essere tranquillamente affermati. La storia della Chiesa, infatti, non è la storia di una realtà già perfetta, ma in essa permangono resistenze allo Spirito ed è inviata ad una umanità minata dall'incoerenza con l'ideale che annuncia. In questi secoli il Cristianesimo non ha soltanto animato un mondo preesistente, ma si può ben dire che ha forgiato una nuova civiltà, che brillerà nel secolo XII, per declinare nel XIVLa società è il coagulo positivo e creativo di varie appartenenze: è un dato tradizionale, ma da rinnovare in ogni generazione. Nel Medioevo costituisce una realtà unitaria a livello di concezione, ma molto articolata e pluralista a livello di realizzazione; l'organizzazione dello stato medievale ha ben poco da spartire con lo stalinismo e con il nazismo. La modernità La Chiesa è un soggetto di missione: tramite l'unità visibile dei suoi membri (la Comunione vissuta nella Comunità), la nuova capacità di giudizio che ne deriva (cultura), la nuova capacità di amare l'uomo e il suo destino (carità), la Chiesa vive per comunicare la novità salvifica dell'Avvenimento di Cristo, con quelle modalità che sono suggerite dai diversi contesti in cui si viene a trovare. Il nuovo contesto del "mondo moderno", con il quale la Chiesa si trova a che fare è che esso rappresenta una nuova situazione, alternativa a quella del Medioevo, durante il quale fede cristiana, cultura e civiltà erano state vissute in profonda sintonia : nel "mondo moderno" la Chiesa si è trovata a che fare con una concezione dell'uomo e della natura, del suo modo di vivere e intervenire nella storia che non ha più radici nella fede; anzi, a mano a mano si rivela e si matura, le si oppone a ragion veduta. La Chiesa non è antimoderna : essa riconosce il valore delle scoperte geografiche, scientifiche, astronomiche, psicologiche, che caratterizzano e imprimono impulso all'età moderna ma è la cultura dell'era moderna - il suo modo di pensarsi e di agire - che si rivela lontana e l'opposto di quella ispirata alla fede cristiana. Tale distacco e contrapposizione avviene all'interno della cultura cattolica;
non sono causati da un agente esterno ad essa (come sarà con l'Islam,
per esempio), ma una sorta di crisi interna alla cultura cristiana, addirittura
ad una certa cultura ecclesiastica.La nuova, alternativa concezione dell'uomo . Al centro della realtà sta l'uomo (antropocentrismo), non più il Creatore "che move il sole e l'altre stelle" (Dante, Paradiso XXXIII, 145): è l'uomo che detiene la capacità originaria di determinare il vero, il bene, il bello, il giusto. Ancora una volta si ritiene che "l'uomo è la misura di tutte le cose" (Protagora). Questo è un uomo che non avverte alcuna necessità di salvezza e di un Salvatore, che gli sveli chi è e lo aiuti a diventarlo sempre di più, perché è soltanto da se stesso che ricava ogni risorsa. L'uomo moderno non ha bisogno di nient'altro che di se stesso. Tutto il valore è già concentrato in lui. "L'uomo, -secondo la nuova concezione,- non ha bisogno del cristianesimo e dei suoi valori". Singolarmente questa intuizione nuova nasce dentro la cultura cristiana.Da circa 150 anni, dalle Cattedre dell'Università si insegnava il Nominalismo. Ogni sapere era ridotto a puri nomi, a "nomina": concetti astratti e convenzionali con i quali l'intellettuale gioca, organizzandoli a suo piacere, per mettere tutto in discussione e per dimostrare come vero anche il suo contrario. Così la capacità critica della ragione è usata per dissolvere ogni certezza e si minano le certezze di fede e di morale che avevano impregnato la civiltà medioevale. Questo strapotere del raziocinio, porterà gli Umanisti ad affermare che a Dio si può arrivare anche con le proprie forze naturali (senza l'aiuto necessario della Grazia), con l'applicazione della sola ragione (senza bisogno della luce della fede). Questo è vero (cf Dei Verbum) ma è così che la fede -allora- viene lasciata alla massa del popolino (che non sa usare la ragione), mentre questa visione naturalistica è appannaggio elitario dei dotti intellettuali. Gli inizi di questa grave separazione nello stesso corpo ecclesiale si riscontrano già nell'infelice tentativo di dare del cattolicesimo una versione totalmente naturale, operato dal "coltissimo" Pico della Mirandola . A questo uso esasperato della ragione, si cercherà di reagire salvando la fede dalla ragione, dalla quale viene radicalmente separata. La ragione, allora, finisce per essere abbandonata al male demoniaco; e la fede viene salvata unicamente dalla volontà e dal sentimento. Si frantuma la sintesi tra fede e ragione - amore che aveva caratterizzato l'età dei Padri e del Medioevo ,quando tutto l'uomo si realizzava pienamente con l'incontro e l'accoglienza di Cristo. Un altro fenomeno eragià in atto alla fine del Medioevo, almeno presso minoranze intellettuali: l'appartenenza alla Chiesa - sacramento di salvezza - diveniva sempre meno l'appartenenza al mistero di Comunione ma sempre più una pura situazione di fatto socio - culturale: l'uomo non vive più la Chiesa, ma vive solo estrinsecamente nella istituzione della Chiesa, cioè solo per il fatto che nasce ed è situato in Occidente. L'uomo moderno "Non ha bisogno di alcun fondamento estraneo a sé, né tollera norma alcuna al di sopra di sé" . Pur non essendo programmaticamente atei e anticattolici, l'Umanesimo e il Rinascimento hanno di fatto operato questa rottura con la tradizione culturale medioevale: non è più Cristo, non sono più i santi, i modelli cui conformare la propria esistenza; sono gli eroi che lottano per il proprio destino, sono i titani dell'antichità greco-romana, che - come Prometeo - danno la scalata all'Olimpo per procurarsi il fuoco degli dei. E' innanzitutto una immagine di uomo sostanzialmente positiva. Lo stesso modo di concepire la ragione non è più quello del Medioevo. Per s. Agostino, la ragione è una delle facoltà conoscitive dell'uomo che "ricerca il vero, il bello, il bene, il giusto"; non esclude nessun fattore della realtà e si mantiene aperta ad una possibile rivelazione del Mistero di Dio. Qui, invece, la razionalità è solo quella scientista, strumento privilegiato del conoscere, come la tecnica è strumento privilegiato per l'agire.Il Medioevo subì da parte degli Umanisti rinascimentali una censura radicale, con l'intenzione di rifarsi all'atteggiamento umano pre-cristiano, quello dell'antichità classica, oggettivamente ritenuto simile al proprio: di uomo perfettamente equilibrato, forte della sua virtù e della propria ragione, nell'apollineo splendore a lui conferito da tutti i canoni dell'arte. Questa, però, fu un'operazione ideologica, non soltanto viziata dal disprezzo nei riguardi dell'unità culturale tentata dal Medioevo cristiano, ma anche pregiudizialmente scorretta nei confronti della vera immagine dell'antichità. La sistematica - sia pure graduale e a volte inconsapevole - contrapposizione alla tradizione precedente ha comportato la dissoluzione di quei rapporti che sono ed erano stati vissuti come costitutivi della persona: il rapporto con Dio, con la famiglia, con la società. - L'eliminazione del rapporto con Dio è stata la più difficile. Non era neppure lontanamente possibile, nella metà del secolo XV, sostenere apertamente che "Dio non esiste" e neppure che "non sappiamo se Dio esiste", come non era possibile dubitare che Dio fosse il fondamento della vita morale. Dovrà venire Nietzsche a dire che "Dio è morto" (ma non si capisce bene cosa abbia voluto dire!); neppure il marxismo sarà, in fondo, sostenitore di un ateismo teorico. L'erosione dell'edificio unitario della cultura medioevale inizia con l'uso ambiguo del termine autonomia: "Dio, se c'è, non c'entra". La fede diviene sempre più una delle componenti della persona e della società: non il fondamento, ma un particolare, uno dei tanti altri settori particolari nei quali ormai l'uomo e la società rinascimentali sono scomposti. La fede in Dio si esprima pure nel culto e ispiri pure la moralità; alla ragione e alla operosità è affidato la scienza e il lavoro, l'esperienza estetica e affettiva, ecc. Così la fede senza intelligenza ridurrà il culto in ritualismo formale e sentimentale, e la morale in pratica moralistica. Una fede, vissuta così, non ha più nulla da dire sulla vita e sulla storia. E, infatti, ogni altro interesse dell'uomo, i campi delle sue conoscenze e della sua creatività, sono rese "autonome" da ogni riferimento religioso, ritenuto fattore alienante e opprimente. Non si nega esplicitamente Dio, ma si vuole che l'uomo viva "come se Dio non fosse" (etsi Deus non daretur): è la formula che esprime quello che oggi chiamiamo laicismo.La Riforma Protestante Alla fin troppo ottimista concezione rinascimentale dell'uomo si aggiunge, si intreccia e s'oppone quella protestante, fin troppo negativa . L'uomo storicamente esistente è irrimediabilmente intriso di male,
incapace di meritare alcunché, di per sé destinato alla dannazione
eterna. Nell'idea di Dio comune alle varie denominazioni dei Riformatori Protestanti,
non c'è più quasi traccia del Padre ricco di misericordia che
Cristo ci ha rivelato. Un Dio siffatto non può che incutere paura ed
è impossibile amarlo. Il Calvinismo accentuerà l'idea che il
Signore ha scelto con insindacabile suo volere e senza venir meno alla giustizia,
quelli che sono predestinati alla gloria o alla dannazione eterna. All'uomo
che si vuole salvare non resta che accogliere la grazia della fede. Ma anche
questa è un'esperienza della salvezza del tutto individuale,
di natura eminentemente psicologica, che tende a ridursi ad un sentimento. È scomparso il livello oggettivo e ontologico, la "creatura nuova" e il "cuore nuovo" del cristiano divenuto realmente partecipe della natura divina in Cristo e perciò del suo spirito di carità; è eliminata la mediazione della Chiesa, sacramento della presenza di Cristo Salvatore; tutto si svolge a livello morale, affettivo e sentimentale (mi sentivo peccatore, ora mi sento salvato); la ragione e la volontà restano fuori dal convertito, che resta in balìa della cultura e del potere del mondo. Nell'agosto del 1526 (prima che scadano i dieci anni dall'inizio della Riforma), Lutero redige Alla nobiltà cristiana della nazione tedesca, con il quale documento consegna di fatto la sua Chiesa ai prìncipi locali, dai quali sarà "protetta". Nel giugno 1530 la Confessio Augustana consegnerà la confessione religiosa al sovrano, capo e protettore della Chiesa. Questa tendenza all'assolutismo di Stato ripresenta, dopo 1500 anni, la situazione della polis sotto l'Impero Romano, quando la religione del "divino.32 imperatore" della "Roma divina" tutto unificava e sottometteva. Il cristianesimo si era sottratto a tale dominio assoluto. Anche nella teocrazia medievale (quando, si dice impropriamente, il papa è anche re o imperatore), la politica non dipendeva in senso tecnico e diretto dalla religione: la stessa religione, poi, riconosceva la Legge di Dio e il punto dove la Legge di Dio parla nell'uomo, la sua coscienza. Così il fatto religioso cristiano è privato della sua capacità di giudizio e di creazione di un mondo più umano conservando soltanto la possibilità di "sentire" la consolazione di una fede, ormai confinata nel privato della coscienza del singolo.La nascita del capitalismo La separazione totale della fede dalla ragione operata da Lutero, non ha solo difeso la fede dalla ragione (come lui intendeva), ma ha eretto quest'ultima a signora di tutta la storia. La fede secondo la versione luterana non ha più nulla da dire ad uno Stato, che in forza della sola ragione, si considererà assoluto padrone di ogni espressione umana, religione compresa; o ad una economia che si organizza in termini di pura efficienza. I migliori storici dell'età moderna convengono che, senza l'avvallo del Protestantesimo, il capitalismo e l'assolutismo moderni non sarebbero mai sorti. Dopo la cosiddetta Riforma Protestante, e anche per causa sua, lo scenario politico dell'Europa subisce una profonda trasformazione: dall'"Europa dei popoli e delle Nazioni" all'Europa degli Stati moderni, che spesso altro non è che assolutismo di Stato, almeno come immagine del potere che vi viene esercitato. Impropriamente definito "nazionale", lo Stato si va concependo con una autorevolezza totale, esercitata anche sulla religiosità. La Chiesa luterana si autoriduce a istituzione naturale di tipo pedagogico-morale, culturale e solidaristico; e come tale si sottomette allo Stato, del quale si ritiene una parte. Mentre la Chiesa cattolica farà la sua battaglia ad un economicismo che ignora la destinazione universale dei beni, e tratta l'uomo alla stregua di una rotella di un ingranaggio anonimo, spietato e finalizzato solo al profitto (e mantiene sulle banche il sospetto di usura), il Protestantesimo abbandonerà l'economia e l'organizzazione del lavoro all'autonomia della ragione, cioè alla cupidigia della borghesia mercantilistica.La polemica dei marxisti, contro la società e la religione al servizio degli interessi della classe padronale, è diretta al Protestantesimo (soprattutto a quello calvinista) più che al Cattolicesimo. (cfr. Troeltsch, Le Chiese e la nascita del capitalismo; e Tawney, Protestantesimo e nascita del capitalismo). L'illuminismo anti-cristiano. Lo stesso termine "moderno" è coniato dagli Illuministi per esprimere disprezzo e rottura con il proprio passato. La volontà di esser diversi ad ogni costo diviene un presupposto che nessuno più metterà in discussione, da Voltaire a Rousseau, da Kant a Hegel a Marx. Seguito un po' da tutti, Voltaire incomincerà a parlare del Medioevo come tempo di barbarie, di ignoranza e di superstizione, come di secoli bui e di età del ferro. Marx considererà preistoria quanto precede la sua interpretazione intellettuale della situazione. I rivoluzionari della Prima Repubblica del 1792 diranno: "I nostri successori ci ringrazieranno di aver posto fine alle nefandezze dell'Ancien Régime"; e così l'Abbazia di Cluny - centro della riforma Benedettina - la cui mole era più imponente della basilica romana di s. Pietro di allora, venne dichiarata cava pubblica di pietre e oggi non rimane che un terzo della navata e neppure metà transetto; non a causa di incendio e di bombardamento, ma perché per dieci anni vi attinsero i costruttori di case. "Il nuovo, per il fatto che è nuovo, è giusto. Il vecchio per il fatto che è vecchio, è sbagliato". Questa specie di indiscutibile convinzione odierna deve molto alla strisciante operazione culturale, semplicista e violenta, di allora. Almeno a livello teorico (nella realtà storica occorreranno secoli), la famiglia - da sempre vissuta come cellula della Chiesa e della società - comincia ad essere considerata spazio privato. Nella concezione dell'uomo autonomo e autosufficiente, anche i nessi costitutivi con la famiglia e la parentela tendono a dissolversi;lo sviluppo e la maturazione della personalità nel rapporto educativo viene intesa come emancipazione da ogni rapporto (determinante in questo l'Illuminismo francese di J.J. Rousseau). Anche i rapporti sociali vanno messi in crisi. La società è il coagulo positivo e creativo di varie appartenenze: è un dato tradizionale, ma da rinnovare in ogni generazione. La società moderna non è anarchica, anche se vi ricorre qualche fenomeno del genere, come in ogni civiltà. Nessuno osa dire che la società e lo Stato non hanno diritto di esserci. Si sostiene qualcosa di ben più radicale: società e Stato vanno ripensati razionalmente e formalizzati scientificamente. Ancora una volta, è il trionfo della ragione: impegnata com'è nella conoscenza scientifica dell'uomo e della natura, deve investire e determinare anche i rapporti sociali. Viene così a formarsi una organizzazione di sapore totalitario, detentrice di ogni valore etico e sociale per la vita di tutti. È così che la visione religiosa della famiglia e dello Stato viene erosa ed emarginata da un uso negativo della ragione: essa si sostituisce di fatto a Dio, dal quale l'uomo è reso indipendente e quindi capace di passare alla costruzione scientifica di se stesso e del mondo nuovo. La visione religiosa della famiglia e dello Stato viene erosa ed emarginata da un uso negativo della ragione: essa si sostituisce di fatto a Dio, dal quale l'uomo è reso indipendente e quindi capace di passare alla costruzione scientifica di se stesso e del mondo nuovo. Alla metà del secolo XVII, T. Hobbes (1578-1679) affermerà: Se lo Stato è la somma del bene, del vero, del bello, della giustizia, della ragione, chi è contro lo Stato è contro la ragione, è contro la positività; non ha alcun diritto, dev' essere eliminato. E nell'esergo del Leviatano (1651), la sua opera più rigorosamente totalitaria: Lo Stato è sotto il Dio immortale. È il Dio mortale che può regolamentare con il terrore la vita dei cittadini, per mantenere la pace . Siamo già al terrore di Stato, quello che dopo tre secoli, caratterizzerà drammaticamente l'ideologia disumana dei grandi sistemi totalitari. La Rivoluzione Francese traduce in atto lo spirito della modernità, inferendo un colpo mortale alla precedente tradizione - si può dire progettato a tavolino, con un'operazione di manipolazione del consenso di rara efficacia.La forza della propaganda La cultura dell' Illuminismo venne condensata nella Enciclopedia, l'opera che comprende quanto è spiegabile dalla Dea Ragione con la scienza esatta, ma esclude tutto ciò che alla verifica sperimentale non è riconducibile. Nel suo Dizionario filosofico, Voltaire aveva sentenziato che tutto ciò che non si capisce non esiste. Il filosofo cattolico contemporaneo J. Maritain potrà dire: "L'età moderna è quella che ha posto una inimicizia assoluta tra ragione e mistero" Nei primi anni della Rivoluzione Francese, questa stessa visione delle cose venne inoculata nella mentalità popolare (la Francia contava allora 15/16 milioni di abitanti) tramite la capillare distribuzione di ben 14.000 giornali quotidiani e riviste. Così si persuase il popolo che è vero solo ciò che è razionalmente dimostrabile e che è lecito moralmente tutto ciò che proviene dall'istinto, sostanzialmente buono. Ciò che nella vita religiosa non è legittimato dallo Stato viene perseguitato come nemico del popolo: per questo molti preti e religiosi/e contemplativi finiscono sulla ghigliottina. Per attuare il principio della "separazione della Chiesa dallo Stato", si eliminano i luoghi di culto e delle espressioni sociali, caritative ed educative della vita cristiana.Con la Costituzione civile del clero anche la vita e la missione dei sacerdoti è regolata dallo Stato. Venne votata il 12 luglio 1790, dalla assemblea degli Stati Generali, composta da borghesi, massoni, liberali, illuministi, formalmente rispettosi della Chiesa, presenti arcivescovi e sacerdoti come rappresentanti del "primo Stato" (Contrario il parere del re, che non firma se non dopo un anno e dopo aver obiettato in tutti i modi). Con questo documento si vuol fare della Chiesa di Francia una "Chiesa nazionale", staccata dal papato e più asservita allo Stato: l'elezione dei vescovi, ad esempio, deve avvenire per elezione della base (che allora era costituita solo da 300.000 borghesi aventi diritto al voto); l'ecclesiastico diviene un funzionario della "pubblica moralità"(sic!); le sedi vescovili devono coincidere con i dipartimenti e le provincie (le diocesi francesi erano allora 400, spesso con storia e vitalità loro proprie); i vescovi e i sacerdoti devono giurare fedeltà a tale Costituzione (lo fecero 4 vescovi su più di 200; e un quarto dei sacerdoti, ridotti a poche centinaia dopo la condanna di Pio VI). Ciò che reca vanto alla Chiesa di Francia è che il complesso dei francesi continuò ad andare a Messa dai preti "refrattari" (che non avevano firmato),sfuggiti ai massacri e alle deportazioni. Qualcosa di simile a quanto avverrà nelle Chiese dell'Est Europeo fino al 1989. La contemporaneità Riducendo la vita di fede ad uno stato d'animo, il Protestantesimo ha spogliato il Cristianesimo della capacità di giudizio e di costruttività di una nuova storia; se la fede non genera cultura, se non ispira un'etica, non ha più nulla da dire sulla vita sociale; ma così si avvalla e si è conniventi con il capitalismo economico e l'assolutismo di Stato. I nuovi Stati nei quali si ristruttura l'Europa, pretendono di essere Nazioni, intese come strutture e procedure che consentono di vivere a una società. Ma una vera Nazione non può che contenere la cultura del suo popolo, inteso come il patrimonio di pensiero e di costume che caratterizzano una tradizione vivente da generazioni. Sia il Protestantesimo che lo Stato assolutista hanno avuto bisogno di polverizzare la cultura di popolo che li precedeva e che si identificava quasi esclusivamente con la cultura cristiana cattolica. Per entrambi, liberarsi da questa tradizione divenne la
condizione per costruire la novità. A questo spirito di modernità,
che riduce il popolo ad una massa di individui manovrati e genera società
ateistiche, si oppose soltanto la Chiesa Cattolica .Questa operazione ideologica, tra l'altro, non sa creare alternative. Il
Risorgimento ha fatto nascere lo Stato Nazionale italiano ma ha costituito
una struttura statale contro il popolo, cioè contro le tradizioni. Sebbene sistematicamente ignorata e insidiata dalla cultura elitaria e verticista (soprattutto tramite il sistema scolastico e i mass media),la cultura cristiana cattolica fino a qualche decennio fa è sopravvissuta proprio la cultura cristiana che è passata da padre in figlio. Di fatto era rimasta da sola ad opporsi ad una concezione dell'uomo e della
società che negava in radice la natura sacramentale dell'Avvenimento
Cristiano ed Ecclesiale, la possibilità alla Chiesa di esercitare la
sua missione, la libertà della persona di tradurre nella vita i principi
che ritiene veri e giusti. Al contrario, mai come da quel momento il Magistero della Chiesa si sentì responsabile di una grande tradizione, che costituiva ormai l'unica alternativa culturale - morale - politica.Sono questi i motivi dell'indubbio spirito anti-moderno della Chiesa (non perché non apprezza e non favorisce lo sviluppo della scienza e della tecnica, o il retto uso della ragione e la crescita di libertà). Si motiva così il Sillabo di Pio IX, del 1864. Non ultima espressione di tale autorevolezza sarà la formulazione della Dottrina Sociale della Chiesa, a cominciare da Leone XIII: essa non fu la ripresentazione meccanica di contenuti passati, ma tentativo di ispirare cristianamente il cammino dei popoli e delle nazioni. Lo statalismo Non è possibile negare che i vari totalitarismi, che si sono imposti in occidente dalla seconda metà del 1800 fino ad un decennio d'anni fa, siano il frutto maturo del totalitarismo di Stato già formulato negli anni precedenti dall'Illuminismo francese come da quello tedesco. Si cerca, infatti, di costituire uno Stato che inglobi tutti i valori razionali, etici e sociali. Lo Stato è tutto. Entro l'orizzonte nel quale lo Stato diviene il "soggetto etico", sintesi definitiva e fonte autentica di ogni valore, unico - collettivo, corporativo - fattore di storia, non c'è posto per la persona, per la cultura nativa di un popolo, ecc..È proprio una simile concezione teoretica dello Stato - e non tanto la cattiveria di qualche individuo o fazione - a mettere fuori legge, ad emarginare, a sopprimere quanto "irrazionalmente" non rientra nell'ordine stabilito. Quando verranno usati i manicomi per regolarizzare la testa dei dissidenti, altro non si farà che portare alle estreme "razionali" conseguenze quanto Hobbes a suo tempo aveva scritto. Lo Stato è un dio mortale, che nell'orizzonte del Dio immortale può regolamentare con il terrore la vita dei cittadini. Tutto nello Stato, attraverso lo Stato e con lo Stato: niente fuori dallo Stato. Questa solenne affermazione è contenuta alla voce Dottrina del Fascismo nell'Enciclopedia Treccani, ed. 1936. Portava la firma di Mussolini, ma era dovuta al più grande filosofo del secolo G. Gentile (1875/1944), padre dell'idealismo italiano, vero ideologo del Partito e quindi del Regime Fascista. L'Italia Stante il presupposto che dove arriva lo Stato unitario arriva l'ordine e il progresso, si è fatto credere che prima di esso ci fosse il deserto, una turbolenza sociale permanente, un'Italia totalmente allo sbando. Su questa mistificata realtà italiana, da una parte si è imposto un disegno ideologico di natura laicista-massonico, con moltissimi addentellati con le borghesie illuministe di Francia e Inghilterra, impregnato di protestantesimo; dall'altra parte, hanno prevalso le esigenze economiche della nascente industria piemontese e soprattutto lombarda (direttamente in contatto con quella inglese e francese), che aveva bisogno di dilatare i mercati su un territorio più vasto. Questa operazione di vertice - compiuta in nome di uno Stato che si identifica con la società, che dal centro investe e si ramifica nella periferia, che si fa carico di ogni bisogno e si attribuisce il dovere di rispondervi da solo - istituisce un istituzionalismo mai visto prima, che diviene anche creatore del bene comune cui deve servire, che ignora e umilia ogni creatività di base popolare, che tutto legittima e regolamenta, gettando discredito e sospetto su quanto non è programmato da esso . A farne le spese sono state le due principali culture del paese reale, che hanno subito una sorta di colonizzazione da parte del paese legale, due realtà che sempre restano tra loro profondamente estranee quella socialista e quella cattolica che viveva nella famiglia e all'ombra dell'opera educativa della Chiesa, con un patrimonio di valori che già sostanzialmente accomunava le genti d'Italia. Nella componente che è risultata vincitrice nei fatti, il movimento risorgimentale impose alle genti italiche un' ideologia elaborata altrove e obiettivamente in contrasto con quella cultura cattolica, che fino a quel momento aveva costituito praticamente l'anima e l'ispirazione di tutte le costumanze, le manifestazioni artistiche, le forme corali di festa, di culto della bellezza, di vita.Con la legge Casati si istituì
una scuola che rifletteva gli stessi privilegi della società: il liceo
ginnasio per la borghesia (prevale la cultura umanistica-illuministica- aristocratica),
la tecnica per i ceti medi (per rispondere alle prime richieste dell'industrializzazione),
la elementare per il proletariato (2 anni gratuiti, ma a carico dei Comuni,
già poverissimi). Si favorisce così una scuola classista. Attorno
al '900, l'Italia detiene il primato europeo di analfabetismo, pur avendo
il primato delle Scuole Secondarie. Questa prevaricazione ideologica si estende poi a tutta la penisola tra il 1866 e il 1867. L'operazione compiuta dallo Stato verticista centralista italiano è particolarmente evidente nei confronti della struttura scolastica e della questione meridionale. Nell'Europa agli inizi del 19° secolo, si può dire che esistevano ormai tutte le condizioni culturali perché lo statalismo, nei singoli stati come nelle loro politiche estere, facesse quel salto di qualità rappresentato dall'avvento dei grandi sistemi totalitari: marx-leninismo, nazional-socialismo, fascismo. Le esigenze di espansione della struttura neo-industriale del Nord sovvertirono brutalmente la elementare struttura agraria del Sud: dal 1880, centinaia di migliaia di italiani si trovarono di fatto obbligati ad una biblica emigrazione all'estero, come mai era accaduto fino allora. Tra la I e la II a Guerra Mondiale, su questi fatti e aspirazioni, si inseriscono con esiti drammatici - talora come effetti, talora come cause -movimenti e dottrine che hanno in comune : la dottrina della realtà, la dottrina del partito, la dottrina del capo. Marxismo, nazionalismo e fascismo ritengono che la realtà fondamentale, la verità della storia, non si esprime ugualmente in tutti, ma in alcuni più in altri meno. Quelli in cui si esprime maggiormente sono gli uomini del Partito. Inoltre c'è uno al quale la realtà fondamentale si esprime con tutta chiarezza e coscienza, con tutta precisione e decisione: è il Capo; egli anzi si identifica con la realtà fondamentale: ne è la coscienza e la volontà, così che il suo giudizio è la verità, la sua decisine è il bene, la sua valutazione estetica è il bello, ecc. Per conseguenza quelli che sono in contrasto col Capo sono in contrasto con l'Essere e quindi sono nel nulla, sono in contrasto col vero e quindi sono nel falso, sono in contrasto col bene e quindi sono nel male, sono in contrasto col bello e quindi sono nel brutto, ecc. Di fronte a un constatazione di tal genere non rimangono che due possibilità: o convertirsi o scomparire. A partire soprattutto dalla vigilia della II Guerra Mondiale, si fa avanti a poco a poco la persuasione che la realtà fondamentale - quella economica - si esprime soprattutto nel Partito Comunista e nella Russia; anzi soprattutto si esprime nel Capo del Comunismo, ossia in Stalin. Di qui allora la negazione dell'uguaglianza dei popoli, l'affermazione della funzione messianica di un popolo, di un gruppo, di un uomo; conseguentemente abbiamo la negazione del valore personale di ogni portatore della natura umana; soprattutto la negazione della libertà, della democrazia, ecc. Di qui l'esaltazione della lotta e della guerra. Questi sistemi totalitari hanno esercitato una presa sul contesto culturale e sociale talmente forte, da raggiungere in qualche modo il livello di una fiducia religiosa. Come mai l'Europa liberal-borghese, i paesi eredi della filosofia
della libertà e dello Stato di diritto, le democrazie d'Inghilterra,
Belgio, Francia, delle nazioni balcaniche, ecc. non hanno opposto valida resistenza
alla marcia imperiosa dei totalitarismi teorici e pratici? Gli stessi credenti di oggi -condizionati come sono da una falsa novità che indebolisce l'appartenenza alla tradizione ecclesiale- vivono ancora la lacerazione che storicamente si è prodotta tra fede e ragione, tra fede e costruzione di un mondo più umano. È comunque chiaro che tale lacerazione non sarà ricomposta con chissà quali proclami e decisioni degli organismi universali, ma dalla ben più efficace e paziente capacità educativa della Chiesa (Giovanni Paolo II). È sempre lei la Madre e Maestra dei popoli e delle nazioni. Soltanto il Magistero sociale della Chiesa, dall'inizio del nostro secolo ha combattuto con la sola forza della Verità questo pensiero laicista responsabile di tanti orrori. La sua fu la reale cultura alternativa a quella dello statalismo nazionale e internazionale che ispirò sia la dittatura del proletariato come quella del Reich. E quella dei pontefici non fu certo una potenza politica e militare. Quella dei Pontefici fu una battaglia epocale, sostenuta in difesa della libertas Ecclesiae di svolgere la sua missione, ma anche in difesa dell'irrinunciabile libertà di coscienza di ogni uomo; quella che la tradizione cattolica del Medio Evo cristiano aveva garantito, arrivando a teorizzare la liceità dell'uccisione del tiranno in quanto oppressore della libertà popolare. La presenza pubblica più che millenaria della tradizione cristiana nel cattolicesimo popolare rappresenta la più temibile resistenza all'invadenza di questo Stato, che si concepisce e decide come unico soggetto culturale , sociale e politico.La tradizione del passato va sempre assimilata e metabolizzata, per essere espressa in forme più evolute e arricchite di nuovi apporti. |
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