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La Demologia dei Padri della Chiesa.

Gli Ebrei hanno sempre negato in modo deciso e assoluto l’esistenza degli dèi delle genti (=dei non ebrei) . Nei demoni, lo storico ebreo contemporaneo di Gesù ,Giuseppe Flavio riconosceva le anime degli uomini malvagi (αντρωπων πονηρων πνεύματα).

La Chiesa cristiana non negò l’esistenza degli dèi pagani, ma negò la loro divinità (=santità, onnipotenza, come il Dio della Bibbia) , e li convertì in demoni. Così si trasformarono in diavoli non solamente gli dèi maggiori e minori, ma anche i semidèi, e degli dèi  cui già i pagani attribuivano qualità paurose e maligne: le Lamie, le Empuse, le Arpie, le Chimere, i Gerioni diventarono ospiti dell’Inferno, sudditi e collaboratori di Satana .

I Padri Apostolici, restando nella linea del Vangelo e degli altri scritti neotestamentari, in genere manifestano uno scopo esclusivamente pratico nel loro insegnamento. Perciò, presupposta l'esistenza dei demoni, si limitano a tenere i fedeli in guardia contro gli assalti dei maligno.

Invece, già i Padri apologetici, da S. Giustino in poi, cominciano a trattare esplicitamente della natura degli angeli decadutì e del loro peccato, anche se, in questo, spesso subiscono l'influenza dei libri apocrifi, specialmente del Libro di Enoc e del Libro dei Giubilei.(apocrifi ebraici)

Per considerazioni diverse, ma convergenti tutte verso una realtà viva e indubitata, pagani e cristiani consideravano gli idoli e gli dèi come qualcosa di molto importante. Essi erano ben lungi dal pensiero che si trattasse di esseri immaginari e di idee personificate.

Secondo i cristiani di quell'epoca , gli dèi sono demoni malèfici, davanti ai quali tremano i loro propri adoratori; essi risiedono negli edifici, nelle statue che si elevano ad essi e dove sono presenti per una specie di incarnazione vegetale e minerale, secondo i casi e le cerimonie della dedicazione. Essi vivono del fumo dei  sacrifici e del sangue delle vittime loro immolate. Questa credenza di una impersonalizzazione del demonio in ciascun simulacro era così diffusa e radicata che molti non avevano nascosto la loro sorpresi quando, al tempo di Costantino, i templi pagani erano stati invasi e violati senza che alcuno spettro fosse uscito dagli idoli.

Atenagora, Tertulliano, Origene, Eusebio e altri ancora avevano insegnato che gli idoli di pietra, di bronzo di legno ecc., celavano ognuno un demonio, che rendeva gli oracoli, animava le viscere delle vittime, regolava il volo degli uccelli.

La demonologia dei Padri rimarrà la teologia della Chiesa fino al XII secolo

Nella Prima Apologia (PG vol. 6). Giustino dice che i demoni manifestano la loro esistenza con tutte le impurità e coi terrori che spargono fra gli uomini.
Seguendo l'interpretazione ormai già tradizionale, dice che Satana o il diavolo è il principe dei demoni, già manifestatosi come serpente nel tentare Eva, la prima donna. Giustino pensa che solo alla fine dei tempi Satana col suo esercito sarà precipitato nel fuoco e nei tormenti eterni.
Si deve ai demoni l'aver introdotto gli idoli sulla terra; come pure sono loro opera i maghi, i falsi profeti, gli indovini e tutti gli errori che circolano fra gli uomini

Nella Apologia seconda (in PG 6), Giustino ha occasione di trattare della caduta degli angeli, che egli attribuisce alla trasgressione del comando ricevuto da Dio di vegliare sugli uomini e su tutte le creature. Anzi essi si erano uniti con le donne, avendone dei figli, chiamati demoni. In seguito misero il genere umano sotto il loro giogo con la magia, i terrori e i sacrifici che si facevano offrire. Da loro provennero nell'umanità le violenze, le guerre, gli adultèri e tutti i vizi. Gli dèi non sono altro che questi angeli decaduti.Tutto ciò Giustino lo ricava sostanzialmente dal Libro dei Giubilei e da quello di Enoch.

I demoni hanno un odio particolare verso i cristiani, contro i quali provocano le persecuzioni, spesso servendosi del ministero dei Giudei; ma per i demoni e i loro seguaci vi saranno le pene del fuoco eterno, che i profeti hanno predetto e che Gesù ha proclamato nel Vangelo.

Nel Dialogo con Trifone Giustino trae la sua dottrina esclusivamente dalla S. Scrittura.
Il diavolo in Egitto ha agito per mezzo dei maghi; in Israele specialmente per mezzo dei falsi profeti Egli prova con la S. Scrittura l'esistenza degli angeli cattivi; come pure dimostra che Gesù è signore degli spiriti, perché il solo scongiuro nel suo nome basta per vincerli.
Identifica Satana col serpente che ingannò Eva. Gli angeli e gli uomini cattivi sono puniti, non perché sono stati creati tali, ma perché tali sono divenuti per le loro cattive azioni. Se per ipotesi - che però non si verifica - essi facessero penitenza dei loro peccati, otterrebbero misericordia.

S. Ireneo (Contra kaer., cap. 26, n. 2 = PG 7,1194) riferisce un passo di un lavoro sconosciuto di S. Giustino, in cui questi dichiara che, prima della venuta di Gesù Cristo, Satana non aveva osato bestemmiare Dio, perché egli non conosceva ancora la sua condanna. In seguito - sempre attraverso S. Ireneo - questa sentenza è stata spesso ripetuta, a cominciare da Eusebio (Hist. eccl., lib. IV, cap. 18 = PG 20, col. 367).

Taziano. - Egli scrisse una Orazio adversus Graecos (in PG 7). Insegna che il Verbo ha creato gli angeli prima degli uomini; sia gli angeli che gli uomini sono liberi; i demoni non sono necessariamente (cioè per natura) cattivi, ma sono divenuti cattivi per la loro malizia. Il demonio, che era prima dell'uomo, ha manifestato la sua esistenza quando ha fatto commettere all'uomo la sua colpa, e con ciò Taziano fa capire che i demoni avevano già peccato quando ha peccato l'uomo, senza però indicare la natura del loro peccato. Secondo Taziano, Giove è il capo dei demoni. Quanto alla natura dei demoni, essi sono composti di materia e di spirito; il Signore ha permesso che essi ingannino gli uomini fino al giudizio universale. Secondo Taziano, chiunque, benché attaccato dai demoni, ha conservato la conoscenza perfetta di Dio, riceverà, al giudizio, una migliore testimonianza, perché ha lottato. Gli errori dei pagani sono degli stratagemmi dei demoni: questi hanno dominato i Greci, ingannando le anime.Importante è l'asserzione di Taziano, che cioè i demoni non muoiono, perché sono senza carne; ma avranno una morte particolare, in quanto sono privi della vita eterna e dovranno subire un supplizio eterno.Taziano dice ancora che i demoni peccano più degli uomini, perché vivono più a lungo; per la loro malizia perseguitano gli uomini, li pervertono e li spingono al male.
Talvolta sono veduti dagli psichici, quando si mostrano sotto apparenze umane. Per vincerli bisogna ripudiare la materia. Quando colpiscono con malattie il nostro corpo, se poi sono raggiunti dalla virtù di Dio, ne rimangono spaventati, e allora il malato guarisce.Coi mezzi magici promettono la sanità; in effetti essi ingannano unendo rimedi buoni con cattivi; più ancora lusingano le passioni.Sono stati esclusi dal cielo.

Atenagora. - Ha scritto una Legatio pro christianis (PG 7). Atenagora si ispira al Libro di Enoch, e ripete quanto in questo libro si legge sul peccato dei demoni con le donne, spinti dall'amore carnale. Essi, angeli decaduti, vivono nell'aria, e sulla terra; le anime dei giganti, che errano attorno al mondo, sono dei demoni: sono questi ad eccitare le tempeste. Atenagora ripete ancora che i demóni si attaccano al sangue delle vittime e lo leccano. Gli dèi furono uomini, e ora agiscono per mezzo delle statue.
I demoni adoperano degli artifici per far credere che essi operano delle guarigioni.

Minucio Felice. - è ben nota la sua opera, Ottavio (PL 3). Egli scrive che i demoni sono spiriti ingannatori, vagabondi, degradati dal loro vigore celeste per le colpe e le passioni terrestri. Avendo perduto la semplicità della loro natura ed essendosi coperti di vizi, per consolarsi delle loro sventure cercano di perdere gli altri. Separati essi da Dio, cercano di allontanare da lui anche gli altri con falsi atti di religione. I maghi fanno per mezzo di essi i loro prodigi. Si nascondono sotto le statue e le immagini degli dèi; agiscono per mezzo di loro intermediari; ingannano i loro seguaci, fuggono i cristiani. Anche Minucio dipende dal Libro di Enoch per quel che si riferisce alla natura dei demoni e al loro peccato.

Clemente Alessandrino. Attinge al Libo di Enoch come gli altri. In  Stromata  sostiene che la peste,la grandine,le tempeste,etc,non vengono solo dai turbamenti materiali ,ma abitualmente dagli angeli cattivi. In  Eglogae propheticae  afferma che  gli angeli trasgressori hanno insegnato agli uomini l'astronomia,la divinazione e le altre arti.

S.Agostino- I silvani, i fauni, i satiri sono angeli che appaiono in forme corporee.

Nel secolo XIII abbiamo la sistemazione della scienza teologica, dando larga parte alla ragione non solo per l'inquadratura dei dati scritturistici, ma soprattutto per lo sviluppo logico delle stesse dottrine rivelate, come pure i teologi giustificano (o penetrano) con argomenti di ragione quanto viene proposto dalla rivelazione soprannaturale. Gli stessi apporti provenienti dalla Tradizione sono armonicamente inseriti nel quadro generale dello sviluppo teologico dei singoli argomenti trattati.
Dopo i grandi teologi dei secoli XIII-XIV, gli studiosi posteriori si sono messi ordinariamente alla -scuola di S. Tommaso o di Duns Scoto.

S. Tommaso dice più probabile e più conforme alle parole dei santi che il diavolo abbia peccato subito dopo il primo istante della sua creazione. Questo suppone che sia stato creato in grazia e che se avesse fatto un atto meritorio, avrebbe acquistato la beatitudine, se non vi avesse posto subito ostacolo col suo peccato. Qualora, invece, si pensi che l'angelo non sia stato creato in grazia, o che egli non ha potuto fare nel primo istante di esistenza un atto del tutto libero, niente impedisce di ammettere qualche intervallo tra la creazione e la caduta (I, q. 63, a. 6).
Nel Commento alle Sentenze, S. Tommaso riconosce che è difficile sapere come gli angeli abbiano potuto peccare, perché non si comprende come abbiano potuto ingannarsi nella scelta della loro sorte (In Abr. Sent., lib. II, d. 5, q. 1, a. i). Un passo avanti fa S. Tommaso nella Somma teologica (I, q. 63, a. 1) dove dice che l'angelo, come ogni creatura ragionevole, può peccare in ragione della sua natura.Quanto al peccato specifico del diavolo, questo fu un peccato di orgoglio, rifiutando di sottomettersi al suo superiore. L'invidia ha potuto seguire l'orgoglio: ed essa sia contro Dio stesso, perché Dio trae la sua gloria dalla sua eccellenza propria, sia contro l'uomo (a. 2).

L'orgoglio dei diavolo non ha potuto spingerlo a volersi uguagliare a Dio, essendo impossibile una tale uguaglianza. Ma anche se fosse stata possibile una tale uguaglianza, l'angelo non poteva desiderarla, perché nessuna creatura può desiderare di elevarsi a una natura superiore.Quanto alla rassomiglianza con Dio, il peccato consiste nell'averla desiderata per virtù propria e non per virtù di Dio; e quindi di giungere da se stesso alla beatitudine naturale, non volendo la beatitudine soprannaturale, che gli sarebbe stata data per grazia di Dio; oppure volendo ottenere questa beatitudine soprannaturale dalla sua propria virtù (I, q. 63, a. 3. Cf. In Sent., lib. II, d. 5, q. 1, a. 2-3-).E probabile che Lucifero sia stato il primo degli angeli, anche perché, per cedere all'orgoglio, bisogna essere superiori agli altri (d. 16, q. 1, a. 1).
Gli altri angeli sono caduti per una colpa simile.
E per tutti S. Tommaso dimostra la possiblità del peccato (cf. Contra Gent., III, cc. 108-110). Per essi, poi, Lucifero non fu causa di caduta, ma inducendoli per una certa esortazione. Tuttavia essi hanno peccato nello stesso tempo e istante di Lucifero; e, pur peccando per orgoglio, hanno accettato Lucifero per loro capo, al fin di ottenere, come lui, la beatitudine suprema con la loro virtù naturale (I, q. 63, a. 8; In Sent., lib. II, d. 6, q. 1, a. 2).

Il numero degli angeli caduti, secondo S. Tommaso, è stato minore di quelli rimasti fedeli, perché il peccato è contrario all'inclinazione naturale. Ora ciò che è contrario alla natura si verifica in minor numero di persone, perché la natura ottiene il suo effetto o sempre o nel maggior numero dei casi (I, q. 63, a. 9).
In ragione della loro colpa spetta ai demoni l'inferno. Siccome Dio vuole servirsi di alcuni di loro per provare gli uomini, questi demoni fino al giudizio universale si trovano nell'aria tenebrosa, mentre gli altri sono regolarmente all'inferno, pur essendo tutti puniti secondo la colpa.
Quanto al modo come soffrono, S. Tommaso nel Commento alle Sentenze (Il, d. 6, q. 1, a. 3) pensava che sui demoni dimoranti nell'aria il fuoco agisse a distanza; invece nella Somma teologica, pur continuando a negare il contatto immediato del fuoco, propende a dire che la loro pena non è diminuita, perché essi sanno che è loro dovuta pur non essendo legati al fuoco.
Le questioni sui demoni si moltiplicano. Così S. Tommaso si domanda se i demoni, vinti dagli uomini, continuano a tentare altri uomini o discendono immediatamente nell'inferno. Dopo aver riferito tre opinioni diverse, il Santo non osa decidere in materia, perché né la ragione né la rivelazione danno modo di risolvere (d. IV, q. 1, a. 5).
Fra i demoni vi deve essere un certo ordine, perché questo è conforme alla loro natura, alla saggezza divina che li adopera per provare gli uomini, e alla loro malizia che li fa raggruppare (ivi, a. 4). Dopo la caduta, i demoni hanno conservato la loro conoscenza naturale, mentre è stata diminuita la loro conoscenza speculativa e soprannaturale dei segreti divini; è stata poi totalmente tolta la conoscenza pratica soprannaturale, che li avrebbe portati all'amore di Dio.
La loro volontà è ostinata nel male. Soffrono d'invidia in quanto vorrebbero veder dannati gli eletti; sono privati della beatitudine che essi naturalmente desiderano; molti non fanno tutto il male che vorrebbero (In IVSent., lib. Il, d. 7, q. 1, a. 2; q. 2, a. 1; Summ. theol., 1, q. 64, a. 1-3).Anche quando hanno preso un corpo, i demoni non possono generare. Qualora un demonio generasse adoperando il seme di un uomo, non genererebbe che un uomo
(In IVSent., lib. Il, d. 8, q. 2).
Giovanni Duns Scoto (12 74-1308). - Tratta dei demoni specialmente nel Commento alle Sentenze (lib. 11, d. IV-VII: Opere, Parigi 1893, t. XII, pp. 294-372) e nei suoi Reportata (lib. Il, d. IV, VI, VII, a. 1904, t. MI, pp. 601-625).
Egli ammette la possibilità assoluta, per i demoni, di essere stati peccatori e puniti fin dal primo istante della creazione, perché ogni volontà può agire male dal primo istante. Ma in effetto egli ammette un notevole intervallo fra la loro creazione e la caduta. Lascia sospesa la questione se siano stati creati in grazia o no.
Ammette che i demoni abbiano commesso più peccati di specie diverse prima di essere ostinati nel male.
Quanto all'oggetto del peccato, Scoto pensa che Lucifero ha potuto desiderare di uguagliare Dio, con un semplice desiderio di concupiscenza e col desiderio proporzionato alla sua possibilità. Si trattava effettivamente di una velleità.
Scoto dice che il primo peccato di Lucifero non fu di orgoglio, ma ha desiderato il suo vantaggio, la sua beatitudine d'una maniera disordinata, spingendo l'amore di sé fino all'odio di Dio. Quindi, non è stato peccato d'orgoglio, come se avesse desiderato la propria eccellenza, ma peccato di diletto, e in questo si riferisce piuttosto alla lussuria.
Egli ha fatto più peccati successivi, di cui avrebbe potuto pentirsi: ha cominciato con l'amore eccessivo di sé e ha terminato con l'odio di Dio, perché resisteva ai suoi desideri. Solo con quest'ultimo peccato si è mostrata la sua ostinazione nel male.
Per legge ordinaria Dio non può dare ai demoni la grazia del pentimento, e così il diavolo è divenuto impenitente. Contro l'opinione di S. Tommaso e di Enfico di Gand, Scoto sostiene che il diavolo potrebbe fare qualche atto buono, benché per malizia, di fatto, probabilmente non ne compia alcuno. Però, secondo Scoto, la sua volontà non vuole necessariamente il male, benché egli non possa fare un atto interamente buono moralmente.Non può cessare completamente dall'agire; la sua pena, anche accidentale, non cresce in intensità, per i nuovi demeriti.

Sant'Ireneo, vescovo di Lione, vissuto tra il 140 e il 202, campione nella polemica contro gli gnostici che volevano il mondo generato da un creatore malvagio, è stato il primo teologo cristiano a sviluppare una teologia del peccato originale. Dio ha creato Adamo ed Eva e li ha posti nel Paradiso perché vivessero felici. Ma Satana, conoscendo la Ioro debolezza, è entrato nel giardino e, «assumendo le sembianze del serpente», li ha tentati. E' la prima metamorfosi della "Bestia", alla quale faranno seguito molte altre.

La demonologia dei santi cristiani

 J. Bodin, nella sua opera Démonomanie des sorciers, ha tracciato alcune metamorfosi della "Bestia" secondo i santi cristiani .

A Rodolfo il Glabro, la "Bestia" sarebbe apparsa come un piccolo mostro umanoide «con una enorme bocca, barba caprina, orecchie a punta, denti da cane». Il riferimento alla bocca pare significare l'ingordigia insaziabile, e quindi può essere  
Così, un monaco di Chiaravalle descrive i diavoli come esseri giganteschi, agili come serpenti, feroci come leoni, con collo sottile, gobba e braccia magre e lunghissime. Riemerge qui la simbologia propria del serpente, ma unita ad altre caratteristiche che lo rendono maggiormente pericoloso per la fulmineità dell'attacco e la potenza. Sorpresa e imprevedibilità del serpente, velocità e violenza del leone sommati all'immagine di giganti producono un effetto scioccante sicuro. E' probabile che i famosi quadri di J. Bosch siano ispirati a tali descrizioni. In fondo, tutto concorre a creare un certo deterrente per i cristiani, affinché mantengano costante la loro vigilanza.C'è chi, non senza ragione, ha osservato davanti a tante descrizioni che la fantasia dei santi è quanto mai tortuosa e quasi morbosa. Non v'è dubbio però che la «Bestia" ha saputo mostrarsi o essere descritta «pedagogicamente", in modo da ottenere l'effetto desiderato. 
Santa Brigida di Svezia, grande mistica contemporanea a Caterina da Siena (secolo XIV), per esempio, vide la «Bestia" in figura di un mantice, munito di una lunga canna, braccia come serpenti, gambe da torchio e piedi a uncino. » E'  difficile capire il simbolo del mantice e del torchio, a meno che non lo si riferisca alle torture allora in uso. I piedi a uncino potrebbero anch'essi significare strumenti di tortura o metodiche per trarre in inganno, quasi un fare lo sgambetto!
Caterina da Siena, dal canto suo, descrive un demonio intelligente, astuto, che chiama "Malatasca", cor chiaro riferimento al potere economico. Un demonio capace di abbagliare e di plagiare nei modi più subdoli. E anche se Caterina non descrive particolari visioni, tuttavia, quando nella lettera 304 scrive: «Nessuna battaglia o immaginazione, sia pur laida quanto si vuole, è peccato, se non quando noi acconsentiamo volontariamente, dilettandoci dentro», lascia intuire che la "Bestia" abbia
Altri riflessi significativi delle variegate metamorfosi della «Bestia», in funzione "pedagogica" e "parenetica" sono state mediate dall'arte visiva del Medioevo e del Rinascimento, dall'arte fiamminga in particolare. Basti pensare a Hieronimus Bosch e a Pieter Bruegel.
Occorre dire però che, già prima dell'arte fiamminga del XV e XVI secolo, il diavolo aveva fatto la sua apparizione nell'arte cristiana intorno al VI secolo d.C. Una delle più antiche figurazioni del diavolo si trova, ad esempio, in un affresco della chiesa egiziana di Bawit (VI secolo). Altre, dello stesso periodo, si trovano in alcune miniature della Bibbia di san Gregorio Nazianzeno, conservata nella Biblioteca nazionale di Parigi. Ciò che è caratteristico, in queste rappresentazioni, è l'aspetto di satana, travestito da angelo di luce.

Soltanto dal XII secolo in poi, fino alla fine del Medioevo e oltre, fino alla metà del XVI secolo, l'immagine demoniaca subisce una trasformazione radicale. Satana viene cioè rappresentato sotto forme orripilanti. Probabilmente, il nuovo vento ottimistico e vitalistico che soffia sui Comuni e l'espansionismo del nuovo , dei piaceri e di scoperte, ha spinto la Chiesa, e gli artisti con essa, a scuoterli e, quasi a scioccarli, i fedeli e la borghesia emergente .Al di là, comunque, dello scopo della Chiesa attraverso l'arte, sono gli artisti stessi a decidere, anche per questioni di committenza, di farsi sedurre dalle forme dell'orribile. Facendosi forse suggestionare dai predicatori itineranti (particolarmente dagli Ordini mendicanti), che prediligevano toni apocalittici, essi ci hanno lasciato opere d'arte sul demonio che risultano veramente impressionanti. Basti pensare ai capitelli delle cattedrali di Autun, Moissac, Beaulieu e Vézelay in Borgogna (del 1150).

Ma veniamo all'arte fiamminga. Ciò che è caratteristico, quanto alla sua rappresentazione del demoniaco, è che essa si esprime sottolineando il non essere dell'aggressione e dello stravolgimento. La tentazione è, cioè, rappresentata come abissale senso della solitudine che, per essere superata, richìede una forte partecipazione alla vita di Dio. E quand'anche il satanico è rappresentato nei modi più fantasiosi, tuttavia non si pretende di definirlo, perché Lucifero è maestro in trasformazioni e in metamorfosi. Il senso di orribile e di indefinito presente nell'arte fiamminga deve essere letto in questa reazione. Nell'arte fiamminga il demone viene spesso raffigurato come una bestia che atterra la vittima con un impeto di toro accecato, con l'unico scopo di smembrare e distruggere. Uno scultore tedesco della fine del '400, dal monogramma H.L., ha rappresentato questa lotta in modo plastico. 

Satana lotta con l'angelo che regge la bilancia delle anime, avviluppandolo con una orrenda proboscide elefantina, mentre tenta di far cadere o pendere la bilancia dalla sua parte; i suoi muscoli sono tesi nello spasimo della lotta ma egli finisce per essere sconfitto e così ricade nella sua terribile solitudine. Così l'innocenza dell'angelo sconfigge la malizia violenta dei diavolo, che viene come spaccato in due.
Alcuni artisti fi Lucas van Leyden e Nikolaus Manuel Deutsch, in particolare - hanno voluto rappresentare il demonio con sembianze femminili, con sgargianti e sfarzosi vestiti, per significare la vanità, che nasconde l'inconsistenza, il vuoto di ciò che appare. In molte di queste opere, in modo emblematíco, la donna-demone ha una specie di calice vuoto in mano: offre il nulla, la sola offerta che la «Bestia», ché tale rimane, può distribuire.                      

G. Paolo P- Thorel

I miti pagani e la demonologia cristiana

vedi : http://www.classicitaliani.it/ottocent/graf_miti10.htm

Echi e riflessi dei miti pagani si trovano in molte descrizioni dell’Inferno cristiano, a cominciare dai primi secoli della Chiesa e a venir giù giù sino ai tempi che immediatamente precedono Dante. Il Tartaro, l’Averno, il Flegetonte e gli altri fiumi infernali, la palude Stigia, Caronte, Cerbero, ricorrono frequentissimi.
L’Inferno descritto nel Roman de la Rose ha tra’ suoi abitanti Issione, Tantalo, Sisifo, le Danaidi, Tizio; e Alano de Insulis pone a dominare nelle tartaree sedi  le Furie. Nelle Chansons de geste, i giganti sono spesso considerati come diavoli venuti fuori dall’Inferno, o come figli di diavoli, e Tundalo vede due enormi giganti tenere aperta la voraginosa bocca del mostro Acheronte, la quale capere poterat novena milia hominum armatorum ; appaiono spesso come demoni Nerone, Maometto, Pilato; e come demonio appare Maometto nel poema di Giacomino da Verona,
De Babilonia civitate infernali.
Una tradizione letteraria e insieme  una tradizione popolare.

Fauno

I nomi delle antiche divinità, trasformate dal cristianesimo in demoni, o almeno di alcune di esse, continuarono a vivere nella memoria dei popoli bene o male convertiti, e intorno a quei nomi nacquero superstizioni, leggende e fantasie. Sant’Antonio incontrava nel deserto un centauro, e San Gerolamo non sa risolvere se fosse apparizione diabolica, o mostro naturale.

Incontrava anche un satiro che parlava e lodava Dio, ma per eccezione certamente, giacché quella del satiro fu una delle forme che più spesso si diedero al diavolo. Ai tempi di Gervasio da Tilbury (XII e XIII sec.) si parlava ancora di fauni, di satiri, di silvani, di Pani, e molti affermavano averli veduti; i fauni s’invocavano ancora nella diocesi di Lione ai tempi di Stefano di Borbone (m. verso il 1262).

Mercurio diventa un diavolo nella leggenda di Giuliano l’Apostata; Venere un diavolo in parecchie leggende, di cui la più famosa è quella del cavaliere Tannhäuser ;un diavolo, com’è del resto assai naturale, diventa Vulcano.

Satiro

Sigeberto Gemblacense ricorda che certe bocche vulcaniche in Sicilia, le quali si credevano essere spiracoli dell’Inferno, si chiamavano da quegli abitanti col nome di Ollae Vulcani. C’erano diavoli a quatici che si chiamavano Nettuni, pericolosi a chi si trovava in prossimità di acque profonde, e infesti, pare, alle donne; c’erano le sirene che, come in antico, traevano a perdizione col canto gl’incauti navigatori. Demonio di molta importanza diventò Diana, certamente in grazia della identificazione sua con Ecate e con Proserpina. Di Diana demonio si discorre nella leggenda di S. Niccolò, mentre altre leggende la designano più propriamente come il demonio meridiano
In una Vita di S. Cesario, vescovo di Arles ( 542), si fa menzione di un demonio chiamato Dianum dai campagnuoli. Un canone, indebitamente attribuito al sinodo di Ancira dell’anno 314, ma riportato da Reginone, abate di Prüm ( 915), da Burcardo di Worms ( 1024), da Graziano ( 1204?), fa menzione di donne le quali s’immaginavano di andare in giro la notte, a cavallo di varii animali, in compagnia di Diana e di Erodiade; e a questa stessa superstiziosa credenza alludono, un Capitolare di Lodovico II imperatore, dell’anno 867, Stefano di Borbone, Giovanni Herolt ( 1418), e altri. Anzi è da notare che il nome di Diana e la credenza accennata non sono per anche in tutto dileguati dalla memoria di alcuni popoli cristiani. Sant’Eligio, morto poco oltre il mezzo del settimo secolo, dice in un sermone famoso, combattendo certi avanzi di credenze pagane: Nullus nomina daemonum, aut Neptunum, aut Orcum, aut Dianam invocare praesumat. Il pontefice Giovanni XII fu, nel sinodo romano del 963, accusato d’aver bevuto alla salute del diavolo, diaboli in amorem , e di avere, giocando a dadi, invocato l’aiuto di Giove, di Venere, ceterorumque demonum.

Se, dunque, le antiche divinità s’erano tramutate in demoni , era non pure lecito, ma necessario, porle con gli altri demoni nell' Inferno. Gli autori delle Chansons de geste ricordano spesso quali diavoli Giove ed Apollo, talvolta i Nettuni rammentati sopra e Cerbero. Cerbero appare inoltre come cane infernale in un documento di poesia medievale tedesca, e in molti di poesia latina. Nella Visione di Tundalo, Vulcano e i suoi ministri arroventano nel fuoco le anime, le martellano sulle incudini; nella Kaiserchronik si racconta che l’anima di Teodorico fu portata dai demonii nel monte, a Vulcano, in den berc ze Vulkân .

Dante Alighieri si contentò di porre nell’Inferno cristiano divinità pagane infernali,ma lasciò in pace Giove, Apollo e gli altri: anzi il nome di sommo Giove lo diede a Cristo. Forse non gli bastò l’animo di abbassare alla condizione di diavoli malvagi e deformi le divinità luminose di cui la sua fantasia doveva pure essersi innamorata leggendo Virgilio e gli altri poeti latini. Dante ricorda parecchi giganti tolti al mito pagano (Efialte, Briareo, Anteo, Tizio, Tifeo) e uno tolto al mito biblico (Nembrot).

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