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Cercando Dio nel cervello 15 monache carmelitane sono state studiate mentre meditavano -vestite con una t-shirt e pantaloni da ospedale - dentro una apparecchiatura hi-tech , la tomografia computerizzata a emissione di fotoni singoli , la SPECT.
Tappi negli orecchi e testa appoggiata su un cuscino di schiuma -per attuttire il rombo assordante della macchina- le monache si sono assorte in preghiera mentre la macchina generava intensi campi magnetici intorno alla loro testa. L'esperimento è stato organizzato dal neuroscienziato Mario Beauregard della University of Montreal. Utilizzando la functional magnetic resonance imaging (fMRI), Beauregard ha cercato di mappare le aree del cervello che si attivano quando le monache sperimentano una visione diversa di sè o una intensa unione con Dio. La ricerca tende a rilevare eventuali correlazioni tra il cervello ed esperienze mistiche piacevoli con l'intento anche poterele stimolare nelle persone che spontaneamente non ne hanno. Si tratta in questo caso di arrivare primi a scoprire farmaci o protocolli che stimolino il cervello a produrre sensazioni spirituali che migliorino la vita delle persone. Queste ricerche non sono recentissime : i libri di testo di neurologia del 1892 parlavano di una correlazione tra epilessia ed esperienze religiose. Un secolo dopo , nel 1975, il neurologo Norman Geschwind del Boston Veterans Administration Hospital per primo descriveva clinicamente una forma di epilessia in cui gli attacchi producevano scariche tra i lobi temporali . Epilettici di questo tipo spesso parlavano di intense esperienze mistiche tanto che Geschwind ed altri neurologi come David Bear della Vanderbilt University ipotizzarono che scariche anormali e localizzate nel lobo temporale possono provocare ossessioni di tipo religioso o morale. Esplorando questa ipotesi , neuroscienziati come S. Ramachandran della University of California, San Diego hanno sottoposto alcuni loro pazienti colpiti da questo tipo di epilessia ad un bombardamnento di stimoli verbali di tipo religioso, sessuale e neutro, misurando la galvanic skin response, cioè le variazioni di resistenza elettrica della cute in corrispondenza delle emozioni che seguivano gli stimoli verbali. Nel 1998 nel suo libro Phantoms in the Brain (William Morrow), scritto con la giornalista Sandra Blakeslee, Ramachandran riporta che la parola " Dio" suscitava nei pazienti una risposta emotiva abnorme e conclude che questo prova che questo tipo di pazienti può veramente avere una propensione alla religione maggiore di quella di persone sane.
Michael Persinger della Laurentian University , Ontario, Canada ha poi cercato di riprodurre elettricamente le emozioni religiose attraverso la stimolazione dei lobi temporali , simulando le scariche epilettiche , con il casco da lui stesso inventato. Molti pazienti riportavano la percezione di presenze spirituali , oppure una sensazione di unità e felicità cosmica, codificando queste emozioni ciascuno nel proprio linguaggio religioso, cristiano, ebraico piuttosto che buddista o induista. Persinger ha concluso che l'esperienza religiosa così come la credenza in Dio è semplicemnte il risultato di una attività del cervello stimolato in modo anomalo da campi elettromagnetici. Personaggi come Mosè, Maometto o San Paolo sarebbero semplici fenomeni di stravaganze neuronali . ( cf. : Neuropsychological Bases of God Beliefs , Praeger Publishers, 1987) . Nel 2005 ricercatori svedesi hanno replicato gli esperimenti di Persinger con il casco di Dio ottenedo risultati differenti ; a tutt'oggi pertanto le neuroscienze non danno per scontata una relazione tra lobo temporale ed esperienza religiosa. L'orizzonte della ricerca si è ampliato : intanto le eseprienze religiose non sono tutte uguali e poi ciascuna di esse può coinvolgere parti diverse del cervello. Andrew Newberg della University of Pennsylvania ed il suo collega Eugene d’Aquili hamnno battuto questa pista. Invece di stimolare il cervello a produrre esperienze religiose questi ricercatori hanno osservato i processi neuronali durante le esperienze religiose spontanee, focalizzandosi soprattutto sulla meditazione buddista. Nel momento del raggiungimento del sentimento di unità con il tutto iniettavano isotopi radioattivi nel sangue per rilevare le aree del cervello coinvolte ( che richiedevano un maggior afflusso di sangue e venivano marcate da maggiore radioattività) , la tecnica oggi evoluta nella SPECT. In un testo scientifico del 2001 evidenziavano : A causa della diminuzione di attività del lobo parietale ( che normalmente governa l'orientamento spaziale e la navigazione ) i neuroscienziati congetturano che questo silezio neuronale produca nel buddista la percezione del dissolvimento dei confini spaziali da cui la sensazione di essere uno con l'universo. Dal canto suo la corteccia prefrontale ( che tra l'altro governa l'attenzione e la programmazione ) aumenta la sua attività in quanto la meditazione richiede una intensa focalizzazione dell'attenzione su un pensiero o un oggetto . Richard J. Davidson della University of Wisconsin–Madison insieme ai suoi colleghi ha ustao la fMRI in esperimenti su buddisti di tutto il mondo,e in un testo del 2002 riportano risultati simili. Newberg e d’Aquili hanno ottenuto ancora risultati simili nel 2003 con la monache francescane . Questi ricercatori hanno fatto esperimenti anche con islamici ed ebrei ma soprattutto con 5 donne cristiane dotate di glossolalia ( parlare spontanemente in lingue sconosciute durante la preghiera cristiana di invocazione dello Spirito Santo ) . Nel 2006 hanno annunciato che l'attività della intera sezione frontale del cervello ( normalmente usata per l'autocontrollo) diminuiva in questi soggetti e questo spiegherebbe l'emissione di suoni incontrollati . Beauregard dal canto suo , nei suoi esperimenti con le 15 monache carmelitane , ha provato a registrare la (fMRI) della sezione dell'intero cervello , ogni 3 secondi, dei differenti stati di concentrazione mistica e di relazione sociale in ciascuna monaca , richiedendoli dall'esterno alternativamente alla monaca stessa . Suor Diane, la priora del convento delle carmelitane di In ogni caso i ricercatori canadesi del Quebec hanno registrato : - un aumento di attività nel nucleo caudato , addetto all'apprendimento, alla memoria ed all'innamoramento , che spiegherebbe il sentimento di amore incondizionato provato dalle monache per Dio. - un aumento di attività nella isola, un tessuto cerebrale collocato negli strati più esterni addetto a monitorare le sensazioni corporre ed a governare le emozioni sociali, che si spiegherebbe con le sensazioni piacevoli provate nel sentirsi unite a Dio. - una aumento di attività nel lobo parietale inferiore , dedicato alla coscienza spaziale , dovuta probabilmente al sentimento di sentirsi assorbite in Dio . Nel Settembre 2006, nel numero del 25 di Neuroscience Letters questi ricercatori parlano anche di Il numero di aree coinvolte nella esperienza delle monache indica la complessità del fenomeno e Beauregard conclude che gli stati spirituali sono mediati da un network neurale che è ben distribuito in tutto il cervello. Iin ogni caso le scansioni del cervello, da sole non possono descrivere tutto il fenomeno. l neuropsicologo Seth Horowitz della Brown University critica il metodo di Beauregard dicendo che in quel modo non fa che mappare molte aree del cervello quasi che facendo ciò spieghi il fenomeno. La fMRI è costituita da immagini prese in sequenza con un intervallo dell'ordine dei secondi mentre i mutamenti nelle aree cerebrali avvengono con tempi dell'ordine di millisecondi. Beauregard infatti è poi passato ad utilizzare una tecnologia più veloce , la elettroencelografia quantitativa (EEG). Le monache hanno ricevuto una cuffia rossa sulla quale sono stati innestati elettrodi che rilevano l'attività di milioni di neuroni in tempo reale. In questo modo i ricercatori hanno potuto rilevare che durante le esperienze spirituali le onde prevalenti sono onde alfa ,lunghe e lente come quelle del sonno . In un lavoro non ancora pubblicato i ricercatori affermano di aver rilevato onde di frequenza ancora più bassa ( delta e teta) nella corteccia prefrontale e parietale e nel lobo temporale in corrispondenza di fenomeni di meditazione buddista e trance. traduzione e riassunto a cura di redazione @corsodireligione.it COSA SUCCEDE NEL CERVELLO QUANDO SI PENSA A DIO. «Lo stolto ha detto in cuor suo: Dio non c’è» (Anselmo d’Aosta) . L’ultima scoperta di uno studio americano su alcuni volontari. Uno studio americano a cui ha partecipato anche Giovanna Zamboni, ricercatrice italiana all’università di Oxford . Se Dio esiste, il cervello dell’uomo è lo specchio ideale per rifletterlo. Nei credenti come nei non credenti, la questione dell’esistenza di un aldilà impegna aree della corteccia cerebrale molto evolute che sono - così come la facoltà di credere in una divinità - assenti nelle specie diverse dall’uomo. Con una serie di domande a sfondo religioso e una "macchina fotografica" del cervello come la risonanza magnetica funzionale, un gruppo di ricercatori del National Institutes of Health (Nih) americani è andato a pizzicare le aree del senso divino. Le immagini delle varie porzioni di cervello attivate da domande come "la vita ha fini superiori ?" o "che effetti ha l'ira divina?" appaiono sul numero di oggi della rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas). "L’argomento è delicato. Il nostro obiettivo non era trovare Dio nel cervello, ma capire cosa accade nel cervello quando si pensa a Dio" spiega Giovanna Zamboni, la ricercatrice italiana oggi all’università di Oxford che ha partecipato alla ricerca quando era ai Nih. "Abbiamo scoperto che chi non crede reagisce alle domande sulla fede in maniera simile a chi crede. Indipendentemente dalla risposte che ognuno si dà, gli strumenti intellettivi usati per affrontare il tema del divino sono comuni a tutte le persone". Chiedendo a una sessantina di volontari se Dio è coinvolto o meno nelle vicende del mondo, attraverso domande come "la sua volontà guida i tuoi atti?" o "ti aspetti una punizione da lui?", nel cervello si attivano aree della corteccia frontale legate al pensiero astratto e alle decisioni su quale sia il comportamento migliore da adottare. Riflettendo sulle emozioni attribuite a Dio (rabbia, amore, senso di protezione), l’organo del pensiero reagisce esattamente come se si trovasse di fronte a un’altra persona e cercasse di decifrare il suo stato mentale attraverso le espressioni del viso o i comportamenti. Dottrine complesse come la trinità o la creazione del mondo hanno bisogno della funzione del pensiero astratto, molto specializzata nella nostra specie. Ricordare invece preghiere o cerimonie particolari attiva l’area visiva del cervello. Giorgio Vallortigara, che insegna neuroscienze all’università di Trento e ha scritto con Telmo Pievani e Vittorio Girotto "Nati per credere", commenta che "probabilmente nel cervello non esiste un modulo specifico per l’idea di Dio, ma la fede nel soprannaturale si appoggia a strutture cerebrali". La psicologia della religione "è nata per spiegare come mai le diverse espressioni di fede mostrano nuclei comuni, come se esistesse un nocciolo di credenza universale con una base biologica nel cervello" |
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