Corso di Religione

EQUITÀ INTERGENERAZIONALE E CURA DELLE GENERAZIONI FUTURE

EQUITÀ INTERGENERAZIONALE E CURA DELLE GENERAZIONI FUTURE Benoît Willemaers S.I. – Filipe Martins S.I.
© La Civiltà Cattolica 2026 III 28-41 | 4209 (settembre 2026)


29 Organizzazioni cattoliche, e in particolare il Jesuit European Social Centre (JESC), hanno accompagnato il processo di elaborazione e di sviluppo di questo documento.
L’articolo si propone di condividere alcune riflessioni maturate nel corso di tale esperienza, come esempio di traduzione dei princìpi della Dottrina sociale della Chiesa nella pratica.
Al tempo stesso, cercherà di chiarire con maggiore precisione le due nozioni di «equità intergenerazionale» e di «diritti delle generazioni future».


Nella recente enciclica Magnifica humanitas, papa Leone XIV mette il mondo contemporaneo di fronte a un’alternativa: lasciarsi imprigionare in un’utopia tecnologica alimentata dall’orgoglio, indifferente ai costi umani che essa produce, oppure edificare insieme un mondo capace di sostenere lo sviluppo armonioso di tutti.

L’intero testo è attraversato da due idee fondamentali.

La prima è che le nostre società debbano essere in grado di accogliere e sostenere ogni persona e la sua inalienabile dignità, giovani e anziani senza distinzione.

La seconda è che non stiamo costruendo soltanto per l’oggi, ma stiamo gettando le basi della società di domani, e dobbiamo farlo con responsabilità. In altri termini, il Papa richiama sia l’equità intergenerazionale sia la responsabilità verso i diritti delle generazioni future.

Le idee sviluppate nell’enciclica non espongono considerazioni astratte: costituiscono un vero e proprio appello all’azione. Il Papa indica una direzione da seguire e mette in guardia dai pericoli da evitare, ma i princìpi che propone devono ancora trovare una traduzione concreta nell’azione sociale e politica.

Egli non offre soluzioni preconfezionate, valide in ogni tempo e in ogni luogo: spetta alle persone, alle organizzazioni della società civile, agli educatori, alle imprese e ai responsabili politici trovare il modo di tradurre i princìpi della Dottrina sociale della Chiesa nel proprio contesto.

Pochi mesi prima della pubblicazione dell’enciclica Magnifica humanitas, la Commissione europea aveva presentato un importante documento: la Strategia sull’equità intergenerazionale , il primo testo di questo genere elaborato e pubblicato dall’istituzione europea.

Cfr European Commission, Commission presents first ever Strategy on Intergenerational Fairness (ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/ip_26_535), 5 marzo 2026 .
Equità intergenerazionale Nella sua essenza, l’equità intergenerazionale rappresenta una particolare applicazione del principio del bene comune. Come quest’ultimo riguarda l’assetto della società, ossia le sue strutture sociali, politiche ed economiche e il modo in cui esse incidono sulla possibilità delle persone di condurre una vita dignitosa e ricca di significato, così l’equità intergenerazionale concentra l’attenzione sull’equilibrio nella distribuzione delle opportunità e delle risorse tra le diverse generazioni.

Tradizionalmente ciò ha comportato un’attenzione particolare ai giovani e agli anziani. Nel contesto europeo, questa prospettiva appare molto pertinente, poiché entrambi i gruppi possono trovarsi in una condizione di svantaggio strutturale. Le persone di età inferiore ai 18 anni non dispongono di rappresentanza politica e hanno una limitata capacità di incidere sul piano economico.

Anche estendendo la categoria dei giovani fino ai trentenni, le nuove generazioni si trovano inevitabilmente nella posizione di chi deve conquistarsi uno spazio, competendo per le risorse con generazioni già consolidate. Quanto agli anziani, se la loro rappresentanza politica può ancora essere garantita, è tuttavia controbilanciata dal rischio concreto dell’isolamento sociale o di diverse forme di dipendenza.

I rapporti tra le generazioni sono sempre stati, al tempo stesso, fonte di arricchimento umano e terreno di tensione, ma gli esiti della modernità hanno alimentato soprattutto narrazioni che tendono a contrapporre tra loro le generazioni. La rapida innovazione tecnologica ha posto i lavoratori più anziani in una posizione di svantaggio: la loro esperienza professionale viene spesso considerata obsoleta; essi sono ri30 tenuti poco flessibili e troppo costosi da assumere.

Al tempo stesso, modelli culturali che esaltano l’innovazione e la discontinuità hanno progressivamente intaccato il tradizionale rispetto riservato alle generazioni considerate più «sagge». Il calo demografico e i mutamenti culturali hanno inoltre profondamente trasformato gli ultimi decenni della vita, aumentando il rischio della solitudine e la necessità di forme di assistenza sempre più professionalizzate, con costi talvolta molto elevati. Tutto ciò viene ulteriormente accentuato dall’allungamento della speranza di vita.
L’equità costituisce un capitale politico prezioso, indispensabile per mantenere coesa una società   Narrazioni altrettanto conflittuali si riscontrano anche tra i giovani. La più diffusa tra esse attribuisce alle generazioni precedenti la responsabilità di aver alterato le regole del gioco a proprio vantaggio. I giovani percepiscono una progressiva riduzione dell’accesso ai principali servizi sociali – istruzione gratuita, casa, lavoro stabile, assistenza sanitaria, pensioni – quale conseguenza di sistemi divenuti insostenibili in un contesto di debole crescita demografica ed economica. Individuano inoltre nel peso elettorale delle generazioni più anziane, accresciuto proprio dall’evoluzione demografica, una causa dell’immobilismo politico. Infine, rimproverano alle generazioni che li hanno preceduti di lasciare loro in eredità un Pianeta degradato.

Una parte di queste narrazioni è certamente ingiusta, semplificata o eccessiva. Tuttavia, indipendentemente dalla loro fondatezza, esse devono essere prese sul serio quando si affronta il tema dell’equità intergenerazionale. L’equità, infatti, è un principio capace di illuminare i giudizi e i sentimenti delle persone, e quindi di permeare le strutture del sistema sociale. Essa costituisce inoltre un capitale politico prezioso, indispensabile per mantenere coesa una società.

Presentando il tema dell’equità intergenerazionale dopo le elezioni europee del 2024, la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, osservava che «una delle lezioni emerse dalle ultime elezioni europee è il diffuso disagio presente nella società, che alimenta divisioni all’interno delle no31 stre comunità e consente agli estremismi di fare leva sulle paure delle persone» 2 2. U. von der Leyen, Political Guidelines for the European Commission 2024- 2029, 19 (commission.europa.eu/about/commission-2024-2029_en). .

Un aspetto al quale ogni politica orientata all’equità intergenerazionale deve prestare particolare attenzione è che i rimedi adottati non vengano percepiti come un ulteriore squilibrio tra le generazioni. L’assegnazione di risorse a un determinato gruppo deve essere, e apparire, legittima e necessaria.

Sarebbe infatti tragicamente ironico compromettere la percezione stessa dell’equità nel tentativo di promuoverla. Eppure, la logica della competizione elettorale rende spesso allettante privilegiare gli interessi di un gruppo particolare rispetto al bene comune, allo scopo di conquistarne il consenso. I diritti delle generazioni future Se l’equità intergenerazionale può essere considerata una particolare applicazione del principio del bene comune, i diritti delle generazioni future possono essere ricondotti al principio della destinazione universale dei beni. In un certo senso, la Terra e le sue ricchezze appartengono, di fatto, agli uomini e alle donne che oggi la abitano. È però difficile negare che, come l’abbiamo ricevuta in eredità dalle generazioni che ci hanno preceduto, così abbiamo anche il dovere etico collettivo di trasmetterla a quelle future, almeno in condizioni tali da renderla ancora abitabile.

E se davvero esiste questo dovere, appare logico riconoscere anche i corrispondenti diritti delle generazioni future e interrogarsi su quanto le nostre azioni li rispettino. Per gran parte della storia dell’umanità questo dovere etico è rimasto prevalentemente teorico. La sopravvivenza rappresentava infatti la priorità assoluta: una lotta quotidiana condotta da un’umanità fragile sullo sfondo di risorse naturali apparentemente inesauribili. Anche con lo sviluppo dell’industria su larga scala, tra il XIX e il XX secolo, la fiducia nel progresso scientifico attenuava tali preoccupazioni: si riteneva che le generazioni future avrebbero avuto a disposizione strumenti più efficaci per affrontare i problemi che quelle presenti non erano riuscite a risolvere. Si confidava che il progresso avrebbe assicurato loro condizioni di vita migliori rispetto alle attuali, spostando para dossalmente su di esse, in una sorta di singolare rovesciamento della solidarietà, il compito di venire a capo delle difficoltà lasciate irrisolte.

Questa visione è stata profondamente incrinata dalla crescente consapevolezza che l’umanità può consumare o compromettere le risorse della Terra più rapidamente di quanto esse siano in grado di rigenerarsi. Le generazioni future potrebbero – o, forse, dovranno – vivere in un mondo più difficile del nostro.

Il cambiamento climatico renderà il Pianeta meno ospitale per la vita umana; la perdita della biodiversità ridurrà le opportunità di nuove scoperte scientifiche e impoverirà gli ecosistemi; l’inquinamento avrà conseguenze sempre più gravi sulla salute; il degrado dei suoli provocato dalle monocolture intensive renderà più difficile nutrire una popolazione mondiale in crescita. E l’elenco potrebbe continuare.

Ma non è soltanto attraverso lo sfruttamento della natura che incidiamo sulla vita delle generazioni future. Anche le società che costruiamo determinano il punto di partenza dal quale esse dovranno muovere. E anche qui le sfide sono numerose. Il crollo della natalità rischia di compromettere gli equilibri di molte società. Le persistenti disuguaglianze sociali ed economiche limitano lo sviluppo di molte persone, così come gli squilibri nelle relazioni internazionali e nei rapporti economici ostacolano la crescita di numerosi Paesi.

L’ingente debito accumulato da molti Stati, ricchi e poveri, restringerà i margini di scelta delle politiche future. La presenza pervasiva di smartphone, dei social media e dell’intrattenimento digitale sta modificando profondamente il nostro modo di relazionarci, dalla famiglia fino alla società nel suo insieme. Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale ci conduce inoltre verso territori inesplorati, alimentando persino le più cupe paure di futuri distopici.

Come osservava chiaramente papa Francesco nella Laudato si’, «le previsioni catastrofiche ormai non si possono più guardare con disprezzo e ironia. Potremmo lasciare alle prossime generazioni troppe macerie, deserti e sporcizia» Francesco, Enciclica Laudato si’, n. 161.

La tutela del benessere delle generazioni future si scontra ben presto con il problema della loro rappresentanza. Non essendo ancora presenti, esse non hanno alcuna possibilità di far sentire la propria voce o di esprimere le loro preferenze. Dipendono interamente dalla nostra buona volontà

Una situazione che, in parte, vale anche per i giovani, i quali tuttavia possono essere consultati e trovare modalità alternative per far sentire la propria voce, come hanno dimostrato alcuni anni fa le manifestazioni studentesche per il clima. Lo stesso non può dirsi delle generazioni future.

Anche sul piano politico esse si trovano in una posizione di evidente svantaggio. Per un rappresentante politico non è facile sostenere la necessità di limitare i consumi attuali per tutelare le opportunità dei figli di altri, tanto più quando egli si rivolge a cittadini che sperimentano difficoltà concrete in una società segnata da profonde disuguaglianze.

Si pone infine un’ulteriore questione: chi può legittimamente rappresentare gli interessi delle generazioni future?

I sistemi democratici sono costruiti per rappresentare i cittadini di oggi, non quelli di domani. Chiunque pretenda di parlare in loro nome deve quindi dimostrare la massima imparzialità e non perseguire interessi propri. In assenza di tale indipendenza, la sua voce risulterà inevitabilmente indebolita. Un’attenzione crescente Queste sfide non hanno impedito che, in diverse parti del mondo, sorgessero iniziative volte a istituire organismi specificamente dedicati alla rappresentanza delle generazioni future, anche in alcuni ordinamenti europei. Alcuni esempi: la Finlandia ha istituito una commissione parlamentare (1993), il Galles un commissario indipendente per le generazioni future (2015), l’Ungheria ha nominato un difensore civico (2008), mentre Gibilterra si è dotata di un consigliere presso il potere esecutivo (2018).

Pur nelle loro differenti configurazioni, tutti questi organismi perseguono la medesima finalità: promuovere una visione di lungo periodo nell’insieme delle politiche pubbliche, dalle questioni ambientali alla sostenibilità del welfare.

Il loro obiettivo è anticipare le sfide future e fare in modo che le decisioni dei governi non siano dettate da una prospettiva a corto raggio, ma sappiano affrontare problemi sistemici che potrebbero non essere immediatamente evidenti.

Su scala globale, la questione delle generazioni future è da decenni al centro del concetto di sviluppo sostenibile. Nel corso degli anni questo concetto ha orientato l’azione multilaterale promossa nell’ambito delle Nazioni Unite. Ha orientato anche gli Obiettivi di sviluppo 34 del Millennio, in vigore dal 2000 al 2015.

Con la loro sostituzione da parte dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile, la dimensione della sostenibilità è passata definitivamente in primo piano. All’epoca dell’adozione dell’Agenda 2030, che comprende tali Obiettivi, papa Francesco, nel suo discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 2015, salutò questo traguardo come «un segno di speranza»4 4. Francesco, Incontro con i membri dell’Assemblea generale dell’organizzazione delle Nazioni Unite, New York, 25 settembre 2015 (https://tinyurl.com/43653bdu).

In quell’occasione osservò che l’attenzione alla sostenibilità rappresentava un salutare cambiamento di prospettiva rispetto a concezioni dello sviluppo fondate quasi esclusivamente sulla crescita economica e sull’accumulazione della ricchezza. Ma al tempo stesso ammonì i leader mondiali che tali buone intenzioni avrebbero portato frutto soltanto se fossero state sostenute da un impegno concreto e da una solida visione morale fondata sul diritto alla vita di ogni persona.

Più recentemente, il Patto per il futuro (Cfr United Nations, Pact for the Future. Global Digital Compact and Declaration on Future Generation, settembre 2024 (https://tinyurl.com/32hp28br) ., adottato nel 2024, ha riaffermato l’impegno dei leader mondiali a favore dello sviluppo sostenibile attraverso il multilateralismo.

Al Patto è allegata una specifica Dichiarazione sulle future generazioni, che testimonia come l’idea stessa di una responsabilità etica nei confronti delle generazioni future abbia ormai assunto un posto centrale nella coscienza politica internazionale. La Dichiarazione individua 10 princìpi fondamentali ai quali gli Stati s’impegnano a conformare la propria azione. Essi delineano con chiarezza ciò che rientra nei nostri doveri verso le generazioni future e, specularmente, nei loro diritti:
1) la salvaguardia della pace internazionale nel quadro delle Nazioni Unite;
2) la garanzia universale dei diritti umani;
3) l’eliminazione dei meccanismi che perpetuano la povertà, all’interno dei singoli Paesi e tra le nazioni;
4) la promozione della solidarietà e del dialogo tra le generazioni, con particolare attenzione alla famiglia;
5) la tutela di un ambiente sano;
6) la promozione di un uso eticamente responsabile della tecnologia;
7) il conseguimento dell’uguaglianza tra uomo e donna;
8) la piena partecipazione delle persone con disabilità;
9) l’eliminazione delle discriminazioni razziali;
10) la costruzione di un sistema multilaterale inclusivo, capace di rafforzare la solidarietà internazionale al servizio della dignità umana. La campagna «Future Generations Initiative» Sull’onda del crescente interesse internazionale per i diritti delle generazioni future e in vista delle elezioni europee del 2024, il Jesuit European Social Centre -JESC raccoglie l’eredità dell’ufficio di Bruxelles dell’OCIPE (Office Catholique d’Information et d’Initiative pour l’Europe), fondato nel 1956 a Strasburgo per promuovere la riflessione e la pubblicazione di studi sul nascente progetto europeo.

È direttamente collegato alla Jesuit Conference of European Provincials (JCEP) e promuove il bene comune europeo attraverso un’attività di dialogo e di interlocuzione con le istituzioni (advocacy), concentrandosi in particolare sui temi dei valori, dell’ecologia e della leadership ignaziana.decise di promuovere l’integrazione della prospettiva delle generazioni future nel processo legislativo dell’Unione europea.

Pur ritenendo che questa iniziativa abbia effettivamente contribuito al processo che ha portato all’adozione della Strategia della Commissione europea sull’equità intergenerazionale, il JESC è consapevole che documenti di questo tipo rappresentano il punto di arrivo del lavoro svolto nel corso degli anni da una molteplicità di attori – dal mondo accademico agli attivisti, dalla società civile alla politica – che hanno preparato il terreno alla decisione finale.

Può essere dunque utile osservare come un’organizzazione cattolica riesca a collaborare in un contesto ampiamente secolarizzato, mettendosi al servizio del bene comune. Il primo passo consistette nell’individuare l’approccio più adatto a tradurre questi princìpi nel quadro giuridico e istituzionale della Ue. Furono necessari sei mesi di consultazioni con esperti di diversa provenienza: giuristi, organizzazioni non governative partner, rappresentanti di organismi già esistenti dedicati alle generazioni future e studiosi.

Questo lavoro permise di affinare la comprensione del tema e di individuare due possibili strategie. La prima consisteva nel promuovere l’istituzione di un organismo indipendente collegato alla Ue: una sorta di difensore civico, incaricato di rappresentare e tutelare i diritti delle generazioni future. Pur essendo molto attraente dal punto di vista etico, in quanto avrebbe conferito la massima visibilità ai diritti sostanziali delle generazioni future e garantito una piattaforma stabile per la loro tutela, questa opzione fu accantonata, perché nel contesto politico del momento aveva scarse possibilità di essere accolta favorevolmente.

Si optò quindi per una seconda soluzione: integrare la prospettiva delle generazioni future nell’attuale processo legislativo dell’Ue, in particolare nell’attività della Commissione europea, che detiene il monopolio dell’iniziativa legislativa. Tale impostazione prese forma in un manifesto elaborato attraverso un processo collaborativo, cui partecipò una rete di partner progressivamente ampliatasi grazie ai contatti stabiliti durante la fase di ricerca.

La stesura del manifesto richiese anzitutto l’individuazione di un fondamento giuridico nelle leggi dell’Ue. Tale base fu identificata nell’articolo 3 del Trattato sull’Unione europea, che impegna la Ue a promuovere lo «sviluppo sostenibile» sia nel proprio ambito sia nel Pianeta e richiama esplicitamente la «solidarietà tra le generazioni» . Cfr Trattato sull’Unione europea (eur-lex.europa.eu/collection/eu-law/ treaties/treaties-force.html) .

Data l’ampia portata dell’articolo 3, occorreva però indicare modalità concrete per tradurne i princìpi in pratica. La riflessione si concentrò su tre proposte principali:
1) una Dichiarazione interistituzionale sui diritti delle generazioni future, sottoscritta dal Parlamento europeo, dal Consiglio e dalla Commissione, che definisse tali diritti e impegnasse le istituzioni dell’Unione a tenerne conto nelle proprie politiche;
2) un commissario europeo per le generazioni future, dotato di un mandato trasversale che gli consentisse di intervenire in tutti i procedimenti legislativi nei quali fossero coinvolti gli interessi delle generazioni future;
3) una valutazione d’impatto sulle generazioni future attraverso la revisione delle Better Regulation Guidelines, ossia le linee guida che disciplinano la preparazione della normativa europea, affinché l’equità intergenerazionale divenisse un principio fondamentale dell’attività legislativa e ogni proposta normativa fosse sottoposta a una valutazione delle sue conseguenze nel lungo periodo.

Fatta eccezione per la Dichiarazione interistituzionale, si noterà che queste proposte riguardano, più che l’affermazione di diritti sostanziali delle generazioni future, il funzionamento dei processi legislativi. Più che indicare all’Ue quali decisioni adottare, esse mirano a diffondere una cultura della programmazione di lungo periodo. In questo senso, possono risultare più facilmente condivisibili da un ampio spettro di attori politici.

Ciò non significa tuttavia che esse siano neutrali: l’auspicio è infatti che fermarsi a riflettere, disporre di strumenti scientifici più efficaci per prevedere e valutare gli effetti a lungo termine delle politiche e favorire il confronto, invece di lasciare che le idee procedano senza un adeguato vaglio critico, renda i decisori pubblici maggiormente consapevoli delle conseguenze delle proprie scelte. Definiti gli obiettivi, il passo successivo fu costruire una coalizione di organizzazioni accomunate dalla medesima sensibilità, così da rafforzare l’appello al cambiamento in vista delle elezioni europee del 2024. Anche in questo caso era fondamentale coinvolgere partner molto diversi tra loro, dimostrando che la rappresentanza delle generazioni future non costituiva il progetto particolare di un singolo gruppo di pressione.

Nel tempo la coalizione arrivò a comprendere 17 organizzazioni aderenti e quasi altrettante realtà sostenitrici, attive nei campi dell’ecologia, delle politiche giovanili, della cooperazione allo sviluppo, dell’integrazione europea e in molti altri settori. Alcune erano di ispirazione religiosa, molte altre no

Per l’elenco delle organizzazioni aderenti, cfr fitforfuturegenerations.eu/about-us .

Vale la pena osservare come questa campagna abbia rappresentato un’autentica esperienza di scoperta reciproca, mostrando che un lavoro comune, orientato da un obiettivo chiaro, può consentire a organizzazioni molto diverse di superare diffidenze e differenze per perseguire insieme il bene comune. Lanciata ufficialmente nel febbraio 2024 con il nome di Future Generations Initiative, e con le elezioni europee di giugno ormai vicine, la campagna avviò un’intensa attività di dialogo con i legislatori e i decisori politici a Bruxelles.

Forse sorprendentemente, non incontrò una significativa opposizione. Al contrario, intercettò un diffuso bisogno di recuperare una prospettiva di lungo periodo in un’Ue stanca di operare in una permanente logica di gestione delle emergenze. Le sue proposte principali ottennero il sostegno di un gruppo di parlamentari europei appartenenti a diversi schieramenti politici9 9. Per l’elenco dei parlamentari europei che hanno sostenuto l’iniziativa, cfr fitforfuturegenerations.eu/cross-party-support-for-future-generations-agenda .

La campagna trasse probabilmente vantaggio anche da una certa sovrapposizione tra i concetti di equità intergenerazionale e di diritti delle generazioni future. Molti funzionari e responsabili politici avevano infatti in mente soprattutto le questioni relative alla solidarietà tra le generazioni oggi viventi e alla tutela dei giovani o degli anziani. La campagna, invece, era esplicitamente orientata alla protezione dei di38 ritti delle generazioni non ancora nate. Non si tratta di una confusione sorprendente: i rappresentanti politici, per definizione, rappresentano innanzitutto i cittadini di oggi.

Tuttavia questa differenza di prospettiva non genera necessariamente contrapposizione, perché i giovani costituiscono un ragionevole indicatore degli interessi delle generazioni future: confrontarsi con le loro preoccupazioni induce già molti a interrogarsi su come la società tratti coloro che vengono dopo di noi. Analogamente, le difficoltà vissute dalle persone anziane rivelano spesso problemi rimasti irrisolti, oppure mostrano i limiti di soluzioni adottate in passato senza sufficiente lungimiranza o basate su rimedi di breve periodo.

Questa sovrapposizione emergeva chiaramente anche negli Orientamenti politici presentati da von der Leyen come programma della nuova Commissione europea: «Dobbiamo inoltre garantire che le decisioni prese oggi non arrechino danno alle generazioni future e rafforzare la solidarietà e il dialogo tra persone di età diverse. Per guidare questo lavoro nominerò un Commissario le cui responsabilità comprenderanno anche la promozione dell’equità intergenerazionale» . U. von der Leyen, Political Guidelines…, cit., 19..

Per la campagna questo annuncio rappresentò un momento di particolare rilievo, perché mostrava che le idee promosse stavano trovando un’effettiva accoglienza. Lo fu ancor più quando l’impegno si tradusse in realtà con la nomina del maltese Glenn Micallef a commissario europeo per l’equità intergenerazionale, la gioventù, la cultura e lo sport, incarico assunto il 1° dicembre 2024.

Per oltre un anno la campagna proseguì la propria attività, mantenendo un dialogo costante con la Commissione europea e, in particolare, con il gabinetto del commissario Micallef, mentre la nuova amministrazione definiva il proprio approccio all’equità intergenerazionale. Questo confronto portò alla nomina di Bela Kuslits, allora responsabile per l’ecologia del JESC, nel gruppo di esperti incaricato di affiancare il Panel dei cittadini sull’equità intergenerazionale. Il Panel, composto da 150 cittadini dell’Ue selezionati mediante sorteggio, si riunì per tre fine settimana nell’autunno del 2025 ed elaborò una serie di raccomandazioni destinate alla Commissione europea, contri39 buendo con il punto di vista dei cittadini alla redazione della Strategia sull’equità intergenerazionale11 11. Le raccomandazioni dell’European Citizens’ Panel on Intergenerational Fairness sono disponibili in citizens.ec.europa.eu/european-citizens-panels/citizens-panel-intergenerational-fairness_en. Una valutazione della Strategia Nel complesso, la Strategia offre ben pochi elementi suscettibili di critica. Essa si articola attorno a tre principali linee d’azione:
1) «politiche eque» (fair policymaking), volte a elaborare politiche per le giovani generazioni e le generazioni future, con la loro partecipazione;
2) «pari opportunità» (fair opportunities), orientate a ridurre le disuguaglianze tra le generazioni;
3) «territori equi» (fair places), affinché le politiche dell’Unione raggiungano tutti i cittadini europei, indipendentemente dal luogo in cui vivono.

In particolare, la Strategia
- impegna la Ue ad adottare una visione fondata sull’equità intergenerazionale e sulla responsabilità verso le generazioni future, collegandola alle iniziative già intraprese in ambito Onu;
- individua in modo ampio le minacce che gravano sul benessere futuro, evitando di ridurre il documento a un unico tema; - collega esplicitamente la questione delle generazioni future alla necessità di mantenere le attività umane entro i limiti ecologici del Pianeta;
- affronta apertamente il tema dei costi futuri dell’inazione presente, introducendo una prospettiva nuova e particolarmente necessaria nel dibattito europeo;
- valorizza il processo partecipativo che ha accompagnato la sua elaborazione e lo rilancia, promuovendo un ulteriore coinvolgimento dei cittadini nella sua attuazione e nel suo sviluppo;
- integra diversi strumenti già esistenti del processo decisionale dell’Unione e ne propone di nuovi, sottolineando al tempo stesso la necessità di fondare le politiche su solide evidenze empiriche e su rigorosi strumenti di valutazione.

Da una prospettiva più ampia, il documento riafferma una visione della società fondata sulla solidarietà, sulla partecipazione, sulla sussidiarietà e sulla giustizia sociale. Denuncia le disuguaglianze eccessive e 40 promuove una società nella quale tutti possano beneficiare di pari opportunità. Non riflette certamente in modo completo tutti gli aspetti della Dottrina sociale della Chiesa; ci si può anzi rammaricare che eviti termini come «persona» e «dignità», che pure appartengono da tempo al lessico della Ue, essendo presenti sia nei Trattati sia nella Carta dei diritti fondamentali.

Esso rimane tuttavia un documento da accogliere con favore, perché esprime un progetto di società che non si rassegna a lasciare che siano soltanto la competizione e la logica del mercato a determinare vincitori e vinti. Un punto di partenza, non di arrivo La Strategia presenta tuttavia un limite intrinseco: non è giuridicamente vincolante. Inoltre, mentre da un lato la Commissione ne elaborava il contenuto, dall’altro era – e continua a essere – impegnata su un fronte meno disponibile ad assimilarne i princìpi. A Bruxelles le priorità sono anzitutto la competitività, la difesa, l’autonomia energetica e la reindustrializzazione.

Per preservare la posizione economica dell’Europa, le istituzioni europee hanno dato priorità alla deregolamentazione e alla riduzione degli oneri amministrativi, reali o percepiti. Parallelamente, i vincoli di bilancio degli Stati membri esercitano una crescente pressione affinché si limitino le politiche Ue, soprattutto nei settori sociale e ambientale. Un esempio concreto è offerto dalla revisione attualmente in corso delle Better Regulation Guidelines.

L’orientamento prevalente sembra essere quello di eliminare ogni ostacolo ritenuto incompatibile con una risposta rapida alle crisi del momento, piuttosto che rafforzare la tutela dei diritti delle generazioni future o aprire maggiormente il processo decisionale a una pluralità di voci.

Sarebbe però troppo semplice liquidare la Strategia della Commissione come una mera operazione d’immagine o un esercizio di buone intenzioni. Essa continua infatti a delineare una visione di ciò che l’Ue dovrebbe essere. Alcuni suoi aspetti potranno forse rimanere sul piano simbolico, ma i simboli hanno un peso nella vita politica. Essi possono essere richiamati per chiedere conto alle istituzioni degli impegni assunti e per interrogarle sul modo in cui esse bilanciano i diversi interessi in gioco.

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