| Sei a pag.
4 di home >religiosità Neuroteologia |
Dio è spirito, anzi cervello."I neuroni guidano la fede". Uno studio dell'Università della Pennsylvania introduce la neuroteologia.
NEW YORK - Inizia ogni seduta di meditazione, accendendo candele e bruciando incenso al gelsomino prima di mettersi nella posizione del loto. Si concentra sulla sua interiorità, affinché l'essenza che egli considera essere il suo vero io si liberi dai desideri, dalle preoccupazioni e dalle sensazioni corporee. Questa volta però c'è qualcosa di diverso. Il giovane monaco tibetano ha a fianco a sé una cordicella e nel braccio sinistro l' ago di un'endovenosa. Quando si avvicina all'apice dello stato di meditazione tira la cordicella. All' altro capo, nella stanza accanto, Andrew Newberg , dell'Università di Pennsylvania, sente lo strattone e inietta un mezzo di contrasto. Poi collega il paziente ad una macchina chiamata Spect che consente di visualizzare immagini del cervello ed ecco che la sensazione che l' uomo prova di essere un tutt'uno con l'universo si riduce ad una serie di dati sul monitor. La regione dell'encefalo posteriore che compone i dati sensori per darci la sensazione di dove l'io finisce e inizia invece il resto del mondo, sembra essere stata vittima di un black out. Privata degli input sensori perché l'uomo è concentrato sulla sua interiorità, questa "zona di orientamento" non può svolgere il suo compito di marcare il confine tra l' io e il mondo. "Il cervello non aveva scelta", spiega Newberg. "Percepiva l'io come infinito, un tutt' uno con il creato. Era una sensazione del tutto reale". I primi a studiare l'esperienza religiosa sono stati i neurologi, che hanno scoperto un collegamento tra l'epilessia del lobo temporale e l'improvviso manifestarsi di un interesse religioso nel paziente. Oggi i ricercatori studiano esperienze più comuni. Newberg insieme a Eugene d'Aquili, ha chiamato questo campo neuroteologia. In un libro che uscirà in aprile conclude che le esperienze spirituali sono l'inevitabile conseguenza della configurazione cerebrale. "Il cervello umano è stato geneticamente configurato per incoraggiare la fede religiosa". Anche la semplice preghiera ha un effetto particolare a livello cerebrale.
La neuroteologia spiega come il comportamento rituale susciti stati cerebrali da cui deriva una vasta gamma di sensazioni, dal sentirsi parte di una comunità, all'avvertire un'unione spirituale profonda. Le nenie infondono un senso di quiete che i credenti interpretano come serenità spirituale. Al contrario, le danze dei mistici Sufi provocano una ipereccitazione che può dare ai partecipanti la sensazione di incamerare l'energia dell'universo. Questi rituali riescono ad attingere proprio a quei meccanismi cerebrali che fanno sì che i fedeli interpretino le sensazioni come prove dell'esistenza di Dio. I rituali quindi tendono a focalizzare l'attenzione sulla mente, bloccando le percezioni sensoriali, incluse quelle che la zona deputata all'orientamento utilizza per stabilire i confini dell'io. Ecco perché persino i non credenti si commuovono durante i riti religiosi. "Finché il nostro cervello avrà questa struttura", dice Newberg, "Dio non andrà via". Nel cervello c'è Dio. È una domenica mattina di marzo di 19 anni fa, a Londra. James Austin, neurologo, è in Inghilterra per il suo anno sabbatico. Si trova a una stazione della metropolitana e sta aspettando il treno. Non vi è nulla di diverso dal solito. All'improvviso, viene invaso da una sensazione che gli pare di illuminazione, qualcosa mai provato prima. Il senso di esistenza individuale, di separazione dal mondo fisico circostante, svanisce. "Il tempo non esisteva più", ricorda oggi: "Provavo una sensazione di eternità. Desideri, avversioni, paura della morte, si erano dissolti. Avevo avuto in dono la comprensione della natura ultima delle cose". Chiamatela esperienza mistica, momento spirituale, persino illuminazione religiosa se volete. Ma ad Austin non è bastato. Invece di interpretare il suo istante di grazia come la prova di una realtà che va al di là della comprensione dei nostri sensi, e men che mai come prova di un'esistenza divina, lo ha considerato "la prova dell'esistenza del cervello". Da neurologo, condivide la tesi per cui tutto ciò che vediamo, udiamo, sentiamo e pensiamo è mediato o creato dal cervello. E quell'esperienza fu l'inizio di un'avventura scientifica: esplorare le basi neurologiche dell'esperienza spirituale mistica. Da quell'avventura nacque un libro di 844 pagine, "Lo Zen e il cervello", pubblicato, si badi, non da qualche stravagante editore amante della New Age ma dalla Mit Press nel 1998. E con questo nacque una nuova scienza: la neuroteologia, lo studio della componente neurobiologica della religione e della spiritualità. Che negli ultimi anni ha coagulato un bel po' di interesse, risultato in articoli scientifici e libri. Come "Why God Won't Go Away", pubblicato ad aprile da Andrew Newberg della University of Pennsylvania insieme allo scomparso Eugene d'Aquili. Utilizzando le immagini cerebrali raccolte "fotografando" il cervello di monaci buddisti immersi nella meditazione e di suore cattoliche intente alla preghiera, i due neurologi raccontano quello che sembra essere il circuito della spiritualità nel cervello e spiegano perché i rituali religiosi hanno il potere di scuotere credenti e non. L'obiettivo è la scoperta delle basi neurologiche delle esperienze spirituali e mistiche; ovvero, ciò che avviene nel nostro cervello quando "sentiamo di aver incontrato una realtà diversa da quella quotidiana, e in qualche misura superiore ad essa", come dice lo psicologo David Wulff del Wheaton College nel Massachusetts. I neuroteologi cercano di individuare quali regioni si attivano, e quali si disattivano, durante esperienze che sembrano esistere fuori dal tempo e dallo spazio. Sebbene il tema sia del tutto nuovo e le risposte solo provvisorie, una cosa è chiara. Le esperienze spirituali si configurano come tali in ogni cultura e fede", dice Wulff, "tanto da far pensare a un nucleo comune che è un riflesso di strutture e processi all'interno del cervello umano". "Sentivo l'energia concentrarsi in me. uscire verso lo spazio infinito, per poi tornare. Sentivo un profondo allentarsi dei confini intorno a me, e un collegamento con una qualche forma di energia e di essenza piena di chiarezza, trasparenza e gioia", così Michael J. Baime, collega di Newberg, scrive ciò che prova quando pratica la meditazione buddista tibetana. Uno degli esperimenti più comuni raccontati nel libro di Newberg, lo vedeva seduto in meditazione tra incensi e candele con al suo fianco, una cordicella. Concentrandosi su un'immagine mentale, Baime acquietava la sua mente fino a far emergere quello che lui stesso definisce il suo vero io interiore. Una volta raggiunto il picco d'intensità spirituale, dava uno strappo alla cordicella. Newberg che teneva in mano l'altra estremità della fune, sentiva tirare e iniettava un tracciante radioattivo in una cannula inserita nel braccio sinistro di Baime. E così lo sottoponeva a Spect, ossia tomografia computerizzata a emissione di fotoni singoli, una tecnica che rileva il flusso sanguigno nel cervello, flusso che è correlato all'attività neuronica. Le immagini Spect consentono di scattare un'istantanea di un'esperienza trascendentale. A Baime si era illuminata la corteccia prefrontale, sede dell'attenzione. Ma quello che era emerso era un acquietamento dell'attività neuronale nel lobo parietale superiore. Questa regione determina il punto in cui termina il corpo e comincia il resto del mondo. "Se blocchiamo gli input sensori verso questa regione, come accade durante l'intensa concentrazione tipica della meditazione, si impedisce al cervello di operare la distinzione fra io e non-io", dice Newberg. Non arrivando più informazioni dai sensi, l'area di orientamento di sinistra non può rilevare il confine tra l'io e il mondo. Di conseguenza, il cervello sembra non avere altra scelta se non quella di "percepire l'io come eternamente intrecciato con il tutto", scrivono Newberg e d'Aquili. La stessa operazione fatta sul collega, i due neurologi l'hanno fatta su altri meditatori buddisti e su una coorte di suore. Lo stesso risultato. Quando Suor Celeste pregando arriva a "sentire Dio", la Spect rileva cambiamenti uguali a quelli intervenuti nei meditatori buddisti: l'area di orientamento si scuriva. "Il fatto che le esperienze spirituali possano essere associate a un'attività neurale non significa che siano mere illusioni neurologiche", precisa Newberg: "Sarebbe come attribuire a un'illusione il piacere che proviamo mangiando una torta. Non vi è modo per stabilire se i cambiamenti neurologici associati a un'esperienza spirituale significano che il cervello sta causando quell'esperienza o, al contrario, sta percependo una realtà spirituale". In realtà, alcune delle stesse regioni cerebrali coinvolte nell'esperienza della torta creano anche esperienze religiose. Quando l'immagine di una croce o di una torah rivestita d'argento provoca una sensazione di religioso rispetto, la causa va ricercata nell'area del cervello preposta alle associazioni visive, che interpreta quello che l'occhio vede e collega le immagini a emozioni e ricordi. Le visioni che nascono durante un rito o una preghiera vengono generate anche nell'area associativa: la stimolazione elettrica dei lobi temporali produce visioni. L'epilessia dei lobi temporali - scariche abnormi di attività elettrica in queste regioni - porta agli estremi questo fenomeno. Anche se alcuni studi hanno sollevato dubbi sulla connessione fra epilessia dei lobi temporali e religiosità, altri hanno concluso che questa condizione sembra indurre visioni e voci religiose particolarmente vivide. "Non tutti coloro che meditano provano esperienze religiose forti", dice Robert K.C. Forman, studioso di religione dell'Hunter College di New York: "Pensiamo che alcuni individui possano essere predisposti geneticamente o caratterialmente ad avere esperienze mistiche". Le persone più aperte a queste esperienze tendono anche ad essere aperte a nuove esperienze di natura più generale. Sono di solito creative e innovative, con molti interessi e una certa tolleranza per l'ambiguità. Sono inclini alla fantasia, nota David Wulff, "suggerendo una qualche capacità di sospendere il processo di discernimento che permette di distinguere tra fatti reali e immaginari". Dato che "tutti noi abbiamo i circuiti cerebrali che mediano le esperienze spirituali, è probabile che molte persone abbiano la capacità di avere queste esperienze", dice Wulff: "Ma è possibile precludere questa capacità. Se uno è razionale e non incline alla fantasia, probabilmente rifiuterà l'esperienza". Nonostante gli iniziali successi conseguiti dagli scienziati nella ricerca delle basi biologiche dell'esperienza religiosa, spirituale e mistica, c'è un mistero che resterà sicuramente tale. Essi potranno scoprire un senso di trascendenza nella nostra materia grigia e magari anche un sentimento divino, ma è probabile che non riusciranno mai a risolvere il più grande di tutti gli interrogativi, vale a dire se è il nostro cervello a creare Dio o se è stato Dio a creare il nostro cervello. Quale che sia la vostra risposta, è questione di fede. La neuroteologia.
C'è, sulla volta della Cappella Sistina, come tutti sappiamo, il noto affresco di Michelangelo (La creazione di Adamo) che raffigura Dio nell'atto in cui passa la parola ( il logos ) all'uomo, dotandolo così di spiritualità, intelligenza, capacità di conoscenza e autocoscienza. Fa da sfondo come un drappeggio, in realtà. a ben guardare, sembra proprio la silhoutte di un cervello (per di più contenente il Padreterno con la sua coorte di angeli), quasi un messaggio dell'autore (che frequentò la scuola iniziatica neoplatonica nella corte fiorentina de' Medici) per indicare, se non proprio che Dio è un cervello, o che nel cervello c'è Dio, almeno che una grande ragione cosmica presiede ed essenzia ogni fenomeno che accade nel mondo. Questo notai tanti anni fa, quando per la prima volta osservai per intero e direttamente il capolavoro del grande artista. In linea, ma casualmente, con questo simbolo, in America, nell'Università di Pennsylvania, sono stati eseguiti di recente alcuni suggestivi esperimenti, i cui risultati sono stati resi noti qualche mese fa. Ne hanno parlato molti giornali. Il settimanale Newsweek ha dedicato la copertina del suo numero di fine aprile al tema Religion and the brain. Ne ha riferito anche la stampa italiana (La Repubblica, L'Espresso, Il Messaggero, L'Avvenire, ecc.), così sintetizzando: "Dio è spirito, anzi cervello. I neuroni guidano la fede"; "Nel cervello c'è Dio"; "Studiosi inglesi e USA sostengono di aver individuato le zone dei "circuiti spirituali" "; "Neuroteologia: il cervello è costruito per la fede?". Vediamo di cosa si tratta. Le prime origini di questa ricerca risalgono all'incirca al 1982, quando il neurologo James Austin, mentre sostava in una stazione della metropolitana di Londra, ebbe un'improvviso stato di trance, un'improvvisa illuminazione, una sensazione di eternità e di elevazione spirituale; contemporaneamente la dimensione spazio-temporale svaniva. A tal proposito egli ebbe a dichiarare: "Avevo avuto in dono la comprensione della natura ultima delle cose". Dopo questa esperienza Austin non divenne un mistico, nè si chiuse in convento, come qualcuno sarebbe portato a pensare, ma intraprese un'intensa ricerca scientifica per conoscere meglio il cervello ed esplorare le componenti neurologiche della dimensione spirituale dell'uomo. I risultati di quell'indagine li raccolse poi in un poderoso libro, Lo Zen e il cervello, pubblicato nel 1998 nientemeno che dalla prestigiosa Mit press (Massachussetts Institute of Technology). Questi studi hanno posto le basi della "neurobiologia della spiritualità e della religione", stimolando peraltro la Columbia University di New York all'apertura di un "Centro per lo studio della scienza e della religione". E' nata così la neuroteologia, una nuova scienza che indaga sulle basi neurobiologiche della spiritualità e della religiosità. Successivamente, lungo questo filone, sono stati pubblicati articoli e libri scientifici a cura di ricercatori dell'Università della Pennsylvania e del Wheaton College in Massachussetts. Ne segnalo alcuni: I soggetti esaminati - così riferiscono - entrano in una dimensione nuova, dove l'io non si percepisce più nei limiti dello spazio e del tempo, ma nell'eternità. Entrano in uno stato di coscienza dove si sentono tutt'uno con il cosmo, incontrano una realtà altra rispetto a quella quotidiana.Nel corso di questi fenomeni, che si determinano in persone indistinte per cultura e fede, i neuroteologi hanno cercato di andare a fondo, di scoprire che cosa avviene, quali aree cerebrali si accendono e quali si spengono. Così si esprime il neurologo Michael J. Baime, amico di Newberg, dopo aver praticato la meditazione secondo la ritualità buddista tibetana: "Sentivo l'energia concentrarsi in me [...], uscire verso lo spazio infinito, per poi tornare [...]. Sentivo un profondo allentarsi nei confini intorno a me e un collegamento con una qualche forma di energia ed essenza piena di chiarezza, trasparenza e gioia". Gli esperimenti scientifici sono stati condotti sullo stesso Baime e su monaci tibetani e suore francescane. L'ambiente viene preliminarmente preparato con supporti sensoriali, accendendo candele e bruciando incensi. Poi si assume la posizione del loto (o quella usuale nella ritualità di riferimento del credente che si sottopone alla prova) e ci si concentra sulla propria interiorità per farla emergere, cercando di equilibrare l'unità psicofisica, rilassandosi, raggiungendo la calma e - usando la terminologia massonica - liberandosi dalle "preoccupazioni profane" e dai "metalli", si da stimolare nel centro della propria essenza (del proprio io) le "energie sottili". Nel raccoglimento, raggiunto il picco spirituale (se ad esso si perviene), il monaco (o la suora) dà uno strattone ad una piccola fune che ha a fianco, inviando il segnale allo scienziato che, dalla stanza accanto, sovrintende all'esperimento. Questi, che ha nella sua mano l'altro capo della cordicella, sente il segnale e immediatamente inietta, nel tubicino inserito tramite ago di endovenosa nel braccio sinistro della "cavia", un tracciante di contrasto, sottoponendola a Spect (tomografia computerizzata a emissione di fotoni singoli). Rileva così il flusso sanguigno correlato all'attività neuronica cerebrale. Il cervello in tal modo è reso visibile su di un monitor, per mezzo del quale si possono osservare e fotografare tutte le variazioni in aumento di flusso ematico nel territorio cerebrale al momento in attività e, nel caso in esame, la fenomenologia dell'encefalo durante gli stati evolutivi spirituali. Ciò che si evidenzia è l'attivazione della corteccia prefrontale, sede dell'attenzione, e un assopimento dei neuroni nel lobo parietale superiore, dove convergono i dati sensori che ci danno la cognizione del confine e della distinzione tra l'io e il resto del mondo, tra il proprio corpo e la realtà che è oltre. L'intensa concentrazione meditativa inibisce la trasmissione dei suddetti sensori nel lobo parietale superiore, per cui l'area di orientamento di sinistra in ordine all'appercezione spazio-temporale si scurisce, come se si spegnesse. Contemporaneamente, secondo quanto scrivono Newberg e d'Aquili, si ha l'attivazione di aree cerebrali che fanno "percepire l'io come eternamente intrecciato con il tutto", con la conseguente captazione dell'universale. Newberg, a questo punto, tiene a precisare che non si tratta di "mere illusioni neurologiche", ma di una nuova esperienza conoscitiva. Contributi a questa ricerca vengono forniti da precedenti studi di neurologi che hanno individuato un nesso tra l'epilessia dei lobi temporali e il contemporaneo destarsi dell'interesse religioso nei portatori. Alcuni hanno escluso tale collegamento, mentre altri hanno confermato che questa patologia (come anche la condizione indotta attraverso stimolazioni dei lobi per mezzo di scariche elettriche) a volte induce a visioni e voci religiose. Non a caso, sin dall'antichità, e ancor oggi, essa è chiamata anche "morbo sacro". Pure le preghiere, le nenie, i comportamenti rituali, e simili, provocano effetti particolari a livello cerebrale. Si evidenziano come tecniche capaci di avviare tali processi encefalici. Determinano uno stato coscienziale altro. Danno un senso di unione con Dio e d'integrazione fraterna con la comunità di cui si fa parte. Sono meccanismi dai quali neppure gli atei potrebbero sottrarsi, in quanto sono configurazioni naturali geneticamente predisposte alla trascendenza. "Finchè il nostro cervello avrà questa struttura - schematizzano gli scienziati della Pennsylvania - Dio non può andar via". Monsignor Elio Sgreccia, interrogato sugli studi di Newberg, li ha considerati compatibili con la fede religiosa. A suo parere "questo esperimento s'inquadra nel grande tema che sta alla base del rapporto tra mente, che è un'attività immateriale, e cervello, che è una parte del nostro corpo [...]. Certamente: anche i pensieri di carattere religioso, anche i momenti di preghiera passano attraverso la mente e lasciano lì, nel cervello, la loro impronta". In conclusione, egli dice: "Nell'esperimento di questo ricercatore non vedo contrasti con quello che noi crediamo. Anche in questo caso tra la scienza e la fede non c'è contraddizione". E il Nobel Rita Levi Montalcini così si è espresso: "Mi preme mettere subito in chiaro un punto: sono laica e non credente [...]. Tuttavia, posso dire che, sì, è ipotizzabile che una parte del cervello possa reagire in un certo modo agli stimoli della preghiera. Non sono contraria all'idea in sè: perchè no?". I rituali, quindi, producono effetti nella mente e nel cervello. Stimolano una nuova capacità di percepire, una nuova conoscenza, secondo categorie diverse da quelle comunemente e quotidianamente usate nell'esperienza spazio-temporale. Gli esperimenti di Newberg starebbero dimostrando che il nostro cervello ha una struttura preordinata a pensare Dio e a penetrare il mondo dello spirito, per consentire all'uomo un contatto con Lui, sperimentandone la presenza (come già invitava il Salmo 34,9: "Gustate e vedete quanto è buono il Signore"). C'inducono a ipotizzare che c'è una parte del cervello che possiede una precipua facoltà deputata a trascendere il tempo e lo spazio e a immettere l'io nella dimensione dell'infinito, dove il soggetto avvertesensazioni che interpreta come prove dell'esistenza di Dio; che ci sono una o più aree cerebrali capaci di comprendere Dio, costituendo la liaison che permette di sintonizzarsi con il Grande Architetto dell'universo [ l'autore è massone e utilizza il linguaggio tipico della massoneria n.d.r.], di mettersi in contatto con Lui. Il cervello - nella sua parte a questo scopo specializzata o predisposta - è lo strumento che permette l'appercezione di ciò che è intorno a noi (visibile o invisibile che sia). Acquisiamo così la consapevolezza che anche per la conoscenza teologica è stato predisposto nell'uomo un organo che consente d'addentrarsi con fiducia nella ricerca e comprensione di Dio, del suo mistero. Quando ciò avverrà, l'attuale ridotta capacità creativa dell'uomo crescerà significativamente, a immagine e somiglianza del suo Creatore. Così ha detto Newberg: "Il cervello umano è stato geneticamente configurato per incoraggiare la fede religiosa". Riferimenti a questa innata (pur se latente) capacità conoscitiva dello spirito dell'uomo - come già ho avuto modo di scrivere altrove - la troviamo nel Vangelo ( Giovanni, 5, 20 ), laddove è detto: "Sappiamo pure che il Figlio di Dio [che è il Logos - n.d.r.] è venuto e ci ha dato l'intelligenza per conoscere il vero Dio e la vita eterna". E in Colossesi, 2, 2-4: "Strettamente congiunti nell'amore, [acquistiamo] in tutta la sua ricchezza la piena intelligenza, e [giungiamo] a penetrare nella perfetta conoscenza del mistero di Dio, cioè Cristo, nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza " (per un quadro più ampio si veda G. Schiavone,L'essenza della religione, in "Convegno studi su "Religiosità e religione"", RSAA, Taranto, 27 febbraio 2000, pp. 9-14). Anche nel tempio liberomuratorio, come osservai alcuni anni fa (si veda G. Schiavone, Spiritualità e "preghiera" nel Tempio massonico, in "Massoneria Oggi", 6, 1995, pp. 59-60), "i caratteri intrinseci ed estrinseci della "preghiera" massonica permettono al Libero Muratore di avvicinarsi a Dio, Principio e Architetto di tutte le cose, coinvolgendo l'interiorità del soggetto e la comprensione dell'immensità dell'universo". Così continuavo: "Il soggetto, trovando Dio nella propria interiorità, trova la fonte di se stesso, la pura potenzialità di sé (cioè laspiritualità, che è libertà-intelligenza-creatività: il nucleo dell'humanitas ), da cui parte l'autentica autocostruzione dell'iniziato, per divenire un uomo integrale, onnilaterale. In questo processo l'espansione della dimensione coscienziale coincide con l'espansione dello spirito, perciò con la crescita dell'humanitas che è in ognuno. Pertanto, risulta evidente come la preghiera massonica si esprima in una metodologia [in una tecnica], ossia in un affinamento (ciò ch'è detto il "lavoro muratorio di levigazione della pietra grezza"), in un'educazione ad una religiosità elevata. Perciò pregare, per il Massone, è pure acquisire la conoscenza del "tempo sottile" o della "dimensione sottile", cioè della dimensione spirituale (da cui l'impegno a lavorare per passare, appunto, dal "grosso" [la volgarità] al "sottile" [l'elevazione spirituale]) e dei simboli che rivelano alla coscienza ciò che è segreto e nascosto agli occhi dei profani, ma che per l'iniziato costituiscono i riferimenti preziosi per il suo cammino di ricerca . La fede? Abita nel nostro cervello .
Credere è una questione di fede. O meglio di nervi, secondo la scienza psico-neurologica americana partita alla ricerca di un controverso quanto clamoroso Sacro Graal: la natura fisiologica, biologica, addirittura genetica della spiritualità e della religione. Lo racconta con dovizia di particolari scientifici e un imponente apparato letterario il settimanale Newsweek che dedica la copertina del suo ultimo numero al tema "Religion and The Brain". Questa la premessa: gli Anni 90, l'imminenza simbolica del nuovo millennio, la traumatica fine epocale delle ideologie, hanno risvegliato negli Stati Uniti e nel mondo la voglia di spirito, di fede e di misticismo, dando luogo a nuove chiese, nuove denominazioni, nuovi credi e nuove sette. Mettendo a frutto le formidabili risorse tecnologiche di cui la medicina ora dispone nello studio del cervello e delle sue attività, la neurologia è andata a vedere cosa succede a livello cerebrale quando è in corso un'esperienza religiosa, spirituale o mistica. E ha scoperto che... "L'epifania religiosa, la sensazione di improvvisa, avvolgente comunione con una realtà al di fuori dei nostri sensi non è la prova necessaria dell'esistenza di Dio ma sicuramente dell'esistenza del nostro cervello", sostiene il neurologo inglese James Austin, grande esperto di Zen e pioniere di una nuova disciplina scientifica opportunamente battezzata "neuroteologia". Nel 1998 un suo libro, Zen and the Brain pubblicato dal prestigioso Massachusetts Institute of Technology, ha posto le basi della "neurobiologia della religione e della spiritualità". Un campo di ricerca di comprensibile fascino che ha portato all'inaugurazione alla Columbia University di New York di un nuovo Centro per lo Studio della Scienza e della Religione ed alla pubblicazione imminente di una serie di ricerche sul tema compiute all'Università della Pennsylvania ed al Wheaton College in Massachusetts. Due le conclusioni preliminari degli studiosi, basate su una comune constatazione. Le esperienze spirituali ricorrono con tale frequenza in ogni tipo di cultura e di fede che "alla loro origine ci sono evidentemente strutture e processi del cervello umano". In particolare l'uso dello Spect, un'apparecchiatura molto sofisticata per la tomografia computerizzata delle emissioni di fotoni, ha consentito di individuare le zone della corteccia cerebrale che ospitano i "circuiti spirituali". La prima è stata individuata nella corteccia prefrontale che governa i processi dell'attenzione e dell'orientamento spaziale. La "radio-tomografia" del cervello in fase "mistica" ha messo in evidenza l'oscuramento di questa regione, "come se un interruttore fosse stato spento confondendo di conseguenza il limite tra reale ed irreale, tra percezione ed illusione", ha spiegato il professor Andrew Newberg dell'Università della Pennsylvania. Il fenomeno delle visioni mistiche, delle "voci", del contatto spirituale con l'aldilà potrebbe essere invece attribuito a mini tempeste elettriche scatenate da fattori vari - ansietà, epilessia, affaticamento, mancanza di zuccheri nel sangue - nei lobi temporali. In alcune persone però - da cui l'ipotesi di una natura genetica del misticismo - tale attività sarebbe riconducibile ad una particolare sensibilità "elettrica" delle sinapsi cerebrali, tanto da rendere più frequenti e vivide le esperienze spirituali. |
| Sei a pag.
4 di home >religiosità Neuroteologia |