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Un pò di storia Rappresentazioni del mondo.
Nei primi cinque secoli, tra teologi cristiani e filosofi pagani, impregnati ancora dei postumi del pensiero greco, non c'è stata - né ci poteva essere - una buona intesa. Da una parte prendevano sempre più piede i giovani e dinamici pensatori cristiani,i cosidetti apologisti e Padri della Chiesa, che, in un contesto culturale ostile, seppero difendere il punto di vista della fede contro una filosofia in decadenza e un pensiero scientifico ristagnante. La storia ricorda decine di scrittori cristiani eminenti, tra cui Origene, Girolamo, Cirifio, Basilio, Agostino. Dall'altra, continuavano ad avere un certo credito tra gli intellettuali del tempo scuole di pensiero come lo gnosticismo, lo stoicismo, il neoplatonismo, il manicheismo, che, pur in contraddizione tra loro, non mancavano di rintuzzare elementi fondamentali della teologia cristiana (quali la rivelazione, l'incarnazione, la risurrezione). La fede cristiana, sollecitata anche dalle critiche che le venivano dal pensiero pagano, ebbe bisogno di questi primi secoli per darsi una struttura razionale. Da "narrazione dei fatti della salvezza" documentati dalla Bibbia, il discorso della fede divenne teologia, ossia discorso razionale sulla fede e a partire dalla fede. Presso i Padri questa visione di fede giunse fino a subordinare le verità della scienza profana alla verità rivelata. La verità rivelata contenuta nella Scrittura veniva spesso interpretata
alla lettera, col rischio di far dire alla Bibbia affermazioni a di tipo
geografico, storico, naturalistico, astronomico, che non hano no nulla
a che fare con la verità della salvezza. Di qui alcuni malintesi,
che si sono perpetuati pericolosamente nella storia della Chiesa: Alla ricerca di una comune intesa Il medioevo tenta l'impresa di mettere d'accordo le verità di fede (teologia) con le verità di ragione (filosofia, diritto, etica). E ci riesce, grazie al genio di un teologo-scienziato come Alberto Magno e di un teologo-filosofo come Tommaso d'Aquino. Il progetto conoscitivo del medioevo è tanto orientato alla fede
quanto disciplinato dalla ragione: non basta credere, occorre comprendere
(intelligere) la fede. Di qui lo sforzo sistematico compiuto dai teologi
per offrire una esposizione ragionata e organica di tutto lo scibile
visto in chiave cristiana. Inoltre, nella cultura tipica delle masse cristiane, l'uomo e il mondo fisico sono visti come l'immagine e il simbolo dell'onnipresenza divina: studiare queste realtà (antropologia, cosmologia) significava vederle anzitutto nella luce della rivelazione cristiana. La scienza si emancipa dalla tutela religiosa Per la mentalità medioevale la scienza era per lo più fondata su un pensiero astratto e logico. La filosofia e la teologia resiedevano a tutto lo spettro delle varie forme di ricerca e di pensiero per cui il mondo veniva spiegato, nei suoi nessi ,nelle sue relazioni ,nelle concatenazioni causa-effetti dalle intuizioni del pensiero umano che si esercitava anche a partire dalla osservazione della natura e delle sue evidenze ma sempre in modo soggettivo. A partire da alcuni principi fondamentali definiti da Aristotele, da questo o quel grande filosofo, da questo o quel teologo, per lo piu' si deduceva tutto il resto. I fatti del mondo, i fenomeni venivano adattati ad alcune idee di base fFissate dal pensiero astratto e logico dell'uomo. Dal
Rinascimento in poi cominciò a farsi strada l'osservazione
dei fenomeni e il desiderio di comprendere il funzionamento del
mondo a partire da alcuni meccanismi evidenti che lo regolavano. Esso consiste: Il metodo conoscitivo sperimentale ed induttivo di Galileo mise a soqquadro filosofie, teologie e scienze.Alla base della conoscenza umana non c'era piu' una verità colta dal pensiero umano nella natura o nella religione, bensi' il dubbio sistematico quanto al pensiero umano sul mondo e la fiducia nella osservazione oggettiva del mondo. Questa rivoluzione nella ricerca della conoscenza umana produsse una tendenza inversa a quella medioevale: se prima si cercava di adattare i fatti alle idee, ora si procedeva a rovescio.-Con la scienza dell'osservazione sistematica e della sperimentazione si adattava per lo piu' ogni idea logica o astratta ai fenomeni naturali.Si tendeva cioè a spiegare ogni fenomeno, anche religioso con relazioni causa-effetto di origine materiale, naturale. Gradualmente si realizzò una separazione più profonda tra la scienza, la filosofia e la teologia. Nacque l'ideologia secondo cui ogni fenomeno puo' avere due spiegazioni:una
scientifica ed una religiosa. Da parte laica ci fu la stessa dipendenza ideologica:le affermazioni religiose in particolare quelle bibliche quanto alla origine della natura, dell'uomo, del cosmo, sono spesso smentite dalla evidenza oggettiva della osservazione scientifica e dalla scienza sperimentale...dunque tutta la religione è erronea, è una percezione errata del cosmo, una eresia umana! Questa dipendenza ideologica sussiste ancora oggi per molte
persone La mentalità razionalista (cioè basata sulla convinzione di poter comprendere tutta la realtà con la sola ragione) instauratasi con la rivoluzione scientifica ha indotto molti a porsi in modo ostile rispetto al fenomeno religioso. Alcuni movimenti di pensiero, come l'Illuminismo nel XVIII secolo e il Positivismo nel XIX hanno considerato la ragione come l'unico mezzo possibile per giungere alla conoscenza della verità. Per questo genere di mentalità la religione è inutile, anzi, quasi un ostacolo al progresso, in quanto impigrisce la ragione nella sua ricerca. A causa di questi atteggiamenti si è sviluppata un'autentica avversione
nei confronti di tutto ciò che è soprannaturale e trascendente.
L'uomo si è ritenuto sempre più autosufficiente, senza
alcuna necessità di chiedere alla religione delle spiegazioni
sulla sua origine o sul suo futuro. Al di là di ogni ottimismo è importante valutare correttamente il rapporto tra scienza e fede. Nell'arco di tempo che va dal XIV fino al XVI secolo, fede e religione tendono a distinguersi, recuperando ciascuna il proprio ambito di ricerca. Comincia il francescano Guglielmò di Ockham (1280-1349) che afferma l'asimmetria tra fede e ragione. Le verità rivelate, secondo lui, non appartengono al dominio della ragione, in quanto non sono evidenti di per se stesse, come possono esserlo i princìpi di una dimostrazione razionale; non sono dimostrabili come le conclusioni della dimostrazione; e non sono nemmeno probabili perché appaiono false a coloro che si servono della ragione naturale. E soprattutto a partire dal rinascimento che scienze e arti in genere
si liberano dalla tutela religiosa e ridiventano autonome. Le affermazioní
della Bibbia o di Aristotele, le direttíve dell'autorità
gerarchica, vengono passate al vaglio della critica. E' la fine del principio
dell'ipse dixit = La Bibbia viene analizzata filologicamente sui testi originali, come si fa del resto con gli altri classici della cultura greco-romana. Il principe degli umanisti, Erasmo di Rotterdam (1469-1536) prepara e pubblica la prima edizione del Nuovo Testamento in greco. In Polonia il canonico Nicolò Copernico pubblica nel 1543 il De
revolutionibus orbium coelestium, opera che rivoluziona la cosmologia
geocentrica che fu propria di Aristotele, di Tolomeo e della Bibbia. Conflitto e rottura Dalla seconda metà del Cinquecento la Chiesa di Roma si trova a dover lottare contro il libero esame che i protestanti applicano alla lettura della Bibbia. Libero esame è sinonimo di analisi razionale svincolata dalla interpretazione data dall'autorità.E' sinonimo di ricerca, di rifiuto del dogmatismo. La Chiesa tenta di sbarrare la strada a queste nuove teorie, e si arrocca su una tradizione dottrinale che non è in sintonia con la mentalità culturale del nuovo tempo. La fede parla ormai un linguaggio distante da quello delle nuove scienze. E quando le scienze minacciano una verità di fede, il tono della Chiesa si fa sospettoso e polemico. Se la Chiesa prende le distanze dai nuovi cantieri della scienza, il pensiero filosofico e scientifico a sua volta intraprende strade che lo allontanano dalla Chiesa. Pensatori e ricercatori cattolici come Cartesio, Galileo, Buffon, Pascal avranno rapporti difficili con la Chiesa. Ripercorriamo le tappe solo per cenni schematici: a) La separazione netta tra ragione e fede si annuncia con R. Descartes (1596-1648), che applica il rigore matematico al ragionamento filosofico. t l'iniziatore del razionalismo. Realizza la rivoluzione copernicana in filosofia, nel senso che, al procedimento medioevale che partiva dalla certezza di Dio per giungere alla certezza di se stessi, sostituisce il procedimento inverso che parte dalla certezza di se stessi (« Cogito ergo sum ») per arguire la certezza di Dio. b) Il caso Galileo è emblematico del conflitto tra ragione e fede. Si riconosce unanimemente in Galileo il fondatore della scienza moderna. La novità, rispetto alla scienza tradizionale, sta nel metodo: Galílei studia i fenomeni naturali usando strumenti di cui si fida più che dei propri sensi; analizza i risultati con una nuova matematica, risultante dall'integrazione tra geometria classica e l'aritmetica . ll'uomo che avrebbe dato inizio alla più straordinaria rivoluzione del sapere in epoca moderna, gli arístotelici del Seicento non potevano perdonare la genialità nel demolire le loro vecchie certezze tolemaiche. Processato due volte, ricevette due condanne, dovette abiurare, e fu infine assegnato a domicilio coatto «per aver ritenuto e adottato la dottrina falsa e contraria alle sacre e divine Scritture, secondo cui il Sole è al centro del mondo e immobile, mentre la terra non sta al centro e si muove» (dagli atti del processo del 1633). Severo, ma da condividere, il giudizio degli storici. Uno di loro, J. Lortz', scrive che' con la condanna di Galileo, la Chiesa si estromise dal grande rinnovamento scientifico moderno e, quel che più conta, provocò nei secoli successivi, a se stessa prima che alla scienza, incalcolabili e irreparabili conseguenze. c) B. Pascal (1623-1662), filosofo e matematico profondamente credente, incarna il dissidio del Seicento tra ragione e fede. Difende naturalmente i diritti della ragione, attacca il principio di autorità nella ricerca razionale, ma non ritiene che il razionalismo possa estendersi alla sfera della religione. La ragione è impotente a fondare i valori e a provare l'esistenza di Dio. «Il silenzio eterno di questi spazi infiniti mi spaventa»: è uno dei "pensieri" (il n. 206) che traduce bene lo sgomento di un uomo moderno che crede in Dio e che conosce il mondo, ma che guardando il mondo lo vede vuoto di Dio. d) Il divorzio tra fede e scienza non fu tuttavia sempre radicale. In Cina i gesuiti utilizzarono le loro conoscenze matematiche e astronomiche prima di annunciare il vangelo. E nella stessa Europa la maggior parte degli scienziati del Sei-Settecento rimase cristiana, anche se si sentivano messi in forte disagio di fronte a una Bibbia che la Chiesa ufficiale riteneva intoccabile persino nella sua forma letterale. e) Durante il Settecento la Chiesa darà segnali evidenti di opporsi alla scienza e alla realizzazione autonoma dell'uomo. Per reazíone, molte ricerche e scoperte avvengono ormai fuori di essa. Monumento letterario della ragione in conflitto con la fede è l'Encyclopédie (1751-1765). f) L'Ottocento, con lo strepitoso sviluppo delle scienze positive e delle tecniche, segna il momento di maggior attrito tra il mondo della ricerca e il sistema delle verità di fede. E' diffusa l'utopia del progresso illimitato che risolverà finalmente ogni problema umano e sociale; solo la scienza e la storia hanno le chiavi per aprire l'avvenire. Il Catechismo positivista (1852) di A. Comte fonda la conoscenza sui soli fatti empíricí, mentre il materialismo riduce tutto il reale alla materia e alle sue leggi. Marx ed Engels vedono la nuova società incamminarsi verso una radicale trasformazione in base ai principi - da loro spacciati per scientifici - del materialísmo storico e dialettico. g) Il trasformismo biologico di Darwin, esposto ne L'origine della specie (1859), esclude l'idea di creazione immediata e diretta dell'uomo, una delle verità capitali della Bibbia. L'affermazione che «l'uomo discende dalla scimmia» viene presa come un doppio schiaffo dalla maggior parte dei credenti: primo, per l'offesa inferta alla dignità spirituale dell'uomo; secondo, per il conseguente declassamento dei primi capitoli della Genesí biblica a racconto leggendario, paragonabile solo a tanti altri miti della letteratura orientale. h) Per tutto il secolo xix, segnato da una vivace ma greve mentalità positívistica, ci sono uomini di scienza e filosofi che proclamano l'incompatibilità del cristianesimo con la cultura moderna. Da parte sua, la gerarchia ecclesiastica controbatte con un atteggíamento opposto e speculare (cfr., per es., il Sillabo di Pio IX, 1864, e la strategia difensiva del concilio Vaticano I, 1869-1870). E' vero che il sapere teologico viene espulso dalle università statali e relegato nelle sole università ecclesiastiche, ma non è men vero che le scienze profane non sono più considerate, nel curricolo di studi seminaristici collaudato dalla riforma tridentina, come componente importante nella formazione intellettuale degli uomini di Chiesa. i) L'atteggiamento della Chiesa rimane sospettoso fin oltre la soglia del xx secolo. Se si è dimostrata legittima la sua resistenza allo scientismo, al razionalismo e al materialismo, che espropriano l'uomo della sua dimensione trascendente, altrettanto miope si rivela la diffidenza verso le scoperte tecnico-scientifiche, e in particolare verso il metodo storico-critico adottato dalla fine dell'Ottocento per leggere la Scrittura. Nasce la esegesi modernista. Alcuni pronunciamenti del magistero bloccano ancora per qualche decennio la ricerca in materia di esegesi biblica, di storia del crístianesimo, di teologia dogmatica e morale. Verso la riconciliazione Il secolo XIX vede un netto riavvicinamento delle posizioni. Sono
cadute molte prevenzioni dall'uno e dall'altro fronte. Ma soprattutto
sono intervenuti fatti nuovi, che cambiano i termini rapporto scienza-fede. Anche certe nuove teorie dibattute nella prima metà del secolo (meccanica quantistica, relatività,entropia ... ) invitano la comunità scientifica alla modestia. Paradossalmente, lo scienziato più avanza nel sapere, più si rende conto che aumenta il suo non-sapere. Gli scienziati veri oggi, per Ia stessa ammissione, sono, tra tutte le persone, quelle che hanno dubbi e meno certezze! E quando intercettano fenomeni o documenti di tipo religioso, in genere non hanno l'ingenuità o la supponenza di negare o ridicolizzare questa dimensione dell'uomo né si avventurano a dar risposte a interrogativi religiosi, che esulano dalla loro competenza. Dall'altra, anche la Chiesa tende a rifare pace con la ragione e il mondo delle scienze. Parecchi papi, da Pio XI a Pio XII, Paolo VI a Giovanni Paolo II, dimostrano di essere convinti estimatorì della verità scientifica, da qualunque parte provenga. Il motivo di questo apprezzamento è chiaramente affermato: non può esserci contraddizione tra le verità scoperte dalla scienza e le verità rivelate, perché ogni verità ha Dio come unica origine. Oltre all'Osservatorio astronomico (o Specola Vaticana) di Castelgandolfo (arricchitosi ultimamente di un nuovo potente telescopio montato sui monti del deserto dell'Arizona), esiste in Vaticano, fin dal 1936, una Accademia pontificia delle Scienze, composta di ottanta accademici di fama mondiale (tra loro ci sono diversi premi Nobel), scelti senza discriminazione razziale o religiosa, che promuovono ricerche e danno pareri sui problemi emergenti dell'umanità. Un esempio: nel 1979, papa Wojtyla chiede all'Accademia di riaprire il caso Galileo, di riesaminare con obbiettività tutta la documentazione storica, nell'atteg- giamento di chi intende ammettere lealmente i torti comunque arrecati o subìti. Nel 1983 il caso è chiuso con il riconoscimento delle colpe oggettive degli uomini di Chiesa di allora. Con il concilio Vatícano II si riannoda il dialogo tra Chiesa e mondo scientifico. Le realtà terrene - afferma la Gaudium et spes, nn. 36 e 62 - hanno leggi e valori propri, da riconoscere e rispettare nella loro autonomia. La fede non ha nulla da temere dallo sviluppo corretto delle scienze. Agli occhi del credente, scienza e fede colgono, ognuna a modo suo, un aspetto della stessa verità; per questo offrono la possibilità di cogliere la creazione nella sua globalità: la scienza aiuta a capire il come e la fede risponde al perché. Il vantaggio, in definitiva, è reciproco. La scienza può purificare la religione dalle tendenze superstiziose, mentre la religione può distogliere la scienza dall'idolatria di se stessa e dai falsi assoluti. Le scienze possono suggerire nuovi metodi di indagine alle discipline religiose (che infatti si sono sviluppate enormemente in questi decenni, come hanno fatto l'antropologia, l' archeologia, la storia, la psicologia e la socíologia della religione, ecc.). Invece la teologia, in particolare la morale, può avere un'íncidenza positiva sull'orientamento che gli uomini di scienza imprimono alle proprie ricerche. In fisica nucleare o in genetica, per esempio, ci si domanda se lo scienziato ha il diritto di sperimentare tutto quello che è tecnicamente possibile. Qui la fede - o meglio, la responsabilità morale che nasce dalla fede - interviene non tanto per censurare, quanto per aiutare a discernere i valori che sono in gíoco, a cominciare dalla dignità della persona e dal bene comune della società. La questione oggi Le priorità del pontificato di Benedetto XVI Tale assolutizzazione non proviene dalla scienza come tale, né dai grandi uomini di scienza, che ben conoscono i limiti della scienza stessa, bensì da una "vulgata" oggi molto diffusa e influente, che però non è la scienza ma una sua interpretazione filosofica, piuttosto vecchia e superficiale. La scienza infatti deve i suoi successi alla sua rigorosa limitazione metodologica a ciò che è sperimentabile e calcolabile. Se però questa limitazione viene universalizzata, applicandola non solo alla ricerca scientifica ma alla ragione e alla conoscenza umana come tali, essa diventa insostenibile e disumana, dato che ci impedirebbe di interrogarci razionalmente sulle domande decisive della nostra vita, che riguardano il senso e lo scopo per cui esistiamo, l'orientamento da dare alla nostra esistenza, e ci costringerebbe ad affidare la risposta a queste domande soltanto ai nostri sentimenti o a scelte arbitrarie, distaccate dalla ragione. È questo, forse il problema più profondo e anche il dramma della nostra attuale civiltà. Joseph Ratzinger-Benedetto XVI fa un passo in più, mostrando che la riflessione sulla struttura stessa della conoscenza scientifica apre la strada verso Dio. Una caratteristica fondamentale di tale conoscenza è infatti la sinergia tra matematica ed esperienza, tra le ipotesi formulate matematicamente e la loro verifica sperimentale: si ottengono così i risultati giganteschi e sempre crescenti che la scienza mette a nostra disposizione. La matematica è però un frutto puro e "astratto" della nostra razionalità, che si spinge al di là di tutto ciò che noi possiamo immaginare e rappresentare sensibilmente: così avviene in particolare nella fisica quantistica – dove una medesima formulazione matematica corrisponde all'immagine di un'onda e al tempo stesso di un corpuscolo – e nella teoria della relatività, che implica l'immagine della "curvatura" dello spazio. La corrispondenza tra matematica e strutture reali dell'universo, senza la quale le nostre previsioni scientifiche non si avvererebbero e le tecnologie non funzionerebbero, implica dunque che l'universo stesso sia strutturato in maniera razionale, così che esista una corrispondenza profonda tra la ragione che è in noi e la ragione "oggettivata" nella natura, ossia intrinseca alla natura stessa. Dobbiamo chiederci però come questa corrispondenza sia possibile: emerge così l'ipotesi di un'Intelligenza creatrice, che sia l'origine comune della natura e della nostra razionalità. L'analisi, non scientifica ma filosofica, delle condizioni che rendono possibile la scienza ci riporta dunque verso il "Logos", il Verbo di cui parla san Giovanni all'inizio del suo Vangelo. Benedetto XVI non è però un razionalista, conosce bene gli ostacoli che oscurano la nostra ragione, la "strana penombra" in cui viviamo. Perciò, anche a livello filosofico, non propone il ragionamento che abbiamo visto come una dimostrazione apodittica, ma come "l'ipotesi migliore", che richiede da parte nostra "di rinunciare a una posizione di dominio e di rischiare quella dell'ascolto umile": il contrario dunque di quell'atteggiamento oggi diffuso che viene chiamato "scientismo". Allo stesso modo non può essere presentata come "scientifica" la riduzione dell'uomo a un prodotto della natura, in ultima analisi omogeneo agli altri, negando quella differenza qualitativa che caratterizza la nostra intelligenza e la nostra libertà. Una simile riduzione costituisce in realtà il capovolgimento totale del punto di partenza della cultura moderna, che consisteva nella rivendicazione del soggetto umano, della sua ragione e della sua libertà. Perciò, come Benedetto XVI ha detto a Verona, la fede cristiana proprio oggi si pone come il "grande sì" all'uomo, alla sua ragione e alla sua libertà, in un contesto socio-culturale nel quale la libertà individuale viene enfatizzata sul piano sociale facendone il criterio supremo di ogni scelta etica e giuridica, in particolare nell'"etica pubblica", salvo però negare la libertà stessa come realtà a noi intrinseca, cioè come nostra capacità personale di scegliere e di decidere, al di là dei condizionamenti ed automatismi biologici, psicologici, ambientali, esistenziali. ...» |
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