ON THE ROAD
Le persone senza dimora
In tutte le grandi città sono tante le persone che per motivi
diversi sono costrette a vivere per strada. I membri della Comunità
di Sant'Egidio, prendendo esempio dal buon samaritano della parabola evangelica,
si fermano e cercano di prendersi cura di questi poveri che vivono in gravi
difficoltà nelle stazioni, sotto i portici e negli angoli delle città.
L'impegno della Comunità in questo mondo è iniziato a Roma alla
fine degli anni Settanta, quando il numero dei poveri nelle strade della città
era in rapido aumento ponendo problemi nuovi. E' continuato in tante altre
città del mondo. Alcuni episodi di intolleranza e di violenza verso
queste persone ci fecero riflettere sulla condizione di abbandono e di pericolo
della vita di questi poveri. In particolare ci colpì la storia di Modesta,
un'anziana barbona conosciuta alla Stazione Termini di Roma che morì
senza soccorsi perché era sporca e l'autoambulanza non volle caricarla.
Il primo incontro con questo mondo di poveri, ha suscitato e fatto crescere
lungo gli anni una rete di amicizia e di sostegno e ha dato luogo ad iniziative
stabili di solidarietà.
Chi
sono le persone senza dimora ?
Negli ultimi anni a causa della crisi dello Stato sociale che ha interessato
molti paesi europei o delle peggiorate condizioni economiche di altri, il
numero dei senza tetto è andato aumentando. E' un mondo complesso,
non uniforme composto di persone di età, itinerari e situazioni molto
diverse.
Sempre più spesso i motivi che portano alla condizione di senza dimora
non sono riconducibili ad eventi eccezionali o a storie di particolare emarginazione.
Al contrario si tratta di avvenimenti che possono toccare molti: uno sfratto,
una tensione familiare che non si risolve, la perdita del lavoro, una malattia
possono trasformare, laddove manca il sostegno necessario, persone che fino
a quel momento conducevano una vita "normale" in persone sprovviste
di tutto. Per questo si possono incontrare anziani che hanno subito lo sfratto,
adulti che dopo una separazione coniugale perdono ogni punto di riferimento,
e sempre più spesso giovani senza lavoro.
Tra i senza dimora merita un discorso a parte la presenza di stranieri: in genere si tratta di giovani che dormono in strada solo durante il primo
periodo di immigrazione a causa della carenza delle strutture e che vivono
questa esperienza con umiliazione pur accettandola come un passaggio obbligato
per il futuro inserimento.
In alcuni paesi soprattutto nel Sud del mondo, ma anche nei paesi dell' Est
europeo, sempre più consistente è il problema dei "meniños
da rua", bambini spinti sulla strada dall'estrema povertà
e dalla disgregazione delle loro famiglie.
A volte, tra i tanti mendicanti in Africa e in America Latina oltre a lebbrosi,
malati, si incontrano intere famiglie che hanno perso la casa.
Vivere per strada, contrariamente a quanto
spesso si pensa, non è quasi mai una scelta. La vita in strada
infatti è una vita dura e pericolosa; è una lotta quotidiana
per la sopravvivenza. Ogni anno tante persone muoiono di stenti o di freddo
nelle città ricche del nord del mondo e nei paesi poveri. s
Tanto meno è una scelta di libertà: chi è
senza casa vive una condizione di grande vulnerabilità perché
è costretto a dipendere da tutti anche solo per i bisogni più
elementari, ed è esposto alle aggressioni, al freddo, all'umiliazione
di essere cacciato perché indesiderato.
L'assenza della famiglia
Per molte persone la crisi inizia e coincide largamente con una famiglia che
non c'è, non c'è mai stata o comunque non funziona più.
Negli ultimi anni l'universo dei senza dimora ha subìto molte trasformazioni.
I cosiddetti barboni ne costituiscono solo una parte. Si
incontrano infatti, sempre più frequentemente persone con un passato
apparentemente normale che a causa di eventi drammatici ma non straordinari,
si sono trovati in strada: anziani che hanno subìto lo sfratto, adulti
che a causa della separazione con il coniuge si sono allontanati dalla famiglia
senza trovare una sistemazione alternativa, giovani che hanno perso il lavoro,
stranieri provenienti dai paesi in via di sviluppo. Ne consegue che la composizione
del fenomeno in questi anni si è molto diversificata. Anche l'età
media si è abbassata soprattutto per la presenza di un sempre maggior
numero di giovani. Per molte persone la crisi inizia e coincide largamente
con una famiglia che non c'è, non c'è mai stata o comunque non
funziona più. E' proprio il deteriorarsi dei rapporti familiari a spingere
molte persone sulla strada. E' questo senz'altro di gran lunga il motivo principale
con il quale i senza dimora spiegano il loro arrivo e la permanenza per strada:
la famiglia si presenta come un nodo fondamentale, anche se non l'unico, per
sciogliere l'enigma di tante storie.
Storie di incomprensione e di rottura lasciano nella vita
di tutti segni palpabili, tanto più nella vita delle persone senza
dimora per i quali il ricordo della famiglia è legato alla memoria
di una vita bene o male stabile, regolata. Nei racconti, però è
bruciante la ferita degli affetti perduti, e anche di un micro-benessere che
non c'è più.
Alcolismo, tossicodipendenza, malattia psichica, disoccupazione sono gravi problemi sociali che l'ambiente familiare è relativamente
capace di sostenere: c'è un crinale difficile lungo il quale nascono
e si snodano storie tragiche di incomprensione, delusioni, tensioni, paure,
a volte veri propri drammi. Più spesso situazioni di tensione grave
si risolvono con l'allontanamento volontario o obbligato di qualche membro
della famiglia. Quali sono le alternative? E' in genere l'inizio di una strada
senza ritorno.
La
strada al femminile
In strada è duro e pericoloso vivere. Per questo si incontrano più
uomini che donne. Tuttavia la presenza femminile non è indifferente
considerato il grave disagio della vita dei senza tetto. Infatti la parità
dei sessi in strada non è una conquista ma un obbligo imposto dalla
necessità di sopravvivere: bisogna saper vivere e difendersi come un
uomo, ma la lotta è spesso impari e le donne sono di fatto svantaggiate
due volte. La solitudine oltre che un peso è un rischio.
Nemica solitudine
Il nemico più grande di chi vive per strada è la solitudine:
intere giornate trascorse in giro per la città in mezzo a centinaia
di persone ma soli. Nella solitudine il peso dei ricordi, la preoccupazione
per il presente e per il futuro diventano più pesanti: l'unico modo
per fuggire è stordirsi sperando di dimenticare. Al freddo, alla fame
ed alla solitudine spesso si aggiunge la vergogna per la propria condizione. La solitudine fa impazzire
La solitudine, che è la condizione comune a tutte le persone senza
dimora, è vissuta come una realtà da subire alla quale non tutti
si abituano. Questo non vuole dire che coloro che hanno familiari stretti,
desiderino ricucire i rapporti con loro: è questo un aspetto molto
delicato che non può avere delle risposte meccaniche: tentativi di
riconciliazione non riusciti spesso sono più dolorosi di ricordi e
nostalgie con le quali si è alla fine abituati a convivere. Come i
senza dimora vivono a livello esistenziale l'esperienza della strada? Vivere
senza radici, alla giornata, arrangiandosi con poco, quali conseguenze ha
nella loro vita?
Alcuni soffrono di problemi psichici.
E' la strada che in qualche modo produce disagio psichico o verso la strada
sono spinti proprio coloro che già sono di fatto ai margini della "normalità"?
In ogni caso la presenza in strada di persone con problemi psichici è
senz'altro l'espressione di un generalizzato disagio della vita nelle grandi
città che le strutture e i servizi sanitari non sono sempre in grado
di affrontare. Certo la condizione di senza-tetto si inserisce il più
delle volte in equilibri umani già fragili. L'incertezza del futuro,
la solitudine e l'isolamento, la vergogna, le difficili condizioni di vita,
sono prove alle quali molti non resistono. Alcune forme di psicosi o di ossessioni
che si osservano nelle persone senza dimora sono riconoscibili come frutto
proprio della vita che conducono. Al di là del percorso della malattia
e della sua motivazione le forme in cui si manifesta sembrano acquistare infatti
caratteristiche comuni.
Quanti nemici!
La vita per strada infatti è una lotta quotidiana per la sopravvivenza.
In questa lotta bisogna imparare a difendersi. I nemici sono tanti: ladruncoli
e teppisti di passaggio, gli altri senza dimora, la polizia, il personale
delle pulizie della stazione, ma anche il freddo, la pioggia, la malattia,
i giorni di festa quando tutto è chiuso: occorre trovare le armi giuste
per difendersi e stare sempre allerta: un errore, un'ingenuità si pagano
duramente.
Nella mente di alcuni la difficoltà a difendersi, la paura, ingigantiscono
nemici reali che invadono i pensieri a tal punto che questi avversari si materializzano
dovunque e in chiunque: così alcuni vedono dietro ogni angolo un pericolo
e in ogni passante un possibile aggressore. Attorno ad essi si alza come un
muro che li rende inavvicinabili. A volte schivi, incapaci di rispondere a
qualsiasi domanda o di accettare aiuto, altre volte aggressivi. E' una prigione
da cui è difficile uscire.
Manie di persecuzione o pericoli reali? In ogni caso, ed è quello che
più conta, la "mania" è comunque un problema concreto,
tangibile, che fa soffrire e che costringe anche a fare delle scelte.
C'è chi per esempio non accetta nulla da mangiare da altri né
frequenta mense per i poveri per paura di essere avvelenato, chi si siede
solo con le spalle contro un muro per paura di essere aggredito, chi si chiude
in un mutismo ostinato per paura di dover discutere. Eccessi di difesa, ma
non pazzie irragionevoli: l'esasperazione e il terrore di rivivere esperienze
negative o dolorose spiegano bene questi atteggiamenti.
Senza parlare mai
Non è raro incontrare donne e uomini che parlano da soli;
a volte con un interlocutore immaginario che per loro è realmente presente.
Pensiamo a cosa vuol dire trascorrere intere giornate senza parlare con nessuno:
occorre inventarlo. Con questo "lui" immaginario infatti è
finalmente possibile discutere di cose che sembrano non interessare nessuno
oppure sfogarsi dei tanti torti subiti. Se ci si ferma a parlare con loro
si scopre che è proprio di un interlocutore vero di cui hanno bisogno:
qualcuno che domandi, che risponda, che abbia una voce vera; allora emerge
un grande desiderio di esprimersi non sempre pari alla capacità di
farsi capire, di mettere insieme ricordi e situazioni in modo conseguente:
ma se si è attenti ad ascoltare e si prova ad entrare in dialogo, discorsi
apparentemente insensati "miracolosamente" acquistano una logica.
A volte i racconti sembrano non avere una collocazione temporale o meglio,
sembra che il tempo si sia fermato in un momento della loro vita. Per altri
invece parlare diventa, per disabitudine, una fatica o comunque un'esperienza
così forte da non riuscire a dire che poche parole.
Gridare per essere ascoltati
Alcuni non sanno parlare che gridando: non sempre gridano contro
qualcuno; a volte è solo il tono della voce più alto del normale
o un modo di esprimersi inizialmente aggressivo: è insieme il desiderio
di attirare l'attenzione e una forma di difesa contro un mondo ostile. Tutto
questo fa crescere il loro isolamento come un circolo vizioso. Ma spesso dietro
a quelle grida si nascondono persone impaurite, vittime della paura degli
altri, del mondo, della solitudine. In molti casi fermarsi a parlare con loro
porta a scoprire una capacità di entrare in dialogo che sembrava impossibile:
le grida cessano oppure il tono di voce torna normale.
Molte altre cose mancano a chi vive in strada sul piano delle
relazioni sociali e questo non è senza conseguenze: la propria stabilità
umana infatti è intimamente connessa alla stabilità degli affetti,
di un tetto, di abitudini e punti di riferimento. L'assenza di tutte queste
cose, ed è la condizione normale di chi vive per strada, genera atteggiamenti
"strani". Ogni stranezza ha una storia spesso carica di sofferenza.
La lotta per la propria dignità
La vita per strada è una lotta quotidiana per la sopravvivenza.
La difficoltà o l'impossibilità di compiere alcuni gesti abituali
della vita di ogni giorno si ripercuotono sull'equilibrio di chi è
costretto a vivere in strada; cambiarsi d'abito, lavarsi, radersi, diventano
infatti un grande problema. In realtà per tutti sono il simbolo della
dignità della propria persona: essere sporchi e malvestiti è
come dire di aver perso la propria dignità. C'è chi allora ingaggia
una battaglia quotidiana per mantenere un aspetto dignitoso, tra orari dei
pochi servizi doccia gratuiti e quelli dei centri dove distribuiscono vestiti.
Alcuni soccombono in questa corsa ad ostacoli e si lasciano andare. Più
è forte l'isolamento più si perde la motivazione a curare la
propria persona: questo non toglie che resti il gusto o il desiderio di farlo.
Dietro a queste persone apparentemente abbrutite, non curanti
di abitudini per noi irrinunciabili, traspare una realtà di dignità
umiliate, di desideri inespressi e speranze disattese.
L'alcolismo.
Se non è sempre facile ricostruire l'itinerario umano di questi alcolisti
è certo che la condizione di senza tetto funziona da moltiplicatore
di questa abitudine, sia che sia stata contratta in strada che precedentemente.
Cosa spinge queste persone a bere tanto vino da essere praticamente sempre
ubriache?
Il motivo per il quale hanno iniziato a bere è a volte accidentale
e lontano nel tempo. Altre volte è un una tappa di un percorso di emarginazione
lungo e complesso. Ma la conoscenza della causa iniziale se è utile
per ricostruire l'itinerario umano di questi alcolisti, non è però
sufficiente a permettere un loro recupero. Così per loro stessi la
coscienza delle motivazioni iniziali della loro condizione, da sola non basta
ad aiutarli a smettere. Ben più forti sono viceversa le cause, potremo
dire, "secondarie" cioè quelle più strettamente legate
alla vita per strada e non sono poche.
L'alcol trasforma la vita di queste persone non solo dal punto di vista oggettivo,
ma ne muta il carattere, gli stati d'animo, condiziona le loro azioni in modo
tale da farli apparire non più padroni di sé e questo non è
avvertito senza sofferenza perché è un circolo vizioso che si
autoalimenta.
Spesso sono persone non più giovanissime che hanno attraversato un
momento di crisi nella loro vita, forse superabile se avessero avuto il sostegno
necessario e che è invece diventato l'inizio di un itinerario graduale
ma irreversibile di esclusione dalla società. Non si diviene alcolisti
in un giorno e più la consuetudine di bere si prolunga nel tempo più
è difficile uscirne.
Per
chi vivere?
In queste persone non si spegne il desiderio della vita "normale",
ma il loro stato attuale è tale da farlo apparire un sogno irrealizzabile.
La loro esistenza spesso oscilla tra il desiderio di cambiare vita e la paura
di non riuscire a ricominciare da capo. Cosa serve smettere di bere se dopo,
la vita continua come prima, senza una casa, senza un lavoro? Perché
ricominciare? Ma forse bisogna domandarsi perché e per chi smettere:
non per la famiglia che a volte non c'è oppure nella quale si è
maturata una rottura insanabile: non per gli amici che non si hanno, non per
le proprie capacità professionali che in molti casi si sono perdute
assieme alla salute o che non si sono mai avute. Il più delle volte
non è il desiderio di smettere che manca ma le motivazioni per le quali
farlo.
Questo problema è intimamente connesso alla qualità della vita
di questi alcolisti: spesso mancano di tutto dal punto di vista materiale.
Un tetto, la possibilità di riacquistare ritmi e abitudini regolari,
di ritrovare una stabilità e una sicurezza materiale nella vita quotidiana,
sono presupposti indispensabili, per un possibile reinserimento. Ma la qualità
della vita è fatta anche di un tessuto di rapporti umani, relazioni
sociali, interessi, aspettative. Questo intreccio che costituisce l'inserimento
nella vita sociale, per gli alcolisti senza dimora spesso è completamente
distrutto da anni di isolamento ed emarginazione. Non è possibile parlare
di recupero senza ricostruire questo tessuto.
La vita appesa ad un filo
La vita di queste persone inoltre è appesa ad un filo: l'alcolismo
infatti, insieme alle malattie conseguenti e agli incidenti provocati dallo
stato di ebbrezza è una delle cause di morte più frequente tra
i senza dimora.
Il paradosso di essere giovani senza futuro
Anche l'età media dei senza dimora si è abbassata soprattutto
per la presenza di un sempre maggior numero di giovani.
Il freddo dentro e fuori
Prima fra tutte il freddo: per strada i rigori dell'inverno sono
a volte intollerabili e spesso i senza dimora non sono abbastanza coperti
per difendersi. Bere diviene quasi una necessità anche se l'iniziale
sensazione di caldo è un inganno: così si spiegano le morti
per assideramento che purtroppo avvengono ogni anno durante l'inverno. Non
è raro incontrare alcolisti di strada gravemente denutriti, incapaci
di reggersi sulle gambe non solo per lo stato di ebbrezza, ma anche perché
privi di forze: infatti più si beve, meno si mangia e meno si ha voglia
di mangiare.
La notte non finisce mai
Per chi dorme in strada prendere sonno non è facile: i luoghi
dove i senza dimora si riparano per la notte, oltre ad essere mancanti di
qualsiasi comodità, sono anche molto rumorosi. Dopo aver bevuto il
sonno diviene così profondo da non sentire più né il
freddo, né la posizione scomoda, né la confusione intorno.
Il paradosso di essere giovani senza futuro
La presenza di tossicodipendenti tra i senza dimora è un fenomeno
recente in molti paesi e tende ad accrescersi. Si tratta della più
rilevante trasformazione sociologica del mondo della strada avvenuta negli
ultimi anni, più incidente di quanto gli stessi dati fanno emergere
a causa della difficoltà ad "indagare" questo mondo.
Si tratta di giovani con abitudini di vita e comportamenti differenti dai
vecchi clochard. Non dormono nei cartoni, né vestono abiti dimessi,
non frequentano i luoghi abituali di assistenza per senza dimora, anche perché
non graditi. Infine non si riconoscono nel popolo dei senza-tetto, dai quali
tengono continuamente a differenziarsi. Viceversa, a volte, per l'abuso di
sostanze stupefacenti le loro condizioni si deteriorano talmente da non renderli
diversi dai loro compagni di strada. Spesso si incontrano in strada giovani
tossicodipendenti sieropositivi o malati di AIDS che non hanno trovato accoglienza
nelle strutture nemmeno al momento delle loro dimissioni dall'ospedale e questo
non può che aggravare le loro condizioni già difficili.
Altissima è anche la mortalità per overdose o dovuta all'uso
di sostanze tagliate male. Ma in alcuni casi si possono ipotizzare veri e
propri suicidi per la solitudine e la disperazione
Piccoli ergastoli
Molti hanno avuto un'esperienza di detenzione. Chi "sbaglia" una
volta, paga una pena doppia: la detenzione e la successiva ripetuta esclusione
dal contesto sociale e lavorativo. Inoltre il carcere è stato l'anticamera
della vita per strada: al momento della scarcerazione infatti, in assenza
di alternative, (appoggio presso la famiglia o altro) si sono trovati senza
punti di riferimento.
I reati di cui in genere sono responsabili i senza dimora rientrano nella
cosiddetta "microcriminalità": la scarsa gravità dei
reati da una parte, e dall'altra i benefici previsti dalla legge per pene
inferiori ai due/tre anni, (affidamento al Servizio Sociale, semilibertà,
ecc.) farebbero pensare a buone possibilità di reinserimento per quest'area
di detenuti. Viceversa i comportamenti devianti delle persone senza dimora
tendono a ripetersi nel tempo per assenza di alternative sostanziali.
Chi sbaglia paga due volte
L'esperienza di detenzione infatti in questi casi si inserisce in
situazioni personali e familiari spesso deprivate sia dal punto di vista economico
che culturale: questa posizione di svantaggio, assieme alla carenza di risorse
del sistema di sicurezza sociale, fa sì che chi "sbaglia"
una volta, paga una pena doppia: la detenzione e la successiva ripetuta esclusione
dal contesto sociale e lavorativo.
Chi ha precedenti penali infatti ha poche speranze di trovare un lavoro regolarmente
retribuito. Ad aggravare questa situazione si aggiunge l'assenza di una fissa
dimora: la ricerca di un lavoro si presenta pressoché impossibile a
meno di non reperire contemporaneamente una sistemazione alloggiativa, altrettanto
irraggiungibile per una persona sola senza un reddito fisso.
La vita come un carcere
Talvolta le condizioni fisiche di chi vive per strada sono così
deteriorate che dopo un periodo in carcere si ristabiliscono semplicemente
perché ha avuto la possibilità di mangiare regolarmente. Paradossalmente
avviene che per alcuni il carcere diventa l'unica "casa" di cui
si è potuto usufruire e il lavoro da reclusi l'unico lavoro "in
regola": è questo un aspetto singolare ma reale nella vita delle
persone senza tetto. Il desiderio di lavorare non manca ma le opportunità
per un detenuto senza dimora sono molto scarse. Altrettanto difficile è,
per loro, usufruire delle misure alternative alla detenzione. La prima difficoltà
è di ordine economico: l'impossibilità di pagarsi un avvocato
fa sì che debbano ricorrere per la difesa ad avvocati d'ufficio. Non
sempre inoltre dispongono delle informazioni necessarie per richiedere i benefici
di cui hanno diritto: è necessario un collegamento con l'esterno, una
conoscenza delle risorse del sistema sociale che chi vive per strada spesso
non ha. Un ruolo decisivo inoltre è di nuovo determinato dalla possibilità
di avere una dimora stabile che è indispensabile per ottenere misure
alternative come gli arresti domiciliari o l'affidamento in prova al servizio
sociale o delle licenze.
Senza lavoro
La mancanza di lavoro è un problema che attraversa tutto l'universo
della strada, ma ci sono persone che non sono alcolisti né tossicodipendenti,
né hanno precedenti penali o impedimenti fisici o psichici. Sono semplicemente
e drammaticamente disoccupati.
Sono persone arrivate sulla strada perché hanno perso il lavoro. Molti
fra loro raccontano di non aver avuto, nel momento del bisogno, un aiuto dalla
famiglia, né un minimo di sicurezza economica o abitativa necessaria
per sopravvivere fino alla ripresa di una nuova attività lavorativa.
Purtroppo è un itinerario dal quale non è facile uscire: avere
un'occupazione, anche precaria, è una delle garanzie per il mantenimento
di una dimora e viceversa non avere una casa rende pressoché impossibile
trovare un lavoro o conservarlo.
Senza casa
C'è anche chi si trova per strada perché ha perso l'alloggio.
A volte la mancanza anche temporanea di lavoro o la pensione troppo bassa
non permettono di pagare l'affitto e lo sfratto, in assenza di parenti in
grado di dare ospitalità, diviene l'inizio di un itinerario di esclusione
da cui è difficile uscire. Trovare un altro alloggio diventa impossibile
e non resta che sperare di trovare posto in qualche struttura di accoglienza.
Ritornare
e non trovare nulla
Tante volte per strada si trovano persone che hanno alle spalle una
storia di emigrazione all'estero. A volte nei paesi del sud del mondo è
facile incontrare intere famiglie di ex rifugiati che quando rimpatriano non
hanno più nulla.
Il reinserimento di chi si è allontanato dal proprio paese non è
facile: bisogna ricominciare da capo, trovare una casa e un lavoro. Gli ostacoli
sono molti specialmente se non si è più giovani.
Essere stranieri
Tra i senza dimora la presenza di stranieri merita un discorso a parte. Si
tratta in genere di giovani appena arrivati, alla ricerca di una sistemazione
lavorativa, che nel primo periodo di inserimento si trovano sprovvisti di
alloggio a causa della carenza delle strutture di accoglienza o perché
è molto difficile reperire un'abitazione a causa della diffidenza dei
proprietari di case ad affittare a stranieri.
Sono persone che emigrano con la speranza di poter lavorare presto e mandare
i soldi in famiglia. Altri sono rifugiati in attesa di raggiungere le loro
famiglie in altri paesi. L'esperienza della strada diviene il primo difficile
stadio, assolutamente indesiderato, per inserirsi.
Culturalmente, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, gli stranieri
sono ben lontani dall'accettare senza sofferenza la vita per strada, anche
solo temporaneamente. Anzi questa condizione è fonte di vergogna e
di grande umiliazione, ma di fatto diviene un passaggio obbligato.
Alcuni pur trovando lavoro, sono costretti a continuare a vivere in strada.
Solo per una piccola parte si profilano itinerari di emarginazione simili
a quelli dei giovani italiani, con il problema in più di esser in un
paese che non è il proprio, di non conoscere la lingua, di non sapere
a chi chiedere aiuto e soprattutto di avere paura di farlo.
La nostalgia
La nostalgia degli affetti familiari e del paese lontano, comune
a tutti gli stranieri di qualsiasi condizione, diviene per chi si trova per
strada un sentimento acuto che si aggiunge alle tante difficoltà della
vita quotidiana e all'incertezza per il futuro e talvolta genera rabbia.
Uomini braccati
Gli stranieri senza dimora sono più esposti ai pericoli della
vita in strada: hanno meno possibilità di accoglienza nelle scarse
strutture disponibili, perché sono giovani e spesso non hanno i documenti
in regola. Si rifugiano per la notte in posti nascosti, per paura di subire
controlli o essere mandati via: sotto i ponti, in edifici pericolanti, lungo
i binari ferroviari: non di rado trovano la morte proprio a causa della necessità
di nascondersi, accettando situazioni di pericolo. Quando stanno male fisicamente,
se non hanno i documenti in regola, difficilmente si rivolgono agli ospedali
per paura di essere consegnati alle autorità di pubblica sicurezza.
Quando si recano al pronto soccorso non sempre sono accolti con la dovuta
attenzione anche per la loro difficoltà a comunicare e questo aggrava
situazioni di salute già provate dalla vita di strada.
Lontani da casa
Alcuni nella strada diventano alcolisti, a volte venendo meno anche
alle tradizioni religiose di origine, come nel caso dei musulmani. Il problema
del bere alcolici viene vissuto non solo con vergogna ma come una grave trasgressione
religiosa: è un'ulteriore condanna che si aggiunge a quella già
pesante di essere senza dimora. E' la coscienza di un doppio fallimento: non
essere stati capaci di procurarsi o mantenersi una casa e un lavoro e in aggiunta
aver tradito la propria religione. Questa situazione genera molta sofferenza:
queste persone non dimettono mai il desiderio di uscirne ma non sempre, proprio
a causa dell'isolamento in cui vivono, trovano la forza per farlo. Questo
diviene evidente in alcuni periodi: i musulmani ad esempio durante il mese
di Ramadan. Questa trasformazione improvvisa avviene anche per gli stranieri
provenienti da altri paesi che a volte se trovano lavoro, in pochissimo tempo
riprendono una vita normale e ritrovano la fiducia di un futuro migliore.
L'isolamento che gli immigrati vivono è acuito dall'ostilità
di cui sono oggetto da parte dei loro compagni di strada non stranieri. La
lotta per la sopravvivenza è dura e i senza dimora italiani avvertono
la presenza degli stranieri, a volte più numerosi, come una minaccia
alla loro stessa possibilità di usufruire degli insufficienti servizi
a loro favore. Si ingenera una spiacevole guerra tra i poveri causata dalla
carenza di strutture e servizi. Laddove infatti è garantita una accoglienza
e una risposta per tutti, stranieri e italiani, la convivenza non crea problemi,
anzi è possibile assistere a piccole forme di solidarietà.
La
speranza di un futuro migliore
C'è una grande domanda di un futuro diverso che tutti meritano proprio
in considerazione della loro condizione
La speranza di un futuro migliore
La vita per strada, al contrario di quanto si pensa normalmente, non è
quasi mai una scelta. E' eventualmente un "percorso obbligato" da
una difficile storia personale in cui si sommano diversi elementi: "disgrazie",
errori, malattie e delusioni. Ma soprattutto l'abbandono dell'ambiente sociale
attorno. In molti casi è infatti proprio questa colpevole disattenzione
a permettere la triste fine di una storia a volte solo "cominciata male".
Il peso di questo abbandono è vissuto da queste persone come una condanna
sociale e la paura di essere di nuovo delusi dalla vita impedisce in molti
casi di trovare una via di uscita anche quando la si cerca disperatamente.
Dietro l'apparente rifiuto di alcuni di essere aiutati, si nasconde la paura
di essere ingannati ancora una volta: a questo bisogna aggiungere la difficoltà
ad accettare la promiscuità dei centri di accoglienza o gli orari poco
elastici, la paura della violenza e delle liti, il timore di essere derubati,
l'incapacità a vivere con altri generata da tanti anni di isolamento.
Tutto questo non è segno di desiderio di indipendenza ma è sintomo
di una grande infelicità e di un profondo senso di rassegnazione. C'è
una grande domanda di un futuro diverso che non trova risposta e che può
essere restituito ad ognuno assieme al rispetto, alla comprensione, all'aiuto
materiale che tutti meritano proprio in considerazione della loro condizione
così difficile.
L'amicizia per strada
Il primo impegno della Comunità è essere per
chi è senza dimora una presenza vicina e amichevole, restituendo ad
ognuno la dignità di persona con i gesti semplici del rispetto e dell'amicizia.
Ogni membro della Comunità è coinvolto in questa solidarietà
verso chi vive per strada anche attraverso l'aiuto parziale e episodico dell'elemosina,
del sorriso, della parola.
L'elemosina, gesto rilevante nella vita cristiana, impedisce
di chiudere gli occhi di fronte a chi ha bisogno: per questo ci umanizza e
permette una relazione personale anche se breve e sporadica con chi è
povero. L'elemosina non è che il segno più semplice e meno impegnato
della solidarietà.
La condizione di solitudine e di isolamento è comune a tutte le persone
senza tetto: a volte è così profonda che alcuni non solo hanno
perso ogni contatto con la famiglia ma spesso hanno scarsissimi rapporti con
il mondo intorno. Fermarsi, scambiare qualche parola con loro, può
sembrare poco in una vita ricca di relazioni. Chi vive per strada spesso invece
non ha occasione di parlare con nessuno se non per chiedere aiuto - e a volte
senza risposta - e non è mai chiamato per nome da nessuno. Il nome
viceversa rappresenta la persona, la sua storia. Salutare, atto umano di civiltà,
presentarsi, chiedere il nome e dire il proprio, spezzano il disprezzo di
cui queste persone spesso sono circondate e sono segno di rispetto e di riconoscimento
della loro dignità. Questo è il primo grande aiuto che possiamo
dare a questi poveri: restituire loro la dignità di persone e l'attenzione
che è loro dovuta proprio a causa delle dure condizioni in cui vivono.
Tutti, quando sono in difficoltà, hanno bisogno di qualcuno che gli
dia una mano: chi vive per strada ha accumulato nella sua vita delusioni e
fallimenti e si trova quotidianamente a combattere con problemi di difficile
soluzione: quelli della sopravvivenza, del rapporto con gli altri, della intolleranza
del mondo intorno. Avere qualcuno a cui chiedere aiuto e che sappia ascoltare
senza pensare di conoscere già la soluzione è tanto raro quanto
fondamentale.
Non è vero che chi vive così ha perso il desiderio di avere
una vita normale, ma la grande quantità di problemi da affrontare e
l'assenza di sostegno provocano una rassegnata disperazione che viene spesso
scambiata per rifiuto. La fedeltà nell'amicizia e la rispettosa ricerca
di soluzioni concrete ai problemi di ciascuno permette di costruire un futuro
migliore anche in situazioni dove un cambiamento sembra impossibile.L'incontro umano e la vicinanza fedele e paziente, segno della tenerezza
di Dio per i suoi piccoli, permettono di ritessere relazioni significative
anche con persone che a causa dell'isolamento prolungato non sembrano inizialmente
accettare volentieri un contatto o un aiuto concreto.Dal 1982 la Comunità, che è famiglia di tutti e in particolare
dei poveri, dovunque è presente festeggia il Natale insieme
a chi non ha nessuno.
La cena itinerante
Le necessità di chi vive per
strada sono tante, prima fra tutte proteggersi dal freddo e dalla fame. Soccorrere
chi non trova riparo per la notte può evitare che muoia di stenti.
La
casa alloggio
Una risposta di tipo familiare alternativa al dormitorio. Qui ognuno ha ritrovato
il calore e la stabilità di una famiglia.
Le mense
Il problema del cibo è uno dei più drammatici problemi della
povertà che paradossalmente riguarda anche le grandi città europee:
è sempre più facile vedere persone che frugano nei cassonetti
dell'immondizia per cercare cibo. Dar da mangiare è un valore molto
antico, diffuso in tutte le culture, perché ha un richiamo diretto
al valore della vita. Lo scandalo dell'affamato resta un luogo decisivo per
la coscienza cristiana a partire dalla parabola evangelica del ricco Epulone
che banchettava lautamente mentre il povero Lazzaro giaceva alla sua porta.
Lo stesso valore di dar da mangiare è radicato anche nella cultura
ebraica e in quella islamica ed è connesso all'ospitalità. Ma
l'affamato interroga la coscienza di tutti, laici e credenti: non si può
rinviare al domani chi ha un bisogno vitale perché non può aspettare.
Questo è il cuore della cultura della solidarietà.
Da questa coscienza è nata la prima mensa a Roma. Successivamente sono
state aperte le mense di Antwerpen (Belgio) e di Wurzburg (Germania). Anche
a Mosca dal 1990, la mensa, nata per iniziativa di Alexander Ogorodnikov e
sostenuta dalla Comunità ha accolto anziani poveri e persone senza
dimora. Anche nelle carceri mozambicane e di altri paesi africani come nell'ospedale
psichiatrico di Tirana in Albania, i membri della Comunità intervengono
a favore delle persone ricoverate in queste strutture con aiuti alimentari
e pasti caldi.
I centri di accoglienza
I centri di accoglienza della Comunità costituiscono un complesso di
iniziative organizzate:
Informazioni e consulenza, distribuzione di alimenti e vestiti, ambulatorio
medico, docce, lavanderia e barbiere, biblioteca, recapito postale e residenza
anagrafica .
Nelle mense viene servito gratuitamente agli ospiti un pasto caldo e abbondante
in un clima familiare e accogliente. Chi viene a mangiare non ha necessità
di soddisfare solo il bisogno materiale di cibo, ma anche di ritrovare simpatia,
rispetto e calore umano che spesso gli sono negati.
L'attenzione alla dignità e alla personalità di ognuno si esprime
nella cura dell'ambiente, nell'atteggiamento cortese dei volontari che servono
a tavola. Una particolare attenzione viene prestata al cibo: si tiene conto
infatti delle abitudini alimentari degli ospiti nel rispetto della loro tradizione
religiosa. In considerazione della presenza di musulmani per esempio non viene
mai servita carne di maiale né si beve vino.
Il servizio è garantito da volontari che a titolo gratuito offrono
il loro tempo libero per aiutare, anche nelle altre iniziative, queste persone
in difficoltà.
A Roma la mensa di Via Dandolo ha ospitato dal 1988 quando è stata
aperta, più di 100mila persone e sono stati serviti 2 milioni e duecentomila
pasti. Ad Antwerpen alla mensa vengono serviti circa 150 pasti a giovani di
strada e persone in difficoltà. A Wurzburg presso la mensa circa 50
persone, tra cui molti anziani soli, trovano compagnia e ristoro.
La guida "Dove mangiare..."
E' stata soprannominata la "guida Michelin dei poveri" perchè
rappresenta uno strumento indispensabile per la sopravvivenza di chi è
costretto a vivere di espedienti.
Il telefono della solidarietà
Dal 1984 la Comunità, dapprima a Roma e poi in altre città,
ha attivato il "Telefono della solidarietà", al quale è
possibile accedere tutti i giorni. Negli ultimi 5 anni sono arrivate oltre
12.000 richieste di aiuto da parte di persone in situazioni di bisogno: anziani,
malati, persone sole o senza dimora hanno trovato un orientamento, un aiuto
concreto, l'amicizia della Comunità nelle difficoltà della vita,
esasperate dalla solitudine e dalla povertà.
Il telefono raccoglie anche le disponibilità ad aiutare, a mettere
a disposizione un po' del proprio tempo per sostenere un altro che è
nella necessità.
Si mette così in collegamento chi ha bisogno di aiuto e chi lo offre,
rendendo possibile agli uni di trovare risposte e agli altri di aprirsi alla
generosità e di essere utili. |