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Testi sacri
Gli scritti raccolti nell'Avesta sono in parte antichi e attribuiti a Zarathushtra stesso.
manoscritto in lingua pahlavi (phl)
In parte gli scritti dell'Avesta sono più recenti sino ai cosiddetti «libri Pahlavi» (probabilmente del IX secolo d.C.)
Questi testi non sono di facile interpretazione; lo studio dello zoroastrismo
è un'area di notevole controversia fra gli studiosi, e nell'ultimo
secolo le interazioni fra studiosi occidentali e parsi indiani, assai
frequenti, hanno reso più complesso il dibattito. L' Avesta si compone di : Dottrine Il monoteismo di Zarathushtra annuncia l'esistenza di un dio creatore, Ahura Mazda (chiamato Ohrmazd o Ohrmuzd nei testi Pahlavi), che ha due figli gemelli: uno benevolo, Spenta Mainyu, e uno malvagio, Angra Mainyu (Ahriman nei testi Pahlavi). Nel primo zoroastrismo il monoteismo coesiste così con un dualismo,
e la coesistenza non è facile. Nello stesso periodo, mentre il primo zoroastrismo ammetteva l'esistenza di dèi subordinati ma li considerava con sospetto come potenzialmente malvagi, acquistano invece importanza divinità di diversa origine «zoroastrizzate» come la dea madre Anahita e il dio solare Mithra. Gli Amesha Spentas - che per Zarathushtra erano probabilmente gli attributi della divinità suprema - sono personificati come divinità separate. Rimangono intatte l'idea di una creazione e quella di una «trasfigurazione» finale. Il destino dell'anima individuale passa per una dolorosa separazione dal corpo e un giudizio particolare, il quale può essere superato solo dalle anime dei giusti, che raggiungono la Luce Infinita, mentre i malvagi precipitano nell'Inferno, e coloro le cui azioni buone equivalgono a quelle cattive rimangono in un limbo chiamato hamistagan. Al termine della storia, emerge un nuovo salvatore, secondo una tradizione nato da una vergine impregnata dal seme di Zarathushtra depositato nelle acque del bacino Hamun-i-Hilmad (secondo un'altra versione, i salvatori saranno tre). Questo messia degli ultimi tempi apre la strada a un giudizio universale caratterizzato da torrenti di fuoco, al termine del quale i morti risorgono e la vita sulla Terra è «trasfigurata».Il fuoco
Il motivo eschileo del “fuoco annunziatore” (angaron pyr) non ci riporta soltanto alla scienza tecnica della comunicazione mediante il fuoco (pyrsetica) in uso nell’impero persiano degli Achemenidi (Mazzarino, 1966, p. 79) ma, più profondamente e in senso traslato, alla tipologia di “annunziatore” e di “messaggero” che il fuoco rappresenta nella cultura iranica. Si può inoltre affermare che il paragone con il sanscrito angirah e il legame di questo termine con il dio del fuoco Agni chiarisce meglio, grazie alla comparazione indo- iranica, la natura “angelica” del fuoco nella religione zoroastriana. Il fuoco ha quindi un ruolo di mediazione tra gli uomini e il mondo divino tale da renderlo di fatto un messaggero e quindi, si potrebbe dire, un “Angelo” sui generis: lo stesso vocabolo con cui viene designato nell’Avesta, ovvero duta, denota infatti il “messaggero”: è da notare inoltre che tale vocabolo designa nell’India vedica il dio del fuoco Agni, ambasciatore tra la terra e il cielo e responsabile della comunicazione tra il basso e l’alto che si genera nello scambio sacrificale delle offerte. Nel passo avestico in cui compare (Yasna 34.12) il “messaggero” (duta-) viene identificato da alcuni commentatori (Kellens e Pirart, 1991, pp. 79-80) con il fuoco e con la sua funzione mediatrice; oppure, in una prospettiva di collettività religiosa, con la comunità che si riunisce intorno o di fronte al fuoco (Humbach, 1991, II, p. 87). La preminenza del fuoco all’interno del pensiero religioso zoroastriano è del resto un fatto comprovato non soltanto da una ricca speculazione teologica ma anche dagli osservatori esterni che nelle loro testimonianze hanno lasciato fondamentali conferme di quanto si trova nella letteratura zoroastriana, sia in avestico sia nel pahlavi dei libri, lingua medio- iranica degli scritti più speculativi e dottrinali. Grazie quindi a etnografi ante litteram come Erodoto (I, 131) ci viene data notizia che i Persiani sacrificano sulle cime delle montagne per rendere il culto al fuoco, alla terra, all’acqua, al sole e al vento: un particolare che rivela la sacralità di ogni elemento e la cura devota che ognuno di essi riceve nelle prescrizioni religiose e nelle osservanze che fanno obbligo ai fedeli di non contaminarli. E sicuramente le fonti classiche sono preziose per constatare il rispetto tributato in primis al fuoco e all’acqua, due degli elementi centrali nella pratica rituale zoroastriana, e anche nelle moderne credenze degli zoroastriani dell’India e dell’Iran. Vista la riverenza concessa al fuoco, che è tale da costringere i Magi a indossare dei bavagli per non contaminarlo con il respiro, e la sua forte rilevanza simbolica anche all’interno dell’ideologia regale iranica – che prevedeva per l’intronizzazione di ogni sovrano l’accensione di un fuoco personale – non vi è da stupirsi se agli occhi di osservatori stranieri il fuoco potesse denotare gli stessi zoroastriani per antonomasia: tale è quanto appare dalle fonti cinesi che per designare la religione zoroastriana usavano appunto il termine “fuoco” (hsien). Questa breve disamina storica sulle fonti esterne ci permette di comprendere la centralità del fuoco e la sua vicinanza al dio supremo Ahura Mazda, al punto tale che è chiamato “simile a te” e anche “figlio”: i poteri elargiti da questa icona vivente e crepitante di Ahura Mazda riguardano molteplici benefici di energia vitale, di calore e di luce che ha il potere di istruire (Yasna 34.4) e che concede un potere di visione duplice, benefico per i giusti e malefico per gli empi, in una prospettiva dualistica che è una costante della cultura zoroastriana e che si riflette in una sorta di partita doppia di azioni che vengono giudicate buone o cattive secondo l’appartenenza del fedele ad Ahura Mazda o all’Avversario Ahriman.
“noi ti riconosciamo, o Ahura Mazda, per la forma più bella tra le forme: questo cielo luminoso” (Yasna 36.6). Una tale dimensione mentale e meditativa del fuoco chiarisce anche il suo ruolo mediatore in alcune speculazioni teologiche e sacrificali su di esso e la sua importanza come supporto di particolari tecniche di concentrazione (Gnoli, 1980, p. 192) non dissimili, probabilmente, da alcune pratiche meditative indiane dello yoga che portavano l’asceta a concentrarsi sui carboni ardenti, per realizzare una serie di acquisizioni psico-animiche sull’essenza della combustione (M.Eliade, 1975, p. 84). Si capisce bene come le qualità trasfiguranti, e di illuminazione intellettiva, potessero fare del fuoco un supporto meditativo in grado di generare particolari esperienze di allucinazione cosciente, motivata dall’esigenza di realizzare una visione fuori dall’ordinario, favorita dalla concretezza di un elemento partecipe della natura divina e in grado di essere messaggero di molteplici doni spirituali che potevano fluire nella comunicazione tra dei e uomini innescata dalla pratica rituale; e da determinate tecniche di estasi che, per usare una felice espressione di Kuiper, dovevano fare parte di un “Aryan mysticism” indo- iranico fondato su una simbolica della luce e su una dottrina della vista interiore (Piras, 1998).Tratto da: http://www.fralenuvol.it/ Gli angeli nello zoroastrismo Gli esseri spirituali creati da Ahura Mazda: Ogni zoroastriano sceglie un angelo come suo protettore (angelo custode) e per tutta la vita lo prega devotamente secondo un rigoroso calendario religioso.(cf. Sad Dar, capitolo 26). Vohu Mano (Phl. Vohuman): lett. Buon
Pensiero. Presiede al bestiame. Yazatas (Phl. Yazads) ("Angeli") Aban Fravashis (Phl. Farohars) Ogni persona è accompagnata da un angelo custode
(Y26.4, 55.1), che funziona da guida per tutta la vita. Thwasha, Personificazione dello spazio
infinito ,gli Più corto degli altri (solo sei strofe), questo poema è interamente dedicato alla lode dello Spirito Santo (Spenta Manyu), il cui nome appare, in maniera incantatoria, all'inizio di ogni strofa.E l'occasione per il Profeta di evocare il Buon Ordine delle cose, malauguratamente "sciupato" dall'intervento dei malvagi ma che verrà restaurato dal Signore al la fine dei tempi.
Il simbolo
Il simbolo riprende l'altare-fuoco degli Achemenidi di 2500 anni fa. E' costituito da fiamme che escono da un vaso con 3 rigonfiamenti. Le fiamme sono 6 e rappresentano i 6 principi vitali, i 6 arcangeli :
- nasce dalla Divina Ispirazione (Seraosha) - irraggia Luce Calore ed Energia (Atar) Da un triplo basamento di Buon Pensiero (Humata), Buona Parola (Hûkhta), e Buone Azioni (Hvarshta). |
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