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I Libri sibillini La storia Data l'insistenza della donna che ad un secondo rifiuto ne distrusse altri tre, Tarquinio su suggerimento dei sacerdoti acquistò I libri rimasti che furono affidati a dei sacerdoti. La stessa venditrice avrebbe raccomandato prima di sparire misteriosamente, che venissero conservate e difese con ogni cura queste istruzioni atte a fronteggiare le crisi future del popolo romano e per questo chiamate " fata et remedia romana" (Servio auct VI 72). La raccomandazione della Sibilla fu osservata scrupolosamente,
infatti quei libri così legati alla sacralità tanto che
sono stati definiti da Cicerone come versi che imprigionano il "furor
insanus" di chi "Cumanos sensus amisit metre divinos
ad secutus est" (Cicerone, div II 54110sg), sono stati sempre
protetti, sempre irragiungibili per la gente comune. Quale che ne fosse l'orìgine, è certo che questi libri costituirono una delle componenti più importanti della religione romana arcaica, tanto da essere consultati solo in caso dì estrema necessità e di fronte a signa e prodigia che potevano lasciar intendere una precisa volontà degli dei. I preziosi testi dopo essere stati acquistati, sarebbero stati sistemati entro un contenitore di pietra nascosto nei sotteranei del tempio capitolino sino all'incendio di questo avvenuto nel corso della guerra civile dell' -83 (Dionisio di Aficarnasso IV 62). Alla consultazione di questi oracoli potevano accedere soltanto membri di un particolare collegio sacerdotale, originalmente di due, quindi di dieci e infine di quindici membri (i cosiddetti Quindecemviri) quali, infatti oltre che librorum sibyllinorum antistes, erano istituzionalmente legati ai culti di origine greca (in particolare quello di Apollo) e successivamente, al controllo di quelli orientali. I libri, dapprima custoditi nel tempio di Giove Capitolino, bruciarono nell'incendio dei Campidoglio dell'83 a.C . Tuttavia furono poi ricomposti grazie alla raccolta degli oracoli custoditi in tutta la Grecia e l'Asia Minore e, quindi collocati da Augusto ne! tempio di Apollo sul Palatino accanto alla dimora imperiale. Qui rimasero sino al IV sec. d.C, quando furono distrutti dal generale Stilicone, Dopo l'incendio per far ricostruire tale patrimonio Augusto inviò un'ambasceria nel luoghi celebri di dimora della Sibilla. Questa ritornò con un migliaio di versi che nel -76 vennero depositati nel ricostituito tempio capitolino,ed essi da questo momento sanciranno il potere divino di Giulio Cesare, di Antonio e di Ottaviano. Poiché in progresso di tempo si erano infiltrate falsificazioni di carattere politico, Augusto fece sottoporre ad una rigorosa revisione questi versi e ti collocò nel nuovo tempio da lui dedicato ad Apoito Palatino (Svet.Aug. 31). ordinando che le falsificazioni che circolavano privatamente fossero consegnate al pretore urbano. Egli fece in modo così che tutti gli scritti potenzialmente sovversivi fossero distrutti tra le fiamme; furono bruciati oltre duemila volumi e si risparmiarono solo i libri sibillini (Svetonio, Aug. 31). Augusto e l'autorità statale in genere volevano oltre che manipolare a proprio vantaggio quei testi, soprattutto fare in modo che non si compromettesse il toro contenuto sacrale. Molto difficile fu questo compito : basta pensare che ancora nel +32 della nostra era, l'imperatore Tiberio ingiunse con durezza affinchè si indagasse circa l'opportunità dì aggiungere un altro scritto ai libri sibillini (Tacito an. VI 12). Ricostituitosi tale patrimonio divinatorio in altri edifìci sacri, a secondo del periodo storico nel tempio di Apollo (Serbia, auct VI 72) e precisamente alla base della statua del dio (Svetonio, Aug. 31), oppure net pantheon (SHA, Aurei. 204), il triangolo tra potere, tradizione e religione era ricomposto. Da quel momento l'impero troverà la propria conferma nelle antiche profezie. Ogni loro riapparizione dalla chiusa segretezza del sasso onde essere consultati in occasione di una crisi statale doveva essere, come si è visto, autorizzata dal senato, altrimenti sarebbe stata ascritta a colpa dei custodi (prima due, poi dieci, quindici e, infine, sessanta: Udo de mens. IV 34) e punita duramente, alla stregua del parricidio.
Ecco alcuni esempi di consultazione dei libri
sibillini: Aureliano stava per essere pesantemente sconfitto dai Marcomanni, una popolazione barbara, ma incoraggiato dal favore degli dei, rivelato per mezzo della consultazione dei libri sibillini ancora una volta Roma fu salvata riportando tre meravigliose vittorie, sul Metauro, a Fanun Fortunae e vicino al Ticino. Nel febbraio del 44 a.C, Cesare intendeva marciare contro
la Parhtia e aveva definitivamente rifiutato un'offerta dell'autorità
regia. Ma nei libri sibillini, il quindecemviro Lucio Cotta, analizzando
una frase, prontamente interpretò che i Parthi sarebbero stati
sopraffatti solamente se i romani fossero stati guidati da un re. Cesare
trovò allora una soluzione: avrebbe marciato contro la Parthia
come un re, quindi avrebbe portato il titolo di re non a Roma, ma solo
netlle province e negli stati clienti. Si pensa che tutto ciò fosse
parte dì un piano studiato da Cesare o dai suoi amici per procurargli
il titolo di re. Verso il 400 il generate barbaro Stilicene ordinò che fossero bruciati, perchè pagani. Perché e come erano consultati
? Il potere del libri sibillini era enorme, infatti essi sapientemente manipolati ed interpretati potevano dare addirittura indirizzi politici. Diversi furono i Princeps che seppero utilizzare a loro vantaggio i libri sibillini . Un chiaro esempio di manipolazione si ha con lo stesso Augusto che nel 18 a.C. ordinò ad Ateio Capitone, capo di una grande scuola giuridica e aderente entusiasta al regime, di consultare i libri sibillini, affinchè facesse coincidere l'inizio dell'età dell'oro, tanto attesa dai romani, con l'anno 17 a.C. Per accedere a questi libri oltre al consenso dei senatori occorreva un vero e proprio rito di iniziazione: innanzi tutto bisognava essere puri nei corpo, nell'animo e negli abiti, quindi si doveva salire ai tempio deorum omnium in cui erano custoditi, provvedere ad adornare di lauro i seggi, e solo allora si potevano srotolare gli scritti sacri, ma non certo a mani nude, bensì accuratamente coperte (SHA Aurei. 18 14-21 4). |
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