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Il fondamentalismo Le culture tutte sono storie complesse piene di aporie, contraddizioni,
ma che hanno dentro di esse valori per i quali si è disposti a
morire. Il fondamentalismo di ogni specie, religioso o politico che sia è sempre un rifiuto del dialogo come forte affermazione dei propri valori in un confronto aperto con le altre culture. Esso è sempre legato ad una affermazione unilaterale di superiorità : attaccare le altre culture come sbagliate in assoluto. I fondamentalismi integralisti
bloccano il dialogo, favoriscono l'ignoranza , il sospetto, la sfiducia,
i pregiudizi. Il terrorismo I progetti politici all'interno della democrazia cercano
il consenso della ragione politica dei cittadini sui propri programmi,
partecipano al dibattito pubblico sulle prospettive politiche di
una nazione, si confrontano con altri progetti, cercano alleanze, partecipano
a libere elezioni, etc.. Il terrorismo non e' mai il prodotto di una religione : esso e' sempre un progetto politico che cerca consenso attraverso l'apologia di fondamentalismi ideologici o religiosi. I terrorismo tende a spingere le masse popolari ad una
applicazione fondamentalista di una ideologia politica (lo hanno fatto
comunismo, fascimo, nazismo, anarchismo,etc) o di una lettura ideologica
della religione di appartenenza. Esiste un terrorismo "islamico"? In generale queste locuzioni verbali intendono riferirsi a movimenti terroristici indicando nel contempo l'ideologia o la religione che vogliono strumentalizzare per averi consensi popolari ai loro progetti politici, militari o anche economici o mafiosi. La cultura islamica per secoli ha dialogato con le culture
europee . Problema: di fatto esistono nei paesi islamici movimenti e gruppi terroristici. Di fatto esistono molti movimenti fondamentalisti ed integralisti nell'Islam contemporaneo, seppur con tutte le diversità che esistono all'interno dell'Islam. Il terrorismo non è il prodotto di qualche fondamentalismo islamico. E' lotta politica terrorista che parti del mondo islamico conducono contro i loro governi per sostituirne il potere. Il terrorismo vuole il potere politico ed economico. Il terrorismo cerca di legare il proprio progetto politico
alle masse, radicalizzandole religiosamente contro i governi che vuole
rovesciare.Cio' è possibile con questa religione che ha una carattere
originario che è anche politico e militare. Aggiornamenti nella sezione: (Riccardo Cristiano su http://www.stpauls.it/jesus/) Spregiudicato sul piano politico-finanziario, oscurantista su quello dottrinario, il wahabismo nasce come corrente islamica sunnita nel diciottesimo secolo ma si afferma soltanto nel Novecento, grazie all’appoggio delle grandi potenze occidentali alla monarchia saudita. Oggi si sta diffondendo in tutto il mondo musulmano. Ma deve anche fare i conti con le sue ali più estreme, da cui è nata la rete di Al Quaeda. Ma chi sono e cosa predicano i wahabiti? I leggendari sperperi della famiglia saudita sono di dominio pubblico da anni. Ma a questo tratto di governo se ne unisce un altro: sui nostri giornali è stato citato sovente il re saudita Fahd, recentemente scomparso, quale «guardiano dei luoghi santi», custode cioè di La Mecca e Medina, quindi una sorta di custode dell’islam. Ma Fahd amava farsi chiamare anche Al Mufada («colui che merita la devozione»), Mawlana («il detentore dell’autorità divina ultima»), Waly Al Amr («colui che decide tutte le cose»). Cominciamo così a capire cosa sia divenuto anche nel pensiero religioso il peso dei sauditi. La loro dottrina è il wahabismo.La loro base è Riyad. Nelle condizioni dell’Arabia del XVIII secolo la città-oasi di Uyayna era relativamente prospera. Le idee, diciamo "puritane", di Abd al Wahab non avevano presa. Suo figlio, Muhammad Ibn Abd al Wahab, nato nel 1703 e scomparso nel 1792, si dedicò giovanissimo alla predicazione delle idee paterne. A quel puritanesimo aggiunse la sua "innovativa" dottrina sociale: pestaggi punitivi, lapidazione delle adultere, mutilazione dei ladri, esecuzioni pubbliche. Le grandi scuole teologiche di Baghdad, Il Cairo e Damasco sparivano nel suo semplice "integralismo". Quando il giovane Wahab passò all’attuazione delle sue ricette, l’emiro di Uyayna, temendo una sommossa, lo cacciò. Per quattro anni Wahab viaggiò per i territori ottomani, convincendosi che l’impero avesse portato dissolutezza e corruzione. Occorreva ritornare alla purezza delle origini, all’età dell’oro. Idea senza la quale non si riesce a dar vita a un movimento revivalista. La storia ha preso subito una piega drammatica. Ha scritto al riguardo lo scrittore di origini pakistane Tariq Ali,
autore de Lo scontro dei fondamentalismi (Rizzoli): Cominciarono così i massacri. A essere presi di mira per primi
gli eretici sciiti. I seguaci di Ibn Wahab assalirono la città
santa di Karbala, facendo sgozzare cinquemila nemici. Era l’anno
1801. Lo scrittore arabo Said K. Aburish afferma che i Saud erano tra i pochi
all’epoca a praticare la razzia, a schiavizzare la donna (come
dimostra il livello di educazione che le donne hashemite avevano già
all’inizio del secolo), a disprezzare la politica (come dimostra
il fatto che nella regione dell’Hijaz – dove si trovano i
luoghi santi dell’islam e governavano gli hashemiti –
già all’inizio del Novecento vi fosse una sorta di Senato
articolato per rappresentanze politiche). Tra il 1916 e 1928 ebbero luogo non meno di 26 ribellioni contro i Saud, e ciascuna di esse si concluse con massacri indiscriminati, donne e bambini compresi. Aburish afferma che il cugino di Ibn Saud, Abdullah Bin Mussalem Bin Jalawi, fece decapitare 250 membri della tribù dei Mutair, tagliando la testa personalmente a 18 ribelli nella piazza centrale di Artawaya. Quando Muhammad Tawil e Muhamaed Sabhan organizzarono due cospirazioni contro i Saud, le città della regione dell’Hijaz ne pagarono le conseguenze. Regnava un’atmosfera nella quale la spada dell’esecuzione pubblica era conosciuta e temuta come la ghigliottina durante la Rivoluzione francese. Quella spada, il rakban, è usata ancora oggi. Ecco i dati forniti da Aburish: su una popolazione di circa quattro milioni di persone, un milione fuggì, 400 mila furono uccise o ferite in combattimento, 40 mila furono giustiziate pubblicamente, 350 mila patirono amputazioni. I partiti dell’Hijaz furono disciolti, i tribunali di modello ’abasside chiusi e sostituiti dai tribunali wahabiti. La Mecca e Medina erano nelle loro mani. Ma l’interpretazione wahabita dell’islam non era accettata da molti e Ibn Saud dovette assicurare che il suo controllo del luogo più santo dell’islam sarebbe stato provvisorio, quindi garantire il rispetto della stragrande maggioranza musulmana non wahabita. Quelle garanzie si dimostrarono carta straccia già nel ’29. Il puritanesimo trovò accanto al controllo dei luoghi santi anche i soldi per diffondersi: il petrolio. Così negli anni Cinquanta re Faysal partorì l’idea di fare dell’Arabia Saudita l’impero che controlla politicamente e religiosamente il mondo islamico. Faysal convocò la Conferenza islamica dalla quale fece nascere la Lega musulmana mondiale, legittimando la Fratellanza musulmana, e dando inizio all’esportazione del wahabismo. Alcune sue tappe sono note. Grazie al golpe del generale Zia ul Haq, il Pakistan divenne il bastione orientale, la Fratellanza musulmana l’arma usata in Egitto e Paesi limitrofi. Oggi i conti con il mondo mediorientale sono regolati soprattutto grazie alla "conquista" della più importante università islamica, la cairota Al Azhar, dove i finanziamenti sauditi hanno spento la grande teologia di inizio secolo. Ora i docenti di Al Azhar frequentano corsi di "aggiornamento" in Arabia Saudita: solo quest’anno al Cairo è stata impedita la pubblicazione di cinquanta volumi. Non ovunque però sono rose e fiori: secondo Stephen Shwartz alcuni islam si sono dimostrati quasi impermeabili al wahabismo: è il caso dei Balcani e dell’India. La lotta è invece aperta nel Sud-est asiatico, dove all’integralismo che sta dilagando in Indonesia si oppongono forti correnti innovative, quelle che in Malesia hanno proposto una donna vice-mufti, cioè la seconda autorità religiosa nazionale, "rivoluzione" che recentemente ha portato a due nomine femminili di alto livello in Turchia. Per secoli la grande tradizione sufi vi ha elaborato l’incontro e la coesistenza con l’animismo e il cristianesimo. Con il wahabismo gli scontri interreligiosi sono divenuti violentissimi. Dal 1976 la priorità della Lega musulmana mondiale sembra divenuta proprio la diffusione del wahabismo in Africa, in particolare in quella subsahariana, come dimostra il fatto che in questa regione siano collocati ben 16 uffici della Lega e 36 delle 70 sedi della Islamic relief organization. Dagli inizi degli anni ’70 il lavoro della Lega
è stato affiancato dal Programma saudita per lo sviluppo, che
in un ventennio ha investito in Africa più di 2 miliardi di dollari.
Stando ai dati forniti da David McCornack, del Center for security policy,
in Guinea sono stati investiti 21 milioni di dollari per la costruzione
della moschea "Re Faysal" e della collegata scuola coranica.
La moschea sorella costruita in Ciad è costata 16 milioni di dollari;
quella di Yaoundè, in Cameroun, 5 milioni. Ovviamente questi sforzi
finanziari hanno determinato la nomina di imam di orientamento wahabita. Recentemente gli sforzi sauditi per la diffusione del wahabismo si sono rivolti alla televisione. Channel islam international, voluto dal principe Bandar Bin Salman al Saud, consigliere del nuovo monarca saudita, re Abdullah, è finalizzato alla «diffusione dei semi per una educazione religiosa nella meticolosa osservanza degli insegnamenti coranici». Tutti questi sforzi non sono stati vani. I wahabiti sono arrivati nella patria di uno degli islam più stridenti con il wahabismo, il Senegal, con al-Falah; in Sud Africa, con Jamiatu Ulama; e in Malawi, dove controllerebbero l’Associazione musulmana. Ma ora che una costola del wahabismo si è rivoltata contro la casa dei Saud, nel nome di Bin Laden, a Riyad si cerca con difficoltà una via alla riforma wahabita. A ostacolarla non c’è solo la difficoltà di cambiare la mentalità di ulema (dotti dell’islam) formati in un indottrinamento pluridecennale, ma anche il malcontento diffuso nel regno, che alimenta la fiducia in Bin Laden. Gli imam “wahhabiti” insieme propugnano l’instaurazione di un nuovo califfato che comprenda tutta l’Asia Centrale e si estenda fino al Sinkiang cinese. |
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