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Alchimisti della storia .

AVICENNA
Abu Ibn Sina nato in Persia (980-1036) assunse già in giovane età il titolo di Principe dei Medici per gli studi condotti nella scienza medica. Quindi medico, filosofo, matematico la sua figura fu tanto radicata da essere in seguito menzionata nell'Inferno della Divina Commedia dallo stesso Dante. Tra le sue opere alchemiche di maggior rilievo "Il tractatulus Alchemiae" e "Counclinatione Lapidum"

ARNAUD PIETRO
Sua è l'opera "Filosofia Naturale"  che contiene molti dei trattati di Alchimia di maggior rilievo,  Di questa fanno parte il trattato di Artefio (Il libro segreto), il trattato di Flamel (Il libro delle figure geroglifiche) ed il trattato di Sinesio (Il libro della Pietra Filosofale)

Paracelso in un ritratto di P.P. Rubens (1617-1618)

ARNALDO DA VILLANOVA
Di lui neppure la data di nascita risulta essere certa, si presuppone sia infatti nato tra il 1235 ed il 1250 in Provenza.
Tra le sue opere maggiori ritroviamo "La strada delle strade", "Novum Lumen", "Flos Florum".

AGRIPPA CORNELIO
Agrippa Enrico Cornelio di Nettesheym (1486-1535) fu noto medico e cabbalista, divenne medico personale di Luisa di Savoia nonchè storiografo di Carlo V. Ritenuto da molti come principe dei maghi neri e degli stregoni, riuscì tuttavia a sfuggire alla Santa Inquisizione. Il suo pensiero risiede nella sua stessa opera "Della occulta filosofia", scritto attorno al 1510.

PARACELSO
Aurelio Filippo Teofrasto Bombast da Hohenheim (1493-1541). Visitò numerosi Paesi dell'Europa e dell'Asia e nel 1527, a Basilea, bruciò tutti i suoi testi di medicina per dimostrare che lo studio della natura era e doveva essere l'unica vera fonte del sapere universale. Scrisse numerosi testi alchemici tra cui il "De secretis natura, mysteriis", "La tintura dei Filosofi", Il tesoro dei tesori", "De spiritu planetarum occulta philosophia", "Paradoxorum tomi XIV"

SENDIVOGIUS MICHELE
Vissuto all'epoca di Rodolfo II, fu autore di alcune opere Alchemice come il "Trattato sullo zolfo secondo Principio della Natura". Particolare è il fatto che tale trattato era preceduto da una frase anagrammata tratta dal suo nome e dal suo cognome: "Angelus doce Mihi ius" (Angelo mostrami il Diritto) . A lui sono attribuite a partire dal 1602 numerose trasmutazioni avvenute in presenza di nobili e principi.

Jung e l'Alchimia

Carl Gustav Jung (1875-1961) psichiatra.

 Per Jung, l'io è composto da conscio e inconscio. L'inconscio cerca di compensare per mezzo di sogni, immagini o patologie mediche i comportamenti del conscio e creare così un equilibrio. Le figure archetipiche dell' Io sono quattro e lavorano sempre in coppia, una conscia e una inconscia che compensa la prima.

L'io, il senso dello scopo e dell'identità, è bilanciato dall'ombra primitiva e animalesca. La persona, la maschera che il singolo normalmente mostra alla società, è invece bilanciata dall'immagine dell'anima, che nell'uomo è femminile (anima) e nella donna è maschile (animus). Benché archetipo, questa immagine dell'anima può essere modificata dalle esperienze reali del sesso opposto (specie i genitori), ma può ugualmente essere proiettata verso membri dell'altro sesso fornendone un'immagine distorta.

Nell'ultima parte della sua vista Jung estese le proprie ricerche a un numero ancora maggiore di campi, occupandosi pure del significato dei sogni e dei disegni e del simbolismo delle religioni e dei miti. Jung cercava nell'alchimia medievale un modello su cui basare le sue teorie psicologiche e nel 1944 pubblicò Psicologia e alchimia, rinnovando l'interesse per questo settore del sapere occulto.

Egli sottolineava come la ricerca alchimistica della pietra filosofale — l'essenza prima per mezzo della quale si sarebbero potuti trasformare i metalli vili in oro — fosse una ricerca di trasformazione spirituale. Nell'alchimia, la pietra filosofale derivava dall'unione di contrari divini, di buio e luce, e per Jung era simbolo dell'io.

La stessa psicoanalisi era un processo di alchimia, in quanto ciascun ingrediente dell'alchimista aveva un equivalente psicologico: a esempio, mentre il ferro era coraggioso e passionale, il rame era onesto e nobile. Nella formulazione junghiana, l'inconscio collettivo era il mercurio, un elemento velenoso, ingannevole e capace di trasformare che rendeva possibile l'unione di contrari. 

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