Giovanni Paolo II e le religioni.
di Sandro Magister -http://chiesa.espresso.repubblica.it/
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Tokyo, 18 giugno 2003 -
Ci sono eventi che Giovanni Paolo II ha voluto, e lui solo. Li ha voluti
e li ha posti in essere, unico nella storia dei papi e contro molti della
stessa Chiesa del suo tempo, cardinali, vescovi, preti, fedeli. È verosimile
che dopo di lui nessun altro papa li riproporrà più. Almeno
nel suo stesso modo.

Il primo di questi suoi atti specialissimi lo compì ad Assisi
il 27 ottobre 1986. Chiamò attorno a sé rappresentanti
delle più varie religioni del mondo e chiese loro di pregare per
la pace. Ciascuno il proprio Dio. Potentemente simbolica era la visione,
sulla piazza di san Francesco, di quella fila multicolore di uomini religiosi,
con il papa biancovestito allineato tra loro.
Simbolo pericoloso, però. Anche se Giovanni Paolo II era lontanissimo
dal volerlo, il messaggio che ne usciva per molti era quello di una Onu
delle fedi. Di una coesistenza multireligiosa nella quale ciascuna fede
valeva l’altra. E alla quale anche la Chiesa cattolica si iscriveva,
alla pari.
Anni dopo, infatti, il 6 agosto del 2000, papa Karol Wojtyla e il cardinale
Joseph Ratzinger si sentirono in dovere di emettere una dichiarazione
che facesse da antidoto a questo veleno relativista. Era intitolata “Dominus
Iesus” e richiamava un’elementare e fondante verità cristiana:
quella secondo cui è solo in Gesù che tutti gli uomini
hanno salvezza. La dichiarazione generò un terremoto. Da fuori,
i paladini della laicità accusarono la Chiesa di intolleranza.
E da dentro scattarono accuse di antiecumenicità. Segno che la “Dominus
Iesus” aveva centrato un reale malessere della Chiesa. Che ad Assisi
era stato portato allo scoperto. E che aveva il suo elemento scatenante
in Asia, e ancor più nel subcontinente indiano. Ma andiamo per
ordine.
Assisi, 1986
Il primo atto, dunque, di questo percorso accidentato va in scena nel
1986 nel borgo di san Francesco. Giovanni Paolo II ne diede l’annuncio
il 25 gennaio e le reazioni critiche furono immediate, specie nella curia
vaticana. Ma il papa non se ne fece imbrigliare, affidò la regia
dell’evento a un cardinale di sua fiducia, uno dei pochissimi concordi
su questo con lui, il francese Roger Etchegaray, presidente del pontificio
consiglio per la giustizia e la pace. Della parte rituale si occupò il
cardinale Virgilio Noé, già maestro delle cerimonie del
papa. E per gli aspetti scenografici e organizzativi fu dato mandato
alla comunità di Sant’Egidio e al movimento dei Focolari,
l’una e l’altro sperimentati costruttori di eventi mediatici
e già al centro di una rete internazionale di rapporti con esponenti
di religioni non cristiane.
Il 27 ottobre, le televisioni trasmisero così in tutto il mondo
le immagini di quell’evento fortemente voluto dal papa: pellegrinaggio,
digiuno, preghiera, pace tra i popoli e le religioni. Giovanni Paolo
II rinverdì anche una tradizione medievale invocando per quel
giorno una “tregua di Dio”, un arresto nell’uso delle
armi su tutti i fronti di guerra del globo. Risultò poi che quasi
nessun combattente vi si attenne, ma il simbolo sovrastò la realtà e
la visione del papa orante a fianco dei capi di tante religioni diverse
si impose da quel giorno come uno dei marchi più forti dell’intero
pontificato.
Ma insieme presero corpo anche le riserve critiche, su quello stesso
evento. La giornata di Assisi non mancò di darvi alimento, in
alcuni suoi gesti eccessivi. A buddisti, a induisti, ad animisti africani
furono concesse per le loro preghiere alcune chiese della città,
come fossero involucri neutri, privi d’irrinunciabile valenza cristiana.
E sull’altare della locale chiesa di San Pietro i buddisti sistemarono
una reliquia di Buddha.
L’assenza da Assisi del cardinale Joseph
Ratzinger, prefetto della congregazione vaticana per la dottrina della
fede, fu interpretata non a torto come una presa di distanza del cardinale
che per ufficio è il custode della retta dottrina cattolica. Lo
stesso papa non sfuggì alle critiche. Vi fu chi ricordò che
quel medesimo anno, in febbraio, durante un suo viaggio in India, aveva
fatto discorsi di inaudita apertura verso le religioni del luogo e a
Bombay s’era persino fatta ungere la fronte da una sacerdotessa
di Shiva, con un segno di forte simbolismo sacro induista. A brontolare
erano stati anche alcuni vescovi indiani. Uno di essi, dell’Andra
Pradesh, disse: “Il papa conosce l’induismo dai libri, ma
noi che ci viviamo dentro e vediamo i danni che produce nel buon popolo,
non faremmo mai certi discorsi”.
“Redemptoris Missio”, 1990
Delle critiche Giovanni Paolo II era consapevole. Ma non solo. Di quelle
di un Ratzinger o di altri della sua levatura coglieva e condivideva
il senso profondo. La conferma è in un’enciclica che il
papa mette in cantiere poco dopo l’incontro di Assisi e che vedrà la
luce nel 1990: la “Redemptoris Missio”. Come dicono le sue
prime parole latine, le stesse che le fanno da titolo, questa enciclica
ha per tema la missione evangelizzatrice della Chiesa, quella che obbedisce
al comando di Gesù risorto ai discepoli di andare ad ammaestrare
e a battezzare tutte le creature fino ai confini della terra. E come
spesso avviene per le encicliche, anche questa non nasce nel vuoto, ma
in risposta a una deriva reale o temuta: come un colpo di timone del
successore di Pietro per rimettere la navicella della Chiesa sulla giusta
rotta.
La deriva è precisamente l’impoverirsi della vitalità missionaria
cattolica, la sua diluizione in un dialogo indistinto con le altre religioni
e culture, o peggio, in un dialogo spogliato della volontà d’annunciare
la verità e di chiedere la conversione a Cristo unico salvatore.
In effetti, partendo dall’affermazione del Concilio Vaticano II
nel decreto “Nostra Aetate” secondo cui “la Chiesa
cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo nelle religioni”,
s’era largamente affermata nel dopoconcilio l’idea di trasformare
la missione in semplice impegno a far maturare i “semi di verità” presenti
nelle diverse religioni – in altre parole ad aiutare l’induista
a essere un bravo induista o il musulmano ad adorare il suo unico Dio – come
se questi semi fossero essi stessi vie autonome di salvezza, al di fuori
di Cristo e a maggior ragione al di fuori della Chiesa.
La “Redemptoris Missio” contrasta con decisione questa “mentalità indifferentista,
largamente diffusa, purtroppo, anche tra i cristiani, spesso radicata
in visioni teologiche non corrette e improntata a un relativismo religioso
che porta a ritenere che una religione vale l’altra” (n.
36). Riafferma la necessità e l’urgenza dell’annuncio
della Buona Novella di Gesù. Annuncio esplicito. Annuncio proclamato
nella certezza che nessuna altra religione può salvare al di fuori
di Cristo unica “via, verità, vita”. Pochi all’epoca
notarono la centralità di questa enciclica nel magistero di Giovanni
Paolo II. Ma dieci anni dopo, nel 2000, quando papa Wojtyla riterrà necessario
e urgente ritornare su questi temi, numerose sue citazioni troveranno
posto puntualmente nella “Dominus Iesus”, ancora più definitoria
della “Redemptoris Missio” nel ribadire l’irrinunciabilità e
l’insostituibilità dell’annuncio di Cristo alle genti.
La questione asiatica

Nel 1994 Giovanni Paolo II torna a spiegare la sua visione del rapporto
tra la Chiesa cattolica e le religioni non cristiane nel libro-intervista
da lui stesso intitolato “Varcare la soglia della speranza”,
pubblicato contemporaneamente in più lingue.
Il papa sostiene che vi sono religioni per loro natura “particolarmente
vicine al cristianesimo”, come quelle animiste dell’Africa,
dalle quali è più facile che avvengano conversioni al Vangelo.
Opposto invece è il giudizio che egli formula sulle “grandi
religioni dell’Estremo Oriente”, buddismo, induismo, confucianesimo,
taoismo, shintoismo. Esse “possiedono carattere di sistema”,
quindi sono molto meno penetrabili, e questo spiega perché in
queste regioni “l’attività missionaria della Chiesa
ha portato frutti, dobbiamo riconoscere, modestissimi”.
Ma è soprattutto al buddismo che papa Wojtyla dedica attenzione
e preoccupazione. Esso, dice, “è come il cristianesimo una
religione di salvezza”, ma le dottrine di salvezza dell’uno
e dell’altro sono tra loro “contrarie”. Quella del
buddismo è “negativa”, si fonda sulla convinzione
che “il mondo è cattivo, è fonte di male e di sofferenza
per l’uomo”, e “per liberarsi da questo male bisogna
liberarsi dal mondo”. Senza che ciò comporti alcun avvicinamento
a Dio: “La pienezza del distacco non è l’unione con
Dio, ma il cosiddetto nirvana, ovvero uno stato di perfetta indifferenza
nei riguardi del mondo”. Insomma, “il buddismo è in
misura rilevante un sistema ateo”, nonostante il fascino che esercita. “Non è perciò fuori
luogo mettere sull’avviso quei cristiani che con entusiasmo si
aprono a certe proposte provenienti dalle tradizioni religiose dell’Estremo
Oriente”.
Questi giudizi inaspettatamente taglienti espressi dal papa sulla religione
del Buddha suscitarono proteste in campo buddista, ma anche da parte
di teologi cattolici all’avanguardia nel dialogo con le religioni.
Vi fu chi vide Giovanni Paolo II fare retromarcia, rispetto ai passi
di dialogo compiuti ad Assisi. In realtà, nello stesso capitolo
del suo libro-intervista, papa Wojtyla ricordava l’incontro interreligioso
del 1986 con parole che, semmai, avrebbero potuto suggerire sospetti
opposti. Lo “storico” incontro di Assisi, diceva, l’aveva
più che mai convinto che “lo Spirito Santo opera efficacemente
anche fuori dell’organismo visibile della Chiesa”. E “opera
in base a ‘semina Verbi’ che costituiscono quasi una comune
radice soteriologica di tutte le religioni”.
L’enigma dei ‘semina Verbi’
Ai non specialisti l’ultima frase può suonare enigmatica. “Radice
soteriologica” vuol dire capacità di salvezza eterna.
Il ‘Verbum’, in greco ‘Logos’, è il Figlio
di Dio fatto uomo del primo capitolo del Vangelo secondo Giovanni, per
il quale il mondo è stato creato e tutti gli uomini sono salvati.
Quanto ai ‘semina Verbi’, i semi del Verbo, l’espressione è antichissima, è stata
coniata da Giustino attorno al 150 d.C. ed è ritornata nei documenti
del Concilio Vaticano II per designare ciò che di “vero
e santo” ci può essere anche nelle religioni non cristiane.
Propriamente, secondo i Padri della Chiesa dei primi secoli, Agostino
compreso, i ‘semina Verbi’ non fecondano le religioni pagane,
sulle quali il giudizio è radicalmente negativo, quanto piuttosto
la filosofia greca e la sapienza dei poeti e delle Sibille. Ma nella
sua ripresa moderna la formula è applicata proprio alle religioni
non cristiane, secondo due significati. Il primo è anche quello
del Concilio Vaticano II: ove i ‘semina Verbi’ sono la misteriosa
presenza di Cristo salvatore in tutte le religioni, in quanto esse possono
avere di “vero e santo” e quindi anche di salvifico, sempre
però attraverso Cristo per vie che solo lui conosce.
Il secondo significato è quello adottato da alcune correnti teologiche
della seconda metà del XX secolo. A giudizio di queste correnti
le religioni non cristiane avrebbero capacità salvifica non mediata
ma propria, tutte esprimerebbero molteplici esperienze del divino, indipendenti
e complementari, e Cristo sarebbe simbolo di questa molteplicità di
percorsi più che l’unica via necessaria.
L’oscillazione tra l’uno e l’altro di questi significati
non è solo materia di disputa teologica. Influisce sulla pratica
pastorale, sulla missione, sul profilo pubblico della Chiesa. Il secondo
di questi significati ha preso forma, in particolare, in una precisa
proposta religiosa al confine tra cristianesimo e induismo, creata in
India alla metà del XX secolo da tre maestri di spirito venuti
dall’Europa.
L’ashram Saccidananda
I tre sono il francese Jules Monchanin (1895-1957), l’altro francese
Henri Le Saux (1910-1973) e l’inglese Bede Griffiths (1906-1993),
tutti sacerdoti e gli ultimi due monaci benedettini. Monchanin e Le Saux,
emigrati in India, vi fondarono nel 1950 un ashram, un luogo di meditazione
e di preghiera, dedicato alla contemplazione indocristiana della Trinità.
E infatti diedero all’ashram il nome di Saccidananda, parola sanscrita
tripartita che evoca la trinità della fede Veda: origine del tutto,
sapienza, beatitudine.
L’ashram Saccidananda sorge tutt’ora nel cuore boscoso dello
Stato indiano del Tamil Nadu, presso uno sperduto villaggio di nome Thannirpalli,
300 miglia a sud di Madras. Eppure, questo remoto luogo dello spirito
divenne in breve un polo d’attrazione straordinario e cosmopolita.
Nel 1968, usciti di scena Monchanin e Le Saux, ne diventò guida
spirituale per un quarto di secolo Bede Griffiths e l’ashram entrò a
far parte della famiglia benedettina camaldolese. Vi passarono lunghi
soggiorni alcuni dei più famosi teologi cattolici impegnati nel
dialogo interreligioso: dal sacerdote indospagnolo Raimon Panikkar al
gesuita belga Jacques Dupuis, dal singalese Aloysius Pieris, anche lui
gesuita, all’americano Thomas Matus, benedettino di Camaldoli.
Il luogo stesso mostra visibilmente l’intreccio tra la fede cristiana
e quella induista. Anche oggi, chi visitasse l’ashram rimarrebbe
colpito dalla somiglianza tra la chiesa dove i monaci pregano e un tempio
indù, non privo di richiami al buddismo. Il ‘sancta sanctorum’ è buio,
misterioso come la caverna della madre terra da cui risorge la nuova
creazione. E questa appare nella cupola colorata e popolata, con i suoi
santi, con i quattro Gesù simili a Buddha, con il fior di loto,
con i simboli dei cinque elementi, su su fino alla cuspide della divinità infinita.
All’inizio di ogni preghiera i monaci fanno risuonare la sacra
sillaba sanscrita “Om”, il suono primordiale da cui è nata
la terra. Ogni liturgia è riplasmata e riflette spazi interreligiosi
senza confini immediatamente riconoscibili.
C’è però un elemento di sorpresa che balza all’occhio
del visitatore, e oggi ancor più che nei decenni passati. I pochi
monaci dell’ashram sono indiani, ma gli uomini e le donne che cercano
ospitalità nel monastero no: arrivano nella quasi totalità dall’Europa
e del Nordamerica. Concepito da maestri spirituali del Vecchio Continente
proprio per gettare un ponte tra la fede cristiana e quella del subcontinente
indiano, l’ashram Saccidananda sembra mancare il suo dichiarato
obiettivo. Sembra riflettere un problema irrisolto tutto interno alla
cattolicità d’Occidente.
Entra in campo Ratzinger

È il problema che il cardinale Ratzinger ha sottoposto a critica
serrata in un impegnativo discorso del maggio 1996, tenuto in Messico
ai vescovi sudamericani ma con l’intenzione di parlare a tutto
il mondo cattolico. Fu un discorso spartiacque, quello. Ratzinger, col
pieno consenso del papa, indicò nel relativismo interreligioso “il
problema fondamentale della fede dei nostri giorni”. Seguì pochi
mesi dopo un documento della Commissione teologica internazionale, anch’essa
facente capo alla congregazione per la dottrina della fede. Seguì il
processo al teologo Dupuis, il più esposto tra i cultori della “teologia
pluralista delle religioni”. Seguì la dichiarazione “Dominus
Iesus”. Tutto per riorientare la Chiesa rispetto a una deriva giudicata
pericolosissima.
Nel suo discorso del 1996, Ratzinger descrive il relativismo religioso
come “un prodotto tipico del mondo occidentale”, tanto più insidioso
quanto più “si pone in contatto con le intuizioni filosofiche
e religiose dell'Asia, soprattutto con quelle del subcontinente indiano”.
E perché? Perché nel corso della sua storia il cristianesimo
si è confrontato con varie sfide religiose e antireligiose, dal
politeismo grecoromano all'islam, alla modernità secolare. Ma
oggi che le religioni d’Oriente sono il nuovo nome di questa sfida,
il cristianesimo occidentale si scopre più vulnerabile. Le religioni
d’Oriente hanno infatti una naturale prossimità col relativismo
secolare che in Occidente già impera. E quindi esercitano un fascino
contagioso, che sgretola gli stessi fondamenti della Chiesa.
Alla sfida la Chiesa ha cercato negli ultimi decenni di rispondere in
più modi, che il documento della Commissione teologica del 1996
riconduce a tre principali. C'è una corrente "esclusivista",
o neoortodossa, che in campo cattolico fa capo al magistero tradizionale
e in campo protestante al grande teologo Karl Barth. Questa corrente
difende la tesi che il cristianesimo è la sola fede salvifica
ed è depositario dell’unica rivelazione diretta di Dio all'umanità.
Per gli esclusivisti l’antico detto "Extra Ecclesiam nulla
salus", fuori della Chiesa non c’è salvezza, continua
a valere intatto.
Poi c'è la corrente degli "inclusivisti", che nel campo
della teologia cattolica sono ben rappresentati da Karl Rahner. Per essi
la massima si rovescia: "Ubi salus ibi Ecclesia", dove c’è salvezza
lì c’è la Chiesa. E chiamano Chiesa una comunità vasta
come il mondo, fatta di battezzati, di cristiani consapevoli, ma anche
di masse di "cristiani anonimi”: i credenti che trovano la
salvezza nelle rispettive religioni, anche in quelle dell’Asia,
senza sapere di entrare misteriosamente, per queste vie tortuose, nell'unica
Chiesa di Cristo.
Sono infine arrivati i "pluralisti". Il più agguerrito è il
teologo presbiteriano inglese John Hick. Ma anche in campo cattolico
questa corrente ha validi difensori, in testa l’americano Paul
Knitter, e poi Panikkar, Pieris e i maestri spirituali dell’ashram
Saccidananda. Per i pluralisti il cristianesimo non ha il diritto di
rivendicare l’esclusiva della verità. Lo stesso Cristo è una
realtà trascendente, anteriore a tutte le sue incarnazioni storiche,
di cui Gesù non è la sola né forse l’ultima.
Hanno capacità salvifica propria, per i pluralisti, sia lo "Shemà Israel" degli
ebrei, sia il "Credo" dei cristiani, sia l'atto di fede dei
musulmani "Non c'è altro Dio all'infuori di Allah e Maometto è il
suo profeta", sia la credenza buddista secondo cui al centro della
realtà si trova il vuoto del Nirvana.
Ma hanno anche pari verità, i diversi atti di fede? La questione è seria.
Dal "tutte le fedi valgono" per la salvezza, i pluralisti passano
rapidamente al "tutte le fedi sono vere". Ma la verità può essere
così relativizzata? Si può capire che il cardinale Ratzinger,
il custode della verità dottrinale nella Chiesa, veda nella teologia
pluralista delle religioni un pericolo di prima grandezza. Il fatto poi
che il relativismo laico e religioso dell'Europa e dell'America riceva
dall'Oriente questa specie di consacrazione, accresce ancor di più la
sua forza persuasiva.
Il caso Dupuis
Fino alla metà degli anni Novanta, tuttavia, le teorizzazioni
pluraliste erano limitate a cenacoli intellettuali. Le cose cambiarono
quando uno dei frequentatori dell’ashram Saccidananda, il teologo
gesuita Dupuis, lasciò l’India e prese cattedra a Roma alla
Gregoriana, retta dai gesuiti, la più autorevole delle università pontificie,
quella che da secoli forma i quadri dirigenti della Chiesa cattolica
mondiale. Nel 1997 Dupuis pubblico un libro che era anche la traccia
del suo insegnamento, col titolo “Verso una teologia cristiana
del pluralismo religioso”.
Fino ad allora, Dupuis aveva fama di teologo ortodosso. In Vaticano l’avevano
chiamato a far da consulente del pontificio consiglio per il dialogo
interreligioso. L’allora segretario e oggi presidente di questo
consiglio, Michael L. Fitzgerald, parlando ad Assisi nel decennale dell’incontro
di Giovanni Paolo II con gli esponenti delle religioni, lo presentò come “un
teologo cattolico che evita il pluralismo e si oppone con forza allo
svuotamento di Cristo”. E quando il libro tanto annunciato uscì,
alla Gregoriana lo raccomandarono con tutte le lodi: presenti Fitzgerald
e l’allora rettore dell’ateneo Giuseppe Pittau, già rettore
a Tokyo della Sophia University e oggi segretario della congregazione
vaticana per l’educazione cattolica.
Ma pochi mesi dopo il vento girò. Il 14 aprile 1998 “Avvenire”,
il quotidiano della conferenza episcopale italiana, pubblicò un’inattesa
stroncatura del libro, scritta da un teologo ben introdotto in Vaticano,
Inos Biffi, nessuna parentela con l’omonimo cardinale. Sempre in
aprile la congregazione per la dottrina della fede, quella presieduta
da Ratzinger, aprì un fascicolo preliminare su Dupuis e il suo
libro. E il 10 giugno Ratzinger e gli altri cardinali della congregazione
decisero l’avvio di un’indagine segreta.
Neppure a Dupuis, l’indagato, fu detto alcunché. Ma a metà estate,
ecco un altro segnale. “La Civiltà Cattolica”, il
quindicinale dei gesuiti di Roma, esce con una recensione critica del
libro di Dupuis. La critica ha il peso di chi la scrive, lo stimato gesuita
Giuseppe De Rosa. Ma ha anche il valore aggiunto che ha ogni articolo
della “Civiltà Cattolica”: quello d’essere
previamente letto e autorizzato dalla segreteria di Stato vaticana. E
il finale della recensione è una sequela di capi d’accusa
in veste di “interrogativi”. Anzitutto su Gesù Cristo: “La
cristologia di padre Dupuis rende pienamente giustizia ai dati del Nuovo
Testamento e della Tradizione?”. Poi sulla Chiesa: “È dato
il giusto rilievo alla mediazione della Chiesa nell’opera della
salvezza?”. Infine sulla necessità di convertire gli infedeli: “Se
le altre tradizioni religiose hanno le proprie figure salvifiche, i propri
profeti, le proprie sacre scritture, se sono già popolo di Dio
e fanno già parte del regno di Dio, perché dovrebbero essere
chiamate a divenire discepole di Cristo?”.
Il 2 ottobre 1999 Dupuis è finalmente avvisato d’essere
sotto indagine. Il padre generale dei gesuiti, Peter Hans Kolvenbach,
gli trasmette l’elenco dei punti controversi, stabilito dalla Congregazione
per la dottrina della fede. Ha tempo tre mesi per presentare una memoria
difensiva. Intanto però ha l’obbligo di non parlare con
nessuno dei temi contestati. Ossia non deve nemmeno più insegnare,
essendo il suo corso alla Gregoriana attinente a quei temi.
Ed è proprio l’avviso della cessazione del corso, affisso
alla Gregoriana, a dar notizia pubblica del processo a Dupuis, con immediata
stura delle polemiche. A difesa dell’inquisito scende in campo,
con un articolo sul periodico cattolico inglese “The Tablet”,
nientemento che l’ultranovantenne cardinale austriaco Franz König,
colonna del Concilio Vaticano II. Ma le reazioni più risentite
vengono dall’India. L’arcivescovo di Calcutta, Henry D’Souza,
accusa il Vaticano di voler mettere il bavaglio ai teologi, colpendone
uno “stimato per la sua ortodossia” al fine di far tacere
tutti, e di prendere di mira soprattutto l’India.
E, in effetti,
che l’India fosse sotto tiro era vero. Prima dello scoppio del
caso Dupuis, i due ultimi condannati dalla congregazione vaticana per
la dottrina della fede appartengono anch’essi al subcontinente.
Il primo è Tissa Balasuriya, un religioso dello Sri Lanka, scomunicato
nel 1996 per un suo arruffato libro in cui faceva a pezzi importanti
articoli del “Credo”, poi riammesso nella Chiesa previo pentimento.
Il secondo è Anthony De Mello, un gesuita indiano autore di
best seller fortunatissimi, tuttora venduti in decine di lingue, condannato ‘post
mortem’ il 24 giugno 1998 con l’accusa d’aver dissolto
Dio, Gesù e la Chiesa cattolica in una religiosità cosmica
di sapore orientale, un po’ new age.
“Dominus Iesus”, 2000
Si avvicina l’Anno Santo del 2000, ideato e preparato con somma
cura da Giovanni Paolo II, e la Chiesa sembra voler far chiarezza in
casa. L’inaugurazione del Giubileo, in verità, rinfocola
alcune critiche. La cerimonia dell’apertura della porta santa è audacemente
nuova, rispetto alla tradizione, e vagamente interreligiosa: al papa
ammantato di colori rutilanti fanno corona danzatrici in vesti indiane
e volute di profumi d’Oriente. Ma che il pensiero del papa sia
tutt’altro che cedevole a concordismi è dimostrato dai gesti
forti con i quali scandisce l’anno giubilare: dai “mea culpa” per
i peccati dei cristiani nella storia, alla memoria dei martiri di ieri
e di oggi, alla riaffermazione solenne della dottrina secondo cui “Gesù Cristo
e nessun altro può darci la salvezza” (Atti 12, 4).
Questa riaffermazione prende corpo in una dichiarazione della congregazione
per la dottrina della fede in data 6 agosto 2000, cui danno titolo le
prime parole latine: “Dominus Iesus”. Essa non si presenta
come una trattazione organica del rapporto tra la fede cristiana e le
altre religioni. Si limita a definire gli errori da correggere e a ribadire
le verità essenziali. Il tono è assertivo, definitorio.
Uno dei suoi passaggi centrali dice: “È contraria alla fede
della Chiesa la tesi circa il carattere limitato, incompleto e imperfetto
della rivelazione di Gesù Cristo, che sarebbe complementare a
quella presente nelle altre religioni. […] Questa posizione contraddice
radicalmente le affermazioni di fede secondo le quali in Gesù Cristo
si dà la piena e completa rivelazione del mistero salvifico di
Dio” (n.6).
La “Dominus Iesus” si fa scudo di abbondanti citazioni dei
testi del Concilio Vaticano II. Eppure, appena pubblicata, va incontro
a una mole di critiche, da dentro e fuori la Chiesa, seconda solo a quella
che salutò nel 1968 la criticatissima enciclica “Humanae
Vitae”. Il più celebre dei teologi, il tedesco Hans Küng,
la bolla come “una miscela di arretratezza medievale e megalomania
vaticana”. La respingono esponenti di altre confessioni cristiane
e religioni. Protestano i difensori della laicità, della tolleranza,
dell’ecumenismo, del dialogo.
Ma il fatto che più colpisce è che tra le voci critiche
spiccano anche quelle di alti esponenti della gerarchia ecclesiastica.
L’arcivescovo Karl Lehmann, presidente della Conferenza episcopale
tedesca, oggi cardinale, contesta la mancanza nella dichiarazione “dello
stile dei grandi testi conciliari”. L’altro arcivescovo tedesco
Walter Kasper, anch’egli futuro cardinale, lamenta “problemi
di comunicazione”. E gli fa eco il cardinale Carlo Maria Martini
auspicando che “poco a poco le cose saranno chiarite”. Ma è clamorosa
soprattutto la presa di distanza del cardinale australiano Edward Cassidy,
all’epoca presidente del pontificio consiglio per la promozione
dell’unità dei cristiani. Da Lisbona, dove sta partecipando
a un incontro interreligioso nello stile di Assisi, Cassidy contrappone
alla sensibilità ecumenica dell’ufficio da lui presieduto
l’insensibilità della congregazione per la dottrina della
fede diretta da Ratzinger: “Noi, nella pratica ecumenica che abbiamo,
possediamo un orecchio sensibile che si accorge se si sta urtando qualcosa.
Loro invece hanno un modo scolastico per dire ‘questo è vero,
questo non è vero’. Il testo ha creato equivoci e noi ora
dobbiamo cercare di evitare interpretazioni non precise”. A rassicurazione
dei critici, Cassidy aggiunge che comunque la “Dominus Iesus” non
porta la firma del papa. Come dire che è di debole autorevolezza
ed è più facilmente rimediabile.
Ritorno alle origini
In effetti è Ratzinger che l’ha firmata. Ma in fondo alla
dichiarazione c’è anche scritto che Giovanni Paolo II l’ha “ratificata
e confermata con certa scienza e con la sua autorità apostolica,
e ne ha ordinata la pubblicazione”. E a fugare ogni equivoco, domenica
1 ottobre 2000 interviene pubblicamente il papa in persona a ribadire
che la “Dominus Iesus” è stata da lui voluta e “approvata
in forma speciale”.
Quanto alle specifiche accuse di parte ecclesiastica, è lo stesso
Ratzinger a controbatterle, in un’intervista alla “Frankfurter
Allgemeine Zeitung” riprodotta l’8 ottobre dall’”Osservatore
Romano”. La “Dominus Iesus”, dice il cardinale, ha
ripreso i testi conciliari “senza aggiungere o togliere nulla”.
Sia Cassidy che Kasper “hanno partecipato attivamente alla stesura
del documento” e “quasi tutte le loro proposte sono state
accolte”. Se un problema di comprensibilità c’è, “il
testo va tradotto, non disprezzato”. Ma soprattutto, “con
questa dichiarazione, la cui redazione ha seguito fase per fase con molta
attenzione, il papa ha voluto offrire al mondo un grande e solenne riconoscimento
di Gesù Cristo come Signore nel momento culminante dell’Anno
Santo, portando così con fermezza l’essenziale della fede
cristiana al centro di questo evento”.
Le polemiche sulla “Dominus Iesus”, conclude Ratzinger, non
devono oscurare il suo vero obiettivo, che è quello di riaffermare
con forza “l’essenza del cristianesimo”, riassunta
dall’apostolo Paolo nella prima lettera ai Corinti (12, 3) nella
formula di fede “Gesù è il Signore”.
Ed è proprio quest’ultimo richiamo a lasciare il segno.
Un cardinale teologo, l’arcivescovo di Bologna Giacomo Biffi, lo
riprende e rilancia con parole appuntite: “Che la congregazione
per la dottrina della fede abbia ritenuto di dover intervenire con la
dichiarazione ‘Dominus Iesus’ circa ‘l’unicità e
l’universalità salvifica di Gesù e della Chiesa’ è di
una gravità senza precedenti: perché in duemila anni mai
si era sentito il bisogno di richiamare e difendere verità così elementari”.
Il seguito dei fatti dà conforto sia a Ratzinger che a Biffi,
oltre che al papa. Nell’autunno del 2001, tra i maggiori cardinali
e vescovi di tutto il mondo riuniti in sinodo a Roma, nessuno più torna
a polemizzare con la “Dominus Iesus”. Anzi, i più concordano
nel giudicare davvero in pericolo l’ortodossia della fede e doveroso
il richiamo delle sue verità fondanti. Dupuis ha fatto ammenda
e ha sottoscritto un pronunciamento vaticano nel quale si riafferma che “è contrario
alla fede cattolica considerare le varie religioni del mondo come vie
complementari alla Chiesa in ordine alla salvezza”. Al vertice
della congregazione per la dottrina della fede, come primo collaboratore
di Ratzinger, è promosso il teologo Angelo Amato, specialista
in cristologia e in religioni orientali, vissuto molti anni in India,
autore materiale della traccia della “Dominus Iesus”.
E così Giovanni Paolo II, il 24 gennaio 2002, può ritornare
con più tranquillità ad Assisi per un meeting interreligioso
di preghiera simile a quello del 1986. Simile ma non uguale. Con la cura
di evitare ogni apparenza di sincretismo e confusione. Ratzinger, che
l’altra volta s’era tenuto lontano, questa volta ci va. La
sua convinzione, che è anche la convinzione del papa, è che “va
protetta la fede dei semplici”. È questa la funzione del
magistero della Chiesa: “È il ‘Credo’ del
battesimo, nella sua ingenua letteralità, la misura di tutta la
teologia. E la Chiesa deve poter dire ai suoi fedeli quali opinioni corrispondono
alla fede e quali no”.
Insomma, tra il primo e l’ultimo dei suoi viaggi ad Assisi, Giovanni
Paolo II ha accompagnato l’intera Chiesa a riscoprire la sua sorgente
di vita, la ragione del suo essere: “Dominus Iesus”, Gesù è il
Signore.
Mistero e profezia al servizio della pace.
(Card. Roger Etchegaray- Famiglia Cristiana n°36-2006)
«Il dialogo tra le religioni consiste nell'aprirsi alla verità degli
altri, senza relativizzare per questo la propria verità».
Nella storia delle religioni, l'incontro di Assisi del 27 ottobre 1986 è un
punto di riferimento indiscutibile. È stato un avvenimento unico
nella sua originalità e semplicità. È stata una
provocazione profetica (un'"icona" secondo l'espressione
di uno dei suoi esegeti Claudio Bonizzi) cui oggi fa riferimento chiunque
voglia approfondire il senso della sua religione.
Assisi aveva un obiettivo ben preciso, quello della pace, a partire
da una preghiera non comune ma espressa da ciascuna religione in un
luogo comune. Questa convivialità, al riparo da tutto il sincretismo,
ha dato a tutti gli uomini di fede sia il piacere di conoscere l'altro
sia l'impegno (la preoccupazione, la cura) di conoscersi meglio, anche
al di là della stessa ricerca della riconciliazione fra i popoli.
Il dialogo interreligioso è una novità. Certamente esisteva
prima di Assisi, incoraggiato da Paolo VI e il Concilio Vati
cano II, ma molto sporadico e intermittente. Dopo l'incontro di Assisi
ha preso sicurezza ed è diventato più sistematico, ma
tutto sommato ancora limitato, se non addirittura sospettato da alcuni.
Esso ha permesso alla Chiesa cattolica di mettere in chiaro la propria
teologia delle religioni. C'è stata così, il 5 settembre
2000, la dichiarazione Dominus Jesus che richiese da parte di Giovanni Mistero
e profezia al servizio della pace «Il dialogo tra le religioni
consiste nell'aprirsi alla verità degli altri, senza relativizzare
per questo la propria verità».
Nella storia delle religioni,
l'incontro di Assisi del 27 ottobre 1986 è un punto di riferimento
indiscutibile. È stato un avvenimento unico nella sua originalità e
semplicità. È stata una provocazione profetica (un'"icona" secondo
l'espressione di uno dei suoi esegeti Claudio Bonizzi) cui oggi fa
riferimento chiunque voglia approfondire il senso della sua religione.
Assisi aveva un obiettivo ben preciso, quello della pace, a partire
da una preghiera non comune ma espressa da ciascuna religione in un
luogo comune. Questa convivialità, al riparo da tutto il sincretismo,
ha dato a tutti gli uomini di fede sia il piacere di conoscere l'altro
sia l'impegno (la preoccupazione, la cura) di conoscersi meglio, anche
al di là della stessa ricerca della riconciliazione fra i popoli.
Il dialogo interreligioso è una novità. Certamente esisteva
prima di Assisi, incoraggiato da Paolo VI e il Concilio Vati- cano
II, ma molto sporadico e intermittente.
Dopo l'incontro di Assisi ha
preso sicurezza ed è diventato più sistematico, ma tutto
sommato ancora limitato, se non addirittura sospettato da alcuni. Esso
ha permesso alla Chiesa cattolica di mettere in chiaro la propria teologia
delle religioni. C'è stata così, il 5 settembre 2000,
la dichiarazione Dominus Jesus che richiese da parte di Giovanni Paolo
II una personale spiegazione dur ante l'Angelus del ì ' ottobre: «La
salvezza non è negata ai non-cristiani, ma è in Cristo
che risiede la sua manifestazioe ultima». È proprio in
Gesù che si trova la pienezza della rivelazione di Dio Uomo.
La pluralità religiosa non si impone solo come un fatto sempre
più massiccio, grazie alla mobilità crescente dei popoli,
ma si presenta come un mistero in cui solo in pochi ancora vedono un
particolare disegno di Dio. L'apprendimento, il tirocinio che si rivela
molto duro consiste nell'aprirsi alla verità degli altri, senza
relativizzare per questo la propria verità. E questa per noi cristiani è una
delle più grandi sfide di oggi, più esigente di quella
dell'ateismo; è il ferro della spada che viene a rafforzare la
nostra fede e la nostra testimonianza evangelica.
Noi dobbiamo entrare
in una nuova dimensione geo-religiosa e non in un brulicare di religiosità senza
regole che minaccia la nostra epoca e rischierebbe di ridurre la religione
a un menu à la carte, secondo i propri gusti o interessi. L'uomo,
nota un teologo, è "facilmente" religioso, ma è più lento
a "credere". Ringraziamo il Signore che, chiamandoci al
vero dialogo tra le religioni, ci porta lontano da ogni soggettività,
al cuore delle diverse fedi, senza le quali nessuna Assisi sarebbe
possibile. Per questo, grande è la responsabilità dei
leader delle comunità religiose, persone rappresentative e non
solo dei semplici figuranti.
Il dialogo con le altre grandi religioni
monoteiste, il giudaismo e l'islam, è ormai ben annodato, ma
quello con le religioni orientali ci trova più impreparati e
addirittura più reticenti nei confronti delle cosiddette religioni
tradizionali dell'Africa o dell'Oceania, che non saremmo inclini neanche
a prendere sul serio. Dalilo "scontro'' all'incontro Molto lungo,
ma appassionante, è il cammino che si è aperto con Assisi.
Più che di quello interreligioso, si tratta soprattutto di raccomandare
il dialogo "intrareligioso", che ci spinge dentro noi stessi
carichi degli interrogativi sgorgati dall'incontro di Assisi, addirittura
dallo "scontro" con le altre religioni. Dunque, nessuno si
consideri proprietario della sua religione, ma come un membro della
famiglia dell'umanità di cui scopre meglio l'unità professando
l'unità fondamentale del mistero della salvezza in Gesù Cristo.
JOSEPH RATZINGER, La Chiesa, Israele e le religioni del mondo, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2000-
Recensione di Stefano Chiappalone
Questo volumetto pubblicato nel 1998 (titolo originale: Die Vielfalt
der Religionen un der Eine Bund) e apparso in italiano nel 2000, raccoglie
quattro contributi del regnante pontefice - allora prefetto della Congregazione
per la Dottrina della Fede - concepiti separatamente nel periodo 1994-1997
e scaturiti dalla riflessione intorno a due grandi temi, il «dialogo
tra le religioni del mondo, che con il progredire dell’incontro
e della compenetrazione delle culture è ormai divenuto una
necessità interna» (p. 5), e il rapporto tra Chiesa e
Israele – inscindibilmente connesso al rapporto tra Antico
e Nuovo Testamento – in relazione ad una diffusa tendenza esegetica
ad “accantonare” Cristo dalle Scritture, che se apparentemente
eliminerebbe gli ostacoli al dialogo col giudaismo, «porterebbe
al tempo stesso alla dissoluzione della parentela spirituale che ci
lega ad Israele e, quindi, alle conseguenze estreme già delineate
da Marcione: il Dio di Israele apparirebbe come un Dio estraneo, che
non è certo il Dio dei cristiani» (p. 6).
Il primo capitolo, «Israele, la Chiesa e il mondo. I loro rapporti
e il loro compito secondo il Catechismo della Chiesa cattolica del
1992» (pp. 9-26) prende le mosse dalla necessità – soprattutto
dopo Auschwitz - della riconciliazione nella storia dei rapporti tra
Israele e la cristianità, una storia caratterizzata alternativamente
da ostilità e da accoglienza. Ci si è dunque chiesti
se questa ostilità non derivi proprio dalla fede in Cristo crocifisso – e
se ciò implichi automaticamente una condanna degli ebrei. «Davvero
le cose stanno così, quasi che il nucleo stesso della fede cristiana
porti all’intolleranza, anzi all’ostilità nei confronti
degli ebrei […]?» (p. 10).
Partendo da queste premesse
la vicenda di Cristo ha subito diverse letture riduttive – tendenti,
ad esempio, a posticiparne la divinizzazione, attribuita all’influsso
ellenistico - che però «non parlano del Gesù delle
fonti storiche, ma costruiscono un Gesù nuovo e differente» (ibid.).
La questione non viene così affrontata, bensì aggirata,
e la domanda di partenza resta tale e quale.
Il cardinale Ratzinger cita il n. 528 del Catechismo della Chiesa cattolica
del 1992: la venuta dei Magi «sta a significare che i pagani
non possono riconoscere Gesù e adorarlo come Figlio di Dio e
Salvatore del mondo se non volgendosi ai giudei e ricevendo da loro
la promessa messianica quale è contenuta nell’Antico Testamento.
L’Epifania manifesta che “la grande massa delle genti” entra “nella
famiglia dei patriarchi” e ottiene la dignitas
israelitica – la dignità israelitica» (p.
12).
La stessa missione di Gesù si configura così come
riconciliazione di tutti i popoli con Dio, mediante il loro «innesto» nel
popolo di Israele.
Ciò non toglie ulteriori interrogativi: «L’immagine
storica di Gesù, il suo messaggio e la sua opera corrispondono
a questa visione o non finiscono proprio per contraddirla?» (p.
14). In particolare «sono proprio i temi della Legge, del Tempio,
dell’unicità di Dio [cui il Catechismo dedica rispettivamente
i nn. 577-582, 583-586, 587-591, n.d.r.] a portare con sé tutta
la carica esplosiva delle lacerazioni ebraico-cristiane» (p.
15). Molte letture moderne si fanno portatrici del clichè della
contrapposizione tra un legalismo farisaico e un Cristo ribelle che
libererebbe dal giogo della Legge. In realtà i farisei non sono
attaccati solo alla lettera, ma anche allo spirito, e Gesù non è venuto
ad abolire la Legge ma a svelarne le potenzialità.
Se l’annuncio
del Sinai e il discorso della montagna sono intimamente legati, come
si giunge allora al conflitto conclusosi sul Calvario? E come sarebbe
possibile, in ogni caso, universalizzare una Legge riferita concretamente
a Israele, senza che mediatori umani si pongano al posto di Dio?
«Gesù non ha agito come un liberale, che raccomanda e
pratica lui stesso un’interpretazione della Legge aperta e accomodante.
Nel confronto tra Gesù e le autorità giudaiche del suo
tempo non sono di fronte un liberale e una gerarchia ottusa nel proprio
tradizionalismo. Una tale ottica tanto diffusa, misconosce alla radice
il conflitto del Nuovo Testamento; in tal modo non si rende ragione
né di Gesù né di Israele. La sua apertura della
Legge Gesù l’ha piuttosto realizzata in senso pienamente
teologico, nella consapevolezza e con la pretesa di agire nella più intima
unità con Dio, il Padre, proprio in quanto Figlio, di agire
cioè nella piena autorità di Dio. […]
Il conflitto
tra Gesù e le autorità giudaiche del suo tempo non riguarda
in definitiva questa o quella singola prescrizione legale, ma la pretesa
di Gesù di agire ex auctoritate
divina, anzi di essere lui stesso questa auctoritas. “Io
e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10,30)» (p. 21).
Questo rivela sia la legittimità dell’operazione di
Gesù, sia, al contempo, la profondità del contrasto:
egli è colpevole, agli occhi di chi non ne riconosce l’auctoritas,
di aver violato non un precetto qualsiasi, bensì quello fondamentale
dell’unicità di Dio.
Il conflitto si conclude sulla croce,
che non ha il duplice effetto di condanna per ebrei e redenzione per
i pagani, bensì l’unico scopo di redenzione per tutti;
ed è sulla croce che avviene il compimento e l’universalizzazione
della Torah, senza togliere neppure uno iota e lasciando intatta la
sua unità di culto ed ethos: «tutte le prescrizioni
cultuali dell’Antico Testamento vengono assunte in questa morte
e in essa condotte al loro significato più profondo» (p.
22), poiché «nella croce viene raccolto tutto il culto,
anzi, solo nella croce esso si fa pienamente reale. Secondo la fede
cristiana, sulla croce Gesù manifesta e adempie la totalità della
Legge e la trasmette così ai pagani, che ora possono farla propria
in questa sua totalità, divenendo con ciò figli di Abramo» (p.
23).
La riflessione sulla crocifissione implica inevitabilmente la questione
della «responsabilità collettiva» dei giudei, rifiutata
dal Concilio Vaticano II, poiché essa è da imputare a
tutti i peccatori. «Il Catechismo Romano del 1566, citato dal
nuovo Catechismo (598), aggiunge poi che gli ebrei, secondo la testimonianza
dell’apostolo Paolo, “se l’avessero saputo non avrebbero
mai ucciso il Re della gloria” (1Cor 2,8). Prosegue quindi: “noi
invece professiamo di conoscerlo e poi, negandolo con i fatti, pare
che leviamo le mani violente contro di lui” (Catech. R. 1,5,11)» (p.
25). Ciò che conta, conclude Ratzinger riferendosi alla lettera
agli Ebrei (12,24), è che «il sangue di Gesù ha
una voce diversa – più eloquente – da quella del
sangue di Abele, del sangue di tutti coloro che nel mondo sono morti
ingiustamente. Non invoca punizione, ma è riconciliazione» (ibid.).
Nel secondo capitolo, «La nuova alleanza. Sulla teologia dell’alleanza
nel Nuovo Testamento» (pp. 27-48), Ratzinger parte da una questione
terminologica - testamento o alleanza? – che va oltre gli aspetti
puramente filologici relativi all’interpretazione della parola
ebraica «berit»: se «testamento» implica
una disposizione unilaterale da parte di Dio, alleanza indica una reciprocità che
pone i contraenti sullo stesso piano – e ciò è incompatibile
con l’idea di Dio. Ma se da una parte Dio compie un atto sovrano
e unilaterale, «la dinamica del concetto di Dio cambia dall’interno
la sostanza del processo, il senso del suo porsi come sovrano.
Se ora
la vera sostanza di ciò che accade non è più vista
a partire dall’idea di patto statuale, ma nell’immagine
dell’amore sponsale, come avviene nei Profeti – nel modo
più toccante in Ezechiele 16 -, se l’atto contrattuale
appare come una storia d’amore tra Dio e il popolo eletto, continua
ancora a sussistere l’asimmetria nella sua antica forma? […]
Da una parte, rispetto all’infinita alterità di Dio, il
concetto di Dio deve apparire come la più radicale esaltazione
dell’asimmetria, dall’altra la vera natura di questo Dio
sembra realizzare però un’inattesa reciprocità» (pp.
29-30).
A questo punto l’autore si pone un’altra domanda: «come
si distinguono l’“antica” e la “nuova” alleanza?
In che cosa consiste l’unità e in cosa la diversità del
concetto di alleanza nei due Testamenti?» (p. 30). Se «nella
seconda lettera ai Corinzi Paolo pone in netta antitesi l’alleanza
instaurata da Cristo e quella di Mosé, definendo quest’ultima
transitoria e l’altra permanente» (p. 31), altri testi
paolini, in particolare la lettera ai Romani, rivelano la molteplicità dell’antica
alleanza – meglio: delle alleanze, al plurale – quella
fondamentale con Abramo, incentrata sulla promessa, e quella successiva
con Mosé, costituita dalla Legge: «con questa distinzione
viene meno la rigida contrapposizione tra antica e nuova alleanza e
si esplicita l’unità carica di tensione della storia della
salvezza, in cui nelle diverse alleanza si realizza l’unica alleanza
.
Se le cose stanno così, non si possono assolutamente contrapporre
l’Antico e il Nuovo Testamento come se si trattasse di due diverse
religioni; c’è una sola volontà di Dio nei riguardi
degli uomini, un solo agire storico di Dio con gli uomini, che si compie
nei suoi interventi, certamente diversi e in parte anche contrapposti,
ma in verità sempre intimamente legati l’uno all’altro» (p.
34).
Anche nei testi dell’Ultima Cena è presente questo legame.
Nella versione di Matteo e Marco (cfr. Mt 26, 26-29; Mc 14,22-25),
Cristo dice che il calice è «il mio sangue dell’alleanza» richiamando «il
sangue dell’alleanza» (Es 24,8) con cui Mosé asperge
l’altare il popolo ai piedi del Sinai: «la Cena è intesa
come conclusione dell’alleanza, cioè come prolungamento
dell’alleanza sinaitica, che qui non viene messa da parte, ma
appare rinnovata» (p. 38).
Nella versione paolino-lucana (Lc
22,19-20; 1Cor 11,23-26), Gesù parla della «nuova alleanza
nel mio sangue», richiamando la tradizione profetica confluita
in Ger 31,31-34. «Al posto dell’alleanza violata del
Sinai Dio stipulerà una nuova alleanza – così promette
il profeta – che non potrà più essere violata,
poiché essa non starà più dinanzi all’uomo
come libro o come tavola di pietra, ma sarà scritta nel suo
cuore. […] l’Antico e il Nuovo Testamento non sono semplicemente
posti l’uno di fronte all’altro come due mondi separati,
ma […] l’idea dell’alleanza violata e di quella
nuova, stabilita da Dio, era già presente nella fede stessa
di Israele» (p. 39).
Dunque per tornare alla domanda di partenza, in che rapporto stanno
le alleanze vetero-testamentarie con la nuova alleanza? Innanzitutto
bisogna ricordare che già l’alleanza con Abramo «mostra
un indirizzo universalistico e guarda ai molti che dovranno essere
dati ad Abramo come discendenza. […] In questo senso la promessa
fatta ad Abramo garantisce fin dall’inizio l’intrinseca
continuità della storia della salvezza, dai padri di Israele
fino a Cristo e alla Chiesa dei giudei e dei pagani» (p. 42).
Quanto all’alleanza con Mosé, è bene tener presente
che Legge e Profeti, cioè Legge e attesa del Messia non vanno
dialettizzati: sia perché la prima non è solo un giogo,
anzi «la Legge stessa è la forma concreta della grazia» (ibid.),
in quanto permette di conoscere la volontà di Dio; sia perché il
Messia non toglie il diritto, è lui stesso la legge da seguire. «Così in
effetti l’alleanza sinaitica è davvero superata, ma, nel
momento in cui le viene tolto ciò che di essa era provvisorio,
appare la sua vera definitività, viene alla luce ciò che
di essa è definitivo. Per questo l’attesa della nuova
alleanza, che emerge con crescente chiarezza nella storia di Israele,
non si contrappone all’alleanza sinaitica, ma corrisponde alla
dinamica dell’attesa che in essa è racchiusa» (p.
44).
Infine possiamo tornare sulla questione terminologica: testamento o
alleanza? Se tutte le alleanze della Bibbia sono asimmetriche, e pertanto «testamenti»,
disposizioni sovrane di Dio, d’altra parte Egli si auto-impone
degli obblighi, «si è fatto nostro debitore, non perché ha
ricevuto qualcosa da noi, ma perché a noi ha promesso cose tanto
grandi» (p. 45), come diceva Agostino.
Nella visione di Abramo, Dio stesso passa tra gli animali sacrificati,
gesto che significa la volontà di pagare di persona l’eventuale
rottura di un giuramento. L’esegesi vi vede un’anticipazione
della croce, «in cui Dio, con la morte di suo Figlio, di fa garante
dell’indistruttibilità dell’alleanza e si consegna
radicalmente all’uomo (Gn 15,1-21). Fa parte dell’essenza
di Dio l’amore per la creatura, e da questa essenza discende
anche la sua libera scelta di legarsi, che si spinge fino alla croce» (p.
46), affinché assumendo Egli la nostra natura umana, noi partecipassimo
della Sua natura divina: «in questo scambio delle nature, che
costituisce l’immagine cristologica fondamentale, il carattere
incondizionato dell’alleanza divina si è trasformato
in una bilateralità definitiva» (ibid.). Il testamento
diventa alleanza.
Infine, alla luce dell’essenza trinitaria di Dio, si comprende
come «per lui, che è fino in fondo relazione, l’alleanza
non sarebbe allora qualcosa che si colloca al di fuori della storia,
lontano dalla sua essenza, ma il farsi manifesto di ciò che
lui stesso è, “lo splendore del suo volto”» (p.
48).
«La nuova manna» (pp. 49-55) è l’omelia per
una messa officiata nell’agosto 1997 a Monaco di Baviera. Anche
qui si colgono continui contatti tra i due Testamenti, e quindi tra
Chiesa e Israele. Nella prima lettura (1Re 19,4-8) il profeta Elia,
ultimo profeta rimasto in un Israele divenuto pagano, «deve
tornare indietro, per quaranta giorni e quaranta notti, fino al punto
dove la storia della fede è propriamente cominciata, fino al
monte Oreb» (p. 50), cioè il Sinai. «Un simile ritorno,
il recupero della propria storia, deve ripetersi in continuazione.
Avviene nei quaranta giorni trascorsi da Gesù nel deserto. La
Chiesa cerca di farlo ogni anno nei quaranta giorni di preparazione
alla Pasqua: uscire nuovamente dal peso del paganesimo, che continua
a spingerci lontano da Dio, tornare sempre a rivolgerci a lui.
E all’inizio
della celebrazione eucaristica, nella confessione dei peccati, cerchiamo
anche noi di riprendere questo cammino, di uscire nuovamente, di tornare
ad incontrare sul monte di Dio la sua parola e la sua presenza» (pp.
50-51). In questo cammino Elia è sostenuto soltanto da un pezzo
di pane e da una brocca d’acqua: è la nuova manna, che
richiama quella di cui si era nutrito Israele nei quarant’anni
di peregrinazione verso la terra promessa. «La manna doveva mostrare
che l’uomo può vivere solo di Dio, deve imparare a vivere
di Dio; solo allora vive davvero, solo allora possiede cioè la
vita eterna, poiché Dio è eterno» (p. 52). «Ciò che
significa questo “vivere di Dio” è espresso con
forza in due frasi del vangelo, intimamente legate tra loro: Chi crede
ha la vita eterna.
Il pane che io darò è la mia carne
per la vita del mondo [Gv 6, 47 e 51]. Vivere di Dio significa anzitutto
credere ed entrare così in rapporto con lui, entrare in intima
armonia con lui. Ma da quando Dio si è fatto carne […]
il credere stesso è divenuto qualcosa di corporeo» (p.
53) nella Chiesa, nei sacramenti, e soprattutto nel sacramento dell’Eucaristia,
in cui Cristo si dona affinché viviamo in lui, diventando, come
dice San Paolo nella seconda lettura (4, 30 – 5, 2), «imitatori
di Dio», nelle piccole virtù in cui si concretizza l’amarsi
gli uni gli altri - «come Cristo ci ha amati e ha dato sé stesso
per noi come dono e sacrificio gradito a Dio» prosegue san Paolo
-, cosa impossibile a realizzarsi se non ci si nutre della «vera
manna» (p. 55), cioè di Cristo stesso.
L’ultimo saggio, dal titolo «Il dialogo delle religioni
e il rapporto tra ebrei e cristiani» (pp. 57-74), prende le mosse
da un brano del De pace fidei, scritto nel XV sec. dal cardinale Nicola
Cusano, cui il fallimento del tentativo di unione con la Chiesa greca
e la minaccia turca seguita alla conquista di Costantinopoli ispirano
una sorta di «utopia ecumenica»: «“Cristo come
logos universale convoca un concilio celeste, perché lo scandalo
della molteplicità delle religioni sulla terra è divenuto
intollerabile”; in esso diciassette rappresentanti delle diverse
nazioni e religioni, mediante il logos divino, saranno portati a riconoscere
che nella Chiesa rappresentata da Pietro le domande religiose di tutti
possono essere appagate”» (p. 57). Nel frattempo, osserva
Ratzinger, questo concilio è disceso sulla terra e la questione
ecumenica è ormai all’ordine del giorno.
Lungi dal risolvere
i problemi, tale questione pone sempre ulteriori domande: «come
può accadere ciò? Come è possibile l’incontro
nella diversità delle religioni e fra i contrasti che proprio
oggi assumono spesso forme violente? Che tipo di unità può mai
esserci? In quale misura si può almeno tentare di perseguirla?» (p.
60).
Un approccio falsamente «rassicurante» è quello «mistico»,
che sfumerebbe la molteplicità delle religioni e dei loro
dogmi – con annesse presunte intolleranze - in una esperienza
sentimentale, il cui carattere prevalentemente interiore terrebbe al
riparo dal conflitto con la ragione. «La New Age è per
così dire la proclamazione dell’età della religione
mistica, che è razionale proprio in quanto non avanza nessuna
pretesa di verità e dunque per sua natura è tollerante;
anche se nel contempo garantisce all’uomo la rottura dei limiti
dell’essere di cui egli ha bisogno per poter vivere e accettare
la propria finitezza» (p. 62).
Come logica conseguenza «l’imperativo
centrale di Israele: “Ascolta, Israele, il tuo Dio è un
Dio vivente”, che di fatto resta costitutivo anche per cristianesimo
e islam, perde così i suoi contorni» (p. 63). Tuttavia,
date queste premesse, «la religione […] diventa, per così dire,
una terapia individuale: la salvezza si trova al di fuori del mondo;
per operare in esso non ci viene data altra indicazione al di fuori
della forza che si può accrescere ritirandosi regolarmente nella
dimensione spirituale. Ma questa forza, come tale, non ha per noi alcun
messaggio chiaramente definibile. Nel nostro agire all’interno
del mondo restiamo dunque abbandonati a noi stessi» (p. 64).
Malgrado l’importanza dell’elemento mistico all’interno
delle religioni teistiche, «la fede nell’unico Dio implica
necessariamente il riconoscimento della volontà di Dio: l’adorazione
di Dio non è semplicemente un’immersione, bensì ci
restituisce noi stessi e ci impone l’impegno nella vita quotidiana,
reclama tutte le energie del nostro intelletto, del nostro sentimento
e della nostra volontà» (p. 65).
Altro modello è quello «pragmatico», secondo il
quale, al solito, le religioni dovrebbero mettere tra parentesi le
differenze dottrinali e la pretesa di verità di ciascuna, per
privilegiare l’impegno pratico in difesa della pace, della giustizia,
della salvaguardia del creato, in breve sostituendo l’ortoprassi
all’ortodossia. «Ma le religioni non possiedono una conoscenza
a priori di ciò che hic et nunc è utile alla pace, di
come sia possibile costruire la giustizia sociale negli Stati e fra
gli Stati, di come si possa tutelare nel modo migliore la creazione» (p.
65).
Il perseguimento di questi scopi spesso richiede mezzi differenti,
che rientrano nel campo dell’opinabile: per fare un esempio,
posto che la pace non è la semplice assenza di operazioni militari – che
di per sé sola sarebbe al massimo una tregua – bensì la «tranquillitas
ordinis», un ordine basato sulla giustizia e la carità,
non è detto che l’unico mezzo per ottenerla sia la non-violenza;
al contrario talvolta proprio per consolidare la pace è necessario
l’uso della forza nei confronti di chi la minaccia (cfr. Catechismo
della Chiesa Cattolica. Compendio, nn. 480-486). «Dove questo
pluralismo, spesso non superabile, dei percorsi e il faticoso confronto
razionale vengono scavalcati da un moralismo con motivazioni religiosi
e una sola via è dichiarata giusta, la religione si trasforma
in dittatura ideologica, il cui furore totalitario non costruisce la
pace, ma la distrugge» (p. 65)
A questo punto, «falliti» i tentativi di sfumare le asperità delle
religioni teistiche, relativizzando la propria idea di Dio e i dogmi,
per portare in primo piano l’impegno pragmatico o l’esperienza
mistica, ci si chiederà: «la religione teistica, dogmatica
e gerarchicamente ordinata, è di necessità intollerante?
La fede nella verità formulata nel dogma rende incapaci di dialogo?
L’attitudine alla pace è legata alla rinuncia alla verità?» (p.
69). La risposta è no.
Ratzinger dice chiaramente che «l’incontro tra le religioni
non può avvenire nella rinuncia alla verità, ma è possibile
solo mediante il suo approfondimento. Lo scetticismo non unisce. E
nemmeno il puro pragmatismo unisce. […] Vanno incoraggiati invece
il rispetto profondo per la fede dell’altro e la disponibilità a
cercare, in ciò che incontriamo come estraneo, la verità che
ci può concernere e può correggerci e farci progredire» (pp.
71-72), pronti anche ad una onesta autocritica – aggiungiamo,
senza tradire troppo: previa verifica della fondatezza delle accuse
e ricordando che le guance da porgere sono solo due.
Qual è dunque il vero ecumenismo?
Consiste forse nello smettere
di evangelizzare, limitandosi invece ad «aiutarsi reciprocamente
a diventare migliori cristiani, ebrei, musulmani, induisti o buddisti? Rispondo di no. Questa sarebbe infatti la completa assenza di convinzioni,
in cui – con il pretesto di convalidare ciò che ciascuno
ha di meglio – non prenderemmo sul serio né noi né gli
altri e rinunceremmo definitivamente alla verità. La risposta
mi sembra essere piuttosto che missione e dialogo non devono più essere
forme contrapposte, ma compenetrarsi reciprocamente.
Il dialogo non è un intrattenimento senza scopo, ma ha di mira
la persuasione, la scoperta della verità, altrimenti è senza
valore. Dall’altro canto la missione in futuro non può più essere
compiuta come se si comunicasse con un soggetto fino a quel momento
privo di qualunque conoscenza di Dio, a cui deve credere.
[…] All’altro non si dice qualcosa di completamente ignoto,
ma si dischiude la profondità nascosta di ciò che egli
ha già sperimentato nella sua fede» (p. 73).
Costruttori di ponti sul baratro della guerra
Mario Marazziti portavoce della comunità di
Sant'Egidio
Faceva freddo quel 27 ottobre 1986 ad Assisi per la Giornata
mondiale di preghiera e digiuno convocata da Giovanni Paolo II con
l'appello a una tregua in tutte le guerre. Lo stupore che andava oltre
i confini della Chiesa cattolica. La preghiera al centro. Gli uni accanto
agli altri. Un'icona del Novecento, impossibile da trovare in un altro
secolo. Per tutti una prima volta. Tutti, mentre lo vivevamo, imparavamo.
Esemplare e da continuare. La Comunità di Sant'Egidio ha sentito
come diretta, personale, la responsabilità di raccogliere l'invito
del Papa a diventare "artefici di pace". Sono nati così gli
Incontri internazionali Uomini e religioni, per i primi due anni a
Roma, e poi, via via, Varsavia, Milano, Lisbona, Barcellona, Aachen,
Firenze, Malta, Genova, Bruxelles, Bucarest, Palermo, Lione, Assisi...
Venti anni sono una parte della nostra vita. È cambiato qualcosa?
C'era la guerra fredda, oggi incombe un clima diverso, ma sempre di
guerra e paura. Eppure, quello che appariva quasi un unicum irripetibile è entrato
nella nostra cultura, nel nostro immaginario, come una nuova lingua.
Non l'irenismo, ma la fatica del dialogo. Mai svendita della propria
identità, ma una via nuova per creare ponti e suscitare nuove
energie di pace. Non solo incontri di "vertice": negli anni è stata
coinvolta la vita quotidiana, il modo di guardare l'altro. Dal Muro
del pianto alla moschea Molti ricordano come normale la meditazione
del mattino a Palermo, nel Convegno decennale della Chiesa italiana,
proposta da un imam e da un rabbino. Un clima è cambiato e ha
visto in questi anni i passi storici delle visite di Giovanni Paolo
II alla Sinagoga di Roma, al Muro del pianto, alla moschea degli Omayyadi.
Lo sceicco Kuftaro, che accolse a Damasco il Papa, era stato ospite
degli incontri della Comunità di Sant'Egidio. Negli anni si è creato
un lin- guaggio del dialogo, e un gruppo significativo di "cercatori
di pace" in diverse tradizioni religiose, anche in tempi avversi.
È nato
un "gruppo di contatto" informale, ma che di fatto è anche
una "unità di crisi", e Dio sa quanto ce n'è bisogno
a volte. Sono nate una simbologia e una lingua del dialogo, senza alcuna
tentazione di sincretismo. Ogni tradizione religiosa è scesa
nel profondo delle proprie radici e di lì ha imparato a guardare
all'altro. È stato delegittimato al livello più alto
l'uso strumentale della religione per fare la guerra e uccidere. In
una società dell'immagine, ne è stata diffusa una che è il
contrario dello scontro di civiltà e della predicazione dell'odio.
Era quasi impossibile, agli inizi, avere nella stessa stanza un ebreo
e un musulmano, in pubblico.
Fu un successo poter parlare allo stesso
tavolo di temi comuni, ciascuno secondo la propria prospettiva, e poi,
negli anni, cercare assieme risposte su
temi chiave e difficili: come purificare ciascuna tradizione religiosa
dalla violenza, come lavorare assieme per una globalizzazione con un'anima,
come ricostruire l'arte del convivere in tempi di scontro e di guerra,
come evitare che nella paura seguita all'11 settembre 2001 la logica
dello scontro appaia l'unica possibile. Oggi, molti, sono sinceri amici.
All'indomani dell'11 settembre
Era il 4 ottobre 2001 e il summit isla-mo-cristiano
convocato a Roma dalla Comunità di Sant'Egidio vedeva, accanto
ai cardinali Kasper, Martini, Etchega-ray, la più alta rappresentanza
islamica mai vista in Europa, mai da così tanti Paesi arabi e
musulmani. Un incontro decisivo per spezzare sul nascere la vulgata semplificata
di uno scontro tra islam e cristianesimo, e, con esso, ebraismo e Occidente.
Molte sono state le "prime volte", e poi tanti comportamenti
sono diventati normali. Era la prima volta che vescovi tedeschi e vescovi
inglesi si trovavano insieme, solennemente, nel settembre 1989, per dire:
War never again ("Mai più la guerra"), a cinquant'anni
dallo scoppio della seconda guerra mondiale, e la prima volta che esponenti
musulmani pregavano accanto agli altri in un pellegrinaggio silenzioso
ad Auschwitz-Birkenau. Sembrava impossibile un incontro come quello prima
della caduta del Muro di Berlino.
Sono maturate nello spirito della preghiera
per la pace le energie spirituali che nel 1992 hanno chiuso la guerra
civile in Mozambico, dopo 26 mesi di mediazione e la costruzione
di una mappa vera di pace proprio a Sant'Egidio. Nascono lì i
contatti e la decisione per salvare centinaia di profughi iracheni, durante
la guerra Iran-Irak, la liberazione di ostaggi nelle zone curde tra Iran
e Irak, la Piattaforma di Roma che ha indicato - pur disattesa - le vie
di una riconciliazione nazionale in Algeria senza cedere alle forze dell'islam
estremista, e che ha provocato l'abbandono delle armi da parte del braccio
armato del Fronte islamico di salvezza. Quella via poi intrapresa dal
presidente Bouteflika.
Le richieste di perdono
Difficile dire quanti
cambiamenti e quante riconciliazioni siano nati o siano cresciuti in
questi vent'anni anche grazie a questo movimento spirituale. A chi li
ha vissuti, appare un momento alto la richiesta di perdono a Lisbona
del patriarca Policarpo per le persecuzioni dell'Inquisizione. Di fronte,
la comunità ebraica; lì, davanti alla chiesa di San Domenico,
luogo simbolo di quella pagina di storia. Uno dei frutti del grande incontro
interreligioso del 2001. La lapide apposta solennemente nella co-cattedrale
di Lione, a guarigione delle ferite dello scontro tra cattolici e luterani,
nel 2005. O l'abbraccio di tutte le componenti religiose della Costa
d'Avorio, musulmani e cristiani, che hanno cercato di decomprimere lo
scontro in un Paese in guerra civile.
L'appello per la liberazione delle "due
Simone" degli imam sunnita e sciita e del vescovo cattolico di Baghdad,
e altri interventi musulmani, hanno probabilmente creato clima e tempo
per la liberazione. Difficile dimenticare la "prima volta" che
il grande incontro mondiale è stato organizzato con una Chiesa
ortodossa, quel Patriarcato di Romania guidato da Teoctist I. C'era,
ancora nel 1998, un pesante contenzioso tra cristiani latini, uniati
e ortodossi. Il disgelo, segnato anche dall'invito alla riunione del
Sacro Sinodo ortodosso della Comunità di Sant'Egidio, ha reso
possibile pochi mesi dopo la prima visita di Giovanni Paolo II e l'apertura
di un tavolo di riconciliazione. È nato dentro agli Incontri Uomini
e religioni anche il senso di un debito verso l'Africa che ha contribuito
a far circolare sensibilità ed energie, a far nascere il più efficace
programma di cura dell'Aids, "Dream", in quel continente, quando
sembrava impossibile mettervi mano, e lo scorso anno l'annuncio dell'abolizione
della pena capitale in Senegal, mentre si lavora perché altrettanto
accada in Malawi e in altri Paesi subsahariani.
Nasce da questi vent'anni
di dialogo la capacità di andare oltre le semplificazioni etniche
e le demonizzazioni, che ha permesso a Sant'Egidio di guidare il negoziato
per il cessate il fuoco in Burundi, assieme al presidente tanzaniano
Nyerere prima e a Nelson Mandela poi. È nello stesso solco che
sono nati i contatti per ridurre il numero delle vittime in Liberia alla
fine del regime di Taylor, grazie a un cessate il fuoco dichiarato a
Roma dai protagonisti della nuova Liberia. La forza debole della preghiera
Senza questo cammino sarebbe stato impossibile, ancora, quest'anno, riportare
al tavolo del negoziato internazionale due parti in causa, entrambe islamiche,
del terribile conflitto in Darfur, o riuscire a ottenere il primo cessate
il fuoco in una guerriglia terribile, il Lord resistance army, che da
oltre dieci anni rende impossibile la vita nel Nord Uganda. Ma non si
misura sull'elenco dei successi e delle realizzazioni la forza di questo
pellegrinaggio. Vent'anni hanno messo al centro la forza debole della
preghiera, debole e forte come il Vangelo. Capace di costruire ponti
anche in situazioni difficili, di creare speranza anche in situazioni
disperate.
Le guerre continuano. Ma come sarebbe stato e come sarebbe
il mondo senza dialogo?
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