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La Sibilla Picena

Lago di Pilato

«Ai confini delle regioni Umbria e Marche si ergono quattro grandi colossi che, con la loro altezza e con la loro bellezza sembra che vogliano sfidare il cielo. Sono come quattro gioielli incastonati nel cuore dell'Appennino. Attraverso i secoli hanno lavorato attorno ad essi, in perfetta armonia, la realtà e la fantasia, il presente ed il passato, creandone un'atmosfera mitica e leggendaria. Essi rappresentano un mondo essenzialmente pastorale.

La morfologia è ricca di superfici orizzontali, ripiani e conche carsiche rivestite di erba per cui la vegetazione è più ricca di prati che di boschi. Paesaggi di alta montagna, panorami che si perdono nell'infinito; aspri contrasti, fenomeni carsici, geologia, la presenza inoltre di molte specie floreali e perfino la presenza di stelle alpine, fanno dei monti Sibillini un piccolo angolo di paradiso. Vette che si confondono in un unico abbraccio nell'azzurro; guglie che si stagliano nel cielo simili alle torri di antichi castelli; pareti impervie, gole strettissime, vallate protette da creste affilate, piccoli laghi che non hanno nulla da invidiare, nella loro superba bellezza, a tanti altri decantati paesaggi.

"Quassù - ha scritto Achille Voluzzi, membro di alcune spedizioni alpinistiche nei gruppi più famosi del mondo - ho scoperto uno dei posti più belli della terra. Ho girato in lungo ed in largo tutti i continenti, ho visto tante montagne nei gruppi più famosi; ma posso sostenere che nessun luogo può essere definito superiore in bellezza".
"Rimpiango soltanto - mi ha lasciato scritto un amico - gli anni sprecati sulle Alpi, quando qui avevo delle bellezze superiori".

Uomini di ogni età e condizione hanno potuto visitarli ed ammirarne la suggestiva bellezza e sentirne una potente attrattiva: poeti, eroi, scrittori, studiosi, escursionisti, esperti conoscitori della montagna, come pure gente che l'ha dovuta frequentare per motivi di lavoro, ne hanno sentito il potente fascino. Anche Giacomo Leopardi, il grande poeta recanatese, ammirandoli dal colle dell'Infinito, li vedeva come immersi in un colore azzurro e per questo non esitava a chiamarli: "monti azzurri". Primo fra tutti, sia per importanza e sia per altitudine, è il monte Vettore.

Dal latino "Victor" cioè che supera tutti, raggiunge i 2476 metri di altezza. Intorno alla cima più alta, formando come una specie di ferro di cavallo, giostrano tanti altri colossi non meno belli, non meno importanti. A destra il più importante è il monte Torrone; mentre a sinistra la punta di Pratopulito, la cima del Redentore (chiamata così, forse per addolcire le asperità del luogo) ed infine il pizzo del Diavolo che, con le sue pareti formate da altissime muraglie, si affaccia a strapiombo sul lago di Pilato, uno dei laghetti di montagna più pittoreschi e più suggestivi del nostro paese.

"In questo stupisce il mondo - scrisse un monaco benedettino del seicento - come abbia potuto la natura nella sommità di un monte sì alto farvi ricetto d'acqua, in due grossi laghi". Le sue acque sono dovute allo scioglimento di un nevaio perenne che non scompare neanche nei mesi più caldi di estate ed ospitano una biologia molto interessante, per alcuni aspetti unica, come la presenza di un piccolo crostaceo, che vive esclusivamente nelle acque di questo lago, ma sempre più minacciata dalla disattenzione di molti escursionisti che fanno la fatica di arrivare fin lassù per depositarvi rifiuti.

Storie e leggende, attraverso i secoli, si sono intrecciate attorno ad esso, dando così origine ad una cultura popolare che collega la presenza, nelle sue acque tormentate dai venti e dalle bufere, di demoni sotto forma di pesci, e la famosa leggenda di Pilato. Reo di avere lasciato mettere a morte il Cristo, egli fu con-dannato alla pena capitale. Il suo corpo fu poi deposto su di un carro trainato da due tori che, fuggendo all'impazzata, lo trascinarono fin sul monte Vettore e lo scaraventarono nel lago maledetto che poi da lui prese il nome.

Data la sua inaccessibilità ed essendo un luogo molto solitario e molto adatto all'esercizio di pratiche magiche, ben presto divenne notissimo. Vi arriveranno negromanti da ogni parte per consacrare "i libri del comando", i quali raccoglievano formule spaventose che giungevano perfino ad insegnare cosa fare per stipulare un patto con il demonio, e comunicare con lui. Fra i tanti personaggi che vi si recarono nel passato ricordiamo il notissimo F.Stabili l'autore dell'"Acerba" ed acerrimo avversario e denigratore di Dante: medico, astrologo, alchimista e laureato, conosciuto comunemente con il nome di "Cecco d'Ascoli".

Il lago era circondato da mura sorvegliate da custodi che ne vietavano l'accesso. Chi osava violarlo, veniva rapito dai demoni almeno che non fosse stato un negromante. Dopo di avere fatto tre cerchi in terra il negromante si poneva nel terzo e chiamava il demone con cui desiderava venire a patti. La sua passione e la sua ostinazione con cui voleva appagare le sue brame, servivano da attrazione degli spiriti infernali; in tal modo riusciva ad attirarli e a comunicare con loro. Il demone si impegnava a prestare la sua opera malvagia, mentre lui doveva donare, in cambio, la propria anima. Sul posto erano state erette anche delle forche per i trasgressori ed, ogni anno, la città di Norcia sceglieva un delinquente e lo faceva gettare nel lago come tributo ai demoni contro le tempeste

Il monte Sibilla

Il Monte Sibilla (2150 mt) è la cima che dà il nome a tutta la catena dei Monti Sibillini e deve il suo alone di mistero alla leggenda della maga/fata/strega (ognuno la definisca come crede) che viveva nella grotta che si trova nei pressi della cima (la cima è posta a 2173 metri).

A partire dai primi anni del 1400 Andrea da Barberino ha contribuito a diffondere la leggenda attraverso la sua opera “Il Guerrin Meschino” divenuta in pochi anni uno dei romanzi piu’ conosciuti dell’epoca.

E' la storia di un cavaliere errante che finì per vivere un anno nella grotta della Sibilla tentando con tutte le sue forze di resistere alle innumerevoli tentazioni del luogo. Di altro tipo i racconti del francese Antoine de la Sale che il 18 Maggio del 1420 scalò la cima del Monte Sibilla partendo da Montemonaco. Il suo libro dal titolo “Le Paradis de la Reine Sybille” (Il paradiso della Regina Sibilla) raccoglie dettagli molto importanti sulla morfologia della zona e sulle attività degli abitanti del quindicesimo secolo.

La sua esperienza costituisce quindi uno straordinario documento dal punto di vista naturalistico e storico se pensiamo che nella maggior parte dei casi le notizie relative alla zona sono state tramandate oralmente con tutto ciò che ne consegue a livello di precisione.

«Il monte della Sibilla non è meno ricco per la sua storia e le sue leggende   e dalla sua sommità è possibile contemplare tutto l'immenso scenario dei Sibillini che proprio da questa montagna prendono il nome. Una corona di rocce rosate ne proteggono quasi l'inviolabilità e per questo viene chiamata la "Corona della Sibilla".

Il vento disegna con le nuvole una figura alata sul monte della Sibilla.

Un gran numero di leggende che si perdono nella notte dei tempi, sono ruotate attorno a questa montagna. Luoghi famosi grazie all'atmosfera che li ha circondati e alle storie narrate da vecchi montanari: gente semplice che nelle leggende di fate, di streghe, di balli, di un mondo popolato da dame e cavalieri, esprimevano l'interna ed insopprimibile esigenza umana di evadere dalla dura realtà e di rifugiarsi nel mondo del sogno e della fantasia.

Leggende che fino a pochi anni fa, quando ancora non esisteva la televisione, amavano raccontare con compiacenza ai più piccoli per ingannare il tempo durante i lunghi mesi invernali. Le avevano apprese mentre pascolavano il gregge, leggendo (chi sapeva leggere) l'eroiche imprese del Guerrin Meschino o dei reali di Francia o della Gerusalemme liberata.

Attraverso i secoli, specie nel Medio Evo e nel primo Rinascimento, scrittori, poeti e letterati non solo italiani ma anche stranieri, si sono sbizzarriti a descrivere il fantastico mondo della Sibilla. Alcuni la confondono con quella Sibilla condannata a vagare per le montagne fino al giorno del Giudizio Universale; per altri è la maga buona che predice il futuro, quasi santificata; per altri, infine, è la maga Alcina, diabolica e lasciva, incantatrice di uomini. E proprio in quest'ultimo ambiente si svolgeranno le famose vicende di Guerrin Meschino, uno dei più noti romanzi cavallereschi scritto da Andrea da Barberino.

In cerca della propria identità, il protagonista Guerrin Meschino, che si dichiara figlio della sventura, affronterà tutta una sequela di viaggi attraverso l'Asia Minore, l'India, l'Arabia e l'Egitto, dove un eremita musulmano lo consiglia a dirigersi al monte della Sibilla Picena. Solo lei sarà in grado di rivelargli chi siano i suoi genitori. Approfittando di una imbarcazione diretta in Italia, raggiunge la città di Norcia dove prende alloggio presso un'osteria. Qui viene a sapere che la grotta della fata Alcina si trova "nelle montagne lì appresso"; ma viene dissuaso dall'oste, perché "di cento persone che la visitano, ne ritornano appena due".

Il mattino seguente si alza per tempo e prega l'oste di mandare suo figlio ad accompagnarlo in città "ad udir messa". Sulla piazza alcuni forestieri si intrattengono a raccontare storie sconvolgenti sull'incantatrice, lasciandolo "molto pensoso". Ormai, però, è deciso ad incontrare la maga: per questo aveva lasciato Costantinopoli ed affrontato tanti pericolosi viaggi. Procuratosi molte candele di cera, una tasca con il battifuoco, tre pani, del buon formaggio ed una fiasca di vino, all'indomani, accompagnato da Anuello, si avvia a cavallo verso la Rocca di Norcia.

L'ufficiale del castello cerca anche lui, in tutti i modi, di dissuaderlo a proseguire la sua ardita impresa; ma il Meschino non desiste: vuole ad ogni costo raggiungere la grotta dell'incantatrice. Andando "un po' a piedi e un po' a cavallo" incomincia ad affrontare la dura salita "su per le Alpi": è una via lunga, difficile, chiamata anche oggi "la strada dei cavalli". E' la stessa via che percorrevano i nostri vecchi che, dalle Marche, si recavano nelle piane del Castelluccio a mietere il grano o a raccogliere le lenticchie.

L'eremita all'ingresso dell'antro della Sibilla.

Sul far della sera, assai stanco e provato dal faticoso viaggio, giunge ad un romitorio "sito ai piè di due montagne". Sceso da cavallo, bussa all'uscio e subito, dall'interno, uno dei tre eremiti risponde:"Gesù Nazareno, ci aiuti".

Si affacciano poi all'uscio tenendo una crocetta in mano; ed uno di essi grida: "tornate indietro maledetti, illusi dalla vanità e dai fantasmi. Chi di voi vuole andare a perdere l'anima ed il corpo?".

"Non per vanità... - risponde il Meschino - né per superbia e neppure per disperazione, ma solo per ritrovare di che generazione io son nato; ho cercato in tutto il mondo, e non l'ho potuto sapere, e non riuscirò a saperlo se non vado dall'incantatrice". Chiuso di nuovo l'uscio, i tre monaci si consultano insieme, poi tornano e, dopo di averli aspersi, li fanno entrare offrendo loro ospitalità e dando al Meschino degli ottimi consigli.

Doveva, innanzitutto, tenere sempre a mente e nel cuore, specie nei momenti più difficoltosi, l'invocazione: "Gesù Nazareno aiutami"; poi doveva essere in perfetto possesso di prudenza, giustizia, fortezza e temperanza, e delle tre virtù teologali della fede, della speranza e della carità. Solo così sarebbe stato possibile resistere all'invincibile malia della maga e vincere le sue vane e false lusinghe ed atti disonesti.

Il Meschino gradisce molto i consigli dei santi monaci: chiede ed ottiene anche di potere confessare le proprie colpe e riceverne l'assoluzione. E così al mattino, allo spuntare dell'aurora, si cinge la spada, pone alla bisaccia un po' di pane, la pietra focaia ed alcune candele. Abbracciati poi Anuello e i tre eremiti, si avvia verso la montagna tra la commozione di tutti. "Pregate Iddio - chiede ancora il Meschino mentre si va allontanando su per la montagna - che mi rimandi sano e salvo". "Abbi sempre in mente - gli ricorda ancora uno dei monaci - Gesù Nazareno".

Il sentiero che porta verso la sommità è lungo, ripido, spesso attraverso burroni e balzi alpestri che più volte mettono in difficoltà la tenacia del Meschino. Solo sul far della sera, stanco, stremato ormai di forze, riesce a guadagnare la grotta: "una largura, a modo di piazza quadrata; eravi gran quantità di pietre rovinate; innanzi a lui era una montagna molto maggiore delle altre.

Vide in questa montagna quattro entrate oscure; e perché il sole andava sotto, gli convenne dormire quella sera su pei sassi e la mattina quando fu levato, disse li sette salmi penitenziali e molte orazioni; segnossi, prese una candela accesa in mano e nell'altra teneva la spada ed entrò per mezzo una caverna perché erano quattro, ma pur tornavano tutte in una, e disse tre volte: Gesù Cristo Nazareno, aiutami".

Il primo impatto con l'interno della grotta è davvero raccapricciante: i suoi piedi, infatti, vanno ad incespicarsi in un mostruoso serpente che si lamenta di essere stato molestato: è Macco, l'ebreo errante, trasformato in serpente dalla maga Alcina e condannato a starsene fino al giorno del Giudizio in un fosso, a guardia della grotta. Il Meschino continua a discendere e giunge di fronte ad un grande portone dove è scritto: "Chi entra nella grotta e vi rimane più di un anno, non uscirà più ma sarà dannato per sempre".

Bussa per ben tre volte: tre bellissime damigelle vengono ad aprire il grande portone. E subito si presenta dinanzi al suo sguardo il regno incantato della maga Alcina: castelli d'oro, ville amene, giardini ricchi di fiori e di fontane, graziose damigelle "che lingua umana non potria dire". Lo introducono dalla maga Alcina che, assisa su di un trono e vestita di un drappo di porpora ricamato in oro ed argento, "lo accoglie con piacevolezza e sforzandosi di fargli i più bei sembianti. La sua vaghezza è così grande che ogni corpo umano ingannerebbe". 

Il Meschino non esita ad esporle le ragioni della sua visita. Lei lo ascolta volentieri e subito inizia la sua opera di corruzione per tentare di indurlo al peccato e perdere la sua anima.

Le prova tutte pur di riuscire nel suo scopo: tentazioni della gola, a cui Meschino resiste cibandosi di pane e sale; tentazioni della carne che riesce a superare ricordandosi degli ammonimenti dei santi monaci e ricorrendo a frequenti giaculatorie; tentazioni di ricchezza, di potenza ma, alla fine, il Meschino si accorge che " l'oro, l'argento, le pietre preziose, i gioielli erano tutti falsi ".

Persino la frutta che gli veniva offerta, era falsa "perché fuori stagione". (non so cosa direbbe il Meschino se vivesse ai nostri giorni) tenta perfino di tenergli nascosto il nome dei genitori, nella speranza di potere prolungare di un anno la sua permanenza nella grotta.

Tutto, insomma, tenta la maga Alcina pur di farlo cadere nel peccato; ma né le lusinghe della maga e neppure le tenere carezze delle bellissime fate riusciranno a piegare il Meschino, sempre sorretto dal nome di Gesù Nazareno che invoca con fiducia specialmente nei momenti più difficili e dai pii consigli dei santi monaci.

Come se tutto ciò non bastasse ogni venerdì, sul far della sera fino al calare del sole del sabato seguente, nella grotta si verifica un avvenimento straordinario: tutti gli abitanti della grotta, maschi e femmine, cambiano figura assumendo l'aspetto di vermi schifosi, a seconda dei peccati che li hanno condotti in quel luogo. Anche questo serve soltanto a confermarlo sempre più nel suo proposito: "Anche se dovessi stare qui diecimila anni - diceva - giammai mi farete peccare". Erano trascorsi ormai sette mesi dal giorno in cui il Meschino aveva messo piede nella grotta.

Falliti tutti i piani di seduzione, quindi di dannazione, da parte della maga Alcina, il Meschino, resosi conto che gli avrebbe svelato il nome dei genitori solo se fosse riuscita a farlo peccare, decide di abbandonare la grotta. "Essendo ormai giunto l'ultimo giorno - gli dirà una delle damigelle - per forza della Divina provvidenza, a noi conviene mostrarti l'ora ed il punto di uscire". Lo accompagna fino al grande portone. "Dì alla maga - pregherà la damigella nell'accomiatarsi - che io son vivo e vivrò sano ed allegro, e salverò l'anima mia". Pone così fine alla sua avventura nel regno maledetto.

Lungo la via di ritorno, rivede il serpente Macco; attraversato il ruscello, stanco, riguadagna l'entrata della grotta. Dopo essersi un po' riposato riprende il sentiero che lo riporta al romitorio dove Anuello ed i tre eremiti, ormai sul punto di perdere la speranza di poterlo rivedere sano e salvo, lo accolgono con grande allegrezza e lo festeggiano a lungo. Ascoltano con grande interesse il racconto di quanto il Meschino aveva sentito e veduto. Ringraziati di nuovo i tre eremiti per il buon ammaestramento datogli e per la loro ospitalità, risale in sella al suo cavallo e ritorna, insieme ad Anuello, a Norcia dove rimane tre giorni. Da qui prende la via verso Roma dove il Papa lo accoglie con molta comprensione e riconosce la sua retta intenzione. Lo assolve quindi da ogni colpa e gli dona perfino duecento denari d'oro. 

Michelangelo : cappella sistina

Tra i personaggi di spicco che, in seguito, si avventureranno nel regno della Sibilla troviamo, proveniente dalla Francia, Antoine de la Sale che nel 1420, trantaduenne, sale fino al monte Corona e visita personalmente l'ingresso della grotta facendone una minuziosa descrizione.

Nel "Paradiso della Regina Sibilla" egli racconta alla Duchessa di Borbone che si stava interessando alle ricerche di un cavaliere francese rimasto prigioniero della Sibilla, le cose che aveva veduto e sentito raccontare dagli abitanti di Montemonaco.

Da essi aveva ascoltato anche la storia di un cavaliere tedesco e del suo scudiero che dopo essere rimasti quasi per un anno intero nel regno della maga, anch'essi si erano recati a Roma. ma il Papa, contrariamente a come si era comportato con Guerrin Meschino, nega ad essi l'assoluzione e li scaccia da Roma. Ciò li induce a ritornare di nuovo nella grotta e rituffarsi nel peccato. 

Sarebbe troppo lungo lungo se ci volessimo soffermare a descrivere la potente attrattiva che , attraverso i secoli, ha sempre suscitato e suscita anche oggi il monte Sibilla. Molti personaggi di ogni età e condizione, si sono avventurati fin lassù per potere strappare alla montagna quell'alone di mistero che l'ha sempre circondata.

Purtroppo, anch'essa oggi è stata raggiunta dalla politica della ruspa e del cemento; anch'essa ha dovuto soccombere sotto i colpi devastatori dell'uomo che riesce, spesso, a creare delle alterazioni irreversibili di un ambiente che la natura ha faticosamente costruito in tanti millenni. Il suo fianco, nel versante sud, è oggi attraversato da una strada che chiamano "panoramica". Doveva collegare Montemonaco a Forza di Gualdo; ne sono testimoni i picchetti che ancora si possono osservare lungo la montagna.

E' una cicatrice che non può più essere rimarginata; uno sfregio sul volto di una montagna che custodiva leggende secolari. Sembra oggi che sia di moda camuffare o addirittura falsificare il significato delle parole: ciò che è vero scempio, non esitano a chiamarlo "strada panoramica". Della famosa grotta oggi non resta che una parvenza di entrata, delle pietre sconnesse che testimoniano i vari tentativi per riaprire quella che fu un tempo la reggia dell'incantatrice Alcina. »

Una sciamana polinesiana, qualche decennio fa , si presenta al monte raccontando di averlo "visto" in uno dei suoi viaggi sciamanici, e di esservi venuta "in spirito" per un " convegno di maghe".

Sotto il monte della Sibilla si trova un santuario mariano risalente all' anno 1073 - la " Madonna dell'Ambro" nella cui chiesa costruita nel '600 da Ventura Venturi, il pittore Martino Bonfini , tra il 1610 e il 1612 ha dipinto , insieme a figure di profetesse bibliche, alcune famose sibille italiche.

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