Corso di Religione
La pubblicazione del volume Magna Europa. L'Europa fuori dal'Europa, curato da Giovanni Cantoni e Francesco Pappalardo (D'Ettoris Editori, Crotone 2006) - che raccoglie testi di relazioni presentate a un seminario organizzato nel 2002 a Bobbio da Alleanza Cattolica e parzialmente replicato nel 2004 a Crotone dalla Fondazione D'Ettoris e dalla Biblioteca Pier Giorgio Frassati - costituisce da questo punto di vista un autentico avvenimento culturale, da inquadrare e apprezzare come tale, prima ancora di addentrarsi nell'esplorazione dei singoli argomenti trattati nella ricchissima collezione d'interventi.
Un secondo tema - ormai ampiamente condiviso dalla storiografia accademica, ma non necessariamente dalle opere divulgative e dai manuali scolastici - riguarda il carattere gravemente fuorviante di ogni assimilazione della cosiddetta Rivoluzione Americana alla Rivoluzione Francese all'interno di concetti comodi ma errati come quello di "epoca delle grandi Rivoluzioni".
Non c’è nessuna garanzia che le civiltà durino per sempre. La civiltà dell’antica Roma non fu sconfitta militarmente, ma dal declino demografico e dalla concessione indiscriminata della cittadinanza a «barbari» che tutto ignoravano delle tradizioni romane.
Ancor più grave mi sembra mostrare la diffusione della religione islamica come il male del secolo, associando poi tale diffusione alla visione di un mondo arabo che ha come prevalente obiettivo quello di eliminare tutto ciò che nel mondo intero non rappresenta un legame con l'Islam. Una tale visione catastrofica diventa ancora più incisiva sull'opinione pubblica se è presentata da una buona penna giornalistica quale quella della Fallaci. Una grande giornalista con la quale non condivido l'impostazione generale e il modo con cui, nel suo ultimo libro "La forza della ragione", cerca di indottrinare il lettore verso la visione di un mondo arabo diversa da quella che realmente è, o che comunque a me appare.
Ritornando al termine "Eurabia", quindi, si corre il rischio che lo stesso venga visto sotto una luce sinistra, invece di interpretarlo come una evoluzione sociale di popoli di buona volontà che, interscambiandosi conoscenze e aiutandosi reciprocamente nei processi di sviluppo, tendono a ridurre la differenza sociale ed economica che ancora li divide. Popoli così vicini geograficamente, ma ancora così lontani per tradizioni, usi costumi, lingua e religione. Popoli che comunque sono destinati ad organizzare e ad armonizzare assieme lo sviluppo dei propri territori.
Certo non è questa l'immigrazione che dobbiamo augurarci di accogliere. Vorremmo un ingresso di gente che, con il consenso del Governo del Paese di appartenenza, possa espletare la propria attività lavorativa in modo decoroso e in armonia con noi. D'altra parte non è pensabile che il Paese ospitante debba adattare i propri usi e costumi a quelli dell'ospite. È l'ospite che avendo chiesto di partecipare alla vita di quel Paese deve sapersi adattare, quindi, la richiesta di accoglienza dovrebbe presupporre anche la conoscenza del modo di vivere del popolo ospitante. DISCLAIMER. Si ricorda - ai sensi della Legge 7 marzo 2001, n. 62 - che questo sito non ha scopi di lucro, è di sola lettura e non è un "prodotto editoriale diffuso al pubblico con periodicità regolare" : gli aggiornamenti sono effettuati senza scadenze predeterminate. Non può essere in alcun modo ritenuto un periodico ai sensi delle leggi vigenti né una "pubblicazione" strictu sensu. Alcuni testi e immagini sono reperiti dalla rete : preghiamo gli autori di comunicarci eventuali inesattezze nella citazione delle fonti o irregolarità nel loro uso.Il contenuto del sito è sotto licenza Creative Commons Attribution 2.5 eccetto dove altrimenti dichiarato. Navigando nel sito se ne accetta la PRIVACY POLICY