Corso di Religione

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Dossier TransGender

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Lo psicoanalista Massimo Recalcati: «Conchita Wurst' Mito narcisistico, non è libertà» http://www.uccronline.it


La "liberazione sessuale" non può essere emancipazione da se stessi, il rischio sono nuove schiavitù

La confusione evidentemente la fa da padrona anche in chi pensa che questo sia progresso. Perché, questo, non lo è affatto e lo ha sostenuto anche il laicissimo psicoanalista di 'Repubblica', Massimo Recalcati, supervisione clinico presso l'Ospedale Sant'Orsola di Bologna.

Pochi mesi fa scrisse infatti: «esaltano la donna barbuta come una figura della liberazione sessuale e della tolleranza nei confronti della diversità; esultano vedendo in Conchita Wurst una eroina del nostro tempo e il suo successo come il giusto riconoscimento di un altro modo di pensare e di vivere la differenza sessuale. Perché due soli sessi' Perché escludere la possibilità ancora inesplorate di forme multiple, anarchiche, erranti, della sessualità' Non sarebbe questa la legittima liberazione sessuale da secoli di oppressione clerico-fascista'».

No, non è così:  «Questa cultura che esalta un sesso totalmente libero dai vincoli dell'anatomia e dai condizionamenti educativi», ha proseguito Recalcati, «ricade in pieno in una concezione autogenerativa dell'uomo come colui che si fa da sé. È un mito narcisistico del nostro tempo: quello di una libertà che vuole prescindere da ogni vincolo simbolico: inventarsi il proprio sesso».

Per questo, ha continuato ancora, «non posso condividere l'esultanza di coloro che vedono nella vittoria della Drag Queen barbuta la vittoria di una Civiltà della tolleranza e della diversità su quella della repressione e della mortificazione della sessualità. Per la psicoanalisi la diversità concerne innanzitutto il soggetto in quanto tale. Siamo tutti diversi perché la nostra singolarità è strutturalmente incomparabile, unica, irripetibile.

L'etica della tolleranza si fonda sul rispetto di questa unicità, sull'accoglienza della diversità, sempre sintomatica, del soggetto. Ma cosa pensiamo che sia veramente una liberazione sessuale' Fare del proprio corpo quello che si vuole' È sufficiente questo per parlare di liberazione sessuale e di tolleranza verso la diversità'

L'esibizione di un corpo bizzarro e ostentatamente provocatorio non corre forse il rischio di ridurre la liberazione sessuale ad un semplice rovesciamento speculare del vecchio paradigma clerico-fallico-fascista della normalità' La norma prescrittiva non è più quella ascetico-repressiva ma diventa quella narcisistico- esibizionista»
.

Ha quindi concluso: «Ma vogliamo davvero credere che esistano dei 'diversi più diversi dagli altri'. Lo psicoanalista sa bene che nell'uso libertino della sessualità spesso si annida una difficoltà, a volte paralizzante, nei confronti del rischio che comporta l'incontro d'amore e sa altrettanto bene che la liberazione sessuale senza amore spesso degenera in una schiavitù compulsiva priva di soddisfazione. 

La sola liberazione sessuale degna di questo nome è quella che sa unire il corpo sessuale all'amore e che sa rispettare la diversità dell'Altro (etero o omosessuale che sia)»


Recalcati ha ragione, il fenomeno gender (la cui icona è certamente il personaggio della 'donna barbuta') è la mortificazione della diversità in nome di una destabilizzante (e un po' ridicola) utopia dell'uniformità, della liquidità sessuale. Non a caso Papa Francesco ha definito il fenomeno del gender una «colonizzazione ideologica» della mente degli uomini.



Sanità- UK: iniezione per bloccare pubertà e scegliere il sesso16 Aprile 2011 (ANSA)

Iniezioni mensili a bambini di 12 anni per bloccare la pubertà: in Gran Bretagna una clinica del servizio sanitario nazionale è stata autorizzata a somministrarle a ragazzini confusi sulla loro identità sessuale di modo che possano fare una scelta oculata prima che nel loro organismo compaiano tratti spiccatamente maschili o femminili.

La decisione del National Research Ethics Service di dare luce verde alla terapia presso l'unico centro del Regno specializzato nella cura dei 'disordini di identità di genere' è stata presa nei giorni scorsi e oggi ne' da' notizia il Daily Telegraph. La clinica presso cui verrà applicata è il Tavistock and Portman NHS Trust di London, l'unica che accetta i casi di ragazzi nati con organi sessuali di un sesso ma che si identificano con l'altro.

Il 'verde' alle iniezioni, legali in altri paesi, ad esempio gli Stati Uniti, ha provocato polemiche: a favore chi sostiene che il blocco dell'età adulta aiuterà a prevenire la montagna di problemi psicologici che deve affrontare un maschietto che si 'sente' femmina quando ad esempio comincia a cambiare voce; contrari invece quanti pensano che la terapia impedisce ad adolescenti e preadolescenti di superare il senso di confusione senza doversi sottoporre a cure chimiche.

Disforia di genere: nella clinica olandese dove si «sospende» la pubertà degli adolescenti transgender di Elena Tebano corriere.it 25-02-2015

Il Vu Medical Center di Amsterdam ha sviluppato un metodo che ha fatto scuola nel mondo. Le polemiche in Italia.

A vederla da fuori la clinica dove è stato inventato il «Protocollo olandese» non sembra particolarmente rivoluzionaria: qualche decina di stanze linde affacciate su un corridoio ad angolo tra la coloratissima ludoteca di pediatria e un’anonima sala d’attesa dove aspetta un gruppetto di pazienti. Molti sono adolescenti: il VU Medical Center, alla periferia di Amsterdam, ha sviluppato un metodo per persa in carico di teenager con la disforia di genere che prevede anche la «sospensione della pubertà» dopo i 12 anni.

Farmaci appositi bloccano la produzione degli ormoni sessuali e, dopo un periodo che può arrivare al massimo a 4 anni, se viene confermata la diagnosi di disforia di genere gli adolescenti sono reindirizzati, grazie a un’altra terapia ormonale, verso la pubertà dell’altro sesso.

Tra le pazienti più famose della clinica c’è Valentijn de Hingh , 24 anni, modella e giornalista olandese. «Ho iniziato a prendere i soppressori quando avevo 12 anni e così ho evitato la pubertà maschile: non mi è mai cresciuta la barba né il pomo d’Adamo — racconta —. Tutto questo mi ha permesso di acquisire un aspetto più femminile quando, a 16 anni, ho iniziato a prendere gli ormoni dell’altro sesso. E non ho dovuto affrontare operazioni dolorose in seguito».

Dopo i 18 anni, come prevede la legge Valentijn ha poi fatto la rettificazione del sesso.

«Il nostro protocollo ha fatto scuola a livello internazionale: è stato adottato in Canada, negli Stati Uniti, in Australia, in Giappone e in molti paesi del Nord Europa, come Germania e Gran Bretagna» dice la psichiatra Annelou de Vries, coordinatrice del Center of Expertise on Gender Dysphoria, che assiste il 98% dei pazienti transgender in Olanda.

La sola richiesta dell’ospedale Careggi di Firenze di introdurla anche in Italia, due anni fa, ha sollevato un pandemonio e accuse ai medici di voler sottoporre i «bambini» a «manipolazioni biologiche». Fa paura soprattutto l’idea che si possa prendere una decisione così radicale, cambiare sesso, così presto.

«La sospensione della pubertà serve esattamente al contrario: prendere tempo per arrivare a una diagnosi accurata e a un’età in cui si può fare una scelta consapevole, migliorando nel frattempo il benessere psicologico degli adolescenti» dice De Vries.

I medici olandesi hanno iniziato a seguire bambini e teenager transgender nel 1987, dapprima a Utrecht e poi ad Amsterdam: circa 80 all’anno divisi in egual misura tra bambini e adolescenti (l’età media è rispettivamente 8 anni per i primi e 14 per i secondi).

Le preoccupazioni dei genitori

«I bambini che arrivano da noi non solo hanno comportamenti, interessi e preferenze che la società etichetta come tipiche del sesso opposto, ma non si identificano nel proprio sesso – spiega Thomas Steensma, psicologo che lavora nella clinica di Amsterdam con De Vries –. Di solito qui in Olanda i genitori li portano non perché vogliano cambiarli, ma perché i figli esprimono un disagio e loro vogliono sapere di più sul loro sviluppo, essere sicuri di prendersene cura nel modo giusto. Spesso sono bambini “femminili” a cui piace giocare con le bambole e mettersi vestiti da bambina, o bimbe che dicono: da quando ho sei anni guardo i ragazzi e penso che voglio essere come loro».

Non è molto diverso da quello che Angelina Jolie ha raccontato di recente a proposito di sua figlia Shiloh Pitt, che a otto anni appare in pubblico vestita «da maschio»: «Si sente un ragazzo, si fa chiamare John. Abbiamo deciso di assecondarla tagliandole i capelli e vestendola da ragazzo».

In Olanda ogni piccolo paziente viene preso in carico da un team multidisciplinare che deve accertare se soffra davvero di disforia di genere: «Si parla di disforia quando i bambini non solo hanno comportamenti di genere atipici, ma si identificano con l’altro sesso e non si sentono bene a causa della mancata corrispondenza tra il loro corpo e come si sentono», chiarisce Steensma.

Per loro il protocollo prevede una servizio di consulenza psicologica, che segue anche i genitori, ma nessun trattamento fisico: «Per la maggior parte dei bambini questa è solo una fase, che in molti casi (ma non necessariamente) sfocia in una successiva omosessualità: nella nostra clinica solo tra i 22 e il 30% dei bambini diagnosticati persiste nella disforia di genere anche da adolescente. Per questo nell’infanzia bisogna lasciare tutte le strade aperte, cercando di mettere i bimbi più a loro agio possibile. Ma non interferire in nessun modo con il loro sviluppo naturale», raccomanda.

Contrariamente a quanto succede spesso in Nord America, gli esperti olandesi scoraggiano di iniziare a vestirsi come l’altro sesso nell’infanzia, perché sono convinti che assumere così presto l’aspetto del genere desiderato sia problematico: «È più difficile ritornare al proprio genere di nascita se la disforia scompare. In più se bambino inizia a “transizionare” in pubblico già da piccolo, magari a 5-6 anni, fa fatica a rendersi conto del lungo e difficile percorso che dovrà affrontare per cambiare davvero genere – dice De Vries –. A volte è come se sparisse il fatto che sono nati dell’altro genere. Ma è importantissimo che si confrontino con la realtà, e la realtà è che, anche se vogliono essere del genere opposto, sono nati dell’altro sesso».

Massima apertura, quindi, ma anche attenzione: «Mai dire “mia figlia è una bambina che è nata con un pene”, ma piuttosto: “mio figlio è un bambino che vorrebbe tantissimo essere una bambina”».

Le richieste degli adolescenti

È solo con i 12 anni, in età puberale, che il protocollo olandese prevede l’uso di farmaci. La pubertà è uno dei periodi più difficili per le persone transgender: «La disforia di genere si intensifica perché devono confrontarsi con il loro corpo che cambia e con le nuove relazioni tra coetanei – dice Steensma –: le differenze tra ragazze e ragazzi diventano più marcate, gli adolescenti iniziano a innamorarsi e a vivere la sessualità. Tutto questo riaccende l’incubo di non riconoscersi nella propria anatomia». I maschi biologici hanno paura che cambi loro la voce, che cresca la barba.

Le femmine temono di vedersi spuntare il seno. È un malessere concreto, destinato a lasciare tracce persistenti nella vista di questi teenager, che hanno tassi molto più alti della media di ansia, depressione, pensieri suicidi, disturbi alimentari. Molti si chiudono in sé stessi, iniziano ad avere problemi a scuola, sono esposti a episodi crescenti di bullismo.



L’età media in cui gli adolescenti vengono indirizzati alla clinica di Amsterdam è di 13 anni per i maschi e di 14 per le femmine. Spesso si presentano ai medici con la richiesta esplicita di «cambiare sesso»: «Per noi però inizia una lunga fase diagnostica in cui cerchiamo di capire se soffrano davvero disforia di genere e di escludere che abbiano problemi psichiatrici» dice De Vries.

Tre quarti di loro riceve effettivamente la diagnosi di disforia di genere e, se ha il sostegno della famiglia, può quindi iniziare la terapia per bloccare la pubertà: farmaci che fermano la produzione degli ormoni sessuali e quindi impediscono la piena maturazione sessuale e lo sviluppo dei cosiddetti caratteri sessuali secondari . Voce, barba, pomo d’Adamo nei maschi, seni e fianchi nelle femmine. «Noi la consideriamo un’estensione del periodo diagnostico, non l’inizio della fase di riassegnazione del genere. Anche perché questo tipo di terapia è del tutto reversibile», dice de Vries.

«Sono farmaci sicuri, che vengono già usati da oltre 30 anni per i bambini che soffrono di pubertà precoce e altrimenti si svilupperebbero a 4-6 anni. Ci sono però degli effetti collaterali – illustra Daniel Klink, endocrinologo del centro che segue gli aspetti fisici della terapia –: mal di testa e vampate nella fase iniziale, che poi scompaiono; un innalzamento della pressione in meno di un paziente su tre».

La conseguenza maggiore riguarda però lo sviluppo delle ossa: «Dagli ormoni sessuali dipende anche il loro rafforzamento – spiega Klink –. Con i farmaci che sospendono la pubertà le ossa non assumano calcio, ma ricominciano a farlo quando si prendono gli ormoni dell’altro sesso. Così questi adolescenti accumulano un piccolo ritardo, anche se i loro valori di calcio sono comunque nell’intervallo normale. Si tratta di vedere se questo può portare problemi dopo i 60 anni».

Racconta Valentijn de Hingh: «I soppressori della pubertà non mi hanno cambiata. L’unica differenza era che tutti intorno a me, stavano maturando mentre io sono come rimasta indietro. Finché non ho compiuto 16 anni mi sentivo un po’ più bambina dei miei compagni che stavano cambiando aspetto e modo di comportarsi. Ma non era niente rispetto alla prospettiva di vedermi crescere la barba o il pomo d’Adamo»

Anche secondo gli esperti di Amsterdam i vantaggi che si hanno dalla sospensione della pubertà sono tanti e tali da giustificare il ritardo nello sviluppo: «I risultati sono impressionanti: sia psicologici che fisici – afferma Annelou de Vries –. Già senza nessun tipo di trattamento per la rettificazione, il funzionamento psicologico migliora: gli adolescenti hanno meno problemi a scuola, con i compagni, nel loro ambiente sociale». «Significa che calano i pensieri suicidi, l’ansia, i sintomi depressivi: in generale diminuisce la sofferenza psicologica» conferma Thomas Steensma.

«Ci sono vantaggi anche dal punto di vista fisico: se questi ragazzi e ragazzi decideranno di cambiare davvero sesso, potranno evitare in seguito interventi invasivi e dolorosi, come la mastectomia nel caso dei ragazzi trans (nati femmine) – dice De Vries – e avranno un aspetto fisico molto più convincente nell’altro genere».

In questa fase i medici raccomandano che gli adolescenti inizino ad assumere anche il ruolo di genere desiderato, perché abbiano modo di provare a vivere con la loro nuova identità: «Li spingiamo a parlare dei loro sentimenti, delle reazioni positive e negative alla transizione. La sospensione della pubertà li aiuta ad affrontare tutto questo in un periodo più calmo, senza lo stress e le pressioni del corpo che cambia» dice Steensma. «Ma insistiamo anche sul fatto che non è un cambiamento definitivo, bensì un periodo in cui possono pensare a quello che succede, per capire se è il percorso giusto per loro. Se non lo è possono tornare indietro senza che ci siano conseguenze durature», aggiunge De Vries

La terapia con estrogeni o testosterone

Solo a 16 anni, se si sentono pronti, i pazienti possono iniziare ad assumere ormoni dell’altro sesso: mascolinizzanti se sono nate ragazze, femminilizzanti per i ragazzi (le operazioni chirurgiche per la rettificazione del sesso, come l ricostruzione genitale o la mastectomia, si possono invece fare solo dopo i 18 anni, contrariamente a quanto succede, per esempio, negli Stati Uniti).

La terapia ormonale è un passaggio fondamentale, perché è solo in parte reversibile. «Aspettiamo i 16 anni, l’eta del consenso medico in Olanda, perché a 12 capire gli effetti a lungo termine della riassegnazione del genere è difficile: è complicato far comprendere a un dodicenne le conseguenze sulla sterilità, sulle sue relazioni romantiche o sulla salute in generale. A 16 anni, anche se si è ancora giovani, è già diverso».

Thomas Steensma & Annelou De Vries

Eppure molti temono, anche nella comunità scientifica internazionale, che sia ancora troppo presto: «Tanti medici ci chiedono se la disforia di genere sia davvero definitiva nei teenager – ammette Thomas Steensma –. Ma da tutte le ricerche e dalla nostra esperienza clinica, possiamo dire con sicurezza che se la diagnosi è corretta, ben fatta, lentamente e in team, la disforia di genere può essere individuata con certezza già nell’adolescenza».

Sono 300 gli adolescenti in Olanda che sono stati curati con i farmaci per bloccare la pubertà dal duemila, quando la clinica lo ha introdotti: «Solo tre non sono andati avanti con gli ormoni», dice De Vries.

«Abbiamo studiato 55 pazienti che hanno fatto il nostro protocollo e hanno raggiunto i 20-22 anni dopo l’operazione di riassegnazione. Erano tutti soddisfatti, avevano una buona vita sociale e buoni risultati nello studio. Non solo stanno meglio rispetto a prima di iniziare la terapia, ma loro qualità della vita è assolutamente comparabile a quella degli altri ragazzi della loro età».

@elenatebano

Né maschio né femmina, università Usa riconosce il terzo genere «neutrale»di Elena Tebano  corriere.it

Prima la copertina di Time dedicata a Laverne Cox, attrice transessuale protagonista di «Orange is the new Black», serie cult di Netflix. Poi la notizia che l’amministratrice delegata più pagata degli Stati Uniti è una donna trans, Martine Rothblatt, fondatrice dell’azienda farmaceutica United Therapeutics. Infine il clamoroso successo ai Golden Globe di «Transparent», serie prodotta e distribuita da Amazon che racconta la transizione dell’attempato padre di famiglia Mort in Maura (tratta dalla storia vera del padre della regista Jill Soloway) e il presidente Obama che per la prima volta nel discorso alla nazione ha citato anche i transgender. Nell’ultimo anno l’America e il mondo hanno «scoperto» le persone trans. E insieme che la definizione classica di «transessuale» è ormai diventata troppo stretta.

Abituati a dare per scontata la separazione netta tra maschio e femmina (di che sesso è? è la prima domanda che si pone quando nasce un bambino), ci troviamo di fronte a una generazione che invece mette in discussione proprio quella distinzione. Non solo rivendicando, come fa da tempo il movimento transessuale, la possibilità di passare da un genere all’altro, diverso da quello del sesso biologico «assegnato» alla nascita.

Ma anche rifiutandosi di appartenere a un genere o all’altro: il New York Times di ieri dedica un lungo articolo alla storia di Rocko Gieselman, 21enne matricola dell’Università del Vermont che si definisce «transgender» e «genderqueer» (espressione che si potrebbe tradurre con «trasversale ai generi» e gioca con la parola «queer», un concetto molto ampio che indica tutti coloro che non sono etero).

Rocko – femmina alla nascita e attualmente in una relazione con una donna – rivendica infatti di appartenere a un terzo genere «neutrale» e vuole che per sé venga usato un pronome né femminile, né maschile, ma plurale senza genere: «they», cioè «loro» (impresa per altro impossibile in italiano, dove si declina sempre il genere).

«Ogni volta che mi chiamavano “lei”, al femminile, scattava qualcosa nella mia testa. Proprio non mi tornava – racconta Rocko –. Ho provato per un periodo a vivere da ragazzo: mi fasciavo il seno e mi facevo chiamare Emmet». Ma anche quello non ha funzionato. «Appena ho scoperto l’identità genderqueer, ho pensato: “Allora è questo!”. Prima di allora era davvero difficile spiegare agli altri come mi sentivo, e persino spiegarmelo nella mia testa. Improvvisamente c’era una parola per dirlo e ho potuto cominciare il mio viaggio».

Potrebbe sembrare una bizzarria personale, se non fosse che l’Università del Vermont ha riconosciuto a Rocko l’uso del pronome «they». Sono circa un centinaio le università americane che permettono ai loro studenti di scegliere il genere e il nome che li definisce meglio, anche se non è quello scritto sui loro documenti. Succede anche in Italia, dove gli atenei di Urbino, Torino, Bologna, Napoli e Padova prevedono un doppio libretto, ma solo per gli studenti in attesa di riattribuzione di genere, di fare cioè l’operazione per il cambio di sesso.

Aiuta a evitare gli equivoci suscitati da studentesse che devono esibire agli esami documenti maschili, o studenti con barba (perché magari hanno già iniziato la terapia ormonale), che invece all’anagrafe risultano femmine. L’adozione del terzo genere in Vermont è però un vero e proprio passaggio di paradigma. Anche se non è nuova nella storia: sia i nativi americani che la cultura indiana lo riconoscono, rispettivamente con le figure tradizionali dei «Due Spiriti» e degli «hijra».

I transgender rifiutano il modello medicalizzato che informa ancora la legge italiana sul transessualismo.

Approvata nel 1982, si basa sull’assunto della disforia di genere (un «disturbo» in cui una persona ha una forte e persistente identificazione nel sesso opposto a quello «biologico»), e ritiene che possa essere «curata» chirurgicamente, ricostruendo con una serie di operazioni il «sesso» elettivo. Su questa base, prevede che per poter cambiare genere sui documenti le persone trans debbano sottoporsi a sterilizzazione forzata: un obbligo che una parte crescente del movimento trans denuncia come una violenza inutile (e dannosa per la salute). Sempre su questa base, le transessuali italiane hanno discusso a lungo se fosse meglio che la disforia di genere fosse classificata come malattia o «malattia rara», in modo da poter accedere ai benefici di legge previsti per questa categoria.

Persone come Rocko, invece, tutto si sentono fuorché malate. E spesso si trovano a proprio agio nel corpo che si sono ritrovate alla nascita. Semplicemente sono convinte che l’identità di genere non sia un sistema binario che oppone maschio e femmina, ma uno spettro continuo, in cui c’è spazio per molte identificazioni, e in cui entrano in gioco molti fattori: dall’anatomia, ai cromosomi, agli ormoni al sentimento di sé. Come nel caso di Unique: adolescente transgender tra i protagonisti del telefilm per ragazzi Glee. Un’idea con cui concordano ormai anche molti studiosi.

D’altronde anche la scienza e la medicina sono incapaci di porre una distinzione netta tra «maschio» e «femmina»: non forniscono indicazioni certe né la conformazione dei genitali che possono essere diversi da quelli del sesso genetico, oppure non nettamente distinguibili (gli intersex, ciò che un tempo veniva chiamato ermafroditismo e che oggi la Germania riconosce come terzo genere), né i livelli ormonali, né la composizione dei cromosomi. Un neonato su tredicimila, per esempio, soffre di sindrome da insensibilità agli androgeni: il suo organismo, cioè, non risponde al testosterone, e quindi sviluppa caratteri sessuali femminili (seno e vagina) anche se ha cromosomi maschili XY.

Quello che è certo è che sono saltati assunti ritenuti finora irrinunciabili: la separazione netta maschi/femmine – che doveva poi determinare il desiderio e l’attrazione sessuale secondo un codice ritenuto naturale – si sta disperdendo in varie e multiformi possibilità identitarie. E sempre più persone si sentono libere di determinare per sé chi sono e da chi si sentono attratte, fuori dagli schemi precostituiti.
 
«Una vittima del cambio di sesso»Fallimento ideologia Transgenderdi Walt Heyer 16-04-2013 lunedì 6 maggio 2013 (Traduzione e rielaborazione di Lucia Braghini) http://famigliacattolica.blogspot.com

"È giunto il momento di mettere a nudo l’inganno: gli interventi chirurgici di riattribuzione del sesso non fanno altro che peggiorare la vita di chi vi si sottopone. L’ho imparato a mie spese e non posso che essere vicino alla sofferenza dei transgender, ma un atteggiamento di comprensione non basta: è necessario un supporto psicologico e psichiatrico che li aiuti ad affrontare i loro problemi”.

Quelli che seguono sono ampi stralci della testimonianza che Walt Heyer, ex transgender, ha portato sabato 13 aprile a Brescia in occasione della presentazione dell’edizione italiana di Paper Genders-Il mito del cambiamento di sesso, il libro in cui racconta tutta la sua storia:

“È pura follia continuare ad avallare una procedura chirurgica, fallimentare e causa di grandi sofferenze, come risposta a un disturbo che è di natura psicologica”.

Prendo la parola a partire dalla mia esperienza personale per far conoscere la sofferenza, spesso sottaciuta, che segna la vita di molti transgender. Ci sono vite devastate per la mancanza di un supporto psicologico adeguato. Molti terapeuti non sanno o non vogliono esplorare le problematiche legate all’infanzia. Non è accettabile che si ignorino deliberatamente fattori che sono frequentemente alla base dei disturbi psicologici responsabili dell’incredibile tasso di suicidi tra i transgender: il 30%.

Da ex-transgender mi rendo conto di quanto sia importante passare dai fallimenti del trattamento chirurgico di riattribuzione del sesso a trattamenti psicologici che possano avere maggiore efficacia. Nell’affrontare l’argomento va chiarita la fondamentale differenza tra l’intersessualità e il transgenderismo: la prima riguarda alcune specifiche condizioni mediche di oggettiva ambiguità dal punto di vista biologico; i transgender si trovano invece ad affrontare un disturbo psicologico.

L’idea che il fenomeno transgender abbia una base biologica è scientificamente infondata: tra i numerosi studi,uno recentissimo condotto da un gruppo dell’Università La Sapienza smentisce l’idea che i transgender siano così dalla nascita.

È quindi necessario smettere di credere, e far credere, che la chirurgia possa offrire soluzioni: farlo significa collaborare con la manifestazione di un disturbo delirante e venire meno alla responsabilità di rendere accessibili trattamenti efficaci.

Questo è ciò che ho imparato sulla mia pelle, dopo che la mia famiglia era stata lacerata dal mio cambiamento chirurgico di sesso. Dopo aver vissuto per 8 anni come donna ho capito che avevo fatto un tremendo errore. La mia vita era distrutta e i miei figli erano devastati dalla follia del loro padre.
Ho capito troppo tardi che era stato un errore diventare Laura abbandonando la mia identità di Walt. E’ stato folle. Per questo ora voglio mettere in guardia altre persone dal ricorso alla chirurgia.

Nel mio caso la valutazione psicologica che precede il processo di cambiamento di genere è stata molto frettolosa. Il disturbo dissociativo, di cui in realtà soffrivo, è stato diagnosticato solo 10 anni dopo l’intervento chirurgico. Purtroppo accade molto frequentemente che la valutazione sia superficiale e che non vengano diagnosticati i disturbi psicologici compresenti.

Esattamente nell’aprile di 30 anni fa, finivo sotto i ferri di un chirurgo con l’obiettivo di essere trasformato in qualcosa che non avrei mai potuto essere. Negli otto anni in cui ho vissuto come Laura Jensen ho scoperto che è una follia avvallare una procedura chirurgica che produce così tanti fallimenti e suicidi.
Un uomo sottoposto a terapia ormonale e intervento chirurgico non diventerà mai una donna: non è possibile. Le donne possono essere solo un dono di Dio, creato per motivo molto speciali. Nessun uomo può essere artificialmente trasformato nella donna che Dio ha creato per noi.

Molti che come me sono stati spinti a credere di potersi affidare alla chirurgia per risolvere i loro problemi mi scrivono attraverso il mio sito web, che ha circa 60.000 contatti annui. Molti si vergognano o hanno paura a esprimersi pubblicamente, molti di loro vivono ai margini della società, cercando rifugio nell’alcool e nella tossicodipendenza; ma, attraverso i contatti sul web mi confidano di essere amaramente pentiti e chiedono aiuto per potere tornare alla loro identità originaria.

Quello che mi preme far sapere è questo: i transgender hanno problemi psicologici, come la depressione, i disturbi d’ansia e i disturbi dissociativi; non nascono così, e per risolvere i loro problemi non hanno bisogno di chirurgia, bensì di terapeuti competenti che sappiano fare diagnosi accurate e comprendere quali strumenti sono utili a prevenire il ricorso alla chirurgia, troppo spesso causa di esiti fallimentari e tragici.

Per dare fondamento a queste affermazioni, condividerò la mia storia. Certo, potrei essere facilmente liquidato e considerato un caso isolato. Ma non è così. Uno studio svedese condotto su 324 transgender (cioè la totalità di coloro che nel periodo 1973-2003 si sono sottoposti in Svezia all’intervento chirurgico di riassegnazione sessuale) ha concluso che dopo l’intervento chirurgico c’è un rischio di mortalità, comportamento suicidario e problemi psichiatrici significativamente superiore alla media nazionale svedese. E allora perché continuare a proporre la chirurgia come soluzione? Dove sono gli psichiatri e gli psicologi?

Negli ultimi 40 anni c’è stata tanta disinformazione; la verità è stata soffocata, forse per motivi politici, e intanto molti transgender hanno pagato e pagano con il rimpianto o addirittura con la propria vita.

In "Paper Genders" ho tracciato la storia della chirurgia di cambiamento di sesso: da Alfred Kinsey a Harry Benjamin, a John Money, fino a Paul Walker, lo psicologo che nel 1981 ha rilasciato il suo parere favorevole per la mia transizione. Ma come sono finito nel suo studio?

A cinque anni mia nonna amava vestirmi da bambina; mi aveva persino confezionato un elegante abito lungo in chiffon color porpora. La cosa si ripeteva con una certa regolarità e forse lì si possono rintracciare gli inizi del mio disturbo di identità di genere. Già da bambino pensavo che doveva esserci qualcosa di sbagliato in me, che in realtà avrei dovuto essere una femmina.

Dopo i problemi con la nonna ci fu dell’altro: quando avevo circa 10 anni ho subito le attenzioni di uno zio, un adolescente disturbato e dedito all’alcool, che mi abbassava i pantaloni e mi toccava come se si trattasse di un gioco; ma io non lo vivevo affatto come un gioco. Era umiliante e mi faceva stare male.

A 15 anni mi sentivo intrappolato nel corpo sbagliato. Ho combattuto intensamente il mio desiderio di cambiare genere. Mi sono dato all’alcool per far fronte all’ansia. Tuttavia, nonostante i miei sforzi, il desiderio di essere una donna non se ne andava, nemmeno dopo due anni di matrimonio, due figli eccezionali e il successo professionale.

Alla base del mio delirio di genere c’era un disturbo dissociativo non diagnosticato e io mi illudevo che la chirurgia mi avrebbe aiutato. Così nel 1983 finii sotto il bisturi del dott. Stanley Biber. Ma non ne trassi giovamento dal punto di vista del benessere psicologico.

L’incontro con Dio nella preghiera fu fondamentale nel ritrovarmi. La forza della preghiera aprì i miei occhi e compresi che la chirurgia era stata un errore; nello stesso tempo anche il mio cuore si aprì e scoprii che Dio era lì per risanarmi. Sì, ho sbagliato a mettere la mia vita nelle mani di un chirurgo e ho imparato che le sole mani alle quali dovremmo affidarci sono quelle di Dio.

Così oggi a 72 anni sono un testimone la cui esperienza diretta dice che proporre il cambiamento di genere come trattamento è forse il più grande inganno che la medicina abbia mai perpretato. Gesù Cristo ci aspetta con la braccia aperte, pronto a risanare le nostre vite infrante. Io ne sono la prova. La mia forza è quella della verità: oggi sono l’uomo che Dio ha creato, Walt Heyer, maschio, rinnovato e risanato dalla potenza, dalla grazia e dall’amore di Gesù Cristo.

Links
1) http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/23324476
2) http://www.sexchangeregret.com/
3)http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3043071


Cambio di sesso, quando il giudice si sostituisce al chirurgo di Tommaso Scandroglio 25-02-2015 lanuovabq.it

Pare che d’ora in poi “cambiare sesso” sarà sempre più facile, come spostare le lancette dell’orologio per l’ora legale o cambiare colore dei capelli. La procedura si sta snellendo grazie ai giudici che si stanno sostituendo ai chirurghi.

A fine luglio dell’anno scorso avevamo dato notizia su queste colonne (“Cambiar sesso? Basta il pensiero”) di un giudice di Rovereto che permise al signor Luca di diventare la signorina Lucia semplicemente perché aveva iniziato le cure ormonali, ma senza necessità di passare in sala operatoria. Allora avevamo commentato che secondo una certa interpretazione giurisprudenziale la sentenza era ineccepibile perchè “la legge 164 del 1982 all’art. 3 non obbliga sempre all’operazione chirurgica, bensì richiede solo che siano già intervenute alcune modificazioni dei caratteri sessuali del transessuale (art. 1), ad esempio tramite l’assunzione di ormoni”.



Il caso era analogo ad altri due, decisi favorevolmente dai tribunali di Roma e Siena rispettivamente nel 1997 e nel 2013.  Ma erano decisioni più uniche che rare dato che chi è uomo e si sente donna fa anche di tutto per cambiare al femminile il proprio corpo. Questo prevede per legge sedute con lo psichiatra, poi trattamenti ormonali, successivamente la richiesta al giudice di sottoporsi ad intervento chirurgico ed infine il cambio dei documenti.

Sempre di più però emergono casi in cui chi vuole “cambiar sesso” non sente questo bisogno di intervenire anche sul proprio corpo per sentirsi pienamente “maschio” o “femmina”. Ieri i media hanno dato grande spolvero ad una vicenda giudiziaria datata novembre 2014 in cui il Tribunale di Messina ha permesso ad un giovane di 21 anni di cambiare anagrafica sessuale senza operazione chirurgica. L’aspetto peculiare di questo caso che lo differenzia dagli altri sta però nelle motivazioni addotte dai giudici. Esisterebbe nell’infinito supermercato dei desideri anche “il diritto ad una diversa identità di genere”. I colleghi di Roma, Siena e Rovereto si erano appellati a motivazioni invece solo di carattere sanitario per far evitare al transessuale il bisturi.

Qui invece si fa appello ad un diritto identitario che non può essere vincolato a procedure standard. Analogo ragionamento è stato articolato dal Tribunale di Trento che la scorsa estate ha sì respinto la richiesta di Monica Notarangelo di rettificazione di attribuzione del sesso senza operazione chirurgica – che per il Tribunale era necessaria – ma altresì ha chiesto alla Corte Costituzionale di verificare se “l'imposizione di un determinato trattamento medico, sia esso ormonale ovvero di riattribuzione chirurgica del sesso, costituisce   […] una grave  ed inammissibile limitazione al riconoscimento del diritto all'identità di genere (maschile o femminile)”.

I giudici allora specificarono che “il dato fondamentale non è più il sesso biologico o anagrafico, ma il genere, che si può definire quale ‘variabile socio-culturale’, vale a dire ‘della persona in base alla quale della stessa si può dire che è maschile o femminile". Ed infatti – continuano i giudici - la legge dell’82 ha come scopo “la rettificazione di attribuzione di sesso, e non la riassegnazione sessuale sul piano anatomico”. Quindi il Tribunale trentino concluse che subordinare “il diritto di scegliere la propria identità sessuale alla modificazione dei propri caratteri sessuali primari da effettuarsi tramite un doloroso e pericoloso intervento chirurgico, finisce col pregiudicare irreparabilmente l'esercizio del diritto stesso, vanificandolo integralmente”.

Da qui la richiesta alla Consulta di verificare la legittimità costituzionale della legge 164/82 perché metterebbe troppi paletti all’identità di genere. Se i giudici della Corte Costituzionale decideranno che sedute con lo psichiatra, stimolazioni ormonali e operazioni chirurgiche sono vincoli troppo onerosi per chi ha deciso di passare dai pantaloni alla gonnella e viceversa, la teoria del gender avrà avuto finalmente l’imprimatur dello Stato. Infatti quest’ultima predica che basta percepirsi donna per esserlo, al di là del dato genetico e morfologico. Se il corpo dice a tutti ad esempio di essere maschio, poco importa. Ciò che è importante è la rappresentazione mentale di se stessi.

Se questo è l’aspetto fondamentale, è inutile prendere pillole e bisturi per modificare il corpo. I giudici lo hanno detto a chiare lettere: non è importante la biologia, ma la psicologia. Ed è quello che hanno fatto sempre le ideologie: fregarsene del reale e sovrapporre ad esso il proprio schema mentale razionalista. E se il reale si ribella? Beh basta portarlo in tribunale.

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