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Quale etica per l'oggi ? - Il dibattito nella destra italiana- |
http://www.loccidentale.it Nel Pdl c'è uno scontro di idee ma le fondamenta non vanno toccate.-Gaetano Quagliariello -6 Aprile 2009 [...] Questo dibattito ha un punto di partenza, che è anche una consapevolezza condivisa: l’agenda del nuovo secolo è drasticamente cambiata e comprende temi diversi da quelli con i quali a lungo siamo stati abituati a confrontarci. Problemi quali l’immigrazione, la società multi-religiosa, la sfida antropologica si trovano oggi al centro delle preoccupazioni di quanti cercano di comprendere il domani. Il tutto, sullo sfondo di una crisi che ha messo in dubbio le sorti progressive del capitalismo e ha spiegato come il mercato sia un insieme complesso di regole che vanno rispettate. Non certo uno spirito selvaggio che si afferma contro tutto e contro tutti. Di fronte a questo scenario, nel centro-destra iniziano a intravedersi due differenti risposte. La prima è quella che punta su una secolarizzazione ritenuta inevitabile. Da qui un approccio apparentemente più laico sui temi della bio-politica; la convinzione che i problemi dell’immigrazione possano risolversi con una buona dose di tolleranza; le aperture alle presunte ragioni dell’islam, anche il più estremo, in quanto questo sarebbe destinato a seguire la stessa sorte del cristianesimo: scolorirsi progressivamente fino a divenire null’altro che un vago riferimento culturale. La seconda risposta, invece, è quella di quanti ritengono che il nuovo secolo, per non ripetere gli orrori del precedente, abbia bisogno di una riscoperta non ideologica di senso. E che tale riscoperta possa venire dalla valorizzazione del proprio trascorso e del significato della tradizione: non come pretesa egemonica nei confronti di altre culture ma, quanto meno, come punto di tenuta. In questa prospettiva, si guarda alla storia anziché ai diritti e si rivendica la libertà intesa come responsabilità personale, contro quanti vorrebbero invece derivarla da codici e pandette. E l’integrazione s’intende più nel segno del rispetto dovuto e preteso, che in quello della tolleranza. Il dialogo tra le religioni, infine, si concepisce concedendo al sacro ciò che gli spetta, senza bisogno di auspicarne una ineluttabile secolarizzazione. Il confronto è aperto e va affrontato senza presunzione e soprattutto senza complessi di superiorità. C’è però una condizione che tutti dovrebbero tener presente e impegnarsi a non far venire meno. Non si può confondere una crisi profonda dovuta a cause congiunturali che hanno avuto epicentro negli Stati Uniti, con una crisi strutturale del liberal-capitalismo o, addirittura, della liberal-democrazia. Queste sono le colonne d’Ercole che nessuno deve osare superare. .... Serve una nuova etica adatta ad una società sempre più tecnologicadi Gianluca Sadun Bordoni 30 Aprile 2009 [...] Si tratta di un dibattito ampio, che non si esaurirà facilmente, e di cui occorrerà a più riprese sondare i diversi aspetti. Nell’impostare la discussione, Quagliariello enuclea due linee di pensiero presenti in generale nel centro-destra, una ricondotta all’idea di una tendenza inevitabile alla secolarizzazione, l’altra fondata invece sulla necessità di una riscoperta di ‘senso’, riscoperta che non può che dirigersi verso la tradizione culturale e religiosa europea. Che queste due tendenze, o tentazioni, esistano è indubbio. Si tratta di capire se esse, intese come mutuamente esclusive, siano realmente adeguate a capire la complessità etico-politica del presente, e dunque se sulla loro base sia possibile al nuovo centro-destra italiano ‘governare’ questa difficile fase della modernizzazione, italiana ma in realtà planetaria. La risposta che suggerisco a tale quesito è negativa. Credo anzi sia importante far emergere le ragioni per cui queste due linee di pensiero, nella loro unilateralità, sono insufficienti. Nei limiti di un breve intervento, vorrei svolgere solo qualche considerazione esemplificativa sul terreno forse più divisivo, tra quelli enucleati da Quagliariello, e cioè quello delle questioni ‘eticamente sensibili’. Cominciando tuttavia con una rapida premessa sulla secolarizzazione, che è però in fondo il vero nucleo problematico. Il cosiddetto ‘teorema della secolarizzazione’, nei suoi termini originari (l’idea cioè di una progressiva scomparsa della religione, ridotta alla sfera meramente privata di gruppi sempre più marginali) è certo indifendibile, e persino la cultura di sinistra lo ha ormai abbandonato: non a caso Habermas parla di ‘società post-secolari’. Sarebbe tuttavia superficiale credere con ciò che il processo di secolarizzazione, correttamente inteso, sia destinato a regredire nelle società occidentali: ciò contrasta con i risultati delle più serie indagini al riguardo – come quella di Norris-Inglehart, Sacro e secolare. Religione e politica nel mondo globalizzato - ma più semplicemente con l’esperienza comune di quanto sta avvenendo nella stessa società italiana, nella quale – per citare un dato – il numero delle coppie di fatto sta per superare quello delle coppie sposate, secondo una tendenza ormai invalsa nelle principali democrazie occidentali. Essa indica, evidentemente, un allentamento dei legami sociali tradizionali, così come la diminuzione della pratica religiosa – in atto in tutti i paesi avanzati - indica l’indebolimento delle forme culturali tradizionali. Questi fenomeni, e altri che si potrebbero citare – a cominciare dalla de-natalità – suggeriscono che esiste un senso preciso per il quale, in diversi ambiti, il processo di secolarizzazione prosegue anche in Italia, come in tutti i paesi occidentali: una forza politica che mira a governare il nostro paese in modo non episodico deve tenerne conto. Esiste una serie di questioni etiche, quelle riguardanti il matrimonio e il divorzio, gli orientamenti sessuali, la salute e la malattia, le scelte riproduttive, l’educazione eccetera, nelle quali il processo di secolarizzazione non conosce battute d’arresto. Sul piano politico, ciò significa che la maggioranza determinatasi in Italia dal 1974, con il referendum sul divorzio, è ancora presente. Tale orientamento coincide con gli effetti della modernizzazione sociale, e qui mi sento di affermare che quelle culture, ad esempio islamiche, che si ostineranno in un rifiuto totale di tale processo, sono destinate, prima o poi, all’implosione. In tale ambito di questioni etiche il principio di autodeterminazione individuale sembra difficilmente scalfibile. Esiste però un’altra serie di questioni, legate agli effetti sempre più pervasivi della tecnoscienza, in cui le cose stanno in modo alquanto diverso. Tali sono ad esempio le questioni relative al confine della vita, nelle quali l’impatto delle nuove tecnologie ha reso improvvisamente incerta la determinazione dell’inizio o della fine della vita stessa, scuotendo le nostre convinzioni morali: in tale diverso ambito, l’idea di estendere semplicemente il paradigma dell’autodeterminazione, prevalente nel primo gruppo di questioni, non funziona e l’attivazione del deposito di senso della tradizione morale della nostra civiltà si è rivelato e si rivelerà indispensabile. Come ha capito anche Habermas, l’aborto e la diagnosi pre-impianto sono due generi di questioni non analogabili. Questo segnala però che, complessivamente, né il secolarismo né l’etica religiosa riescono a ‘governare’, da soli, la complessità morale delle nostre civiltà in transizione. L’idea di rendere dominante uno dei due paradigmi, secolarista o religioso, non funziona e non funzionerà. Una forza egemone, culturalmente e politicamente, come vuole essere quella del centro-destra, deve attrezzarsi perciò ad una peculiare e certo non facile ‘mobilità’, attingendo sia alla profondità non esaurita delle tradizioni religiose dell’Occidente, sia alla ragionevolezza, in taluni ambiti, della morale dei moderni. Un’analisi articolata di cosa questo comporti in concreto eccede i limiti di un breve intervento (qualche osservazione in più nel mio articolo su Biopolitica e democrazia sull’ultimo numero di “Con. Conservatori contemporanei”). Basti qui dire che è necessario insistere sul fatto che esistono basi biologiche della democrazia che sono ‘indisponibili’, e che – di fronte alla diffusione della tecnoscienza e alle profezie sul post-umano – dobbiamo tener ferma la comprensione dell’uomo come genere naturale: questa è anche la tesi di Habermas, e ciò significa che su tali basi è anche possibile instaurare un proficuo confronto con la cultura di sinistra. L’uomo non può illudersi di prendere nelle sue mani l’evoluzione biologica della specie, senza mettere in discussione i fondamenti normativi della democrazia stessa: l’idea ad esempio di una programmazione genetica di alcuni individui, qualunque siano le intenzioni, altera quella fondamentale eguaglianza tra gli uomini che è consustanziale alla democrazia e che presuppone che ciascuno si senta autore della propria vita, e perciò anche responsabile delle proprie azioni. La spontaneità della nascita è in certo senso una precondizione della libertà sociale dell’uomo. Questo è naturalmente solo un esempio: è però in generale nella riflessione sul nesso tra natura, tecnica e democrazia che si dovrà individuare il terreno di mediazione tra principi religiosi e laici, nella lenta costruzione di una nuova etica, adatta alla società tecnologica, in cui la tutela dei diritti costituzionali sappia mediarsi con l’indisponibilità delle basi biologiche della società e con un principio allargato di precauzione, che accolga all’interno delle nostre democrazie, in modo responsabile, l’incertezza costitutiva delle società tecnologiche. Nel Pdl ci si deve mettere d'accordo su cosa significa la dignità della persona. Sono d’accordo con Quagliariello. Nell’area politico-culturale del centro-destra si confrontano due diverse sensibilità rispetto ai problemi che sono sul tappeto. Crisi economica, immigrazione, questioni religiose, questioni bioetiche: tutto sembra riconducibile a due diversi modi di guardare la modernità. Da una parte ci sono coloro che, prendendo per buona la tesi della “passione per il neutro” e dell’”imperativo eretico”, guardano al mondo odierno come a un luogo di depotenziamento progressivo della tradizione e delle antiche “lealtà”. Per dirla con Touraine, costoro mirano a “rinnovare la democrazia” prendendo per buono il relativismo. Dall’altra ci sono invece coloro che, pur accettando la tesi del pluralismo, della multietnicità, diciamo pure, di una certa rottura operata dal moderno rispetto alla tradizione, ritengono che le istituzioni liberal-democratiche abbiano bisogno di un senso comune condiviso, difficilmente compatibile con il relativismo, e aperto piuttosto alla dimensione religiosa Saranno i fatti a dire in che misura queste due diverse sensibilità sapranno convivere all’interno di uno stesso soggetto politico. In ogni caso spero sia chiaro a tutti che uno stato liberale di diritto non può essere uno “stato etico”, ma non può essere nemmeno uno stato indifferente ai riferimenti assiologici dei suoi cittadini, altrimenti c’è il rischio che vengano meno le condizioni stesse della sua liberalità. Come si diceva sopra, ciò che marca le differenze politiche nella nostra società complessa indica in ultimo una presa di posizione rispetto alla modernità; più precisamente, si potrebbe anche dire che tutto dipende ormai dall’idea che abbiamo della nostra libertà e dignità. Per alcuni la salvaguardia dei diritti della persona implica il riconoscimento di una loro base, diciamo così, “naturale”, per altri no e rivendicano, ad esempio, il diritto al matrimonio tra omosessuali; per alcuni il diritto alla vita implica che esso venga tutelato fin dal primo concepimento, per altri no e rivendicano il diritto della donna ad abortire o il diritto a produrre e ad usare embrioni umani per la ricerca; per alcuni la convivenza tra individui appartenenti a culture differenti è soprattutto una questione di rispetto della dignità della persona, nonché della tradizione culturale che l’ha resa possibile (quella ebraico-cristiana), per altri invece è soltanto un problema di tolleranza, nella convinzione che tutte le culture abbiano lo stesso valore e che tutti abbiano diritto alla propria “differenza”. Ebbene non credo che sia difficile vedere dietro questi esempi un genere di conflitti assai diversi rispetto a quelli che la politica era abituata a gestire fino a una ventina d’anni fa. Lo stesso si potrebbe dire sui diversi modi di guardare e di affrontare la crisi economica: per alcuni essa significa la necessità di far valere nel mercato internazionale alcune “regole” che ne impediscano le degenerazioni che si sono verificate soprattutto nel sistema economico-finanziario americano, per altri il definitivo tramonto del mercato e dell’economia capitalistica in quanto tali, confondendo così, proprio come paventa Quagliariello, “una crisi profonda, dovuta a cause congiunturali che hanno avuto epicentro negli Stati Uniti, con una crisi strutturale del liberal-capitalismo o, addirittura, della liberal-democrazia”. Esiste insomma una differenza sostanziale tra un conflitto che si sviluppa, poniamo, tra chi preferisce dare più sostegno alle imprese che alla spesa sociale, contrastare il debito pubblico piuttosto che la disoccupazione o cose simili, e un conflitto che si sviluppa invece sul diritto alla vita, alla propria identità culturale o sul diritto alla libertà economica in quanto tale. Se nel primo caso abbiamo un conflitto del tutto compatibile con un partito che voglia essere pluralista, capace addirittura di arricchirlo, nel secondo abbiamo a che fare con qualcosa che, alla lunga, potrebbe minarlo in profondità, creando divisioni inconciliabili al suo interno. Un partito, per quanto ampiamente rappresentativo come il PdL, ha bisogno di un popolo e di una leadeship che si trovino d’accordo non soltanto su alcuni fini da raggiungere -poniamo, il superamento della crisi economica, l’ammodernamento dello stato, la promozione delle libertà individuali, una maggiore equità fiscale e più sicurezza per i cittadini-, ma anche su alcuni principi “fondanti” le modalità del loro conseguimento, primi fra tutti la libertà e la dignità delle persone. A richiedere questo accordo è la natura stessa delle sfide con le quali dobbiamo fare i conti. Per fare qualche esempio, di fronte ai costi economici di certe malattie, qualcuno potrebbe pensare di sottoporre gli embrioni o i feti umani a test genetici che ne garantiscano la “qualità” prima di farli venire al mondo; una campagna sistematica in favore dell’eutanasia potrebbe essere una buona strategia per alleggerire i costi di una vita che, diventando sempre più lunga, produce un numero crescente di persone anziane non autosufficienti; la tecnologia della riproduzione potrebbe diventare il modo più efficiente per regolamentare le nascite e fronteggiare il problema demografico; microchip cerebrali potrebbero diventare la soluzione per molti problemi di ordine pubblico, e si potrebbe continuare. In ogni caso la biopolitica è già da tempo è entrata in azione in questi campi. Ma proprio per questo, e a maggior ragione, non si possono perdere di vista i principi che stanno a fondamento di una determinata identità politica. Ci si esporrebbe al rischio di diventare “nessuno”. E questo significherebbe la fine per qualsiasi partito politico. Ormai destra e sinistra non esistono più ci sono solo realisti e relativisti.di Gaetano Rebecchini -9 Aprile 2009 Stimolato dall’intervento del Sen. Quagliariello, desidero contribuire - seppur da esterno - a quel dibattito politico-culturale sulla modernità ed i suoi problemi che è già in corso nel “Partito della Libertà”; dibattito che, come sottolinea Quagliariello, è bene sia il più ampio possibile considerato che si è all’inizio dell’attività del nuovo soggetto politico e visto anche il particolare difficile momento che sta attraversando il nostro Paese. Come ho già avuto modo di affermare in più occasioni, con il tramonto delle grandi ideologie il quadro, non solo politico, che oggi la cosiddetta società post-moderna ha di fronte è notevolmente diverso dal passato. Molte delle categorie che hanno caratterizzato la storia degli ultimi due secoli sono diventate vetuste e necessitano di un ripensamento e rinnovamento, anche a livello semantico, iniziando proprio da quelle che si definiscono “destra” e “sinistra”. Vediamo allora di individuare ciò che può oggi costituire motivo di distinzione tra le varie forze politiche in campo. Ebbene secondo me – e mi riferisco non solo al nostro Paese - il discrimine più significativo, che passa anche all’interno degli stessi attuali schieramenti politici, è quello tra coloro che ritengono validi il principio di realtà oggettiva, e di conseguenza, l’esistenza di una “legge naturale” e coloro che, al contrario, basano la loro azione su una visione soggettivistica della realtà. Una divisione quindi che vede da un lato “realisti” od “oggettivisti” e dall’altro “relativisti” o “soggettivisti”, il che pone in evidenza una sorta di ribaltamento dei riferimenti sociologici da sempre attribuiti alle due anzidette categorie: infatti alla “destra”, in quanto depositaria del “common sense”, quindi del “diritto naturale”, verrebbe di fatto riconosciuta una dimensione “comunitaria”, mentre alla “sinistra”, in quanto “relativista”, verrebbe attribuito un connotato “individualistico”. Così in altre parole, mentre una volta al termine “destra” venivano associati ruolo ed istanze del singolo individuo ed al termine “sinistra” veniva attribuito il ruolo del primato della collettività, oggi il paradigma verrebbe ad invertirsi, privilegiando la “destra” il bene comune oggettivo, fondato sul principio di realtà, e promuovendo invece la “sinistra” desideri individuali, prescindendo anche dal beneficio che potrebbero apportare alla società. Come si vede, dunque, siamo di fronte a un quadro – politico, culturale e sociale – totalmente nuovo. Quadro che si caratterizza poi per due ulteriori aspetti salienti. Primo, la crescente consapevolezza della sostanziale illusorietà di quanto viene proposto dalla tecnocrazia scientista: infatti lo sviluppo tecnico-scientifico, che in futuro avrebbe dovuto assicurare perenne felicità a tutta l’ umanità si sta rivelando un’utopia, una suggestione verso un nuovo anti-umanesimo che tende a ridurre la persona umana a mero strumento. Quanto al secondo aspetto, questo emerge proprio dall’incapacità della tecnocrazia scientista a fornire risposte convincenti alle domande ultime relative all’uomo stesso: quali il suo principio ed il suo fine e le ragioni della sua esistenza. Aspetto rappresentato dal ritorno, non sul piano privato, bensì su quello pubblico e civile, della dimensione religiosa, la sola capace di fornire risposte a quegli aneliti che le varie “scienze”, non solo quelle “esatte”, ma anche, e soprattutto, quelle “sociali” e “politiche” hanno creduto di poter risolvere, determinando invece catastrofi quali quelle del secolo passato. Il Pdl e le origini della divisione tra "modernismo" e "conservatorismo". La duplicità di linee politico-culturali che Gaetano Quagliariello segnala all’interno del PdL e fra cui auspica un confronto, è sotto gli occhi di tutti: è emersa gradatamente negli ultimi mesi, suscitando, anche in chi scrive, una certa sorpresa. Ma, superando lo stupore iniziale, è necessario ragionarci su e intenderne le radici: sarà per un vizio “storicistico”, ma credo che un buon metodo per cogliere la ragione profonda di idee e posizioni sia quello di comprendere lo svolgimento di cui sono frutto e quindi la logica interna a cui obbediscono. Le posizioni a cui si richiama Quagliariello sono proprie di ambienti politico-culturali che fino circa a due decenni fa erano intimamente e – direi – entusiasticamente fautori della “modernità”: il liberalismo a cui si rifacevano si presentava come la coscienza del “mondo moderno”, di cui si dava un giudizio ottimistico e che si difendeva sistematicamente dai suoi critici, di destra come di sinistra. La politica aveva un compito fondamentale: quello di contribuire alla liberazione dell’individuo da tutti i condizionamenti culturali e gli impedimenti legislativi che intralciassero la sua completa autodeterminazione, e quindi di ridimensionare il peso delle strutture sociali (p. e. la famiglia) in cui tale individualità sembrava mortificata. Tutti gli enti collettivi erano guardati con sospetto: i partiti dovevano essere “leggeri”, le Chiese erano giudicate relitti del passato, la religione - nella migliore delle ipotesi - un atteggiamento di ripiegamento personale. Negli ultimi vent’anni, questi ambienti hanno di molto ridimensionato il loro entusiasmo per la “modernità”: non che siano diventati tout court “anti-moderni”, anche perché sono intransigentemente legati ai valori della democrazia e del pluralismo, ma ormai non sono insensibili alle critiche che al pieno dispiegarsi della “modernità” il pensiero conservatore (e anche qualche grande “reazionario”) ha elaborate negli ultimi due secoli. Sono quindi approdati a un “liberalismo conservatore”, che ricupera il valore delle formazioni sociali (nazione, famiglia), approfondisce il ruolo della “tradizione”, guarda con grande interesse al pensiero religioso e ai tesori di umanità che esso racchiude. Questo trapasso non è avvenuto per un mero gioco intellettuale, ma per la lezione delle cose: il fallimento del “costruttivismo” politico novecentesco, la deriva etica presente nelle società contemporanee, la disgregazione sociale che vi si avverte, le sfide che a valori millenari vengono portate dall’interno come dall’esterno della nostra società hanno spinto a un’autocritica e a un lavoro di revisione intellettuale, che ha comportato infine un riposizionamento politico. E le posizioni incarnate da Gianfranco Fini? Per intenderne la logica bisogna risalire indietro fino a quella nebulosa ideologica che fu il fascismo. In questo mio suggerimento, - lo vorrei sottolineare subito con forza – non c’è nessun intendimento polemico o recriminatorio: chi scrive ha un atteggiamento “laico” rispetto al fascismo storico e non crede che nei dibattiti interni al PdL esso debba diventare qualcosa di impronunciabile, come la parola “mercante” per il padre di fra’ Cristoforo nei Promessi sposi. Nel fascismo furono presenti – è noto – anche atteggiamenti anti-moderni, cattolicizzanti, conservatori, nazionalistici in senso proprio, ma - a partire dal suo capo - è indubbia la sua tensione “modernistica”: primato della politica, statalismo, anticlericalismo, mito dell’«uomo nuovo», un certo “libertinismo” etico, al di là del familismo sbandierato. Alcuni si spingono a dire che fu un fenomeno “rivoluzionario”, non – come ancora si ripete – “reazionario”. Per questo - fra guerra e dopoguerra - a molti ex fascisti fu possibile un “transito” verso il comunismo, e non solo per opportunismo (come da sessant’anni va ripetendo invece un Leitmotiv polemico che non accenna a esaurirsi) E’ questo fascismo il lontano retroterra di Fini, ma non – sia detto per inciso – di molti dei suoi vecchi compagni di partito, nel cui pensiero la “critica della modernità” ha svolto a lungo un ruolo (anche troppo) decisivo. Il presidente della Camera, invece, proviene dal fascismo “moderno”: attraverso un lungo percorso, che è stato uno dei momenti importanti della vita democratica italiana degli ultimi decenni, egli si è liberato del fascismo, ma – si potrebbe dire - è rimasto con la “modernità”, che ora coniuga con i valori della democrazia, a cui è approdato. Su questi fondamenti, non credo che lo stesso concetto di “nazione” possa restare ancora a lungo al centro del suo discorso politico: egli dovrebbe precisarne gli “ingredienti” e qui nascerebbero non poche tensioni con le sue posizioni attuali. E’ insomma improbabile che egli possa mai diventare un “conservatore”, perché dal conservatorismo lo separa una distanza originaria: quella che divideva fascismo e conservatorismo già fra le due guerre. Per questo il confronto nel PdL fra atteggiamenti “conservatori” e posizioni “modernizzanti” ha radici profonde e vedrà sviluppi interessanti. Nel Pdl un vero dibattito culturale non esiste e non è mai esistito. Sono talmente d’accordo con la diagnosi di Gaetano Quagliariello che non riesco a trattenermi dall’entrare nel merito e prendere posizione. Non c’è dubbio che su tutto grava la questione antropologica e le diverse posizioni che vengono assunte su di essa e la questione connessa della modernità, o meglio degli esiti della postmodernità. Dice bene Quagliariello: c’è chi ritiene che la secolarizzazione sia inevitabile e che si possa puntare su questa tendenza per risolvere i conflitti: con una buona dose di pragmatismo si spera di contenere e controllare gli estremismi, di far subire all’islam la stesso processo di annacquamento che sta subendo il cristianesimo, di governare i problemi dell’immigrazione, di contenere entro binari di “ragionevolezza” le tendenze estreme della tecnoscienza. Questo pragmatismo mi sembra così poco realistico da suscitare la domanda di chi possa seriamente credere a una prospettiva simile. Gli estremismi dilagano in ogni angolo e immaginare che il mondo stia complessivamente tendendo verso la secolarizzazione è talmente contrario ai fatti da chiedersi su cosa possa poggiare una simile convinzione: davvero qualcuno può credere seriamente che milioni di uomini infatuati di ideali millenaristici e pronti a dare la vita pur di distruggere l’occidente e la sua corruzione siano sulla via della secolarizzazione? Tanto varrebbe chiedersi come mai la “secolarizzazione” dell’Impero Romano non abbia contagiato le orde di barbari che lo assediavano inducendole a una mite tregua. Siamo di fronte a un mondo convinto che l’occidente sia la fonte di una lebbra – proprio quella della secolarizzazione! – che deve essere estirpata ad ogni costo. L’uso della tecnologia da parte dell’integralismo iraniano non ha nulla a che fare con l’idea che se ne ha in occidente e che è entrata nella nostra ideologia: per l’islam tale uso è meramente strumentale e non si accompagna all’accettazione di una visione scientifica del mondo, anzi viene considerato un male nefasto l’onnipresenza di una visione di questo genere e l’annacquamento del cristianesimo è considerato come il paradigma di ciò che va combattuto. La sequenza di smacchi penosi cui è andata incontro la strategia di “appeasement” di Obama è la prova dell’impraticabilità di questa via pragmatica. Non funziona. La sua miseria è rappresentata plasticamente da chi la rappresenta: vecchi esponenti di un “realismo” fallimentare di qualche decennio fa come Brzezinsky, James Baker, Kissinger. Dovrebbe riflettere chi si è messo sulla scia di un tentativo che ha già mietuto in poco più di un mese un numero impressionante di insuccessi e sta dissestando equilibri già di per sé precari. Questo per quanto riguarda la politica estera. E si potrebbe continuare su altre tematiche. Ma qui mi fermo. Perché mi rendo conto che, più che entrare nel merito, occorrerebbe definire i binari di una discussione che non c’è. Difatti questo è il nodo serio che contraddistingue quello che Quagliariello definisce un “dibattito politico-culturale” e che invece, purtroppo, non si vede. Forse l’unica eccezione è rappresentata dalla questione bioetica, in quanto qui il dibattito è stato suscitato da temi molto concreti: la vicenda di Eluana Englaro e la legge sul testamento biologico. Ma anche in questo caso si è trattato esclusivamente di uno scambio di battute polemiche – tra il presidente Fini e chi si è opposto alle sue prese di posizione – e di un dibattito parlamentare che, per quanto importante, non si è tradotto in un autentico dibattito culturale, etico, scientifico. Il dibattito c’è anche stato, in parte, ma confinato ad alcuni organi di stampa senza che ne sia stato coinvolto se non molto marginalmente il nuovo partito. Quanto al resto, il dibattito non è esistito e non esiste. Non si è visto un vero dibattito sui temi di politica estera o sull’immigrazione, sui rapporti con l’islam. Neppure si è sviluppato un dibattito approfondito sui temi dell’economia e sul modo di vedere i problemi del capitalismo contemporaneo, sebbene esso sia stato messo sul tappeto da un libro del ministro del Tesoro. C’è poi il tema dell’istruzione e dell’educazione che ritengo di importanza centrale per una società che creda ancora nel proprio futuro. Ebbene, qui si avanti a tentoni oscillando tra posizioni diverse quasi si trattasse di questioni tecniche e non di scelte culturali cruciali che gravitano attorno alla questione antropologica. Qui, poi, si scorge un problema serio del mondo cattolico, il quale se sulle questioni bioetiche appare attraversato da differenze che non toccano tuttavia le scelte morali di fondo, sulla questione educativa è in preda a una confusione totale in cui convivono (si fa per dire) posizioni tecnocratiche accanto a ubriacature di stampo sessantottino, in piena incoerenza con qualsiasi visione etica che possa lontanamente assomigliare a una posizione spiritualista per non dire religiosa. Come intendiamo formare i nostri figli? Semplicemente non se ne parla. A mio avviso le sfide che abbiamo di fronte sono talmente gravi e serie che discutere su cosa vogliamo fare della nostra società è la vera urgenza. E non soltanto per individuare “punti di tenuta” – su questa espressione troppo riduttiva dissento da Quagliariello – ma per individuare i fondamenti di un umanesimo per il nuovo millennio. Questa è l’unica posizione realista e concreta. Altrimenti si andrà poi e comunque tutti a casa. Credo che nessuno aspiri ad avere una nuova Democrazia Cristiana degli anni ottanta entro cui convivano nella confusione cattocomunismo e atlantismo. Il vero punto quindi non è che vi sia il dibattito, bensì che inizi quel dibattito vero che finora non c’è stato, con la consapevolezza che la cultura non è quella cosa che sta a sinistra e che i problemi non si risolvono chiedendo a quella cucina di confezionare le soluzioni. Difatti, questo è stato ancora l’atteggiamento di subordinazione culturale del primo anno del governo di centro-destra e che ha finora contribuito a bloccare un dibattito politico-culturale propriamente detto. In fondo, il centro-destra non crede davvero di avere forze intellettuali, e questo è uno dei suoi principali problemi.
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