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La dottrina sociale della Chiesa -excursus storico- II

E - PAOLO VI (1963-1978), con il metodo del discernimento.

Nel difficile clima post-conciliare, intra ed extra-ecclesiale, Papa Giovanni Battista Montini chiede alla Chiesa l'atteggiamento fondamentale del dialogo entro e fuori la comunità ecclesiale. (cfr l'enciclica programmatica, Ecclesiam suam, 1964). Due gli insuperati interventi in materia sociale. 
a) Populorum progressio (1967), sullo sviluppo dei popoli. L'enciclica pone necessariamente progresso e sviluppo economico-sociale a livello planetario: lo sviluppo dei popoli è il nuovo nome della pace; la pace è la convivenza fra uomini liberi; "è un umanesimo plenario che occorre promuovere,.cioè lo sviluppo di tutto l'uomo e di tutti gli uomini" (n. 42). 
b) Octogesima adveniens (1971), nell' 80° della Rerum Novarum. La lettera apostolica impegna i cristiani nel nuovo contesto (caratterizzato dalla complessità e dalla fragmentazione, dai mass-media e dall'ecologia), seguendo un metodo più attento alla pluralità: analizzare la situazione del proprio paese; illuminarla alla luce dell'immutabile Vangelo; attingere dall'insegnamento sociale della Chiesa princìpi, criteri di giudizio, direttive di azione; individuare - insieme con altri vescovi del paese, cristiani, uomini di buona volontà - le scelte e gli impegni. 

Il nuovo pensiero sociale cristiano

Con Paolo VI (papa dal 1963 al 1978) che avviene una svolta della posizione cattolica in materia sociale. Nella sua enciclica Populorum progressio (1967) ribadisce che «lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo, deve essere integrale, vòlto cioè alla promozione di ogni uomo e di tutto l'uomo» (n. 14). Ciò comporta l'adozione di una nuova scala di valori capace di orientare positivamente il progetto di crescita personale e sociale, una scala di valori che chiede la conversione di tutti, dei ricchi come dei poveri, perché «la stessa avarizia può contagiare i meno abbienti come i più ricchi e suscitare negli uní e negli altri uno stesso materialismo soffocatore» (n. 18). Di qui l'ipotesi, ventilata in sordina dal papa, di una legittima insurrezione rivoluzionaria per rovesciare situazioni di intollerabile ingiustizia, laddove non esistessero altri mezzi per recuperare un vivere degno dell'uomo (n. 3 1).

Paolo VI pone così le basi del nuovo pensiero sociale su tre pilastri che sono le direzioni stesse su cui ha camminato la riflessione sociale della Chiesa nell'ultimo trentennio:
- la critica del materialismo collettivista: « Per una sorta di nemesi storica, il massimo grado di alienazione si riscontrava proprio nelle società nate con l'intento di diffondere e distribuire! la ricchezza»`;
- la critica dell'opulenza egoistica, che plasma un uomo tanto ricco materialmente quanto spiritualmente impoverito. L'opulenza si rivela doppiamente alienante: «All'esterno, perché fondata su una disuguale distribuzione della ricchezza che genera emarginazione e abbandono dei più deboli. In interiore homine, perché potenzia in ciascuno la cupidigia dell'avere ma erode l'intimità dell'essere»"
- la dimensione planetaria della questione sociale: rapporto Nord/Sud, maggioranze e minoranze etniche, impatto delle religioni mondiali sulle società, impotenza delle politiche ecologiche, neocolonialismi riaffioranti, andamento squilibrato della demografia: altrettanti problemi che metteranno a dura prova la riflessione etica della Chiesa all'alba del suo terzo millennio.

 Il principio di solidarietà

La solidarietà è una esigenza sociale naturale. Anche dal punto di vista fisico e biologico l'uomo è fortemente interdipendente. Ma è soprattutto il bisogno spirituale di essere riconosciuto, di comunicare, di amare e di sentirsi amato che è congenito all'uomo. Questo bisogno dev' essere soddisfatto attraverso relazioni personali e sociali rispettose della dignità e unicità della persona 
Il termine "solidarietà" è invalso prepotentemente nella cultura attuale, ma in realtà il suo contenuto non è nuovo nella prassi storica. Infatti, nell'ottica dell'insegnamento sociale cristiano, incontriamo almeno tre significati successivi di solidarietà:
- in tempo di "cristianità" e fino a tutto il xix secolo, essere solidali per i cristiani voleva dire sostanzialmente amare il prossimo bisognoso con gesti di carità: elemosina, opere di misericordia corporale e spirituale, istituzioni a favore dei poveri, ecc. t la solidarietà come virtù individuale, basata sui buoni sentimenti, come esercizio di altruismo che gratificava la coscienza del benefattore, ma che lasciava intatte le cause della povertà o della miseria, cioè le strutture ingiuste delle varie società succedutesi, come quella feudale, poi quella aristocratica, infine quella industriale;
- con l'enciclica Rerum novarum ai cristiani non si addita più solo il dovere individuale della carità-elemosína, ma anche e prima di tutto il dovere della giustizia sociale, da promuovere attraverso condizioni di lavoro più umane, attraverso la partecipazione alle organizzazioni operaie, attraverso la proposta di leggi civili che regolino i rapporti tra capitale e lavoro. Il modo di vivere la solidarietà subisce una svolta radicale e si può riassumere nello slogan: non si può dare per carità quello che deve essere dato per giustizia;
un terzo significato della solidarietà viene dalle encicliche sociali di papa Giovanni Paolo II, in particolare dalla Sollicitudo rei socialis (1987), nn. 38-40. Qui la solidarietà è intesa come una nuova coscienza collettiva e un'azione anche politica per un nuovo ordine internazionale: una coscienza in virtù della quale «le nazioni più forti e più dotate devono sentirsi moralmente responsabili delle altre, affinché sia instaurato un vero sistema internazíonale che si regga sul fondamento dell'uguaglíanza di tutti, i popoli e sul necessario rispetto delle loro legittime differenze» (n. 39). Al tramonto del secondo millennio cristiano, i problemi più urgenti sono quelli a dimensione planetaria. Promuovere la pace tra le nazioni e ridurre gli squilibri tra.

La destinazione universale dei beni

Il concetto traduce l'idea che i beni della terra - risorse della natura, manufatti prodotti dall'uomo e capitali - non devono di per sé rimanere nelle mani di pochi proprietari o dello Stato, ma sono destinati al bene comune dell'umanità tutta. Come tale, il concetto sbarra la strada a una interpretazione assoluta o abusivamente estesa del principio della proprietà privata (Centesimus annus, 31-32).
Il concetto di destinazione universale si applica sia ai beni materiali (ricchezza) come a quelli immateriali (diritti). Questi ultimi sono costituiti, tra l'altro, dalle conoscenze tecniche e scientifiche, dai beni della cultura e dell'arte e, più in generale, dalle informazioni. Anche questi sono beni soggetti ad appropriazioni esclusive o abusive. Sono all'origíne di poteri nuovi, perché chi E possiede e soprattutto chi possiede i mezzi per la loro diffusione sociale può sfruttarli abilmente come fonte di nuova ricchezza, di consenso sociale, di prestigio politico.
La destinazione dei beni non riguarda solo l'uomo del presente: siamo in certa parte responsabili anche delle generazioni future. E per un atto di giustizia dovuto a chi verrà domani che non possiamo dilapidare insensatamente ed egoisticamente i beni della natura.


F - GIOVANNI PAOLO II (1978): l'uomo salvato in Cristo, l'uomo "via della Chiesa".

Anche in materia sociale, il magistero di Karol Wojtyla fa costante riferimento alla 1.a enciclica Redemptoris Hominis (1979): Cristo rivela e redime l'uomo in tutte le sue dimensioni, anche sociali; in forza e in vista di Lui, l'uomo diviene la fondamentale "via della Chiesa" (cfr. nn. 13 e 14); ciascun uomo reale, "concreto" e "storico" (Centesimus annus, n. 53). Sul terreno comune dell'uomo e della sua promozione, la Chiesa - consapevole della originale visione dell'uomo in Cristo, Uomo Nuovo - offre all'umanità luce non ideologica e servizio disinteressato. 
a) Laborem exercens (1981), sul senso e il valore del lavoro. Dell'attività lavorativa si precisa il soggetto, che cioè "prima di tutto il lavoro è per l'uomo" (dimensione personale, n. 6); il lavoro è opera di solidarietà (dimensione sociale, nn. 8 e 10); alla luce di Cristo morto e risorto, il lavoro è cooperazione alla creazione e alla redenzione, fonte di benedizione e di sostentamento (dimensione teologica, nn. 25-27).
b) Sollecitudo rei socialis (1987), nel 20° della Populorum progressio. In un mondo diviso tra Nord e Sud, ma anche tra Est e Ovest (nn. 11-26), la Chiesa favorisce l'autentico sviluppo umano evangelizzando anche con l'insegnamento e la diffusione della dottrina sociale, che della nuova evangelizzazione è parte integrante (n. 41). 
c) Centesimus annus (1991), nel 100° della Rerum novarum. L'enciclica rilegge tutto lo sviluppo della DSC, fino alla caduta del marx-leninismo del 1989 (nn. 1-29); tratta della proprietà privata e l'universale destinazione dei beni.68 (nn. 30-43), dello Stato e della cultura (nn. 44-52), dell'uomo via della Chiesa (nn. 53- 62).

VALORI E PRINCIPI PERMANENTI 

Pur nel continuo mutamento delle società, la Chiesa non può rinunciare ad essere presente con il suo volto e per esercitarvi la sua missione. La DSC altro non è che uno strumento della sempre "nuova evangelizzazione", che mira a far si che ogni uomo possa trovare in Cristo la propria verità e salvezza. Alla "nuova creatura" nata dall'incontro con Cristo è dato anche un nuovo orizzonte di conoscenza e di azione, entro il quale potrà dare soluzione anche ai suoi problemi sociali; non senza una seria elaborazione culturale e in costante corretto dialogo con ogni uomo di buona volontà. Nella rigorosa scristianizzazione operata nella società moderna e contemporanea, l'Avvenimento salvifico cristiano è stato sistematicamente sostituito con la concezione dell'uomo che basta a se stesso e che si realizza in un "progetto ateistico" (Centesimus annus , n. 23). 

A tale impostazione antropologica non potevano che opporsi gli interventi del Magistero ecclesiale dell'ultimo secolo. L'hanno fatto con la denuncia e con la proposta; seguendo un metodo più deduttivo o più induttivo, esortando al discernimento e a partire dall'uomo. L'hanno fatto ribadendo punti fondamentali, che costituiscono un "corpus" articolato e organico di tutto rispetto. Li richiamiamo in estrema sintesi. 

a) Priorità della persona sulla società 
La persona umana consiste ed è ben definita solo a partire dal suo rapporto con Dio, al quale è naturalmente aperta e del quale è creata immagine e somiglianza. Creata per se stessa, non può mai essere ridotta a mezzo; ha dignità infinita, è soggetto di diritti inalienabili; deve restare alla radice, al centro e al vertice di ogni forma di socialità. Dall'incontro con Cristo riceve una novità ontologica e un nuovo principio di conoscenza e di azione. Tutto ciò le consente di non essere ridotta a frammento della materia fisica o a numero anonimo di qualsiasi collettivismo. Le situazioni culturali, socio-economiche e politiche, dei diversi tempi e luoghi, poco o tanto la condizionano; ma non la determinano mai del tutto. Con la sua libertà creativa intrattiene relazioni e costruisce una società al suo servizio. Una società e uno Stato sono realmente democratici nella misura in cui riconoscono e si pongono al servizio della libertà di questo tipo di uomo, e innanzitutto della libertà di professare anche comunitariamente la propria religione. 
b) Preminenza della società sullo Stato 
La persona umana per sua natura è anche un essere sociale, data la sua innata indigenza e la sua connaturale tendenza a comunicare con altri. Per la crescita integrale della persona è necessaria la partecipazione e l'integrazione sociale; ma qualsiasi forma di società civile deve restare sempre al servizio della persona. Le persone si esprimono e crescono, dando liberamente origine a diverse forme di società dette "organismi intermedi": famiglia, associazioni e forme di cooperazione educative e lavorative, enti locali, ecc.. Il potere politico, il diritto e le strutture economiche sono al loro servizio e ne integrano le insufficienze in vista del bene comune. Ne deriva che lo Stato liberale non deve confinare nella sfera privata e individuale i valori etici - religiosi - ideali del cittadino; lo Stato totalitario non deve asservire, concentrare, dominare ogni valore ed iniziativa sociale; lo Stato sociale, del benessere, assistenziale, non possono tollerare un vuoto istituzionale, giuridico e politico. Sul potere come servizio si mediti il lucido saggio di R. Guardini, Il potere, Morcelliana, Brescia 1951. 
c) La Chiesa non è subordinata allo Stato 
La sbandierata formula "Libera Chiesa in libero Stato" è servita di fatto ad intendere la distinzione e la separazione della Chiesa dallo Stato come assorbimento della Chiesa nello Stato. Lo Stato liberale (e ancor più quello totalitario) ha preteso di concedere diritto ad esistere e di normare ogni espressione ed opera esterna e sociale del popolo cristiano. La Chiesa è stata ridotta ad una funzione pedagogica e morale, sempre all'interno dello Stato, come parte integrante di esso, come "strumento del regno". Ciò è avvenuto dai tempi di Machiavelli, della formula "cuius regio, eius et religio", della "Costituzione civile del clero", dei recentemente caduti regimi dell'Est Europeo, ecc.. La Chiesa ha sostenuto la distinzione tra Chiesa e Stato, dai tempi del Decreto di papa Gelasio I (+496) al Concilio Vaticano II. La dimensione religiosa e quella politica non sono realtà omogenee. Quella religiosa appartiene alla libertà di coscienza delle persone; non tocca allo Stato laico stabilire cosa si deve credere o modificare, tanto meno impedire di professare la propria fede. Se ciò avvenisse, il cristiano è tenuto ad obbedire prima a Dio che agli uomini (cfr. At 4, 19). Sostenendo questo la Chiesa ha rappresentato in questo ultimo secolo la più tenace alternativa al totalitarismo di Stato. 

d) I quattro principi permanenti Anche dai tre contenuti sintetici appena esposti, affiorano i capisaldi imprescindibili per comprendere l'originalità della DSC, dal suo sorgere e nel suo svilupparsi. 
Qui ci limitiamo a rimandare ai principali documenti nei quali tali princìpi sono espressamente enunciati.

 * Principio personalista Rerum novarum, 32-39; Pio XII, Radiomessaggio natalizio 1944, 5; Mater et Magistra, 228-229; Pacem in terris, 3.14; Gaudium et spes, 12. 25. 29-31; Centesimus annus, 54-55. 
* Principio di sussidiarietà Rerum novarum, 28; Quadragesimo anno, 80-81; Mater et Magistra, 57-62; Pacem in terris, 48; Gaudium et spes, 75; Octogesima adveniens, 25; Familiaris Consortio, 45; Centesimus annus, 10. 15. 48. 
* Principio di solidarietà Summi Pontificatus, 15-16; Pacem in terris, 36; Gaudium et spes ,32; Populorum progressio, 43-44. 48. 64-65. 80; Laborem exercens, 8; Sollecitudo rei socialis, 38- 40; Centesimus annus, 10. 15. 41. 43.49..70 * Principio del bene comune Rerum novarum, 26; Quadragesimo anno, 109; Mater et Magistra, 69. 84-85; Pacem in terris, 23-24; Gaudium et spes, 26. 74; Sollecitudo rei socialis, 10; Centesimus annus, 11. 

1° - il principio del primato dell' uomo 
Il primo principio si riferisce all' uomo, al suo primato sulle cose, alla sua inalienabile dignità. L' uomo - come dice sant' Ambrogio - è "il culmine e quasi il compendio dell' universo e la suprema bellezza di ogni creazione" (Esamerone IX, 75). "Credenti e non credenti - nota il Concilio Vaticano II - sono press' a poco concordi nel ritenere che quanto esiste sulla terra deve essere riferito all' uomo, come a suo centro e suo vertice. L' uomo ha ragione di ritenersi superiore a tutte le cose, a motivo della sua intelligenza, con cui partecipa della luce della mente di Dio" (Gaudium et spes ,12.15). Si può ravvisare l' attuazione giuridica di questa persuasione nella Dichiarazione universale dei diritti dell' uomo, approvata dall' Assemblea delle nazioni Unite il 10 dicembre 1948. È ovvio che i diritti degli altri fondano ed esigono i doveri di ciascuno. 
2° - il principio di solidarietà 
L' appartenenza di ogni persona e di ogni legittima aggregazione alla stessa necessaria organizzazione sociale - e in ultima analisi alla stessa famiglia umana - fa sì che non si possa mai consentire che un singolo o una comunità per il gioco dei fattori economici e politici sia privata dei mezzi elementari di decorosa sussistenza. In virtù di questo principio, lo stato potrà e dovrà intervenire a salvaguardare l' uomo nelle sue concrete dimensioni di vita individuale, familiare, associativa, anche correggendo le eventuali deviazioni dei comportamenti e sbloccando i meccanismi inceppati (cf Centesimus annus , 48). In particolare, la difesa del più debole potrà comportare anche qualche limitazione dell' autonomia delle diverse parti in gioco (cf Centesimus annus ,15). Ispirati al principio solidaristico sono, per esempio, alcuni asserti della nostra costituzione laddove si dichiara che bisogna avere un particolare riguardo per le famiglie numerose (art. 31), si garantiscono "cure gratuite agli indigenti" (art. 32), si dice che "ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al sostentamento e all' assistenza sociale" (art. 38)..76 

3° - il principio di sussidiarietà 

1. Fondamento e articolazione
Il principio di sussidiarietà è un criterio anzitutto di carattere antropologico e quindi di organizzazione sociale.
L’uomo, infatti, è un "animale sociale" che tende naturalmente ad incontrare altri uomini, ad associarsi, a dar vita ad una societas; e come tale la società è appunto un insieme ordinato, ossia organizzato, di persone.
Peraltro questo insieme di persone può ordinarsi in diversi modi, e la società può pertanto essere strutturata secondo diversi modelli organizzativi.
D’altra parte la scelta dei principi, dei criteri, attorno ai quali organizzare la società, non può che discendere dalla concezione di fondo della realtà, e quindi della persona umana, da cui si muove.
Il principio di sussidiarietà si propone come uno dei criteri di organizzazione di una società che si ritiene composta da uomini intesi come persone libere, ossia responsabili del proprio destino e in grado di fare scelte di valore per la propria esistenza.
Peraltro nel cammino che ciascuno percorre nell’arco della propria esperienza umana, nello svolgimento delle proprie attività, facilmente si scopre non autosufficiente: per raggiungere i propri obiettivi necessita cioè dell’aiuto altrui, a partire da coloro che gli sono più vicini e via via fino a giungere a coloro che gli sono più distanti.
Lungo il proprio sviluppo fisico e morale, dall’infanzia alla maturità, la persona, crescendo, scopre e incontra naturalmente delle dimensioni sociali quali la famiglia, le amicizie, l’ambito educativo (scolastico e non), le realtà associative di carattere religioso, culturale, ricreativo, le realtà professionali, etc., tutte sinteticamente definibili quali corpi intermedi, i quali vanno a comporre e coincidono con la società stessa, descrivendone il volto ed i confini.
Dette realtà "intermedie" rappresentano gli spazi nei quali la personalità e l’azione del singolo uomo, incontrandosi con quella di altri uomini, possono trovare la propria espressione nell’ambito di una formazione sociale; i luoghi nei quali l’azione del singolo individuo non appartiene più alla sola sfera privata, ma acquista una dimensione e una valenza anche di carattere pubblico.
La società viene così concepita e organizzata secondo tale modello anche a livello politico e istituzionale: l’autorità civile è individuata via via in Comune, Provincia, Regione, Stato, Unione Europea, Comunità internazionale.
In sintesi il modello può essere descritto rappresentando la società come una struttura a cerchi concentrici, nella quale al centro si trova la persona e attorno ad essa di delineano via via sfere sempre più ampie di socialità, le quali muovono dal particolare verso l’universale.
In proposito risulta importante sottolineare che, al fine di porre le condizioni perché trovi effettiva espressione il criterio antropologico e sociale sopra indicato, che del principio di sussidiarietà ne costituisce il suo valore sostanziale, il fatto che una società sia organizzata per "sfere concentriche" è condizione necessaria, ma tuttavia non sufficiente: si intende cioè affermare che la semplice esistenza di una organizzazione sociale così strutturata non è di per sé garanzia di una concreta e sostanziale attuazione del principio di sussidiarietà.
Costituisce infatti elemento fondamentale e qualificante il principio di sussidiarietà il fatto che, all’interno della struttura come sopra descritta, la linea direzionale dell’iniziativa civica muova dal centro (dalla persona) verso la periferia (passando per le realtà sociali più vicine fino a giungere a quelle più distanti) e non mai viceversa.
Se ciò non avviene, paradossalmente proprio una organizzazione sociale così delineata potrebbe risultare facile strumento per un maggiore è più incisivo esercizio del potere dal vertice nei confronti della base; esercizio del potere che risulterebbe agevolato proprio dall’articolazione della società per sfere concentriche, la quale consentirebbe una più capillare azione della autorità politica all’interno della società civile, e conseguentemente la possibilità di un controllo sociale più efficace.
In tal modo, si porrebbero le condizioni per il perseguimento dell’obiettivo opposto a quello a cui invece tende la concezione che propone il principio di sussidiarietà quale criterio per garantire libertà e responsabilità alla società, innescando un pericoloso elemento per una presenza totalizzante dello Stato nella società.
Si pensi, ad esempio, al modello politico organizzativo federale, il quale di per sé si pone logicamente e intuitivamente come il modello che più facilmente potrebbe garantire l’attuazione del principio di sussidiarietà, distribuendo l’esercizio del potere dalle comunità locali più piccole fino alla più ampia statale: la storia, come nel caso della ex Iugoslavia, ha mostrato l’esistenza di un regime sostanzialmente ed ideologicamente totalitario anche in uno Stato organizzato su un modello istituzionale cosiddetto "federale".

2. Definizione e formulazione del principio nel magistero sociale della Chiesa cattolica
L’elaborazione della nozione del principio di sussidiarietà è patrimonio tipico della dottrina sociale della Chiesa e del Magistero cattolico, sebbene, successivamente, esso sia stato (in parte) ripreso anche nell’ambito della dottrina giuridica pubblicistica e, talora, in sede di elaborazione normativa giuridica (Trattato di Maastricht sull’Unione Europea).
La sua formulazione classica è quella contenuta nella enciclica Quadragesimo anno di Pio XI: "È vero certamente che [...] molte cose non si possono più compiere se non da grandi associazioni, laddove prima si eseguivano anche dalle piccole. Ma deve tuttavia restare saldo il principio importantissimo nella filosofia sociale: che siccome è illecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e l’industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere a una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare. Ed è questo insieme un grave danno e uno sconvolgimento del retto ordine della società; perché l’oggetto naturale di qualsiasi intervento della società stessa è quello di aiutare in maniera suppletiva le membra del corpo sociale, non già distruggerle e assorbirle".
Conformemente a tale principio il ruolo dello Stato nell’organizzazione sociale viene così indicato da Pio XII: "Quale è, quindi, la vera nozione di Stato se non quella di un organismo morale fondato sull’ordine morale del mondo? Lo Stato non è una onnipotenza oppressiva di ogni legittima autonomia. La sua funzione, la sua magnifica funzione, è piuttosto di favorire, aiutare, promuovere l’intima coalizione, la cooperazione attiva — nel senso di una unità più alta — dei membri che, rispettando la loro subordinazione ai fini dello Stato, cooperano nel miglior modo possibile al bene della comunità, precisamente in quanto conservano e sviluppano il loro carattere particolare e naturale. Né l’individuo né la famiglia devono essere assorbiti dallo Stato".
L’applicazione del principio di sussidiarietà nella sfera economica viene indicata da Giovanni XXIII, il quale, nell’enciclica Mater et magistra, dopo aver ripreso la definizione già contenuta nella Quadragesimo anno sopra riportata, aggiunge: "Ma deve sempre essere riaffermato il principio che la presenza dello Stato in campo economico, anche se ampia e penetrante, non va attuata per ridurre sempre più la sfera di libertà dell’iniziativa personale dei singoli cittadini, ma anzi per garantire a quella sfera la maggiore ampiezza possibile nell’effettiva tutela, per tutti e per ciascuno, dei diritti essenziali della persona; fra i quali è da ritenersi il diritto che le singole persone hanno di essere e di rimanere normalmente le prime responsabili del proprio mantenimento e di quello della propria famiglia; il che implica che nei sistemi economici sia consentito e facilitato il libero svolgimento delle attività produttive".
Numerosi sono i pronunciamenti di Magistero nei quali il principio di sussidiarietà viene declinato come criterio fondamentale per una corretta impostazione dei rapporti tra società e Stato in ambito educativo.
Per tutti si può ricordare la chiara affermazione contenuta nella Familiaris consortio in cui il regnante pontefice ricorda che in virtù del principio di sussidiarietà "lo Stato non può e né deve sottrarre alle famiglie quei compiti che esse possono egualmente svolgere bene da sole o liberamente associate, ma positivamente favorire e sollecitare al massimo l’iniziativa responsabile delle famiglie".
A conferma del fatto che il principio di sussidiarietà non costituisce un elemento accidentale o secondario della dottrina sociale cristiana, ma che, viceversa, esso è un criterio antropologico e di filosofia sociale di centrale importanza, qualificante l’intera concezione dei rapporti fra la persona e la società in cui questa vive ed opera, si rileva la lucida formulazione che di esso è contenuta nella parte del Catechismo della Chiesa Cattolica dedicato alla Comunità umana, ed in particolare al tema La persona e la società: "Certe società, quali la famiglia e la comunità civica, sono più immediatamente rispondenti alla natura dell’uomo. Sono a lui necessarie. Al fine di favorire la partecipazione del maggior numero possibile di persone alla vita sociale, si deve incoraggiare la creazione di associazioni e di istituzioni d’elezione "a scopi economici, culturali, sociali, sportivi, ricreativi, professionali, politici, tanto all’interno delle comunità politiche, quanto sul piano mondiale". Tale "socializzazione" esprime parimenti la tendenza naturale che spinge gli esseri umani ad associarsi, al fine di conseguire obiettivi che superano le capacità individuali. Essa sviluppa le doti della persona, in particolare il suo spirito di iniziativa e il suo senso di responsabilità. Concorre a tutelare i suoi diritti.
"La socializzazione presenta anche dei pericoli. Un intervento troppo spinto dello Stato può minacciare la libertà e l’iniziativa personali. La dottrina della Chiesa ha elaborato il principio detto di sussidiarietà. Secondo tale principio una società di ordine superiore non deve interferire, privandola delle sue competenze, ma deve piuttosto sostenerla in caso di necessità e aiutarla a coordinare la sua azione con quella delle altre componenti sociali, in vista del bene comune".

3. Ruoli e compiti dell’autorità e della società civile
La società organizzata attorno al principio di sussidiarietà attribuisce un preciso ruolo all’autorità pubblica.
In particolare i compiti della autorità politica possono essere così sinteticamente indicati:
° non ostacolare la persona nel libero perseguimento delle proprie aspirazioni e finalità, sia come singolo sia in quanto associato ad altri uomini; anzi, possibilmente, agevolarla;
° garantire le condizioni affinché l’esercizio autonomo delle attività da parte della società non resti una mera affermazione di principio, ma risulti concretamente possibile, a tal fine promuovendo attivamente l’azione dei singoli e delle formazioni sociali, attraverso l’adozione di norme e provvedimenti mirati al loro sostegno giuridico ed economico.
L’autorità politica ricopre pertanto un preciso ruolo di subsidium, ossia di "aiuto" alla società, da cui il termine sussidiarietà.
Lo Stato non svolge direttamente ed esclusivamente i compiti e le attività che possono e devono essere prerogativa della società civile; non si sostituisce ad essa, ma si limita a porre le premesse, le condizioni, affinché la società compia attività sociali autonomamente.
L’intervento statale non deve peraltro essere completamente escluso, bensì ricondotto entro i limiti e i confini dei compiti che gli sono propri.
L’azione dello Stato è definita dal suo ruolo suppletivo: lo Stato deve cioè intervenire solo nel caso in cui la realtà politico-sociale di livello immediatamente inferiore non possa o non riesca a svolgere fino in fondo il proprio ruolo, assolvendo compiutamente ai suoi compiti esclusivamente con le proprie forze.
La misura dell’intervento statale (l’ubi e il quantum) è quindi indicato dalla necessità dell’intervento medesimo: laddove esso non sia indispensabile, esso deve ritenersi illegittimo.
Nello schema così delineato il compito principale dello Stato è quello di assicurare il coordinamento delle varie attività svolte dalla società civile, allo scopo di ricondurle ad un fine generale e unitario (superiore rispetto al fine particolare che caratterizza ciascuna diversa iniziativa singolarmente considerata): la conservazione, la promozione e l’incremento del Bene comune della società intera.
Lo Stato può altresì presentarsi alla società come un soggetto che, al pari e sul medesimo piano dei soggetti "privati", propone un’attività socialmente rilevante, purché ciò avvenga alle medesime condizioni e con gli stessi limiti e regole validi per i singoli cittadini, ossia come "attore fra gli attori" e non come l’unico attore della scena sociale, politica ed economica.
Condizione essenziale per una corretta comprensione ed attuazione del principio di sussidiarietà è la definizione del ruolo tipico che deve far capo alla società civile: sussidiarietà significa riconoscere e dare l’iniziativa alla società prima (e talvolta anziché) allo Stato, e non viceversa.
Non è sussidiarietà lasciare che la società intervenga in ambiti di volontariato, assistenza, caritativa al fine di coprire gli spazi che sono lasciati scoperti dallo Stato.
In tal modo l’intervento della società si presenterebbe come sussidiario rispetto allo Stato, mentre, sulla base del principio di sussidiarietà, i rapporti devono essere impostati nel senso esattamente opposto.
D’altra parte, in quanto la società preesiste rispetto allo Stato, questo deve presupporla rispetto a se stesso: i corpi intermedi non devono pertanto essere creati "dall’alto" da parte dell’autorità statale, bensì riconosciuti, ed eventualmente solo stimolati, nel loro sorgere spontaneo "dal basso".
Risulta così chiara la netta distinzione corrente tra uno Stato impostato sussidiariamente ed uno Stato che attua un semplice decentramento dal proprio centro alla propria periferia, per mezzo delle proprie articolazioni istituzionali, nell’esercizio del potere normativo e\o amministrativo, la cui titolarità resta comunque esclusivamente in capo allo Stato stesso.
Necessario presupposto per un corretto inquadramento del ruolo della società civile è il preliminare riconoscimento che le attività da essa svolte possano avere un carattere pubblico, e non esclusivamente privato per il solo fatto che non provengono dallo Stato.
Occorre ciò partire dal concetto che pubblico non coincide con statale, riconoscendo che tanto lo Stato quanto la società possono parimenti svolgere attività sia di carattere pubblico che di carattere privato, con ciò tenendo fermo il criterio che tale qualifica potrà risultare, a seconda del tipo di attività svolta, dall’ambito di intervento, dal suo valore sociale, dalla sua ampiezza, dalle sue caratteristiche, dai suoi destinatari, etc., ma non dovrebbe certo essere definita a priori esclusivamente in funzione del soggetto (statale o meno) che mette in campo una certa attività o che presta un determinato servizio.
Quanto sopra indicato viene espresso con estrema chiarezza anche nei documenti del Magistero sociale della Chiesa, nei quali viene efficacemente sgombrato il campo da qualunque eventuale fraintendimento del principio di sussidiarietà in chiave di similitudine o avvicinamento alle tesi tipiche del liberalismo politico e/o del liberismo economico, i quali assegnano allo Stato un ruolo di mero arbitro esterno che, astenendosi da qualunque ruolo attivo, propugna un laissez-faire quanto mai contrario ai doveri che invece debbono incombere responsabilmente sul soggetto dal quale dipendono, in larga misura, le sorti del popolo che da esso è governato. Concezioni che si fondano su basi ideologiche e che, come tali, sono invece estranee al corpus dottrinale della Chiesa.
In tal senso, riprendendo il contenuto della enciclica Rerum Novarum,Pio XI afferma che "Quanto al potere civile, Leone XIII, superando arditamente i limiti segnati dal liberalismo, insegna coraggiosamente che esso non è puramente un guardiano dell’ordine e del diritto, ma deve adoperarsi in modo che "con tutto il complesso delle leggi e delle politiche istituzioni ordinando e amministrando lo Stato, ne risulti naturalmente la pubblica e privata prosperità"".
Come ha recentemente ed efficacemente sintetizzato il card. Giacomo Biffi, arcivescovo di Bologna, tra il "lasciar fare" teorizzato dal liberalismo ottocentesco ed il "fare direttamente" proprio di tutti gli statalismi, secondo l’insegnamento della Chiesa, l’ente pubblico deve avere come principio ispiratore del suo comportamento "l’aiutare a fare".

4. Sussidiarietà e solidarietà per una società a misura d’uomo
Si impone, in conclusione, una precisazione, sia di metodo che di contenuto.
Volendo mantenere un approccio al tema metodologicamente corretto e lontano dalle facili schematizzazioni (tipicamente ideologiche) con le quali viene spesso reso assoluto un principio, il quale resta magari valido se ricondotto entro il suo autentico significato e se mantenuto entro i confini del campo di applicazione che gli è proprio, ma che invece produce effetti aberranti se viene assunto quale principio descrittivo dell’intera realtà, e quindi utilizzato come unico criterio in grado di dare risposta ad ogni domanda.
Il principio di sussidiarietà costituisce un valido criterio di organizzazione sociale che deve necessariamente essere associato ad altri criteri, l’insieme dei quali contribuisce a delineare la nozione di bene comune di una società, del suo Stato (ossia del modo di organizzarsi della società secondo l’"abito" — il modello giuridico — che più gli è consono), e del popolo che è governato dall’autorità civile.
In tal senso la Congregazione per la dottrina della fede si esprime auspicando un’armonica formulazione del principio di solidarietà con il principio di sussidiarietà: "In virtù del primo, l’uomo deve contribuire con i suoi simili al bene comune della società, a tutti i livelli. Con ciò, la dottrina sociale della Chiesa si oppone a tutte le forme di individualismo sociale o politico. In virtù del secondo, né lo Stato né alcuna società devono mai sostituirsi all’iniziativa e alla responsabilità delle persone e delle comunità intermedie in quei settori in cui esse possono agire, né distruggere lo spazio necessario alla loro libertà. Con ciò, la dottrina sociale della Chiesa si oppone a tutte le forme di collettivismo".
Una visione realistica e fondata sul senso comune della "solidarietà" mostra infatti che l’intervento solidaristico, di muto soccorso, caritatevole, è oltreché più doveroso anche più efficacemente praticabile anzitutto verso le situazioni di bisogno a noi concettualmente e localmente più vicine, piuttosto che a quelle che, per vari motivi, risultano a noi più distanti; nei confronti di queste ultime è bene infatti che si produca anzitutto l’intervento di chi ad esse si trova (in ogni senso) più attiguo, e poi, eventualmente, e suppletivamente, da parte di altri soggetti.
Il concetto è stato bene espresso da Giovanni Paolo II in questi termini: "Non è possibile aspettarsi dall’uomo un comportamento di solidarietà pienamente sviluppata verso lo Stato e la società internazionale se non è stata nutrita e praticata anche a livello dei gruppi e istituzioni intermedie. Anche questo è un aspetto del principio di sussidiarietà così centrale nell’atteggiamento sociale della Chiesa".
Oggi più che mai nel governo della cosa pubblica, a livello nazionale come a livello locale e tanto più cittadino, occorre un recupero di una dimensione umana dell’esistenza, ossia conforme al fine e alla natura della vita dei cittadini.
Le modalità con le quali la comunità umana, piccola o vasta che sia, è organizzata a livello sociale e politico, nonché la misura del riconoscimento e quindi dello spazio e della rilevanza pubblica che concretamente vengono lasciati all’iniziativa della persona, "sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità" sono il terreno sul quale l’autorità civile si gioca in gran parte le proprie chances di fronte alla società, in termini di esercizio del potere secondo canoni di bene comune, libertà e giustizia.
Promozione dei corpi intermedi, sussidiarietà, solidarietà possono costituire i cardini di una nuova politica per la nostra Regione e per la nostra città: "È urgente ricostruire, a misura della strada, del quartiere o del grande agglomerato, il tessuto sociale in cui l’uomo possa soddisfare le esigenze della sua personalità. Centri di interesse e di cultura devono essere creati o sviluppati a livello di comunità e di parrocchie, in quelle diverse forme di associazione, circoli ricreativi, luoghi di riunione, incontri spirituali comunitari in cui ciascuno, sottraendosi all’isolamento, ricreerà dei rapporti fraterni".

Marco Invernizzi e Roberto Respinti
(Alleanza Cattolica)

"Una società di ordine superiore non deve interferire nella vita interna di una società di ordine inferiore, privandola delle sue competenze, ma deve piuttosto sostenerla in caso di necessità ed aiutarla a coordinare la sua azione con quella delle altre componenti sociali, in vista del bene comune" (Centesimus annus, 8). 
Questa dottrina - che è di assoluta rilevanza per l' attuazione di una democrazia sostanziale - è stata denunciata da Pio XI fin dal 1931: "Come non è lecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e l' industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere a una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare. E questo è insieme un grave danno e uno sconvolgimento del retto ordine della società; perché oggetto naturale di qualsiasi intervento della società stessa è quello di aiutare in maniera supplettiva le assemblee del corpo sociale, non già distruggerle e assorbirle" (Quadragesimo anno, 80). Oggi questo principio è stato riscoperto e rivalutato proprio a proposito dei rapporti corretti da istituire tra la comunità europea e gli stati membri. Ad esso si appellano anche i comuni e le regioni per rivendicare le loro autonomie. Ma non bisogna dimenticare che il principio ha una valenza universale e va applicato anche a proposito di tutte le aggregazioni, contro le molte prevaricazioni stataliste (il caso tipico è, in Italia, quello della scuola). 
Sarà bene non dimenticare che la sua chiara formulazione dell 1931,  contenuta nell' enciclica Quadragesimo anno appare in un' epoca e in una Roma in cui veniva teorizzato e conclamato prepotentemente l' ideale dello Stato totalitario.
 Pio XI - uno dei papi più lucidi, più coraggiosi, più concreti della storia - contestava apertamente e radicalmente quella concezione aberrante, ammonendo che "come non è lecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e l' industria propria", analogamente "è ingiusto rimettere a una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare" (n. 80). Questo principio tipicamente cattolico - ignorato a lungo e anzi ostentatamente trascurato dalla cultura laicista - viene in questi tempi riscoperto e rivalutato a proposito dei corretti rapporti da istituire tra la nascente Comunità Europea e i singoli stati che ne sono membri. 
Ad esso si appellano sempre più frequentemente anche i comuni, le provincie, le regioni, al fine di rivendicare e allargare le loro rispettive autonomie. Ed è un richiamo che ha la sua legittimità. Ma, attenzione, la sua applicazione più autentica e coerente è quella di indurre le strutture politiche e amministrative di ogni livello (stato, regioni, provincie, comuni) ad autolimitare l' ambito dei loro diretti interventi, impegnandosi invece ad aiutare positivamente le famiglie, le comunità di culto, le libere aggregazioni perché possano esse stesse attendere senza impacci al raggiungimento delle loro specifiche finalità..
Come si vede, non si tratta di lasciare alle realtà autonome solo ciò che gli enti pubblici non riescono ancora a fare in presa diretta (secondo la vecchia mentalità ancora oggi imperante); al contrario, si tratta di riconoscere la rilevanza sociale e la funzione pubblica degli enti non pubblici , e di favorire in tutti i modi l' attività, naturalmente sempre nel rispetto e in vista del bene comune. Sarà bene notare che questa dottrina non coincide se non parzialmente con le tesi del liberalismo classico; e anzi nella sostanza le supera decisamente. Non basta consentire una vera e larga autonomia alle così dette realtà intermedie. Occorre anche metterle concretamente in condizione di poter vivere, agire e attendere efficacemente ai propri compiti, assegnando ad esse i necessari sussidi perché la loro autonomia non resti soltanto un diritto astratto. L' insegnamento della Quadragesimo anno, anche su questo punto, prosegue nella linea della Rerum novarum. Secondo l' osservazione sintetica di Alcide De Gasperi, tra il "lasciar fare" (teorizzato dal liberalismo ottocentesco) e il "fare direttamente" (proprio di tutti gli statalismi), l' ente pubblico secondo Leone XIII deve avere come principio ispiratore del suo comportamento l' "aiutare a fare". Questo principio di sussidiarietà - congiunto e integrato con quello di solidarietà - è la convinzione che più di ogni altra caratterizza la visione cattolica della società. Perciò chiunque nella sua partecipazione alla vita pubblica voglia richiamarsi con serietà e correttezza all' ispirazione cristiana, non può non attenersi ad esso nelle sue dichiarazioni, nelle sue proposte, nella sua linea d' azione. Del resto, fino a che non c' è un' adeguata, efficiente, normale applicazione del concetto di sussidiarietà - che si contrappone a ogni totalitarismo statale e a ogni collettivismo, di qualunque colore e di qualunque matrice - non si può dire che sia davvero raggiunta una democrazia sostanziale. 

4° - il principio della laicità dello stato 

Lo stato è davvero laico quando non impone a nessuno una particolare concezione filosofica, teologica o culturale e quando non identifica il suo ordinamento giuridico con le prescrizioni di una determinata aggregazione. Lo stato moderno non può essere "confessionale" in nessun senso: non in senso religioso (per esempio, cattolico, ebraico, musulmano); non in senso scientistico o materialistico; non in senso laicistico, se per laicismo si intende - come spesso è dato riscontrare - una particolare concezione, immanentisticamente o illuministicamente ispirata, che rifiuta i valori trascendenti o li vuole confinati nel segreto dei cuori. Ovviamente, secondo questo principio, non ci potranno essere "religioni di stato". Questo però non vuol dire che si possa contestare o anche solo ignorare il fatto che il cattolicesimo è la religione storica del popolo italiano e la fonte preponderante della sua identità nazionale. 

5° - il principio della libertà effettiva della persone e delle aggregazioni 

La libertà dei singoli cittadini è analiticamente descritta e minuziosamente tutelata dagli articoli 15-28 della Costituzione italiana. Ma è indispensabile che anche alle varie aggregazioni sia garantita la concreta possibilità di esistere con pienezza nella identità prescelta; di proporre agli altri le proprie convinzioni di educare secondo il proprio "credo"; di fare esperienza di vita associata in coerenza con la loro matrice ideale e le loro tradizioni, sempre nell' ambito del bene comune e nel rispetto delle libertà altrui. Inderogabilità di questi principi L' accettazione leale di questi principi da parte di tutti e la loro volonterosa applicazione nella vita sociale e politica darà all' Europa quell' "anima" che le è indispensabile perché possa avviare con un po' di fortuna questa sua nuova storia. Che cosa dire di quelli che da altri continenti vogliono entrare in Europa? Non c' è per nessun popolo il "diritto di invasione" nei confronti di un altro popolo: questo va ribadito con chiarezza e senza ambiguità. Tuttavia potranno essere accolte e integrate nella Comunità europea - non a caso, ma secondo un disegno - anche genti di lontana provenienza etnica e culturale, purché col rifiuto delle sopraddette regole fondamentali non costituiscano un corpo estraneo in questo nascente organismo. L' apporto dei cristiani Quale potrà e dovrà essere l' apporto specifico dei cristiani nella costruzione della nuova Europa?
 Essi saranno tanto più utili alla causa comune quanto più resteranno se stessi e irradieranno con umile e gioiosa semplicità la luce delle certezze che il Signore nella sua misericordia ha rivelato all' uomo perché la esistenza sulla terra fosse plausibile e ricca di senso. Al relativismo scettico, che tutto vanifica e inaridisce, opporranno la forza intrinseca della verità salvifica e la passione per la sua ricerca instancabile. All' eclissi della ragione risponderanno con l' intelligenza illuminata dalla fede, che ci consente di distinguere l' autenticità dell' essere dalle ideologie, dai sofismi, dal primato dato alle apparenze. Dimostreranno così che si può ancora - e si deve - distinguere il vero dal falso, il bene dal male, ciò che è conforme e ciò che è contrario alla natura non deformabile e non manipolabile dell' uomo. Davanti all' assurdità di un pellegrinaggio terreno che si conclude nel niente, faranno brillare la speranza ragionevole e bella di un destino di vita senza fine. 

Nel campo più specificamente etico e comportamentale, il mondo cattolico è chiamato a tener deste e a rendere sempre più beneficamente influenti, entro la comunità di popoli che sta faticosamente compaginandosi, le antiche verità esistenziali insegnateci dal Vangelo, circa l' istituto del matrimonio, la realtà fondamentale della famiglia, il principio della sacralità e della intangibilità della vita umana innocente.
Sono temi sui quali nei diversi ambiti e nelle varie culture europee oggi purtroppo non c' è più concordanza; e dove non c' è concordanza, c' è il pericolo che si approdi al vuoto di un insipiente disumano libertarismo. Particolarmente su questi temi si determinerà in futuro la rilevanza e addirittura la sorte della nostra tipica e irrinunciabile identità di appartenenti alla "nazione santa"; identità che rischia di stemperarsi e di perdersi nel generale smarrimento di ogni solida e sensata antropologia. Appunto impegnandoci lucidamente e coraggiosamente su questi temi potremo offrire il nostro più prezioso contributo di discepoli del Signore risorto per la sopravvivenza spirituale e morale del continente. Non sarà agevole impresa.

 

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