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Feste
Tutte ispirate ai grandi eventi dell'antico testamento, scandiscono la santificazione del tempo lungo l'intero corso dell'anno.Il corno di montone (shofar) è usato per annunciare le festività La festa del Capodanno: ROSH HASHANA Si celebra il 1° Tishri (settembre-ottobre). E l'anniversario della creazione e inaugura il periodo in cui D-o giudica l'operato degli uomini nell'anno appena trascorso; tutti sono chiamati a rendere conto del creato affidato alle loro cure. Gli ebrei si salutano reciprocamente: «Possa tu essere iscritto e segnato per un buon anno». La festa adombra anche il futuro verso il quale si muove tutto il creato. Durante il culto solenne si suona lo shofar (corno d'ariete) il cui suono proclama l'inizio della redenzione messianica di Israele e dell'umanità. Siamo nel 5758 al sett. '96.
Rosh Ha-Shanà cade i primi due giorni
del mese di Tishrì ed è il capo d’anno per la numerazione
degli anni, per il computo dei giubilei e per la validità dei
documenti. Ha un carattere e un’atmosfera assai diversi da quella
normalmente vigente nel capo d’anno "civile" in Italia.
Infatti è considerato giorno di riflessione, di introspezione,
di auto esame e di rinnovamento spirituale. E’ il giorno in cui,
secondo la tradizione, il Signore esamina tutti gli uomini e tiene conto
delle azioni buone o malvagie che hanno compiuto nel corso dell’anno
precedente. Nel Talmud infatti è scritto "A Rosh Ha-Shanà
tutte le creature sono esaminate davanti al Signore". Non a caso
tale giorno nella tradizione ebraica è chiamato anche "Yom
Ha Din", il giorno del giudizio. Il giudizio divino verrà
sigillato nel giorno di Kippur, il giorno dell’espiazione. Tra
queste due date corrono sette giorni che sommati ai due di Rosh Ha-Shanà
e a quello di Kippur vengono detti i "dieci giorni penitenziali".
I suoni che vengono emessi da questo strumento sono di diverso tipo:
note brevi, lunghe e interrotte; secondo una interpretazione esse sono
emesse in onore dei patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe. Gli ebrei azkenaziti in questo giorno vestono di bianco, simbolo di
purezza e rinnovamento spirituale. Anche i rotoli della Torà
e l’Arca vengono vestiti di questo colore. Quest’usanza
può essere ricondotta al verso di Isaia (1:18) in cui è
scritto: "quand’anche i vostri peccati fossero come lo scarlatto,
diverranno bianchi come la neve". Midrash Si sono chiesti i nostri Maestri: "Perchè all’inizio
il Signore ha creato un solo uomo?"
La festa dell'Espiazione (Kippur) Viene celebrata il 10 di Tishri ed è un giorno di pentimento e di espiazione per le impurità del popolo, della nazione e dei singoli fedeli. Il gran sacerdote, con un complesso rito espiatorio, offre sacrifici per la purificazione sua e del popolo dalle impurità e dai peccati, pronuncia, l'unica volta nell'anno, il nome di D-o (D-o), ed entra, l'unica volta nell'anno, nel «Santo dei Santi» del tempio per offrire il sangue e l'incenso. Si ritiene che a Kippur D-o decida i destini degli uomini secondo il loro pentimento. Il dieci del mese di Tishrì cade lo Yom Kippur, giorno considerato come il più sacro e solenne del calendario ebraico. E’ un giorno totalmente dedicato alla preghiera e alla penitenza e vuole l’ebreo consapevole dei propri peccati, chiedere perdono al Signore. E’ il giorno in cui secondo la tradizione D-o suggella il suo giudizio verso il singolo. Se tutti i primi dieci giorni di questo mese sono caratterizzati dall’introspezione e dalla preghiera, questo è un giorno di afflizione, infatti in Levitico 23:32 è scritto "voi affliggerete le vostre persone". E’ un giorno di digiuno totale, in cui ci si astiene dal mangiare, dal bere e da qualsiasi lavoro o divertimento e ci si dedica solo al raccoglimento e alla preghiera; il digiuno che affligge il corpo ha lo scopo di rendere la mente libera da pensieri e di indicare la strada della meditazione e della preghiera. Prima di Kippur si devono essere saldati i debiti morali e materiali
che si hanno verso gli altri uomini. Si deve chiedere personalmente
perdono a coloro che si è offesi: a D-o per le trasgressioni
compiute verso di Lui, mentre quelle compiute verso gli altri uomini
vanno personalmente risarcite e sanate. E’ chiamato anche "Sabato dei sabati", ed è l’unico
tra i digiuni a non essere posticipato se cade di sabato. L’assunzione della responsabilità collettiva è un
altra delle caratteristiche di questo giorno: in uno dei passi più
importanti della liturgia si chiede perdono dicendo "abbiamo peccato,
abbiamo trasgredito….". La liturgia è molto particolare
e inizia con la commovente preghiera di Kol Nidrè, nella quale
si chiede che vengano sciolti tutti i voti e le promesse che non possono
essere state mantenute durante l’anno. Midrash Ogni anno nei giorni del Capodanno e del Perdono nella sinagoga del Baalshem, pregava un paesano che aveva un figlio tardo di mente, che non poteva nemmeno ricordare la forma delle lettere, e tanto meno comprendere il senso delle parole delle preghiere. Quando non aveva ancora raggiunto la maggiore età, nei giorni del Capodanno e del Perdono il padre non lo conduceva con sé in città, perché non sapeva nulla. Ma quando ebbe tredici anni e, secondo le leggi di D-o, aveva raggiunto la maggiore età, il padre lo prese con sé nel giorno del Perdono, perché per ignoranza non mangiasse nel giorno del digiuno. Il ragazzo possedeva uno zufolo nel quale fischiava sempre quando scendeva
nei campi a pascolare le pecore e i vitelli. Se l'era portato con sé
senza che il padre se ne accorgesse. Il padre si adirò e chiese: "Dove l'hai?" e mise subito la mano sulla tasca e ve la tenne. Ma ora risuonava la preghiera finale. Il ragazzo strappò la tasca di mano al padre, tirò fuori lo zufolo e mandò un potentissimo fischio. Tutti ne furono spaventati e confusi. Ma il Baalshem continuò a recitare la preghiera, ancora più rapidamente e agevolmente del solito. Alla fine della giornata disse " E’ stato il giovane pastore, con il grido spontaneo del suo cuore, ad aprire le porte del cielo e a permettere che tutte le preghiere dei presenti vi entrassero, infatti le sue ragioni erano le più pure: voleva chiedere perdono a D-o personalmente". La festa delle Capanne o tende (Sukkoth) Si celebra alla fine della vendemmia per ringraziare Javè dei suoi doni generosi. Inizia il quindici di Tishri (settembre-ottobre) e dura sette giorni. Vi è l'usanza di agitare verso i quattro punti cardinali il frutto del cedro e i rami della palma, del salice e del mirto, e di recitare Salmi. I rami vengono portati poi in processione verso la sinagoga. Secondo la tradizione giudaica, rappresentano gli uomini di ogni razza uniti in collaborazione. Le capanne dal tetto di rami o di paglia, nelle quali si consumano i pasti durante la festa, ricordano l'amore costante con il quale D-o assistette gli Israeliti nel deserto. La capanna della festa è stata sempre considerata un simbolo della capanna divina sotto il cui tetto saranno, un giorno, radunati tutti gli uomini. La nota gioiosa della festa è determinata dallo stuD-o della Torah. All'ottavo giorno termina, e ricomincia, la lettura annuale del Pentateuco. La festa di Sukkoth inizia il 15 del mese di Tishrì. Sukkoth in ebraico significa "capanne" e sono appunto le capanne a caratterizzare questa festa gioiosa che ricorda la permanenza degli ebrei nel deserto dopo la liberazione dalla schiavitù dall’Egitto: quaranta anni in cui abitarono in dimore precarie, accompagnati però, secondo la tradizione, da "nubi di gloria". Nella Torà (Levitico, 23, 41-43) infatti troviamo scritto: "E celebrerete questa ricorrenza come festa in onore del Signore per sette giorni all’anno; legge per tutti i tempi, per tutte le vostre generazioni: la festeggerete nel settimo mese. Nelle capanne risiederete per sette giorni; ogni cittadino in Israele risieda nelle capanne, affinché sappiano le vostre generazioni che in capanne ho fatto stare i figli di Israele quando li ho tratti dalla terra d’Egitto". La festa delle capanne è una delle tre feste di pellegrinaggio
prescritte nella Torà, feste durante le quali gli ebrei dovevano
recarsi al Santuario a Gerusalemme, fino a quando esso non fu distrutto
dalle armate di Tito nel II secolo e.v. Altri nomi della festa sono
"Festa del raccolto" e anche "Festa della nostra gioia",
poiché cade proprio in coincidenza con la fine del raccolto quando
si svolgevano grandi manifestazioni di gioia. Questa festa è
detta anche "festa dei tabernacoli" e il precetto che la caratterizza
è proprio quello di abitare in capanne durante tutti i giorni
della festa. Se a causa del clima o di altri motivi non si può
dimorare nelle capanne, vi si devono almeno consumare i pasti principali.
Altri nomi della festa sono "Festa del raccolto" e anche "Festa
della nostra gioia", poiché cade proprio in coincidenza
con la fine del raccolto quando si svolgevano grandi manifestazioni
di gioia. La sukkà non è valida se non è sotto il cielo:
l’uomo deve avere la mente e lo spirito rivolti verso l’alto. L’uomo è disposto a mettersi al servizio di D-o anche nel momento in cui sente che massima è la potenza che ha raggiunto: ha appena raccolto i frutti del suo raccolto, ma confida nella provvidenza divina e abbandona, anche se solo per pochi giorni, la sua dimora abituale per abitare in una capanna. Capanna che è insieme simbolo di protezione, ma anche di pace fra gli uomini. "E poni su di noi una sukkà di pace" riecheggiano infatti i testi di numerose preghiere; ci sono dettagliate regole che stabiliscono l’altezza massima e minima che deve avere una sukkà, ma per quanto concerne la larghezza viene stabilita solo la dimensione minima: nei tempi messianici infatti la tradizione vuole che verrà costruita una enorme unica sukkà nella quale possa risiedere tutta l’umanità intera. Midrash La struttura della sukkà, simbolo della protezione del Signore, e le regole che descrivono come debbano essere le sue pareti, sono già contenute nella parola stessa: La sukkà è valida infatti se ha quattro pareti complete, secondo la forma della lettera Samech, ; se ha tre pareti, secondo la forma della lettera Kaf , ; se ha due pareti complete e una porzione della terza, secondo la forma della lettera He, . L’ultimo giorno della festa di Sukkoth si chiama Oshanà rabbà (grande invocazione di salvezza dal significato letterale: Deh, salvaci). Il periodo di pentimento si conclude definitivamente con questo giorno. Il perdono che ci verrà accordato viene invocato battendo i rami di salice durante una suggestiva cerimonia, cerimonia durante la quale si compie anche per sette volte un giro intorno alla Torà, con in mano il lulav. Secondo alcuni lo scuotimento dei rametti di salice rappresenta la pioggia, simbolo di prosperità. Il segnale è la fine del male, come premessa dell’era messianica. Alcuni conservano i rametti del salice per la cerimonia che si tiene subito prima di Pesach, la Pasqua ebraica, durante la quale si bruciano le rimanenze dei cibi lievitati. Sheminì 'Azzeret (il significato di queste parole è "ottavo giorno di radunanza") è l’ultimo giorno in cui si usa andare nella capanna, tuttavia senza recitare le benedizioni. Nel passo della Bibbia in cui si parla di Sukkoth (Levitico 23) la durata della ricorrenza è fissata in sette giorni. Si parla poi di un "ottavo giorno di radunanza": Sheminì Azzaret. Quasi un prolungamento della festa. In questo giorno durante il servizio di Mussaf viene introdotta la formula "che fai soffiare il vento e scendere la pioggia". Tale formula verrà mantenuta nell’Amidà (preghiera che si recita a voce bassa) fino alla festa di Pesach, la Pasqua ebraica. Il giorno successivo è Simchàth Torà, giorno particolarmente lieto, come indicato dal nome stesso: la "gioia della Torà". La lettura della Torà, da cui vengono pubblicamente letti e recitati dei brani ogni settimana durante tutto il corso dell’anno, in questo giorno trova insieme conclusione e principio del ciclo: viene infatti letto l’ultimo brano e si ricomincia con il primo brano. In questo modo la lettura della Torà mantiene la sua continuità nel tempo. Le persone che in questo giorno sono chiamate alla lettura, sono considerate come "sposi" della Torà e di Bereshith (la parola con cui inizia la Torà) e come sposi vengono festeggiati da parenti e amici. In alcune comunità gli "sposi" offrono confetti a parenti e amici. Durante i sette giri che si compiono nella sinagoga, con i rotoli della Torà sulle braccia, spesso la gioia che si manifesta stride con l’austerità del luogo: le donne gettano caramelle verso la folla festante che spesso danza intorno alla Torà. Chanukkà nel calendario autunnale è preceduta da circa due mesi in cui non c’è alcuna ricorrenza, a parte il sabato e i capomese. Probabilmente anche per questo l’atmosfera è particolarmente allegra e i bambini la aspettano con ansia. La festa della consacrazione (Hanukkah) Di origine post-biblica, fu istituita per ricordare la vittoria degli ebrei contro i dominatori della Siria nel 165, quando Giuda Maccabeo liberò Gerusalemme, ripulì il tempio da ogni contaminazione, riaccese il sacro candelabro e ristabilì il culto del vero D-o. Si celebra, con l'accensione progressiva di otto luci, il 25 Kislev (dicembre). La festa di Chanukkà, tra tutte le antiche ricorrenze ebraiche, è l'unica che non affondi in qualche modo le sue radici nella Bibbia e nei suoi racconti; è una festa stabilita dai Maestri del Talmud e ricorda un avvenimento accaduto in terra di Israele, nel 168 a.e.v. Antioco Epifane di Siria - ottavo re della dinastia seleucide, erede di una piccola parte dell'Impero appartenuto ad Alessandro Magno - voleva imporre la religione greca alla Giudea. Le mire di ellenizzazione furono contrastate e impedite da Mattatià, un sacerdote di Modiin della famiglia degli Asmonei che insieme ai suoi sette figli, diedero avvio alla rivolta. Chanukkà è conosciuta anche come la festa del miracolo
dell’olio: quando dopo una strenua battaglia, il 25 di Kislev
di tre anni dopo (165 a.e.v.), il Tempio fu riconquistato, si doveva
procedere alla riconsacrazione. Nel Tempio però fu trovata una
sola ampolla di olio puro recante il sigillo del Sommo Sacerdote. Per
la preparazione di olio puro (viene considerato olio puro quello raccolto
dalle prime gocce della spremitura delle olive) occorrevano otto giorni.
Nel trattato talmudico di Shabbat (21b) leggiamo del grande miracolo
che occorse: l'olio che poteva bastare per un solo giorno, fu sufficiente
per otto giorni, dando così la possibilità ai Sacerdoti
di prepararne dell'altro nuovo. In ricordo di quel miracolo, i Saggi
del Talmud istituirono una festa di lode e di ringraziamento al Signore
che dura appunto 8 giorni: Chanukkà che letteralmente, significa
"inaugurazione". La prima sera della festa si accende un lume su un candelabro speciale a nove bracci, e ogni sera, per otto giorni, se ne aggiunge uno in più, fino a che l'ottava sera si accendono 8 lumi. Questo candelabro si chiama Chanukkià e può avere diverse forme. L’indicazione è che gli otto contenitori per le candele siano tutti allineati alla stessa altezza e che il nono - lo shammash, il servitore, quello che serve per accendere gli altri lumi - sia in una posizione diversa.
Midrash "Una volta mentre camminavo in una
buia notte vidi un cieco che aveva in mano una torcia. Gli chiesi: "
Perché hai in mano questa torcia?" Rispose: "Finchè
ho la torcia in mano la gente può vedermi e aiutarmi" La festa del Purim
Purim, la più gioiosa tra le festività
ebraiche, è la festa più amata dai bambini. Cade a metà
del mese ebraico di Adar e ricorda il sovvertimento delle sorti e il conseguente
scampato pericolo per il popolo ebraico. La storia che viene narrata in breve è la seguente: Assuero, re di Persia e di Media, regnava su 127 province, era un sovrano molto potente ed aveva accanto a sé una moglie che però (essendosi rifiutata di partecipare ad un banchetto fatto preparare dal re e a cui erano stati invitati le persone più importanti del regno) venne ripudiata. Vennero quindi convocate le più belle ragazze del paese e fra queste fu scelta una ragazza ebrea, Estèr che andò così in sposa ad Assuero. Ester divenne la nuova regina e nella storia avrà un importante ruolo: difatti Hamàn, primo Ministro del re Assuero, chiese ed ottenne dal re che tutti gli ebrei del regno fossero uccisi, in un giorno che sarebbe stato tirato a sorte (pur). Fu così tirato a sorte il 13 di Adar. Quando Mordekhài, zio della regina lo seppe, si rivolse ad Ester perché intercedesse. Ester informò il re sulle malvagie macchinazioni e supplicò di salvare il suo popolo e lei stessa, in quanto ebrea. Per merito della regina gli ebrei, con l’aiuto del Signore, riuscirono a salvarsi. Assistere alla lettura del Libro di Ester è uno dei precetti della
festa. In questo giorno si devono anche fare doni ai bisognosi, inviare
dei cibi a due persone diverse, partecipare ad un banchetto festivo. Midrash “Se anche dovessero essere cancellate tutte le feste dal nostro ricordo, la festa di Purim sarà sempre ricordata.” Un approfondimento: " Meghillat Ester: lo svelamento del nascosto."di rav Roberto Della Rocca" … Questi giorni di Purim non cadranno in disuso tra gli ebrei ed il loro ricordo non cessi in mezzo alla loro discendenza..." (Libro di Ester, 9; 28).Nella sua grande opera di giurisprudenza ebraica, il Mishnèh Toràh, Maimonide (1135-1204) sostiene che nell'era messianica tutti i libri della Bibbia cadranno in disuso tranne il Rotolo di Estèr essendo questo duraturo come i cinque libri della Toràh, l'esistenza della quale è eterna e, continua, "…anche se dovesse scomparire il ricordo di tutte le nostre sofferenze, quello di Purim non sarà mai cancellato". Ma perché proprio il Libro di Estèr e con esso il ricordo di Purim dovrebbero sopravvivere a tutti gli altri? La Meghillàh (termine che deriva dalla g-l-l, che significa arrotolare, avvolgere, e che indica la lettura su un rotolo di pergamena come il Sefer Toràh) è un libro che narra di una comunità completamente assimilata, sradicata dalla sua terra d'origine, lontana, materialmente e spiritualmente, dalla Terra di Israele, di cui, in tutto il racconto, non si fà alcun cenno, né come ricordo né, tantomeno, come mèta di aspirazione. Siamo nel pieno della golàh, dell' esilio, quindi, al punto che gli ebrei temono addirittura di rivelare la loro identità. Un altro segno sorprendente è che, contrariamente a quanto si
fà durante la festa di Chanukkàh, a Purim non si legge
l' Hallel (lett. lode; è il nome dato ai Salmi 113-118), riservato
solo ai miracoli avvenuti in Terra di Israele. La stessa storia di Estèr, sembra essere un concatenarsi di eventi del tutto casuali: ad esempio, il grande banchetto del re Assuero, la decisione di chiamare la regina Vashtì, il rifiuto di questa di presentarsi, la scelta di Estèr, il tentativo del colpo di Stato scoperto casualmente da Mordekhài, l'insonnia del re, l'arrivo di Hamàn e di Assuero proprio in quella notte. Il destino del popolo ebraico sembra completamente abbandonato al caso e alla fatalità. Il termine Purim, dal persiano pur, designa le sorti che si gettano per fissare una data o per regolare il destino altrui secondo il decreto del solo caso. L'esistenza degli ebrei sembra legata a una partita a dadi e il popolo stesso appare impotente in un mondo mosso dalla sorte, abbandonato a un destino cieco, in un mondo da cui D-o sembra assente o, quantomeno, così ben nascosto che tutto accade come se Egli non esistesse. I Maestri del Talmùd, ricorrendo ai più originali espedienti interpretativi, si domandano "…dove si parla di Estèr nella Toràh…" (Talmùd babilonese; Haghigàh 5, b). I Maestri fingono di non sapere che tra la Toràh ed Estèr trascorrono almeno sette, otto secoli. Per capire il senso della loro domanda bisogna interpretare il testo come segue: in quale punto della Toràh si trova un'allusione alla storia di Estèr? Nella Toràh, dove è compresa la storia passata, presente e futura del popolo ebraico, deve pur esserci un qualche riferimento al tipo di miracolo che caratterizza Purim e molta parte della storia ebraica. I Maestri leggono quindi nel verso del Deuteronomio 31; 18: "…ed Io continuerò a nascondere il Mio volto in quel giorno…", un preciso riferimento a Estèr e a Purim. Il Talmùd, quindi, scorge uno stretto rapporto tra il tema del D-o nascosto, che si eclissa, e l'etimologia del nome Estèr, che significa appunto nascosta. La salvezza del popolo di Estèr e di Mordekhài avviene in modo nascosto e discreto, diversamente da quanto accade per altri miracoli, nei quali D-o si manifesta e opera in forma palese, come, ad esempio, nella liberazione degli Ebrei dall'Egitto. Ecco perché qualche commentatore ha tentato di trovare un'allusione
al Nome di D-o nel verso in cui Mordekhài, spazientito dalle
esitazioni di Estèr a presentarsi al re ed intercedere per la
salvezza del popolo, dichiara: "…
se tu in questo momento taci, liberazione e salvezza sorgeranno da un
altro luogo.." ( Ester 4; 14). La parola ebraica che indica il mondo è olam e deriva dalla radice
alum, nascosto, forse per significare che l'esistenza di D-o in questo
mondo è nascosta e lo scopo dell' olam, cioè del mondo
nascosto, è la ricerca di quella verità, emèt,
che secondo il Midràsh al momento della creazione D-o ha gettato
a terra, affinché l'uomo la facesse germogliare con i suoi propri
strumenti. Benchè altri quattro libri biblici portino il nome di Meghillàh,
quello di Estèr è considerato il Rotolo per antonomasia. È detto nel Talmùd che nel pasto del giorno di Purim è
consuetudine bere tanto vino fino al punto di non saper più distinguere
la destra dalla sinistra, di non saper più riconoscere la differenza
tra "maledetto Hamàn e benedetto
Mordekhài". In un universo, quindi, dominato dalla confusione, dove non si discerne
il giusto dall'ingiusto, dove la fatalità sembra reggere i due
estremi della catena della storia e il mondo rischia di trasformarsi
in una gigantesca mascherata, e in una sbornia generale, i Maestri invitano
a mantenere quel discernimento che permette di decifrare il senso del
trucco universale. Se la gheullàh è la condizione ideale a cui deve aspirare il popolo ebraico, ed essa sarà raggiunta con la celebrazione di quel Seder, quell'ordine di tutta l'umanità, la golàh del libro di Estèr, è la condizione reale del mondo, dove tutto è confuso, distorto, disordinato. Tuttavia la golàh e la gheullàh non sono così distanti
fra loro come potrebbe sembrare; infatti negli anni embolismici, quando
si aggiunge un tredicesimo mese, Adar , si celebra Purim nel secondo
Adar, per avvicinare il più possibile questa ricorrenza alla
festa di Pesach. Purim, infatti è la preparazione a Pesach, una
preparazione per la completa gheullàh. È proprio l'assenza dell' Alef che consente agli Hamàn
di ogni tempo di giocare a dadi le sorti del popolo ebraico. La disunione
e le scissioni all'interno del popolo ebraico scatenano le forze di
Amalek, antenato di Hamàn, prototipo dell'antigiudaismo irrazionale
e gratutito di tutte le generazioni destinato a minacciare l'esistenza
di Israele in tutti i tempi della storia. " ...Ricorda ciò che fece a te Amalek..!" (Deuteronomio, 25; 17). Il digiuno istituito da Estèr per invocare l'aiuto divino contro il decreto di Hamàn diventa, quindi, una premessa a un radicale capovolgimento della situazione. La Teshuvàh, il pentimento, il ritorno, attraverso il digiuno rappresenta l'occasione per scrutare dentro di sé, per riprendere in mano le sorti del proprio destino e per liberarsi da un esilio che non ha una valenza esclusivamente geografica. La condizione necessaria per passare oltre la golàh e raggiungere
la gheullàh è, dunque, l'esperienza della Teshuvàh,
così come è detto nel Talmùd "…grande
è la Teshuvàh perché avvicina la gheullà…."
( Jomà 86, b). Forse questo è il senso di ciò che
è sostenuto dalla letteratura rabbinica: la parola Purim, sorti,
è contenuta dalla parola Kippurim, espiazioni. Le sorti sono
dentro le espiazioni, nel senso letterale dell'affermazione, ma si può
anche leggere: le sorti sono nella Teshuvàh. Purim-Kippurim, (in questo caso la k Kaf iniziale potrebbe avere la
funzione di "come") Purim come il giorno del grande digiuno!
La vita dell'uomo oscilla tra queste due dimensioni, così diverse,
ma al contempo così legate tra loro. Il mascherarsi e lo smascherarsi
completamente! La prima volta che figura la parola estèr nella Toràh
è in Genesi 4; 14: Caino, l'uomo del crimine brutale, rappresenta la prova vivente che
il perdono è possibile e che la forza della Teshuvàh può
far risplendere la luce velata dall'oscurarsi del volto di D-o: la Hastaràt
Panim. La festa delle settimane o Pentecoste Questa festa, che si celebra sette settimane dopo la Pasqua, aveva un carattere gioioso per la raccolta del grano, per cui si esprimeva il profondo ringraziamento a D-o. Si offrivano oltre alle primizie del grano, olocausti e sacrifici per i peccati. In seguito la festa assunse anche il significato di celebrazione del dono della Torah sul Sinai. Nel giudaismo, dal sedicesimo secolo in poi, è uso rimanere svegli e trascorrere la notte nello stuD-o della Torah. Inoltre, nel moderno stato di Israele si portano offerte di primizie a beneficio del Fondo Nazionale Ebraico. Shavuot cade il 6 e il 7 di Sivan, esattamente sette settimane dopo Pesach. Fino a quando non fu stabilita la durata precisa dei mesi la ricorrenza poteva cadere il 5, il 6 o il 7 del mese, fatto unico per le ricorrenze comandate nella Torà. Shavuot è chiamata anche "Tempo del dono della nostra Torà". La Torà è per gli ebrei il dono più grande fatto da D-o all’uomo, il legame con essa è fortissimo e ha un valore di sacralità. Questo spiega anche perché la data precisa non avesse troppa importanza: la cosa fondamentale è la rivelazione della Torà, il legame con una data storica riveste una importanza secondaria. Gli ebrei dopo essere rimasti schiavi in Egitto, finalmente liberi,
trascorsero 40 anni nel deserto; quando furono ai piedi del Monte Sinai
Mosè, loro capo, salì sul monte dove ricevette in dono
da D-o la Torà da consegnare al popolo d’Israele. Le Leggi
contenute nella Torà sono ancora oggi la base e il cemento del
popolo ebraico. Così come Pesach rappresenta il raggiungimento
della libertà materiale; questa festa rappresenta il raggiungimento
della libertà spirituale, la libertà di scegliere di accettare
la legge morale, di accettare il giogo divino. A Shavuot ci si reca alla Sinagoga, dove vengono utilizzati degli addobbi particolarmente sontuosi e il profumo dei fiori che vengono portati per l’occasione rende particolarmente gradevole la atmosfera. Le piante e i fiori che si usano per addobbare le case e le sinagoghe probabilmente rimandano al luoghi lussureggiante nel deserto in cui fu ricevuta la Torà. In Italia a Shavuot molte bambine celebrano il loro bat Mizwa, cerimonia
attraverso la quale diventano "adulte" e in grado di adempiere
ai precetti che riguardano le donne. Dopo la cena della vigilia, molti usano studiare la Torà per tutta la notte. Il secondo giorno di Shavuot si legge il libro di Ruth, libro facente parte del canone biblico, nel quale viene narrata la storia di Ruth la moabita, della sua conversione all’ebraismo, conversione alla quale arrivò attraverso tappe spirituali paragonabili a quelle del popolo ebraico. Ruth è un’antenata del re David, e in quanto tale il Messia nascerà dalla sua progenie. Midrash Prima della creazione del mondo esisteva già l’alfabeto ebraico. L’Alef , la prima lettera, era molto orgogliosa, mentre la Beth, la seconda lettera, si sentiva trascurata. Allora il Signore, per consolare la Beth, creò il mondo, cominciando con la parola Bereshìth (In principio). La Alef si sentì molto offesa e si lamentò col Signore, ma poi si pentì del suo orgoglio. Allora che cosa fece il Signore? Pensò di appoggiare su Alef la Sua Legge; la Legge del pentimento e del perdono. E dal Monte Sinai, in mezzo ai tuoni e le fiamme, promulgò il primo Comandamento iniziando con la lettera Alef della parola Anokhì che significa Io. Tishà Be-Av. Il tisha beav (il 9 del mese di av), che commemora il giorno in cui il primo e il secondo tempio vennero distrutti: è la solennità più triste del calendario giudaico, giorno di dolore e di digiuno. Il 9 del mese di Av per gli ebrei è giorno di lutto e di digiuno. In questa data a distanza di molti secoli furono distrutti sia il primo che il secondo Santuario. Il primo Santuario fu distrutto nel 586 prima dell’era volgare ad opera dei babilonesi e il secondo ad opera dei romani nel 70 e.V. Il Santuario di Gerusalemme era il luogo dove si svolgevano le cerimonie rituali prescritte nella Torà;era il centro spirituale e anche politico e religioso dell’ebraismo; la perdita del Santuario segnò anche la perdita di questo centro, oltre che l’inizio della diaspora. La distruzione del Santuario è presente nel cuore degli ebrei anche dopo venti secoli: nelle preghiere, in qualsiasi parte del mondo ci si trovi, ci si rivolge sempre fisicamente e idealmente verso le vestigia del Muro occidentale. Tishà Be-Av significa 9 del mese di Av. Questa data, divenuta simbolo di disgrazia per il popolo ebraico segna anche altri momenti tragici: proprio il nove di Av gli ebrei furono cacciati dalla Spagna nel 1492. Nelle sinagoghe parate a lutto e in un’atmosfera di grande tristezza,
spesso seduti in terra e a lume di candela, si recitano preghiere ed
elegie ispirate alla rovina del Tempio di Gerusalemme e all’esilio
del popolo ebraico. Lag ba omer Il trentatreesimo giorno del periodo viene festeggiato Lag Ba-Omer, una festa allegra, che spezza il lutto. Secondo un’interpretazione segna l’inizio in cui la manna iniziò a cadere nel deserto, secondo altri la fine di una epidemia che aveva colpito i discepoli di Rabbì Akiva o un successo durante la rivolta in epoca romana. A Lag Ba-Omer viene venerata la tomba di Shimon Bar Yochai, a cui fu attribuito lo Zohar, il più importante testo di mistica ebraica. Yom Ha’hazmaut Il 5 del mese di Iyar, durante il periodo dell’Omer, si celebra la ricorrenza della fondazione dello Stato di Israele, in ebraico Yom Ha’hazmaut. In questo giorno nel 1948 fu firmata la dichiarazione d’Indipendenza. Dopo duemila anni di esilio, si è realizzata l’aspirazione degli ebrei di avere uno Stato proprio. E’ giorno di festa sia in Israele che nella Diaspora. Molte fra le ricorrenze ebraiche servono a ricordare i cicli naturali. Una festività particolare, totalmente dedicata agli alberi è il Capodanno degli alberi, Rosh Ha-Shanà Lailanot, conosciuta anche con la data ebraica in cui cade: Tu bi-Shevat, cioè quindici del mese di Shevat. In ebraico ogni lettera ha anche un valore numerico e Tet e Vav che formano la parola "Tu" equivalgono numericamente a 15. Tu bi-Shevat cade in giorni in cui il clima è particolarmente freddo; in Israele, dove in genere il clima è meno freddo, questo giorno viene indicato come il giorno in cui cominciano a fiorire i mandorli, e si può cominciare a sperare in un prossimo arrivo della primavera. Questa festa è menzionata nel Talmud, e dà adito a una delle innumerevoli dispute tra Maestri. Sulla data in cui festeggiare Tu bi-Shevat si confrontano le due grandi scuole dei due grandi Maestri: Shammai e Hillel. Secondo l’opinione del primo il Capodanno degli alberi doveva essere festeggiato il primo giorno del mese di Shevat, mentre nell'opinione di Hillel doveva essere festeggiata il 15. Come noto in questa e in molte altre controversie si segue l'opinione di Bet Hillel. Interessante sottolineare come i due punti di vista, comunque, siano specchio di una diversa e contrapposta concezione tra potenza e atto: la scuola di Shammai ritiene che vadano prese in considerazione le cose già in "potenza", mentre quella di Hillel considera solo ciò che è in "atto". Nello specifico il problema è se considerare già germoglio ciò che ancora non è visibile, ma esiste solo in potenza. Un po' come in certe culture si contano gli anni fino dal momento del concepimento e non da quello della nascita. Sempre a proposito di nascite ed alberi, nella tradizione ebraica quando nasce un bambino si usa piantare un albero. A tempo debito, i rami di quello stesso albero serviranno per costruire la chuppà, cioè il baldacchino nuziale. In passato la ricorrenza serviva a determinare quali decime dovessero
essere presentate al Santuario in un anno: i frutti maturati prima del
15 di Shevat si considerano appartenenti ad un anno, quelli maturati dopo
questa data, si considerano appartenenti all’anno seguente. Inoltre
questa festività serviva a stabilire quando erano trascorsi i primi
tre anni di vita dell’albero, nel corso dei quali era proibito goderne
i frutti. Se stai piantando un albero e ti dicono che è arrivato il Messia, prima finisci di piantare l’albero e poi vai ad accogliere il messia. Tu be-Av - festa agricola e dell'amore - affonda
le sue radici ancora prima dei tempi del Talmud e cade il 15 (in ebraico
le lettere Tet e Vav che formano la parola "Tu" equivalgono
numericamente a 15) del mese di Av, il penultimo mese del calendario
ebraico. Tu be-Av è l'ultima festività dell'anno ebraico. Anticamente era fissata in questo giorno la festa della fine della vendemmia.
Ancora oggi molti Kibbutzim in questa data festeggiano nelle vigne questa
suggestiva ricorrenza e si organizzano feste e giochi. Tanto è antica questa festività, che nessun Maestro poté stabilirne con esattezza le motivazioni. E' comunque nel Talmud che troviamo vivaci descrizioni del modo di festeggiare: in questo giorno le ragazze scendevano nelle vigne e danzavano. Indossavano tutte un vestito bianco, prestato da un'altra ragazza. La figlia del re prestava il suo vestito alla figlia del Sacerdote, la figlia del Sacerdote alla figlia dell'aiutante, e così via, affinché "non provasse vergogna chi non lo possedeva" (Talmud Bavlì. Taanit, 31a). Tutte insieme illuminate dal bagliore della luna, danzavano nelle vigne,
fuori dalle mura di Gerusalemme, risplendenti grazia e giovinezza nei
loro vestiti bianchi, e invitavano i giovani che non avevano già
impegnato il loro cuore a alzare gli occhi per guardarle. Le più
belle invitavano a ammirare la loro bellezza, quelle provenienti da
nobili famiglie invitavano a considerare la loro nobiltà e così
via, fino alle meno belle e di famiglie umili, che ricordavano come
la bellezza sia fugace, come una buona fama possa andare perduta e che
solo una donna che teme D-o è degna di lode. Il «giorno dell'indipendenza» Si potrebbe aggiungere anche una festa recente: il «giorno dell'indipendenza» (jom hahatsmauth), che ricorda la nascita, nel maggio 1948, dello stato d'Israele. Si coglie, nella creazione di questa festa, il riflesso di una fede che cerca di legare ai grandi interventi di D-o nella storia sacra l'avvenimento moderno più significativo per la comunità giudaica. Nello stesso tempo, però, questa iniziativa tocca una delle questioni più delicate del dialogo con gli israeliti, controversa anche all'interno della comunità giudaica: quella del movimento sionista e della fondazione dello stato di Israele. Digiuni minori Il 10 di Tevet Il 17 di Tammùz Il digiuno di Ester Il digiuno di Ghedalià Il digiuno dei Primogeniti DA: http://www.ucei.it/ -Unione delle Comunità Ebraiche Italiane |
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