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| Lo Scintoismo
La parola shin-to è la pronuncia giapponese del cinese Shen-Tao.
Il termine shin-to appare per la prima volta nel testo di
storia Nihon Shoki (720) e si riferisce alla osservanza
religiosa, al culto delle divinità e ai templi,
in contrapposizione al termine Butsu-do=la Via del Buddha diffusa in Cina.
Come dire: la Via Giapponese (alla Felicità) è quella dei Kami, giapponesi naturalmente, non quella del Buddha.L'espressione era : kami-no-mici , la via dei kami. Lo Scintoismo è la religione nazionale del Giappone: è una religione
etnica.
Lo Shinto si presenta in due forme: Questi due aspetti fondamentali dello Shinto ,intimamente legati, riflettono
la caratteristica peculiare del carattere giapponese. Comune a tutte le religioni del Giappone è Gli aderenti nel 1986 erano stimati in 113.000.000. Testi sacri
La fonte principale della religione giapponese è costituita da credenze e pratiche popolari indigene tramandate oralmente e da raccolte scritte di storie popolari redatte da cronisti di professione chiamati Kataribe. Nel VII secolo davanti all'avanzata del buddhismo la classe dominante del giappone promosse una raccolta scritta dei miti e delle tradizioni del popolo . La tradizione venne riordinata in una apparente organicita' e venne collegata con una teogonia fantasiosa e con una genealogia imperiale di origine divina. Cio' che conosciamo della tradizione scintoista si trova dunque nella
letteratura e nei documenti scritti per volontà imperiale. Le scritture principali volute dall'impero e considerate rivelate
sono: Oggi
Privo di fondatore, lo shinto è tuttavia ricco di riformatori anche se il termine appare nel contesto piuttosto improprio, ancora una volta per l'indeterminatezza del messaggio originario.Tuttavia, non si può certo dire che gli sviluppi storici non siano stati ricchi di nomi che abbiano tratto dallo shintò ispirazione o che abbiano cercato di imporre a questo forme e contenuti nuovi. Paradossalmente si devono citare in questo contesto anche dei fedeli di altre religioni, del buddhismo in particolare, proprio a causa della vocazione sincretistica così tipica della religiosità giapponese e merita, infatti almeno una citazione il Ryóbu shintó, che vedeva nei sovrani e nelle divinità shintoiste delle incarnazioni provvisorie di buddha e di bodhisattva. Verso la fine del nono secolo, il monaco buddhista Eryd scriveva.«il grande Buddha istruisce gli uomini, rivelando loro la verità, a volte in modo parziale a volte in modo intero. Il grande boddhisattva si incarna in una divinità o in un sovrano».
Cinquecento anni più tardi, Kitabatake Chikafusa (1293-1354), in un'opera classica del pensiero politico giapponese, fissava, utilizzando la tradizione mitica shintoista, i principi di legittimità della discendenza imperiale. Gli aspetti più originali del pensiero isolano sono identificabili nell'ispirazione buddhista per più di un millennio, fino - agli inizi del 17° secolo. A questo punto si è verificata una svolta drastica e il bùddhismo ha perso il suo primato intellettuale e si è ridotto in qualche misura nei limiti di una religiosità popolare di più modesto rilievo. Ancora una volta non è stato lo shinto a prendere il sopravvento. E' toccato invece ad una nuova forma di confucianesimo, noto in occidente come neoconfucianesimo, di caratterizzare la produzione intellettuale del secolo. E tuttavia la nuova ventata di sinofilia non è rimasta senza reazione. Per una prima, breve fase, è sembrato che i giapponesi tutti convenissero nel considerare degni di considerazioni solo le idee, i valori, gli stili persino, dì provenienza cinese. Ma la molla della reazione ha trovato proprio nello Shinto il suo argomento di fondo. Anche i grandi confuciani, che avevano introdotto le idee nuove, amavano far riferimento agli dèi aviti. Come una volta si cercava il sincretismo nei confronti delle grandi figure della tradizione buddhista, ora si cercava di rintracciare il parallelismo tra le grandi opere dei saggi sovrani della protostoria e quelle delle divinità del pantheon locale. ajisaisai
- Più tardi, l'interesse per la fede antica divenne, per così dire, più autonomo e il carattere composito dello shinto fu di grande aiuto nella formulazione di concetti e di dottrine nuove. Oggi, infatti, anche sotto l'influsso della recente politicizzazione, tendiamo a vedere quello shintoista come un mondo ordinato e gerarchico (con Amaterasu al sommo vertice). Ma il gran numero delle divinità locali (che vale al Giappone il titolo magniloquente di "paese degli ottomila dèi e 100,000 santuari") consentiva ai diversi pensatori di porre l'attenzione su questo o su quest'altro kami e di farne il centro di una costruzione filosofica marcatamene originale rispetto ad altre. E, tuttavia, - nel 18° secolo, finalmente la tradizione antica e autoctona sembrò avere la sua definitiva rivincita. Infatti, la ricerca di parallelismi mitici tra il Giappone e la Cina e poi l'interesse per lo studio degli antichi capolavori dei letterati del paese si svilupparono in una rivendicazione sempre più precisa del primato isolano. In qualche misura possiamo ben considerare i grandi maestri della Kokugaku come dei riformatori shintoisti. La Kokugaku, o scuola nazionale, ha il suo nome maggiore in Motoori Norinaga, un grande studioso che muore nel 1801 ossia, possiamo dire, alla vigilia dell'apertura all'occidente. A lui la religione avita deve soprattutto un monumentale lavoro filologico sul più antico e il più sacro tra i libri sacri, ossia il Kojiki, che una serie di ragioni storiche e linguistiche aveva reso praticamente incomprensibile. Motoori Norinaga disegna implicitamente una filosofia della vita. Dico implicitamente perché egli contestava ogni desiderio umano di teorizzazione razionale e auspicava un'arrendevolezza assoluta alla volontà degli dèi. In uno scritto, che costituisce anche l'introduzione al suo monumentale "commento al kojiki", e che si chiama Naobi no Initama, egli delinea la sua visione del mondo accentrata attorno a due figure di divinità shintoiste, musubi e naobi: la prima rappresenta il carattere generatore e nutritore della natura, la seconda garantisce una possibilità d'intervento da parte dell'uomo, intervento che tuttavia non può non essere inserito umilmente negli equilibri cosmici. Per molti versi, Motoori Norinaga appare arcaico e chiuso nel suo irrazionalismo misticheggiante; ma la tematica a cui si è appena alluso ha singolari movenze ecologiche. Abbandonandoci per un momento a una lettura antistorica delle cose, colpisce oggi un modo di vedere che non può essere definito femminista, ma che esalta tuttavia, in esplicita polemica con la durezza degli ideali samuraici, una specifica dimensione di femminilità. (consulta LE GRANDI RELIGIONI www.emi.it)
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