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La Sibilla e Ovidio
Qui la Sibilla si trova in compagnia di Acate ed Enea davanti al tempio di Apollo. La profetessa ci appare vecchia; abbiamo, dunque, un chiaro riferimento al topos della Sibilla longeva, tipico sia in Virgilio che nelle Metamorfosi di Ovidio. La donna indossa una tunica con un mantello e ha un turbante che, forse, ne vuole evidenziare le origini orientali. Qui la sibilla viene rappresentate senza nessun libro nè papiro né sembra dall' espressione dei volto che stia dicendo qualcosa; precede i due uomini proprio come se li stesse guidando : nell'Ade. Nella mano sinistra un ramo fiorito che sì può identificare col ramo che la stessa Sibilla ha fatto cogliere ad Enea per offrirlo in dono a Proserpina; è simbolo di vita e allo stesso tempo una sorta dì protezione, un amuleto quasi, per entrare negli inferi. Nella mano destra la Sibilla ha un serpente, simbolo di fecondità e immortalità.Il serpente potrebbe essere riferito ad Hera, che per uccidere Latona, madre di Apollo e amante di Zeus si trasformò in serpente. L'oracolo dell' Averno probabilmente era associato ad Hera che veniva venerata in territorio cumano come divinità ctonia prima di Apollo. Sia Virgilio sia Ovidio ritraggono
il momento in cui Enea, sbarcato sulle coste di Cuma, si reca nell'antro
della Sibilla, tuttavia gli autori pongono l'accento su due funzioni diverse
attribuitele; mentre in Virgilio prevale la funzione oracolare su quella
di guida dell'Ade, è invece quest'ultima ad essere prevalente
in Ovidio. E' importante evidenziare che Enea chiede alla Sibilla non di profetizzare ma solo di guidarlo nei campi Elisi per incontrare il padre. La profetessa, però, per svolgere la sua funzione di guida deve comunque essere invasata dal Dio; si ripete dunque un topos già' presente nell'Eneide, l'invasamento, che qui non e' accompagnato dalla suggestiva trasfigurazione della Sibilla presente nell'opera di Virgilio. La Sibilla comanda ad Enea di prendere il ramo d'oro, perché' solo cosi' riuscirà' a giungere alla vìrtù'necessarìa per entrare neli'Elisio non facendo alcun riferimento ne' a Proserpina ne' tantomeno all'offerta che Enea avrebbe dovuto dare a quest'ultima. E' il "rito d'iniziazione" già' descritto in Virgilio. Per Ovidio prendere il ramo e' soltanto un topos che non ha alcuna finalità in quanto, secondo la tradizione, si poteva facilmente entrare nell'Ade, ma difficile era uscirne. Enea visiterà l'Ade e ne uscirà per il potere della Sibilla. Michelangelo: cappella sistina
Oltrepassate queste isole, lasciate le mura di Partenope sulla destra, verso ponente la tomba del melodioso Eolide e una contrada piena di paludi, Enea giunge alle spiagge di Cuma e all'antro dell'antica Sibilla. La prega di guidarlo nell'Averno sino all'ombra di suo padre. La Sibilla, rimasta a lungo con lo sguardo a terra, finalmente invasata dal dio, alza gli occhi e dice: «Grande cosa chiedi, o eroe grandissimo per le tue imprese, che in guerra hai brillato col braccio e in mezzo al fuoco per pietà filiale. Non temere dunque, o Troiano: avrai quello che chiedi e guidato da me vedrai la sede dell'Eliso, l'ultimo regno del mondo, e lì l'ombra cara di tuo padre. Nessuna via è preclusa alla virtù». Così dice e gli indica un ramo d'oro che brilla nel bosco di Persefone, la Giunone infernale, e gli ordina di staccarlo dal tronco. Enea obbedisce e così riesce a vedere la terrificante maestà dell'Averno, i propri avi e l'ombra del suo vecchio padre, il magnanimo Anchise; apprende pure le leggi del luogo e quali pericoli dovrà affrontare in guerre future. Poi, risalendo il sentiero con passo stanco, allevia la fatica conversando con la sua guida cumana. E mentre in un livore d'ombre percorre quell'orrido tratturo: «Io non so se tu sia una dea o solo diletta agli dei» le dice, «ma per me sarai sempre un nume e sempre ti sarò riconoscente per avermi permesso di scendere in questi luoghi della morte e di sfuggirli dopo aver visto la morte. Per questi meriti, quando sarò di nuovo all'aria sotto il cielo, ti erigerò un tempio e ti onorerò con l'incenso». La profetessa si volge a guardarlo e con un profondo sospiro: «Non sono una dea» risponde; «non venerare con l'incenso sacro un essere umano. E perché la cecità non t'induca in errore, sappi che luce eterna e senza fine avrei potuto ottenere, se la mia verginità si fosse concessa a Febo, che mi amava. Nella speranza di ottenerla, corrompendomi con i suoi doni, Febo mi disse: "Esprimi un desiderio, vergine cumana: sarà esaudito". Io presi un pugno di sabbia e glielo mostrai, chiedendo che mi fossero concessi tanti anni di vita quanti granelli di sabbia c'erano in quel mucchietto. Sciocca, mi scordai di chiedere che anni fossero di giovinezza. Eppure anche questo m'avrebbe concesso, un'eterna giovinezza, se avessi ceduto alle sue voglie. Disprezzato il dono di Febo, eccomi qui, ancora nubile. Ma ormai l'età più bella mi ha voltato le spalle, e a passi incerti avanza un'acida vecchiaia, che a lungo dovrò sopportare. Vedi, sette secoli son già vissuta: per eguagliare il numero dei granelli, trecento raccolti e trecento vendemmie devo ancora vedere. T empo verrà che la lunga esistenza renderà il mio corpo piccolo da grande che era, e le mie membra consunte dalla vecchiaia si ridurranno a niente. E non si potrà credere che m'abbia amata un dio, che a lui sia piaciuta. E forse persino Febo non mi riconoscerà o negherà d'avermi mai amata, tanto sarò mutata. Alla fine nessuno più mi vedrà: solo la voce mi rivelerà, la voce che il fato vorrà lasciarmi». Questo raccontava la Sibilla lungo la ripida salita, quando dalle profondità dello Stige l'eroe troiano emerse nella città di Cuma La Sibilla specifica di essere una persona dalle caratteristiche umane e non una dea e racconta ad Enea la sua storia, che non si ritrova in Virgilio. Dopo aver spiegato W perché' della sua "longeva" età', dopo aver parlato dell'amore di Apollo e dei granelli di sabbia, a partire dal verso 147 sembra che la Sibilla cominci a profetizzare sul suo stesso futuro. La profetessa dice che col passare dei tempo il suo corpo si consumerà' fino a quando non resterà' niente altro che la voce. Segni e simboli Le Monete . La prima moneta di cui si hanno informazioni risale al periodo greco,
quelle romane di bronzo di età più tarda sono divise
per il loro differente valore, rappresentato dal peso. La moneta con
minor peso è l'asse e quelle di età repubblicana di cui
ci stiamo interessando sono stimate dieci assi e sono identificate
con il nome di denari. L'espressione del volto è serena ed è possibile intravedere un piccolo simbolo, in corrispondenza della nuca. Per mancanza di fonti certe possiamo solo supporre che rappresenti la famiglia di Torquato o un avvenimento importante dell'epoca. Sulle monete è presente un altro tipico elemento sibillino, il ramo di alloro, che nel primo denario è appena visibile, nella seconda invece è molto più evidente ed è emblema della funzione di profetessa della Sibilla. Si può anche se con difficoltà decifrare il nome "SIB?LLA", dì cui non è possibile identificare la seconda vocale che sì presuma sia una Y o una U. L'unico particolare che differenzia le due monete è il cordoncino che avvolge i capelli della profetessa, che nella prima moneta emerge sulla fronte e ricade sul collo dìvietendosi in due nastri accompagnato da una ciocca di capelli. Infine sul rovescio del denari è raffigurato il tripode, con sopra un'anfora tra due stelle, sìmbolo dei dìo Apollo che indica il rapporto tra la divinità e la Sibilla. Il
serpente sorretto da Apollo è simbolo di fecondità, in
quanto ia parola del Dio è concepita come embrione, frutto dell'invasamento
inteso come mixis sessuale. L' aspetto della
sibilla qui è giovanile. |
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