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Postumanesimo

Nuova "religione" globale?
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Comprendere il postumanesimo.
Robot: il riduzionismo tecnico all'assalto del mondo.
source : vita.it   2018/04/28/

" « Come chiamare un «operaio artificiale»? «Vorrei chiamarlo labor», raccontava Karel Čapek al fratello Josef, «ma mi sembra un po’ troppo libresco» Allora, suggerì Josef, «chiamalo robot». Nacque così negli anni venti la parola robot, dal ceco robota, ovvero: lavoro di fatica, servitù, corveée. Nelle lingue slave, altre parole derivano da questa radice, come il polacco robotnik, che significa “lavorare” o il russo rab ,“schiavo” .

Pensare al lavoro
A ricordarlo è lo scrittore Karel, che nel 1920 introdusse la parola nel contesto letterario e nell’immaginario sociale con R.U.R. Rossum’s Universal Robot , pièce tragicomica sulla fabbricazione di schiavi meccanici da parte dello scienziato Rossum (rozum significa “ragione”), sul loro sfruttamento e la loro conseguente rivolta che in pochissimo tempo andò in scena nei teatri di mezzo mondo: Praga, Varsavia, New York, Londra, Zurigo, Parigi, Stoccolma, Berlino.

Il primo robot industriale Dovettero passare quarant’anni affinché un robot industriale , Unimate , entrasse in fabbrica. Quasi a dimostrare che se una cosa è tecnicamente immaginabile, prima o poi accade nel 1961 , su prototipo realizzato da Joe Engelberger e George Devol , fondatori della Unimation Inc ., il braccio meccanico Unimate venne installato negli impianti di montaggio della General Motors in New Jersey . Visti i risultati del braccio meccanico automatizzato, e la sua capacità di velocizzare le operazioni alla catena di montaggio, Crysler e Ford seguirono l’esempio di GM e lo installarono nei loro stabilimenti.

I robot pensati sul tram I robot, confesserà Karel Čapek a un quotidiano inglese, furono la conseguenza di un suo viaggio in tram. L’impatto delle tecnologie sulla vita quotidiana gli sembrò rovesciare molti luoghi comuni: «un giorno sono dovuto andare a Praga con un tram di periferia incredibilmente pieno. L’idea che le condizioni moderne abbiano reso gli uomini insensibili alle più semplici comodità della vita mi ha atterrito. Erano ammassati all’interno e sugli scalini del tram non come pecore, ma come macchine. Ho iniziato allora a pensare agli uomini non come individui, ma come macchine, e per tutto il viaggio ho cercato una parola capace di indicare un uomo in grado di lavorare ma non più di pensare. Quest’idea è espressa dalla parola robot».



Fritz Lang sul set di Metropolis «Un giorno sono dovuto andare a Praga con un tram di periferia incredibilmente pieno. L’idea che le condizioni moderne abbiano reso gli uomini insensibili alle più semplici comodità della vita mi ha atterrito. Erano ammassati all’interno e sugli scalini del tram non come pecore, ma come macchine. Ho iniziato allora a pensare agli uomini non come individui, ma come macchine, e per tutto il viaggio ho cercato una parola capace di indicare un uomo in grado di lavorare ma non più di pensare. Quest’idea è espressa dalla parola robot

Karel Čapek Fin dagli inizi, la parola "robot" ha saputo condensare attorno a sé, come un catalizzatore, una serie di antichissime fobie. Su tutte: la questione dell’automa (libertà), il tema del sosia (identità), la paura della sostituzione tramite un doppio di sé (alterità).

Il robot di Čapek non è, però, un mero artefatto meccanico: è, piuttosto, una creatura artificiale. La distanza fra uomo e robot, in questo senso, viene ridotta al minimo. Il robot diventa così una sorta di uomo semplificato, "ridotto" dalla tecnologia ai suoi minimi termini. Per questo, le preoccupazioni che percorrono l’opera di Čapek non riguardano unicamente l’ordine sociale (saremmo ancora in una concezione meccanica della relazione uomo-macchina), ma toccano una sorta di condizione tecno-umana. Non è tanto l’elemento del conflitto uomo-macchina a risultare, oggi, rilevante nella riflessione di Čapek quanto un tema lasciato spesso sullo sfondo, rispetto alla più eclatante “war of the worlds”: la loro compenetrazione.

Pensare non è calcolare Riduzionismo : allude alla tendenza a procedere nella conoscenza scientifica con un approccio modulare: a dividere, cioè, un sistema in parti più semplici da studiare. Può esistere una differenza qualitativa tra un sistema e la somma delle sue parti: la suddivisione in moduli può portare all'errore. L'approccio riduzionista quindi si diversifica non tanto per l'oggetto dello studio, quanto per i metodi e le basi scelte per studiarlo. ( tesi : riduzionismo e antiriduzionismo) . Il tecno-riduzionismo funziona in modo analogo , separa i processi e le funzioni del corpo dal sistema corpo: "se l'uomo potesse separare la propria energia dal corpo ( vaneggiamento futurologista) potrebbe ricaricarsi con macchine energizzanti ed essere immortale !" "Se l'uomo riuscisse rallentare il proprio processo di invecchiamento fino a valori infinitesimali ( vaneggiamento futurologista) diventerebbe immortale !" C’è possibilità, per la macchina, di riprodurre i processi mentali che rendono l’uomo, uomo? Se la base fisica di quei processi fosse unicamente algoritmica , ossia potenza di calcolo, evidentemente sì. Ma, osserva il fisico di Oxfors sir Roger Penrose : E' altamente probabile che «l'attività fisica che soggiace al nostro pensiero conscio possa essere governata da leggi fisiche esatte, ma di natura non algoritmica, e che il nostro pensiero conscio possa in realtà essere la manifestazione interiore di un'attività fisica non algoritmica di un certo genere» (cfr. “Précis of The Emperor's New Mind”, The Behavioral and Brain Sciences, 13 [4] 1990). Roger Penrose . Il rischio, allora, è di creare profezie che sul piano sociale si autoavverano, partendo da teorie riduzionistiche, su cui hanno puntato i sostenitori della cosiddetta Intelligenza Artificiale ( IA) forte , che, osserva ancora Roger Penrose in un libro cruciale come La mente nuova dell’imperatore, «danno per scontato che piacere e dolore, la capacità di apprezzare la bellezza, l’umorismo, la coscienza e la libertà del volere, siano capacità che emergeranno in modo naturale quando i robot elettronici saranno diventati abbastanza complessi nel loro comportamento algoritmico».
A livello sociale queste false profezie si autovverano nel momento in cui masse di individui ci credono come fossero vere. Ci credono come si crede ad una Verità, ad un Assoluto, con un atto di fede. Di fatto oggi questo avviene : è il nuovo fenomeno religioso. Il riduzionismo tecnico all'assalto del mondo
Il passaggio dall’homo faber all’homo fabricatus, evidenziato da Karel Čapek, si gioca ancora una volta sul terreno di un doppio riduzionismo: nei confronti dell’uomo ( ridurre il sistema umano in moduli, parti. n.d.r.) e nei confronti del sapere scientifico.

Viviamo un passaggio dal mondo della scienza a un mondo della tecnica che, sempre più, pretende di prescindere dai suoi fondamenti, limitandosi all’appropriazione strumentale dei saperi. Molte retoriche sull’Intelligenza Artificiale in senso forte sembrano andare in questa direzione. «L' IA ( in inglese AI ) potrebbe essere il più grande evento nella storia della nostra civiltà, oppure il peggiore», osservava Stephen Hawking . Molto dipende da come sapremo e se sapremo pensare questo passaggio. Pensandolo fino in fondo o delegando il pensiero - e, di conseguenza, la scelta - alla mera procedura.

Ma a quanto pare «il mondo odierno – scriveva già Čapek –non ha interesse per i suoi robot scientifici e li ha sostituiti con robot tecnici. A quanto pare, questi ultimi rappresentano l’essenza più intima della nostra epoca. Il mondo ha bisogno di robot meccanici, perché crede nelle macchine più che nella vita. È più affascinato dalle meraviglie della tecnica che dal miracolo della vita».

Sarà davvero così ?"


Riduzionismo informazionale e postumano.
L'ibridazione dell'umano.
source : LONGO G.O., 2010 - Informational reductionism and post-human. in Atti Acc. Rov. Agiati, a. 260, 2010, ser. VIII, vol. X,B.Giuseppe O. Longo - Professore Emerito di Teoria dell'informazione, cibernetico, epistemologo- Università di Trieste -longo@units.it
PREMESSA: LA SIMBIOSI

longo
Prof. Longo .

" La simbiosi (dal greco: vita in comune) è un’associazione stabile e strettamente integrata tra due organismi di cui uno, detto ospite, costituisce l’habitat dell’altro.

L’associazione simbiotica porta vantaggi reciproci ai due organismi, che possono essere due vegetali, due animali oppure un vegetale e un animale. Pur con tutte le cautele, necessarie per la natura metaforica della proposta, anche il rapporto tra l’uomo e latecnologia si può considerare una simbiosi, il cui risultato è il simbionte homo technologicus.

Del resto l’uomo è in simbiosi, da sempre, non solo con i suoi strumenti ma anche con i batteri, i cibi, i medicinali, le piante, gli animali domestici... L’uomo costruisce gli strumenti e questi ultimi, retroagendo sull’uomo e incistandosi in esso, lo modificano. In passato l’esistenza e la perpetua trasformazione del simbionte homo technologicus erano poco visibili, tanto da autorizzare, in molte filosofie e in molte religioni, una visione fissista della natura umana. Oggi, per la velocità e il continuo potenziamento della tecnologia, il fenomeno è diventato piuttosto evidente.

Da sempre il corpo umano è stato ampliato da strumenti e apparati che ne hanno esteso e moltiplicato le possibilità d’interazione col mondo, in senso sia conoscitivo sia operativo. Inoltre, dopo un lungo periodo di esplosione, in cui l’uomo si è circondato di vere e proprie estroflessioni satellitari , oggi la tecnologia implode: il nostro corpo è invaso da dispositivi miniaturizzati che interagiscono in modo fine con gli organi e financo con le cellule del corpo.

Ma l’uso degli strumenti si configura non tanto come l’aggiunta di protesi, quanto come una vera e propria ibridazione : la protesi supplisce a un’abilità compromessa o perduta, mentre, innestandosi nell’uomo, ogni nuovo apparato dà luogo a un’unità evolutiva (un simbionte ) di nuovo tipo, in cui possono emergere capacità – percettive, cognitive e attive – inedite e a volte del tutto impreviste, e di questa evoluzione ibridativa non è possibile indicare i limiti.

Come l’uomo fa la tecnologia, così la tecnologia fa l’uomo. Molte delle capacità del simbionte uomocomputer, per esempio, erano affatto imprevedibili e non è improprio dire che l’unità cognitiva «uomo-col-computer» è essenzialmente diversa dall’unità cognitiva «uomo-senza-computer».

Inoltre ciascuno di noi, più o meno circondato e invaso dalla tecnologia, sta diventando una cellula ibrida di una sorta di macroorganismo che invade tutto il globo e di cui Internet è il sistema nervoso embrionale. Ci avviamo a diventare gli elementi costitutivi, i neuroni, gli organi, le cellule, di una creatura planetaria che si sta sviluppando tramite i meccanismi tipici di ogni sistema complesso: l’autorganizzazione, l’autocatalisi, la coevoluzione, la simbiosi, l’emergenza.

Questa creatura potrebbe diventare sede di un’intelligenza collettiva e forse di una coscienza collettiva, e in essa si sta attuando una progressiva confusione tra naturale e artificiale, tra le caratteristiche tipiche dei sistemi viventi e quelle dei sistemi non viventi. In particolare non solo le macchine diventano sempre più simili agli umani, ma gli umani sono sempre più modificati dalle macchine, a livello fenotipico e alla lunga anche genotipico.

La tecnologia invade il biologico, ma a sua volta il biologico offre modelli e materiali per la costruzione dell’artificiale. Questa sorta di «convergenza evolutiva » tra biologico e artificiale mette in discussione l’immagine tradizionale di un mondo del vivente ben separato dal mondo del non vivente artificiale.

1. IL POSTUMANO IN CODICE
L’ibridazione biotecnologica e il profilarsi della creatura planetaria si possono assimilare all’avvento di un nuovo stadio evolutivo dell’umanità, caratterizzato dall’intreccio sempre più intimo di biologia e tecnologia e dall’interconnessione in rete dei simbionti. Si tratta ovviamente di uno scenario, ma sono molti i segni che ci inducono a considerarlo molto plausibile. Per indicare i protagonisti di questo nuovo stadio dell’evoluzione, e in generale le creature che abiteranno il mondo, si è coniato il termine «postumano». Le forme in cui si declina questo concetto sono molte, alcune delle quali esotiche e inquietanti. Tutte pongono problemi concettuali, pratici ed etici: anche le tecniche di procreazione assistita, di cui tanto si discute, rientrano nella prospettiva del postumano, dal momento che non mirano alla «riproduzione» bensì alla «produzione » dell’uomo secondo specifiche più o meno precise.

Nonostante l’apparente bizzarria del concetto, il postumano richiede dunque con insistenza un’indagine analitica che ne prefiguri modi, possibilità e limiti. Speculiamo allora su una delle possibilità che si offrono al postumano, quella di diventare un’entità di solo codice, un postumano disincarnato. Questa possibilità, caratterizzata dalla prevalenza assoluta dell’informazione sul suo supporto materiale (il corpo), scaturisce dall’importanza preponderante che ha assunto l’informazione nella società odierna.

Si tratta di una versione particolare ed estrema del postumano, all’insegna di un riduzionismo informazionale ( riduciamo il corpo ad una informazione codificata in digitale n.d.r.) che sembra trovare molti sostenitori entusiasti.
Nel postumano in codice il corpo è divenuto superfluo, anzi è addirittura scomparso. O meglio: è diventato indifferente, è stato sostituito da un supporto arbitrario, che serve solo a contenere lo sciame di bit che ne descrivono la struttura. In questo postumano, insomma, ciò che conta non è la materia, l’hardware, bensì il software. Si postula che l’informazione contenuta nel mio corpo si possa estrarre e introdurre pari pari in un altro corpo, in una macchina, nella ferraglia e nel silicio di un robot.
Se l’identità di un Sé consiste in una certa configurazione neuronale, in un insieme di forme d’onda, allora il corpo (biologico o biotecnologico) diventa una sede occasionale e trascurabile di quel Sé, che può essere trasferito in qualunque altro supporto. Il corpo cessa di essere ciò che è sempre stato: il segno distintivo ultimo dell’identità individuale.

Nella prospettiva del postumano in codice sembra attuarsi l’affrancamento da quell’ingombrante fardello che è il corpo: l’eliminazione di questo greve residuo di un’umanità primitiva e limitata è sempre stato il lucido sogno razionalistico della nostra civiltà. Con la sua riottosa propensione al peccato, con la sua imbarazzante capacità seduttiva, con la sua scandalosa attività copulatoria, con la sua miserabile caducità, il corpo si è sempre opposto all’aspirazione filosofica e scientifica di costruire un mondo puro, asettico, durevole, aspirazione che tocca il suo culmine nella seconda metà del Novecento con l’impresa dell’intelligenza artificiale (IA) funzionalistica. Scenario bizzarro, aberrante, ma non arbitrario, perché si basa su una serie di considerazioni che cercherò di esporre per sommi capi.

2. LA RIMOZIONE DEL CORPO E DEL GENIO

La diffidenza nei confronti del corpo serpeggia in tutta la nostra tradizione da oltre duemila anni e, curiosamente, s’intreccia all’inquietudine che ci procura il genio, con la sua ingiustificabile e lussureggiante trasgressività, con i suoi fulminei cortocircuiti. Corpo e genio sono simboli e attori dell’insubordinazione, si oppongono dunque al continuo tentativo dell’uomo occidentale di impartire ordine e regola al mondo eccessivo e caotico nel quale viene a trovarsi.
Con l’aiuto della razionalità, poi della computazione, oggi dell’algoritmica, l’uomo cerca infatti da sempre di ricostruire la realtà, sostituendo al mondo dato, troppo florido e rigoglioso, un mondo più controllato e meno violento, un mondo misurato e dominabile, che gli consenta di sopravvivere in relativa tranquillità. Corpo e genio, per vie diverse, compromettono quest’opera di regolazione e mettono in pericolo le sicurezze dell’uomo. Bisognava dunque difendersi da questa minaccia e creare gli antidoti opportuni: così al corpo fu contrapposta la mente e al genio l’intelligenza analitica, argomentativa e calcolante. Col tempo i due antidoti confluirono in un solo rassicurante rimedio in cui si fondevano calcolo e pensiero: l’attività della mente coincide con l’esecuzione di algoritmi, e questa convinzione sta alla base dell’IA funzionalistica, che ignora il corpo ed esorcizza il genio.

L’attuale primato del riduzionismo computazionale affonda le sue radici nel pregiudizio, risalente alla tradizione greca, che per sapere o saper fare qualcosa sia necessario averne una teoria, cioè una descrizione esplicita, precisa, comunicabile, magari squadernata in regole e istruzioni. Le teorie (si pensi alla matematica e alla fisica) possiedono una tendenziale acontestualità e, forse di conseguenza, sembra che non si riesca a costruire una teoria di tutta la realtà, ma soltanto di pezzetti più o meno limitati del mondo, cioè di fenomeni o sistemi isolati dalla matrice del contesto ( cioè la scienza classica è tendenzialmente riduzionista n.d.r.) . La natura acontestuale delle teorie si oppone alla natura contestuale del corpo: il corpo «pesca» incessantemente nell’ambiente e ogni sua attività acquista senso solo alla luce delle interazioni che esso intrattiene col resto del mondo.

3. INFORMAZIONE E SUPPORTO

Un’altra tessera importante del mosaico concettuale che sostanzia il passaggio dall’umano al postumano disincarnato, cioè dal corpo biologico al corpo codificato, venne collocata da Claude Shannon nel 1948. La sua teoria matematica dell’informazione nacque all’insegna di un paradosso: da una parte l’informazione è un’entità sistemica, che ha senso, valore e significato solo nell’ambito di un contesto; dall’altro la formalizzazione shannoniana si ispirava a uno strumento acontestuale, rappresentato da una matematica che si era sviluppata in stretta interazione con la fisica riduzionistica .

Qui mi preme soprattutto mettere in luce il rapporto tra informazione e supporto. L’informazione consiste in differenze: differenze (di colore, forma, grana, peso...) tra oggetti, tra il prima e il dopo (cioè tra lo stato anteriore e lo stato posteriore di un oggetto), tra le varie parti di uno stesso oggetto... La presenza dell’»oggetto» indica che l’informazione, per manifestarsi, per essere elaborata e trasmessa, ha bisogno di un supporto materiale. L’informazione non può essere ridotta al supporto, ma ne ha bisogno.

Inoltre, almeno in prima approssimazione, l’informazione può essere estratta da un supporto e trasferita in un altro senza alcuna perdita o distorsione. L’informazione sarebbe dunque invariante rispetto all’operazione di codifica. Ma questa invarianza, evidente nella formalizzazione di Shannon, sussiste (e anche qui con certe limitazioni) solo in un caso particolare, molto semplice anche se importantissimo, che è il caso digitale, in particolare il caso binario, dove ciò che importa è distinguere un oggetto o segnale o messaggio dagli altri, e dove la forma specifica di ciascun segnale non ha alcuna importanza.

La differenza tra «0» e «1» è codificabile senza residui nella differenza tra «nero» e «bianco», tra «aperto» e «chiuso», tra «sole» e «pioggia» e così via. Il fatto che la forma di «1» sia diversa dalla forma di «nero» e di «sole» non ha alcuna importanza. In generale tuttavia l’informazione non è invariante rispetto alla codifica e il passaggio da un supporto a un altro non è senza conseguenze. Nel caso analogico, dove non basta distinguere un messaggio dall’altro, ma si deve riprodurre con buona approssimazione la loro forma, la codifica può distorcere l’informazione e comprometterla.
Analogica è una grandezza che varia con continuità: una variabile analogica può assumere un numero infinito di valori (ad esempio la distanza tra due punti nello spazio può assumere un numero infinito di valori). Digitale è una grandezza che varia “a salti”: una variabile digitale può assumere solo un numero finito di valori (la durata di un giorno – ad esempio,  può assumere solo uno degli 85.000 valori se usiamo l’unità “secondo”, uno dei 850 mila valori se usiamo i decimi di secondo oppure uno degli 8 milioni e 500 mila se usassimo i centesimi di secondo; tante possibilità ma pur sempre finite, determinate). N.d.r. Un concerto scritto per violino non può essere eseguito col trombone senza gravi distorsioni. Non tutti i supporti si lasciano modulare allo stesso modo: ogni supporto oppone una resistenza specifica all’inserimento delle differenze che rappresentano l’informazione e questa resistenza rivela che informazione e supporto intrattengono una relazione molto intima. Come l’informazione condiziona il supporto, così il supporto condiziona l’informazione. Da questa ineludibile interazione scaturisce l’obiezione principale all’ IA funzionalistica, secondo la quale basta individuare e descrivere con precisione le funzioni della mente umana e poi trasferire questa descrizione dalla mente a un un calcolatore perché questo si comporti come la mente.

Secondo alcuni, invece, le funzioni che si svolgono in un certo supporto sono legate profondamente e intimamente a quel supporto, e non si possono trasferire altrove senza perdite, modifiche e distorsioni. Anzi, il funzionalismo opera un passaggio intermedio ancora più sottile: le funzioni della mente sono assimilabili a certe operazioni logiche (che si svolgono fuori di ogni tempo e materialità) e queste operazioni logiche, che sono la vera essenza del mentale, possono essere proiettate su svariati supporti (cervello, computer...) in modo assolutamente isomorfo ( con la stessa forma).

Il funzionalismo ignora cioè la natura materiale non solo della macchina, ma anche della mente. Quando si afferma che il calcolatore funziona secondo i principi della logica, si commette un errore: il calcolatore non è una macchina logica, bensì una macchina materiale, dunque lavora per causa-effetto e tra causa ed effetto c’è sempre un ritardo temporale. Nella logica classica il tempo non esiste, mentre nel calcolatore esiste: ci sono i ritardi, e i ritardi si accumulano.

Come la psicologia della Gestalt, ma partendo da presupposti differenti, il funzionalismo sostiene, in polemica con lo strutturalismo di Wundt e Titchener, che non è possibile studiare la vita psichica scomponendola in presunte costituenti fondamentali ( riduzionismo) . W. James (1842-1910), fondatore del movimento funzionalista con i suoi Principi della psicologia del 1890, ritiene che la coscienza sia caratterizzata da una successione ininterrotta di esperienze (il cosiddetto flusso di coscienza) in cui gli elementi precedenti si trasmutano in quelli successivi senza soluzione di continuità. N.d.r.
La proiezione o mappatura della logica sul calcolatore è una mappatura imperfetta, tanto che, se le operazioni per unità di tempo diventano troppe, si presentano effetti di saturazione e la macchina funziona male. Allo stesso modo, neppure la mente funziona secondo i principi della logica, ma è condizionata dal funzionamento (fisico-causale) del suo supporto, il cervello. La mente non opera in maniera riduzionistica, ma complessa ed ogni riduzionismo porta fuori strada. Scrive infatti Gerald Edelman: « L'analogia tra mente e calcolatore cade in difetto per molte ragioni. Il cervello si forma secondo principi che ne garantiscono la varietà e anche la degenerazione; a differenza di un calcolatore non ha una memoria replicativa; ha una storia ed è guidato dai valori; forma categorie in base a criteri interni e a vincoli che agiscono su molte scale diverse, non mediante un programma costruito secondo una sintassi. » (G.Edelman, Sulla materia della mente, Milano, Adelphi 1993, pag.236) N.d.r. 4. LA SIMULAZIONE

È interessante notare come il parziale fallimento dell’IA funzionalistica abbia portato a due reazioni molto diverse, entrambe tuttavia imperniate sul corpo: da una parte alcuni si sono convinti che per simulare un’intelligenza che abbia caratteristiche non troppo lontane da quella umana si debba adottare una prospettiva sistemica, cioè si debba dotare il cervello artificiale di un corpo artificiale in interazione con l’ambiente e magari anche adottare un’impostazione di tipo evolutivo, che simuli quanto è accaduto nella storia della biologia: questa è la via intrapresa dalla robotica.

Altri non hanno accettato la sconfitta e hanno, all’opposto, radicalizzato il tentativo, codificando non solo la mente ma anche il corpo. Questa è la strada che conduce al postumano in codice. Per cercar di capire se e come si possa compiere la codifica del corpo è utile considerare la nozione di simulazione, pratica che per gli esseri umani costituisce uno strumento dotato di un notevole valore economico e di sopravvivenza, perché ci evita i rischi e gli sprechi legati all’attuazione pratica.

Prima di intraprendere un’azione concreta, di solito la simuliamo servendoci della nostra mente, o di altri strumenti che della mente costituiscono un potenziamento o un prolungamento. Possiamo così analizzare i possibili effetti dell’azione e decidere se compierla, se correggerla o se rinunciarvi. Il mondo dell’informazione è caratterizzato da codici arbitrari: una cosa può, per convenzione, significare qualsiasi altra cosa; ma la simulazione va al di là di questa codifica arbitraria e convenzionale, poiché si fonda su una somiglianza, almeno parziale, e istituisce tra le due «cose», quella simulata, diciamo il fenomeno, e quella simulante, diciamo il modello, una corrispondenza molto stretta almeno a qualche livello di descrizione.

Se la corrispondenza si verifica a tutti i livelli (nei limiti della precisione adottata), non si parla più di simulazione, bensì di «riproduzione. » Ad esempio nel caso di un cervello umano e di un calcolatore elettronico che effettuino un’operazione aritmetica, il quasi isomorfismo si ha a livello dei passaggi aritmetici, ma non a livello strutturale né a livello funzionale fine, poiché a questi livelli non si ha corrispondenza tra neuroni e loro attività e circuiti e loro attività.

Per giudicare l’adeguatezza di una simulazione non ci si basa dunque su una corrispondenza totale, bensì su una corrispondenza parziale di esiti e di effetti osservabili, adottando una prospettiva che è tipica del comportamentismo . Con riferimento all’IA, il famoso criterio proposto da Turing nel 1956 per dichiarare intelligente una macchina si basa appunto su una simulazione di natura comportamentistica. Mediante telescrivente, un esaminatore pone domande a una persona e a una macchina e, ancora tramite telescrivente, ne riceve le risposte. Entrambi gli esaminati si sforzano di persuadere l’esaminatore di essere umani e, sulla sola base delle risposte ricevute, l’esaminatore deve stabilire chi dei due è davvero l’uomo.



In questo caso la macchina deve compiere una simulazione molto più complessa e difficile di quella relativa all’esecuzione di un’operazione aritmetica. La simulazione appartiene al mondo dell’informazione e non della materia, e la parzialità della corrispondenza che essa istituisce è legata alla riduzione dell’informazione che si attua nel passaggio dal fenomeno al modello. I risultati di questo passaggio delicato e indispensabile dipendono molto dal fenomeno.

Consideriamo due esempi: le simulazioni al calcolatore di un matematico e di una mucca. La mucca simulata non può essere munta e il «latte» che se ne ricava non può essere bevuto, perché è un latte simulato, mentre nel caso del matematico simulato le dimostrazioni simulate che egli produce sono in tutto e per tutto equivalenti alle dimostrazioni eseguite da un matematico vero. Che differenza c’è allora tra latte e dimostrazioni? Si potrebbe dire che le dimostrazioni appartengono (quasi) per intero al mondo informazionale, mentre il latte appartiene (quasi) per intero al mondo fisico e non è possibile simulare con l’informazione gli oggetti fisici. Questa impossibilità risulta più evidente se si adotta un criterio di distinzione basato sugli effetti che le cose e le loro simulazioni hanno sul mondo reale (il nostro mondo): nel caso del latte gli effetti sono molto diversi, mentre nel caso della dimostrazione gli effetti sono, più o meno, identici.

Tenendo presente la distinzione tra informazione e supporto, possiamo anche dire che per il latte il supporto (cioè gli atomi e le molecole che lo compongono) è essenziale: non si può modificare l’identità degli atomi e delle molecole, poiché la configurazione, le relazioni reciproche e i legami chimici, che ne costituiscono la parte strutturale o informazionale, non sono sufficienti a darci il latte. Se gli atomi di carbonio vengono sostituiti da atomi di silicio, pur conservando tutte le relazioni tra gli atomi, non si ottiene più il latte.

Per quanto riguarda la dimostrazione, invece, il supporto, benché indispensabile, è inessenziale: quello che conta sono le relazioni e le differenze, cioè le informazioni, che possono essere riprodotte anche nel calcolatore.

A proposito del problema fondamentale dell’IA, cioè se la mente sia simulabile e trasferibile, possiamo arrischiare questa risposta (che però si limita a spostare il problema):
- se la mente sta tutta nel mondo informazionale, come afferma il funzionalismo, una sua simulazione almeno a qualche livello significativo è possibile
;
- se sta anche nel mondo fisico, come molti ritengono, la cosa è più ardua, poiché anche la materia di cui è fatto il supporto della mente è rilevante.

5. IL RIDUZIONISMO INFORMAZIONALE

Se fosse possibile parlare di informazione in sé, se fosse possibile ridurre la musica a codice, o la macchina a progetto, se - per fare un esempio ancora più estremo - se l’uomo si potesse ridurre alla sua sequenza genomica, allora perché eseguire la musica, perché costruire veramente le macchine, perché fare i figli? L’attuazione materiale sarebbe solo un pleonasmo ridondante, che non dimostrerebbe nulla e che anzi, con la sua imperfezione attuativa rispetto alla perfezione del modello astratto, segnerebbe uno scadimento intollerabile.

Ciò ricorda la filosofia platonica, che assegnava preminenza alle idee rispetto alla loro attuazione materiale. Ma noi sappiamo, perché lo intuiamo al di là di ogni ragionamento e argomentazione (e soprattutto perché lo esperiamo nel corso della nostra esistenza), che la vita non è puro codice, che il corpo in cui il codice s’incarna ha una sua collocazione centrale in questo vasto e inafferrabile fenomeno.

Del resto anche un’attività come la matematica, che sembra puramente formale, rivela un profondo legame con la materialità del suo supporto. Come ha mostrato la storia, già il tentativo dell’IA di codificare la mente per trasferirla dal supporto originario in un altro comporta semplificazioni e distorsioni essenziali che rendono il risultato molto discutibile. Eppure molte attività della mente sono formali, appartengono cioè al mondo dell’informazione: sono più vicine alle dimostrazioni che al latte, ed è su questo che si è basata l’intelligenza artificiale funzionalistica.

Ma il corpo, per la sua natura fisica e biologica, è più vicino alla mucca che alle dimostrazioni, perciò quando se ne estrae l’informazione per incarnarla in un altro supporto, molte sue caratteristiche originarie (e molte sue conseguenze sul mondo) vanno perdute. Queste caratteristiche potrebbero comprendere la possibilità di nuotare, di mangiare, di far l’amore... e tutto sta a vedere se vogliamo considerarle essenziali oppure no per la definizione di corpo, o meglio per considerare il nuovo supporto un sostituto accettabile del corpo.

Per alcuni il corpo codificato sarebbe solo un simulacro di corpo, che non ne conterrebbe tutta l’essenza. Insomma se volessimo dissolvere il corpo trasformandolo in uno sciame di bit, sospesi in aria (o nel ciberspazio) in attesa di nuova destinazione non potremmo farlo fino in fondo: non potremmo travasare nel software tutta la resistenza e la sodezza e la ricchezza della materia e quindi la reincarnazione sarebbe incompleta.

Il corpo continuerebbe dunque ad essere l’orizzonte assoluto della nostra esistenza, l’ultimo ostacolo all’immersione totale nella virtualità. Il corpo reale non si potrebbe ridurre a un fantasma etereo e imponderabile, angelico o demoniaco, da registrare, trasmettere e manipolare come un segnale. Nella costruzione del simulacro la mediazione filtrante del codice sarebbe cruciale e questa mediazione sottrarrebbe al corpo la sua caratteristica più importante, quella di essere immerso in un contesto e in una storia in cui la materialità, l’esperienza del mondo e la sostanzialità del cibo sono fondamentali.

Insomma, come l’informazione è irriducibile alla materia, anche la materia non si può ridurre del tutto all’informazione.

Supponiamo comunque di accettare questa prospettiva postumana, che ci farebbe approdare a un essere di pura informazione, privo di supporto. Come potrebbe questo essere interagire con il mondo? L’interazione tra materia e informazione richiede la presenza di un supporto materiale o energetico su cui l’informazione si possa adagiare, o meglio si possa incorporare, quindi un essere di pura informazione è un’astrazione mistica: anche le nostre idee più astratte possono spingerci ad azioni materialissime, e questo perché sono incarnate nella configurazione dei nostri neuroni e si incanalano poi nelle strutture energetiche e materiali del corpo.

Se così non fosse, si riproporrebbe il problema dell’interazione tra res cogitans e res extensa affrontato senza successo da Cartesio. Detto altrimenti: un essere di pura informazione come potrebbe essere percepito, e da chi? E se non fosse percepito, come potremmo verificarne l’esistenza se non con un atto di fede? Rischierebbe, il nostro post-uomo incorporeo, di essere l’unico osservatore e interlocutore di sé stesso, una sorta di monade autoreferenziale incapace di comunicare con altri.

Un altro problema: che ne sarebbe dell’identità e del Sé, che non sarebbero più legati al corpo e alla sua immersione contestuale, bensì all’informazione trasferibile, in una prospettiva analoga a quella dell’intelligenza artificiale funzionalistica? Non si tratta di una questione tanto peregrina, perché già quel processo di decodifica (parziale) dell’essere umano che è la mappatura del genoma ci pone di fronte alla domanda «chi siamo?» in termini nuovi e radicali. Se (il codice di) un essere umano può essere compresso e stare tutto su un libro o su un disco, che ne è della sua coscienza, intelligenza, sensibilità? Che cosa diventa l’«io» per effetto di questo riduzionismo informazionale?

6. LA MAPPATURA DEL GENOMA: SCENARIO E PROBLEMI

La mappatura del genoma ci pone in una situazione in cui oggetto e soggetto si confondono. Anzi, se l’oggettivazione fosse, come si vorrebbe, completa, il soggetto ( il soggetto umno è dotato di libertà e autodeterminazione n.d.r.) rischierebbe di sparire del tutto, con conseguenze bizzarre e forse crudeli. Il soggetto, del tutto appiattito sull’oggetto, anzi divenuto puro oggetto, somiglierebbe a colui che in piena consapevolezza si vede precipitare in un burrone senza poter far nulla per impedirlo: per esempio potrebbe sapere in anticipo che sta per cadere preda di una malattia grave, senza poter fare nulla per evitarla. Come negli incubi dove non si riesce né a scappare né a gridare aiuto.

D’altra parte non sarebbe necessario evitare la malattia, visto che non ci sarebbe il corpo, cioè il luogo dove la malattia si potrebbe manifestare... E più sottilmente: divenuto soggetto oggettivato, potrei ricavare un quadro completo delle mie capacità fisiche e intellettuali, gettando in qualche misura un’occhiata al mio futuro; ma come emergerei ai miei occhi? Come ne sarebbe modificata la mia esperienza del Sé? Come ne sarebbe condizionato l’antico problema del libero arbitrio? Esisterebbe ancora il tempo, sede degli eventi (la malattia, il pensiero, la contemplazione, la corsa)? (Quest’ultima domanda fa intravvedere il legame inscindibile tra corpo e tempo).

Certo, conoscendo il mio genoma potrei modificare in meglio le mie caratteristiche, ma qui si apre un altro problema: se l’oggettivazione del Sé è completa, chi è l’ «io» che interviene sul «proprio» codice genetico per modificarlo? L’intervento non fa già parte dell’oggettivazione totale del soggetto, in un vertiginoso circolo autoreferenziale? Insomma, si ha la sensazione che la presenza del corpo consenta quel minimo di distacco tra oggetto e soggetto che sperimentiamo al di là di ogni dubbio e che, in quanto soggetti, ci rende titolari di numerosi possessi. Questi possessi si esprimono in locuzioni del tipo: «il mio corpo», «il mio dolore », «la mia mente» e «il mio genoma».

Se tutto fosse oggettivato, se tutto fosse squadernato davanti ai «nostri» occhi, si ripresenterebbe l’antico paradosso del sistema che sa tutto di sé. Questa conoscenza dev’essere contenuta in un organo particolare, che fa parte del sistema e di cui quindi il sistema deve saper tutto. Ciò richiede un ulteriore organo della conoscenza, e così via, all’infinito. Comunque non facciamoci intimidire dalla natura congetturale di tutto ciò, e riprendiamo il problema del Sé in questa particolare prospettiva post-umana.
Se tutto il Sé può essere codificato e passare da un supporto all’altro, se un essere umano può identificarsi col suo software o codice senza nessun collegamento necessario con il suo hardware di partenza, non c’è più identificazione tra il Sé e un corpo particolare. Il cordone ombelicale sarà tagliato e ciascuno potrà assumere liberamente uno o più corpi, nei quali replicare esattamente il codice che gli corrisponde. Si apre qui un problema vertiginoso: se l’informazione che costituisce il mio Sé viene trasferita su un supporto diverso, dove sto «io»? Non mi identifico con il supporto materiale d’origine e neppure con quello d’arrivo, che sono entrambi del tutto occasionali, ma non mi identifico neppure con il codice, che può essere riprodotto in un numero arbitrario di copie (ciascuna col suo supporto) con tutta la precisione che voglio.

Non esistendo il codice in astratto, ma solo le sue varie possibili incarnazioni, si dissolve l’idea di «originale»: ogni originale è una copia e viceversa. (Vengono in mente le considerazioni di Walter Benjamin sul concetto di opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica). Allora, in questa prospettiva di corpo-mente codificato e incarnabile a piacere, dove si colloca il Sé? Dove sta la mia coscienza, alla quale in fondo sono affezionato?

Se poi suppongo di riprodurre il codice in molti supporti, ciascuno di questi «cloni» si evolverà per conto proprio, in modo più o meno diverso dagli altri: il mio Sé si moltiplicherebbe come si moltiplica ad ogni istante l’universo in quelle versioni della meccanica quantistica che sono dette dei molti mondi... Ancora una volta: dove sta il mio Sé?

Per evitare i problemi di autoreferenzialità e di regresso all’infinito, potrei delegare a un terzo l’osservazione del mio corpo decodificato e ridotto a puro codice. Ora, se la decodifica fosse completa, non solo metterebbe in corrispondenza biunivoca l’attività neuronale con l’esperienza soggettiva, ma consentirebbe di trascurare del tutto quest’ultima: lo sperimentatore fornirebbe un impulso al mio cervello e saprebbe che cosa stessi provando senza neppure domandarmelo. Anche le mie decisioni sarebbero prese in un regime di libertà vigilata: osservando l’attività biochimica del mio encefalo, lo sperimentatore saprebbe con un piccolo anticipo che sto per decidere o pensare la tal cosa.

La mia coscienza (ma avrebbe ancora senso parlare di coscienza?) arriverebbe sempre un po’ in ritardo e registrerebbe come libera scelta uno stato «oggettivo» anteriore. E che ne sarebbe della mia storia personale? Delle mie esperienze passate? Se, come pare, esse sono rappresentate nei miei neuroni, sarebbero comprese nella codifica: ma come si configurerebbe l’atto di richiamare un’esperienza o un ricordo? Non sarebbe necessaria una dinamica della codifica? O una codifica gerarchica? E in questa gerarchia potrebbe esserci lo spazio per una distinzione tra oggetto e soggetto? Domande formidabili, che, bizzarramente, nascono da una semplice congettura, da un esperimento concettuale che forse non ha nulla a che fare con qualsiasi realtà e che forse è frutto di pura visionarietà.

Eppure... I problemi sollevati dalla mappatura genomica non finiscono qui: da una parte, fornendoci il codice della vita, la mappatura pretende di dirci chi è davvero ciascuno di noi secondo una visione deterministica molto discutibile, improntata a un perentorio riduzionismo informazionale che si arroga l’esclusiva della verità; dall’altra la possibilità di modificare il software, cioè di riprogrammare il genoma, con tecniche finalistiche (anche queste molto discutibili perché acontestuali e basate su una supposta linearità causale tra geni e tessuti e tra geni e caratteri) prelude a un profondo mutamento etico e cognitivo.

Osservo che la pretesa di fornire la vera descrizione di un individuo, qualunque sia il procedimento adottato, è alquanto velleitaria: intanto perché un individuo si trova all’incrocio o alla confluenza di molte (infinite) descrizioni possibili, a seconda del livello di osservazione adottato e a seconda delle priorità stabilite dall’osservatore e dei suoi interessi. Nessuna di queste descrizioni è esauriente (questa ineludibile pluralità descrittiva si esprime anche dicendo che l’individuo è un sistema complesso) ed è solo il loro insieme (aperto) che porta asintoticamente verso la descrizione dell’individuo. In secondo luogo, e ancora più importante, ogni individuo è un processo, cioè è mutevole nel tempo, quindi le descrizioni debbono avere carattere dinamico.

Questa storicità dell’individuo s’intreccia con la sua immersione in un contesto o ambiente con il quale si trova in continua interazione coevolutiva: da qui, in ogni istante, un brulicare di alterità dinamiche potenziali che mette in questione il concetto di identità e la possibilità stessa della descrizione. Questo per ciò che riguarda l’osservatore-descrittore. Sul versante dell’individuo osservato, la storia e il contesto, interagendo con le potenzialità contenute nel patrimonio ereditario, attuano alcune possibilità (contingenze) e non altre a priori altrettanto probabili. (Ecco perché due gemelli omozigoti non sono mai del tutto isomorfi: le loro differenze scaturiscono dalle differenze, per quanto minime, tra le loro esperienze individuali).

Entra in crisi la nozione di (auto)biografia oggettiva: ciò che resta sono le storie, cioè le narrazioni situate, fatte da un punto di vista parziale, per esempio quello del soggetto. La prospettiva di una descrizione genomica completa segnerebbe comunque la fine del creazionismo teleologico , che assegna all’uomo un posto privilegiato tra gli animali; la fine della riproduzione sessuale e quindi di una fonte importante di diversità genetica (la clonazione informazionale renderebbe superfluo l’accoppiamento, con disappunto di molti); segnerebbe la fine di molte dispute filosofiche e psicologiche (sul libero arbitrio, sulla coscienza, sull’inconscio), fors’anche per l’estinzione dei filosofi e degli psicologi dopo un lungo periodo di cassintegrazione.

Potrebbe segnare la fine del corpo: una volta trovato il genoma perfetto, che cosa ci guadagneremmo a incarnarlo in un corruttibile corpo? Anzi che cosa ci guadagnerebbe lui, il GGG (il Grande Genoma Generale) a incarnarsi? Che cosa ci guadagna il bibliomane dalla lettura effettiva dei suoi libri? Che cosa ci guadagnano il libri dalla lettura, o addirittura dalla scrittura, che ne possiamo fare? Tutto sembra regredire verso il regno dell’informazione-sempre-più-rarefatta, dove il GGG veglia su sé stesso nei secoli dei secoli.

Andiamo davvero verso il postumano?
E ... ci piace?
BIBLIOGRAFIA

FUKUYAMA F., 2002 - L’uomo oltre l’uomo, Mondadori, Milano.
LONGO G.O., 1998 - Il nuovo golem: come il computer cambia la nostra cultura, Laterza,
Roma-Bari.
LONGO G.O., 2001 - Homo technologicus, Meltemi, Roma, (2ª ediz. 2005).
LONGO G.O., 2003 - Il simbionte: prove di umanità futura, Meltemi, Roma.
MARCHESINI R., 2002 - Post-human, Bollati Boringhieri, Torino.
NEGROPONTE N., 1995 - Essere digitali, Sperling & Kupfer, Milano.
WALDROP M.M., 1995 - Complessità, Instar Libri, Torino.


No Limits . Giuseppe Longo "Un giorno diventeremo un'unica creatura planetaria"
source : repubblica.it 09 settembre 2013 di FRANCO MARCOALDI

" Il teorico dell'informazione ragiona sul nostro rapporto con le macchine e su come certi eccessi dell'innovazione finiscano per mettere a rischio la stessa individualità . Basta leggere uno dei tanti volumi di Giuseppe O. Longo, primo cattedratico italiano di Teoria dell'informazione, o trascorrere qualche ora in sua compagnia, per rendersi conto che lo spazio per la futurologia si sta erodendo in modo irrimediabile.

Per restare all'incrocio tra informatica e biotecnologie, non c'è fantasia capace di stare dietro alla realtà. Forse per questo lo stesso Longo, che oltre ad essere scienziato, è anche scrittore, drammaturgo e attore, quando si dedica alla narrativa scrive racconti struggenti come il Rimpianto degli uomini. Quasi che il narratore chieda al ricercatore di fermarsi a riflettere sull'idea di limite. La cui costante trasgressione, per contro, è da sempre alla base dell'impresa scientifica.

"Non so se si possano salvare insieme capra e cavoli. Può darsi benissimo che ci sia una prevalenza sistematica della trasgressione, visto che chi la propugna ha i mezzi finanziari per farlo. Perché sa, al di là delle pulsioni dei singoli ricercatori e magari del loro altruismo nei confronti dell'umanità, poi esistono i profitti. E le grandi aziende utilizzano i ricercatori come api mellifere per incrementare gli utili. Se non teniamo conto di questo aspetto non capiamo nulla della cosiddetta big science, cheha bisogno di enormi finanziamenti".

Da quanto dice parrebbe comunque che le strade della scienza e della tecnologia non corrano in parallelo.

"La scienza mira ad affrontare i problemi, offrendo delle spiegazioni razionali, mentre la tecnologia non ha l'ambizione di spiegare, ma quella di fare. In quanto tecnologo, non mi interessa sapere perché uno strumento funziona, ma solo che funzioni. E questo, al fondo, è un atteggiamento antiscientifico".

Anche lei vede il rischio di una teocrazia tecnologica?

"Si dice spesso che la tecnologia disumanizza. Non sono d'accordo, per la semplice ragione che l'uomo è naturalmente tecnologico: ovvero concepisce degli strumenti che a loro volta retroagiscono su di lui cambiandolo. Da qui, anche, i problemi: perché di sicuro l'uomo col computer non è uguale all'uomo senza computer. La tecnologia non ci lascia indenni".

Lo si vede dal proliferare dei linguaggi digitali che si affiancano al linguaggio verbale e spesso lo soffocano.

"Il linguaggio verbale resta comunque il nostro strumento comunicativo principe. Grazie al linguaggio, le menti individuali si sincronizzano e nasce l'intelligenzacollettivache oggi, grazie alle tecnologie, si è trasformata in intelligenza connettiva. Mediata dalle macchine, prefigura una mente globale".

È l'avvento di quella che lei chiama la "creatura planetaria".

"La vocazione del computer è quella di mettere in comunicazione gli esseri umani. I quali finiscono per dare vita a un'unica creatura, onnipervasiva, un po' come accade alle api con l'alveare. Ovviamente in misura più contenuta rispetto agli insetti, ma è come se ciascuno delegasse parte della propria attività mentale a tale intelligenza collettiva e connettiva a questa nuova creatura planetaria. È una delle tante forme in cui si presenta il post-umano".

Proviamo a individuare altre forme...


" Le modifiche di carattere genomico, che hanno un duplice scopo. Da un lato riparare i guasti dovuti a menomazioni. Dall'altro gli impieghi di tipo migliorativo. Da qui il sogno: vorrei avere un figlio alto, biondo e con occhi azzurri. Ma chi mi assicura che quel figlio sarà contento? E poi, questi figli tutti uguali diminuiranno il patrimonio di variabilità genetica, mentre una specie è tanto più robusta, quanto più è varia".

Per non parlare del problema etico.


"Dal mito di Prometeo si ripropone lo stesso problema. Da una parte l'uomo trasgredisce, dall'altra ha il timore che così facendo venga punito il suo oltraggio alla sacralità: degli dèi o della natura. Ma la sacralità della natura viene a cadere non appena parliamo di post-umano. Perché esso postula l'insignificanza dei limiti naturali. Gli uomini hanno sempre tentato di trascendersi, solo che oggi la tecnologia è talmente pervasiva che questo oltrepassarsi è diventato traumatico. L'uomo, come scriveva Anders, è ormai antiquato. Non ce la fa a stare dietro a se stesso. La confusione tra naturale e artificiale dilaga perché la tecnologia ci invade. L'artificio entra nel corpo".

È quello che lei chiama "il simbionte".

"Il simbionte è una creatura che ha una base biologica, che viene poi inzeppata di protesi tecnologiche: organi di senso, mani artificiali, chip inseriti nel cervello per contrastare malattie neurovegetative o per potenziare l'intelligenza o la memoria. Insomma, uomo e macchina in simbiosi. Beninteso, la simbiosi esiste in natura. Ci sono piante e animali che si scambiano favori reciproci. Però dal commensalismo si può anche passare al cannibalismo. Ecco allora il timore che il simbionte venga cannibalizzato dalla sua parte tecnologica".

Se si altera il corpo, si altera anche l'elemento ultimo dell'individualità.


"Questo è il punto cruciale del post-umano, perché il nostro corpo è anche il nostro simbolo identitario. Non esiste separazione cartesiana tra razionalità ed emozione. Noi siamo tutt'uno. Se a un individuo togli le emozioni, quell'individuo non sarà più capace di prendere decisioni razionali. Ecco perché andrebbe rivisto anche il concetto di neutralità della scienza e della tecnica, come se non avessero a che fare con le emozioni".

Non si potrebbe dire che oggi la massima trasgressione consiste nel riscoprire il valore di un limite invalicabile? La preservazione dell'umanità?


"Pascal diceva: il massimo trionfo della ragione è riconoscere i propri limiti. Affermazione di un'attualità sconcertante, trascurata in campo tecnologico e in particolare al di là dell'oceano. Gli europei sono cauti sulla strada del postumano, mentre gli americani vanno a rotta di collo, non avendo la sensazione che il rispetto del limite costituisca una garanzia di autenticità".

Cosìl'Homo technologicus comincia a immaginarsi come Homo immortalis.

"È l'antico sogno di bere l'ambrosia degli dèi, che ora si assume per vie surrogate. Ovvero, se io - come alcuni sostengono - coincido con l'insieme delle forme d'onda dei miei pensieri, con il collegamento tra le mie sinapsi e riesco poi a trasferire tutto questo in un supporto artificiale, allora ecco che quando muore questa mia macchina di carne, la mia mente potrebbe continuare a vivere in quel supporto artificiale".

E l'Io che fine fa?

"Ecco il problema. Io dove sono? Può darsi che sia morto col mio corpo, ma può anche darsi che riesca a vivere in questa forma succedanea. Senza contare che le tecnologie dell'informazione più avanzate consentono di superare anche la simbiosi uomo macchina. E in prospettiva ci promettono cose mirabolanti, sa? Ivi compresa la possibilità di codificare lo stesso corpo, di tradurlo in pura informazione. E poi esistono algoritmi evolutivi che si moltiplicano, si replicano, interagiscono tra loro e si selezionano: vengono eliminati i peggiori e accettati i migliori, come accade nella selezionenaturale. E si finisce così per creare qualcosa che si autoevolve".

È uno scenario che lascia tramortiti. Qual è la via d'uscita?

" Non se ne esce . Perché l'ipertrofia cognitiva che stiamo perseguendo ha oscurato i problemi morali. Ma come diceva Gregory Bateson, ogni variabile, anche la più salutare, oltre un certo livello diventa tossica. Noi abbiamo ampiamente raggiunto la tossicità. Tossico in modo esemplare è il denaro, unico criterio essenziale ed esiziale che ha sostituito ogni discorso etico".


DeepMind   Google e il futuro post-umano Google ha rilevato nel 2014 la società londinese DeepMind Technologies Ltd allo scopo di sperimentare la Macchina Neurale Turing che simula alcune proprietà della memoria nel cervello umano ridefinendo la natura di una rete neurale. In pratica, si tratta di un super computer che apprende e immagazzina algoritmi e dati come fossero ricordi e che, poi, è in grado di recuperare per eseguire compiti e funzioni per cui NON è stato programmato (attenzione al NON).

Non si dovrebbe, a questo punto, parlare più di semplici robot e neanche di Intelligenza Artificiale ma di Super Intelligenza Artificiale. Le macchine neurali turing di Google impareranno la visione, il controllo del movimento, il processo del suono e la capacità del linguaggio di base entro il 2020 secondo le previsioni di DeepMind.

Google, attraverso lo sviluppo della macchina neurale turing, vuole ‘risolvere’ l’intelligenza. Diventare Dio, in un certo senso. Uno dei risultati di super intelligenza artificiale targata Google è PlaNet, il software di geolocalizzazione avanzata che sfrutta il ‘deep learning’: riconosce luoghi in foto senza indizi, senza monumenti né dettagli per associare l’immagine al luogo di provenienza e senza supporto GPS. Come ci riesce? Raccoglie e rielabora indizi visivi minimi dalle foto associandoli alle aree geografiche dove ‘potrebbero’ essere state scattate: i dati estratti dalle foto vengono scomposti in termini di pixel e rapportati con la mole colossale di immagini raccolta in tanti anni dal motore di ricerca Google.
Il postumanesimo ( o post-umanesimo) si autodefinisce come una sfida per il genere umano, un rito di passaggio che molti interpretano come un’accelerazione inevitabile ( in senso positivistico ) nell’ evoluzione darwiniana della specie umana.


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