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Introduzione Mi preoccuperò in questi incontri di mostrare il filo conduttore di un movimento di pensiero e di vita che dura da duemila anni e che, anche dal puro punto di vista storico, rappresenta qualcosa di assolutamente inedito. Non esiste un altro movimento di vita e di pensiero che sia passato attraverso le circostanze più diverse, mantenendo sostanzialmente inalterata, anzi approfondendo, la propria identità, e sviluppando una capacità di adattamento alle varie circostanze che non può che stupire.Basterebbe paragonare i duemila anni della storia della Chiesa ad avvenimenti o movimenti di più vasta portata. Pensiamo all’Impero Romano, per non parlare delle recenti ideologie totalitarie (e dei movimenti socio - politici che sono nati da loro) che,nel breve volgere di 70/80 anni, hanno segnalato ben presto incapacità di comprendere la realtà tutta, così da finire abbastanza ingloriosamente. E' questione di estrema importanza per il nostro presente conoscere la storia, perché una personalità, un gruppo, il popolo cristiano che non conosca adeguatamente la propria tradizione, è come se non avesse consistenza culturale e quindi responsabilità.Privare una personalità del senso della sua storia è un modo per incominciare a renderlo schiavo. In particolare, io credo che sulla storia della Chiesa, sulla storia
del popolo cristiano (che è fattore fondamentale per la comprensione
della realtà culturale e sociale del nostro paese), si sia andata sollevando,
almeno negli ultimi due secoli, una vera e propria ondata di criminalizzazione. Non a caso, s. Agostino diceva che il presente, il
tempo,è una distensione della personalità tra un passato, che deve essere
assimilato personalmente, e un futuro che deve essere progettato. Se
un uomo non ha coscienza del suo passato è ridotto alla pura istintività,
alla pura reazione. È un uomo, un popolo che reagisce. Vediamo allora che cosa ha voluto veramente
la Chiesa, cosa hanno voluto i cristiani stando nel mondo. Questa "comunione per la missione" assume volti diversi, pone in atteggiamenti diversi. Ma la preoccupazione della Chiesa è estremamente chiara. Dai primi decenni fino ad ora, è una realtà di comunione, una realtà di popolo non che si chiude in sé per combattere i nemici, ma che tende ad uscire da sé per comunicare agli uomini la realtà che non ha creato con la sua intelligenza. Lo dice, intorno all’anno 160, uno dei documenti più belli che si possono leggere su questa prima comunità cristiana presente nel mondo: la "Lettera a Diogneto". I cristiani non si distinguono dagli altri uomini né per territorio, né per lingua, né per costumi. Non abitano in città proprie, né usano un gergo particolare, né conducono uno speciale genere di vita. La loro dottrina non è la scoperta del pensiero di qualche genio umano né aderiscono a correnti filosofiche. Vivendo in città greche o barbare, come a ciascuno è toccato, e uniformandosi alle abitudini del luogo nel vestito, nel vitto e in tutto il resto, danno l' esempio di una vita sociale mirabile, o meglio paradossale. La comunità cristiana è qualche cosa di strano, qualche cosa di nuovo. Uno dei primi grandi Padri della Chiesa, riflettendo sulla novità cristiana, sul cristianesimo,sull’avvenimento di Cristo, dirà una frase che è rimasta poi un punto di riferimento sostanziale. Ireneo di Lione all’inizio del IV° secolo, scrive: "Gesù Cristo non si è definito consuetudine, ma novità”. Perciò il Cristianesimo è entrato nel mondo con la consapevolezza di essere un fatto irriducibile, completamente diverso dai fatti, dai valori, dai punti di riferimento, dalle dinamiche di carattere culturale, sociale e politico. LA NOVITA' Il contesto : I greci che chiedono la verità, che cercano ragioni. Il mondo greco-romano sostanzialmente è fondato sull’idea che la ragione può scoprire totalmente la verità, la verità dell’essere, la verità delle cose. E su questa verità può costruire una società in cui l'uomo possa esprimersi. I greci si fidano della ragione, del logos, della loro capacità di analizzare, di penetrare la realtà e quindi di costruire su queste idee il bene. Sul vero si costruisce il bene. I giudei vogliono miracoli. I giudei, soprattutto i giudei al tempo di Gesù Cristo, hanno costruito sul fondamento dell’idea di giustizia: secondo loro la ragione umana, certamente illuminata dall’intervento di Dio, può conoscere ciò che è giusto e può sostanzialmente costruire una vita e una società giusta. Per i Giudei del tempo di Gesù, i miracoli non sono tanto le meraviglie che soltanto Dio può compiere, ma la rivoluzione - diremmo noi - ossia il tentativo di costruire sulla terra una giustizia che esprima fino in fondo la dignità e la capacità dell’uomo. Gli uni arroccati sull’idea di ragione, gli altri arroccati sull’idea
di giustizia. E in qualche modo contrapposti e violentemente contrapposti.
Tuttavia l’idea di verità e l’idea di giustizia non realizzano
il nuovo sulla terra. La ragione greca tenta continuamente di arrivare
a questa benedetta verità: ma questa benedetta verità è sempre oltre.
I giudei si sono moralisticamente sforzati di praticare questa giustizia,
ma questa giustizia è sempre sostanzialmente impraticabile. È quindi
prevalso, nel mondo sia greco-romano che giudaico, un certo pessimismo: Su questa impotenza e sfiducia si è steso il dominio del potere, il
potere greco-romano, la politica come unica realtà che obbiettivamente
vale, la sicurezza della vita: non più allora generata dalla ragione
o dalla giustizia, ma concessa da una struttura politica, considerata
come assoluta. L’Imperatore (anche per il popolino più minuto e più disgraziato che vive nelle grandi città, le megalopoli del Medio Oriente) è quello che assicura "panem et circenses", farina con una certa regolarità e i giochi nel circo. È un mondo unificato dal potere: spera nella ragione e nella giustizia, ma è unificato dal potere dello Stato, che in tanto è forte perché vive di alcune sostanziali divisioni che non mette mai in discussione: occorre un’enorme numero di schiavi, perché i liberi possano vivere adeguatamente; occorre una contrapposizione di razze e di culture e, perché si imponga l’Imperium di Roma. Il cristiano Paolo dirà l’opposto: "Non c'è più giudeo né greco, non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù"(Gal 3,28). La salvezza è in un Avvenimento storico: Gesù di Nazareth. Come poteva l' ebreo accettare che la salvezza (cioè la rivelazione
definitiva della verità da parte di Dio e la chiamata dell’uomo
a partecipare della stessa vita divina) fosse legata al Nazareno (i
cui estremi anagrafici sono ancor oggi reperibili in quel che è rimasto
dell'archivio sacerdotale del Tempio di Gerusalemme), ad uno che non
ha voluto neppure unirsi a rivoluzionari zeloti e che è finito in croce?
Per il greco, attratto dall’idea e dell’Essere, la storia
ripugnava, perché reca con sé provvisorietà e corruzione; per darle
parvenza di dignità, la storia veniva concepita con un andamento ciclico,
dove tutto scorre e l’accaduto sempre ritorna. La salvezza permane: è presente nell’unità dei cristiani. La novità salvifica è la Chiesa, quella realtà in cui permane Cristo e alla quale gli uomini possono partecipare. Dicendo che " il Verbo si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi" (Gv.1,14), i cristiani affermano che in un gruppo di uomini si prolunga nella storia l'Avvenimento di Cristo Salvatore, offerto così a tutti gli uomini perché reso loro contemporaneo. Come documenta Gustavo Bardy ("La conversione al cristianesimo nei primi tre secoli"), la Chiesa non si è posta innanzitutto come depositaria di una dottrina o come maestra di una morale, ma come segno e strumento di salvezza per tutti, perché i testimoni confessano Cristo vivo e presente in mezzo a loro.Il Concilio Vaticano II parlerà della Chiesa come "sacramento" di Cristo, come realtà attuale dove "in mysterio" è già presente il Regno. All'unità dei cristiani si aderisce in libertà. La filosofia greca - anche quella dei grandi Aristotele,
Platone, degli Stoici – aveva teorizzato la libertà per lo più
come virtù privata e individuale, che aiuta il singolo a liberarsi dalla
materialità del corpo e a generare amicizia; non come fattore di aggregazione
sociale. Principio di aggregazione sociale sono certi fatti statici
di partenza: la razza, la condizione sociale, la cultura (Diocleziano
renderà stabile la condizione socio-economica nella quale uno nasce). La particolarità convive con l’universalità. Fin dai suoi primi passi nella storia, il cristianesimo è un
fenomeno sociale dove –proprio in forza di quell’unità
potente che viene donata dallo Spirito e viene prima delle differenze
– le differenze rimangono, ma esse non costituiscono fattore di
opposizione frontale, bensì la varietà di una comune ricchezza. Particolarità
e universalità sono due dimensioni intimamente connesse. La Chiesa è
una sola, ma in essa – come membri di un sol corpo – barbari
e greci, schiavi e liberi,uomini e donne, si nutrono dell’unico
Pane Eucaristico, che rende i molti una cosa sola (cfr. 1 Cor 10,17);
e praticano una reale fraternità, "secondo
il bisogno di ciascuno" (At 2,45; cfr. At 4,24s; 2 Cor 8s; Lettera
di Paolo a Filemone). La Chiesa nata nel Cenacolo è unica, ma emerge
nei posti più particolari, in comunità dilagate a macchia d’olio,
nel giro di poche generazioni, in tutto il mondo allora conosciuto (ecuméne):
al termine della Lettera ai Romani, Paolo scriverà: "Salutate
Prisca e Aquila.; ad essi non io soltanto sono grato, ma tutte le Chiese
dei Gentili;salutate anche la comunità che si riunisce nella loro casa” (cfr. Rm 16, 3-5). Noi, oggi non riusciamo a renderci conto quale novità rappresenti, nel centro della politica e della cultura di allora, la presenza dei "cristiani" (i "santi", i "redenti", i "salvati"). A metà del secondo secolo il vescovo di Cartagine, Cipriano, scriverà: La Chiesa estende i suoi rami in tutta la terra con esuberante fecondità e si espande su vaste regioni. Uno solo però è il principio, una sola la sorgente e una sola la madre feconda e ricca di figli. Nasciamo nel suo grembo, ci nutriamo del suo latte, siamo animati dal suo Spirito. Chi abbandona la Chiesa non raggiungerà mai Cristo, divenendo un forestiero, un profano, un nemico. Non può avere Dio come padre chi non ha la Chiesa come madre. |
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