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Che cosa pensano i Musulmani di Gesù?
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 « I Musulmani rispettano e onorano Gesù e aspettano la sua seconda venuta. Lo considerano uno dei più grandi messaggeri divini. Un Musulmano non si riferisce mai a lui chiamandolo semplicemente Gesù, ma aggiungendo sempre le parole la pace sia con lui. Il Corano conferma la sua nascita da una donna vergine (un capitolo del Corano si intitola Maria), e Maria è considerata la donna più pura dell'universo.
Così il Corano descrive l'Annunciazione:

"In verità!" disse l'Angelo, "O Maria! Dio ti ha prescelta, ti ha purificata e ti ha eletta fra le donne di tutte le nazioni. "In verità!" disse l'Angelo, "O Maria! Dio ti annunzia la buona novella di una Parola che viene da Lui, il suo nome sarà il Messia, Gesù figlio di Maria, eminente in questo mondo e nell'altro, ed uno di coloro che sono più vicini a Dio. “Egli parlerà al popolo dalla culla alla maturità, ed egli sarà tra i giusti." Ella disse: "O mio Signore! Come potrٍ avere un figlio se nessun uomo mi ha toccata? Egli disse: " E' così, Dio crea ciò che Egli vuole. Allorché ha deciso una cosa non ha che da dire:"Sii, ed essa è". (Corano 3:42-45-46-47)

Gesù nacque miracolosamente attraverso lo stesso potere che portò Adamo in vita senza che vi fosse un padre:

“La somiglianza di Gesù di fronte a Dio è come quella di Adamo: Dio lo creò dalla polvere e poi gli disse: Sii. Ed egli fu.” (Corano 3:59)

Durante la sua missione profetica Gesù operò molti miracoli. Il Corano ci dice che egli disse:

“E ne farà un messaggero per i figli di Israele (che dirà loro). Io son venuto da voi con un Segno dal Vostro Signore. Ecco io plasmerò per voi con dell’argilla una figura di uccello e poi vi soffierà sopra e con il permesso di Dio diventerà un uccello: ed io con il permesso di Dio guarirò coloro che sono nati ciechi , ed i lebbrosi, e risusciterò i morti. E vi dichiaro, ciò che mangiate, e ciò che accumulate nelle vostre case, certamente in ciò vi è un Segno per voi, se siete veramente credenti”. (Corano 3:49)

Né Muhammad, né Gesù sono venuti a cambiare la dottrina fondamentale del credere in un Unico Dio, annunciata da profeti precedenti, bensì a confermare e dare nuova linfa a tale dottrina. Nel Corano è scritto che Gesù ha detto di essere venuto:

“(Io sono venuto) per confermare la Legge che esisteva prima di me. E per rendere lecito parte di ciò che vi era stato proibito; Io son venuto da voi con un Segno dal vostro Signore. Dunque siate timorati di Allah e seguite le mie istruzioni”. (Corano 3:50)

Il Profeta Muhammad disse:

Chiunque crede che non vi sia altro dio all'infuori di Allah, e che Muhammad é il suo Profeta, che Gesù è il servitore e il messaggero di Allah, sua parola soffiata in Maria e spirito da Lui emanato e che Paradiso ed Infermo sono verità. sarà accolto da Allah in Paradiso. (Da un Hadith di Bukhari)»

Dichiarazione del Concilio Vaticano II- "Nostra Aetate"
sulle relazioni della chiesa cattolica con le religioni non-cristiane

Introduzione

1. Nel nostro tempo in cui il genere umano si unifica di giorno in giorno più strettamente e cresce l'interdipendenza tra i vari popoli, la Chiesa esamina con maggiore attenzione la natura delle sue relazioni con le religioni non-cristiane. Nel suo dovere di promuovere l'unità e la carità tra gli uomini, ed anzi tra i popoli, essa in primo luogo esamina qui tutto ciò che gli uomini hanno in comune e che li spinge a vivere insieme il loro comune destino.

I vari popoli costituiscono infatti una sola comunità. Essi hanno una sola origine, poiché Dio ha fatto abitare l'intero genere umano su tutta la faccia della terra hanno anche un solo fine ultimo, Dio, la cui Provvidenza, le cui testimonianze di bontà e il disegno di salvezza si estendono a tutti finché gli eletti saranno riuniti nella città santa, che la gloria di Dio illuminerà e dove le genti cammineranno nella sua luce.

Gli uomini attendono dalle varie religioni la risposta ai reconditi enigmi della condizione umana, che ieri come oggi turbano profondamente il cuore dell'uomo: la natura dell'uomo, il senso e il fine della nostra vita, il bene e il peccato, l'origine e lo scopo del dolore, la via per raggiungere la vera felicità, la morte, il giudizio e la sanzione dopo la morte, infine l'ultimo e ineffabile mistero che circonda la nostra esistenza, donde noi traiamo la nostra origine e verso cui tendiamo.

Le diverse religioni

2. ...La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini.Tuttavia essa annuncia, ed è tenuta ad annunciare, il Cristo che è " via, verità e vita " (Gv 14,6), in cui gli uomini devono trovare la pienezza della vita religiosa e in cui Dio ha riconciliato con se stesso tutte le cose.

Essa perciò esorta i suoi figli affinché, con prudenza e carità, per mezzo del dialogo e della collaborazione con i seguaci delle altre religioni, sempre rendendo testimonianza alla fede e alla vita cristiana, riconoscano, conservino e facciano progredire i valori spirituali, morali e socio-culturali che si trovano in essi.

La religione musulmana

3. La Chiesa guarda anche con stima i musulmani che adorano l'unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini. Essi cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti di Dio anche nascosti, come vi si è sottomesso anche Abramo, a cui la fede islamica volentieri si riferisce. Benché essi non riconoscano Gesù come Dio, lo venerano tuttavia come profeta; onorano la sua madre vergine, Maria, e talvolta pure la invocano con devozione. Inoltre attendono il giorno del giudizio, quando Dio retribuirà tutti gli uomini risuscitati. Così pure hanno in stima la vita morale e rendono culto a Dio, soprattutto con la preghiera, le elemosine e il digiuno.

Se, nel corso dei secoli, non pochi dissensi e inimicizie sono sorte tra cristiani e musulmani, il sacro Concilio esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e promuovere insieme per tutti gli uomini la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà.

Costituzione dogmatica sulla chiesa "Lumen Gentium" cap. 1°

I non cristiani e la Chiesa

16. ... quanto a quelli che non hanno ancora ricevuto il Vangelo, anch'essi in vari modi sono ordinati al popolo di Dio. In primo luogo quel popolo al quale furono dati i testamenti e le promesse e dal quale Cristo è nato secondo la carne (cfr. Rm 9,4-5), popolo molto amato in ragione della elezione, a causa dei padri, perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili (cfr. Rm 11,28-29). Ma il disegno di salvezza abbraccia anche coloro che riconoscono il Creatore, e tra questi in particolare i musulmani, i quali, professando di avere la fede di Abramo, adorano con noi un Dio unico, misericordioso che giudicherà gli uomini nel giorno finale.

MINACCIA ISLAMICA E RISPOSTA PASTORALE  
di Piersandro Vanzan- Fondazione Migrantes - documenti ufficiali della Conferenza Episcopale Italiana

Nell'attuale transizione epocale, ogni identità si riconfigura: da quella nazionale, nell'orizzonte europeo, a quella etnico-culturale e religiosa, nell'orizzonte del crescente fenomeno interculturale e multireligioso legato ai flussi migratori. Questi flussi, in particolare, hanno assunto dimensioni bibliche: sarebbero infatti circa 100 milioni le persone che vanno spostandosi da una parte all'altra del mondo, generalmente incalzati dalle guerre e/o dalla fame. Né questi infelici si dirigono verso territori spopolati e da dissodare, come avvenne per esempio con le migrazioni dall'Europa verso l'America, dopo le grandi scoperte geografiche.

Gli imponenti flussi migratori odierni si dirigono prevalentemente verso le aree più ricche del mondo, già densamente popolate. Ciò spiega perché l'emigrazione sia vissuta spesso dai Paesi ospitanti come una "invasione", che minaccerebbe l'identità nazionale, per cui alcuni vedono male gli stessi centri di accoglienza, mentre altri vorrebbero che gli "scafisti" fossero respinti con le armi. Questo clima di non accoglienza rende più amara le vicenda umana degli immigrati, tacciati indiscriminatamente di essere "clandestini" e "socialmente pericolosi".

Certamente, i timori non sono privi di fondamento, anche perché il fenomeno migratorio è difficilmente controllabile e l'incontro tra "diversi" crea sempre delicati problemi d'integrazione socioculturale, religiosa e politica. Ciò vale soprattutto per gli immigrati musulmani che, più degli altri gruppi, "fanno paura": sia per il numero - spesso artatamente gonfiato -, sia per il "fondamentalismo" caratteristico del "risveglio islamico". Risultato: la crescente presenza dell'islàm tra noi accentua l'intrigante questione che spacca in due gli osservatori più attenti.

Per alcuni saremmo di fronte a una lenta ma progressiva "islamizzazione" dell'Occidente, mentre per altri si darebbe una inevitabile, per quanto contrastata, "modernizzazione" dell'islàm stesso. Ipotesi che trovano fautori e avversari non solo tra gli occidentali ma anche tra i musulmani, dove i fondamentalisti pensano di islamizzare la modernità, ritenendo diabolica la civiltà occidentale, e i moderati o certe élites più occidentalizzate vorrebbero modernizzare l'islàm. Tra questi ultimi spiccano gli europei convertiti all'islàm - sociologicamente detti "i nuovi musulmani" -, la cui ibridazione socioculturale e religiosa favorirebbe appunto l'occidentalizzazione dell'islàm (ma forse anche una islamizzazione più strisciante dell'Occidente).

Sinteticamente : i fondamentalisti vedono l'Occidente e i suoi valori - democrazia, libertà di coscienza, emancipazione femminile, tecnologia, ecc. - come il diavolo, mentre gli altri ritengono possibile coniugare l'anima religiosa profonda dell'islàm - quella non strumentalizzata in chiave politica - col meglio dei valori occidentali, evidentemente "purificati" dagli eccessi tipo: libertà che diventa licenza, efficientismo imprenditoriale che diventa neocapitalismo (variante dell'usura, secondo il Corano), i problemi di "genere" che alterano le relazioni tra i sessi (quali sono concepite dal Corano), e via numerando. A questo punto la domanda che s'impone, prima e oltre quella circa le ricadute del fenomeno sull'identità culturale e religiosa nazionale, è quella complessivamente pastorale: che non ignora la prima, ma la ingloba e trascende.

Per affrontare correttamente la questione è necessario anzitutto prendere in esame la realtà. Di fatto, l'islàm è oggi la seconda religione in Europa, e continua a diffondersi non soltanto in forza delle varie ondate migratorie e dei progressivi ricongiungimenti familiari - che favoriscono l'alto tasso di natalità islamico (tre volte di più rispetto a quello europeo) -, ma anche del numero crescente di europei che, per motivi diversi - matrimoni, lavoro, delusioni politiche nostrane e seduzione del fondamentalismo islamico - si convertono e diventano "i nuovi musulmani" (cf. l 'omonimo libro di S.Allievi, Ed. Lavoro, Roma 1999).

Ciò, tuttavia, non deve generare panico, che bloccherebbe in partenza ogni dialogo: merita invece riportare le cifre e poi notare che la realtà islamica è tutt'altro che monolitica. Prescindendo dall'ex URSS, dove sono circa 40 milioni, concentrati nelle Repubbliche asiatiche, gli islamici europei sono circa 15 milioni, su una popolazione di oltre 500 milioni: ossia neppure il 3,5% del totale. Inoltre, essi non formano una comunità omogenea in quanto, benché uniti dalla comune fede musulmana - peraltro articolata in sciti, sunniti, sufi, ecc. -, sono presenti razze, lingue, culture e storie nazionali molto diverse.

Per esempio: dei 2,5 milioni presenti in Francia, quasi la metà provengono dalle ex colonie islamiche, oltre 600.000 dai Paesi nordafricani, 125.000 dalla Turchia e il resto dall'Africa nera o altro, mentre 40.000 sono i convertiti o nuovi musulmani francesi; in Germania, dei quasi 2 milioni di musulmani, oltre 1.500.000 sono turchi e il resto marocchini, tunisini, iraniani e giordani, mentre 5.000 sono i convertiti o nuovi musulmani tedeschi; in Italia, dei circa 500.000 musulmani presenti, circa 200.000 sono magrebini e poi, a scalare, 80.000 albanesi - molti dei quali solo virtualmente islamici, considerando la dittatura marxista che hanno vissuto -senegalesi, egiziani, iraniani, somali, pakistani e bengalesi. Cifre dalle quali si evince che, a differenza di altri Paesi europei, dove un'area etnico-culturale prevale sulle altre - i magrebini in Francia o i turchi in Germania -, qui da noi la situazione è a macchia di leopardo.

Quindi, se l'islàm non è affatto monolitico "in origine", ancor più frammentato diventa nel suo inserimento europeo. Risultato: l'homo islamicus è una pura astrazione. Infatti, al groviglio di storie e usi nazionali, di correnti teologiche e religiosità popolare, caratteristico degli immigrati musulmani, qui da noi bisogna sommare le varianti dell'islàm autoctono, frutto di con versione religiosa (da varie Chiese o anche dall'indifferenza religiosa: specie ex militanti comunisti).

Se poi a tanta varietà aggiungiamo che le strutture organizzative islamiche qui da noi sono ancora fragili e tra loro poco collaborative, allora va ridimensionata la paura della "invasione musulmana" e va invece richiesta una nuova, più attenta pastorale: che non trascuri l'incontro dialogico con questa "terza religione" del Libro - ricordiamo infatti che ebrei, cristiani e islamici nascono tutti sotto la tenda di Abramo -, anche per mostrare di fatto che, almeno nella Chiesa, si coglie l'importanza di tale abboccamento per costruire insieme un futuro migliore nei prossimi anni. Per non restare nel vago, due riflessioni s'impongono a una pastorale rinnovata.

La prima riguarda "i nuovi musulmani" e loro famiglie d'origine: spesso religiosamente tiepide e di pratica asfittica. E' questo l'assillo della "nuova evangelizzazione": come rinsaldare le fondamenta cristiane della nostra gente, visto che senza questa "rifondazione" aumenta ogni giorno il numero degli ex cristiani o religiosamente "analfabeti di ritorno", terreno di caccia non solo per le altre religioni, ma anche per i nuovi movimenti religiosi, magici o esoterici, col sacro-pagano di ritorno (tipo il New Age)? E' l'azione preveniente verso quanti sono in crisi, domandandoci: quali sono i motivi di questa crisi? E perché trovano altrove quanto cercano? La seconda considerazione o pista riguarda il dialogo con i musulmani veri e propri, specie con i più fanatici, ai quali non riesce facile discernere il grano dalla zizzania nella cultura occidentale e ai quali pare che la stessa religione cristiana sia vittima della modernità edonistico-consumista.

La sfida non è da poco, visto che in questo dialogo (confronto/scontro) fanno tutt'uno argomenti politici, militari, economici, culturali e religiosi. Infatti, questi fautori del "risveglio islamico" affermano che l'Occidente politicamente emargina i Paesi musulmani, come a suo tempo isolò quelli comunisti; militarmente rivolge attacchi violenti - guerre e altre misure coercitive - molto più contro le nazioni islamiche che non verso le altre; economicamente ha sostituito la precedente dominazione coloniale con la globalizzazione dei mercati e l'abile utilizzo dei capi politici venduti alle multinazionali; culturalmente presenta come superiore e da imitare tutto quanto è occidentale - educazione, abbigliamento, musica, film, libertà che si fa permissivismo (relazione tra i sessi) ecc. -, mentre quanto è islamico sarebbe retrogrado, opprimente e incompatibile con la modernità; religiosamente infine - specialmente attraverso i media - presenta l'islàm come una fede violenta, xenofoba, che rende la convivenza difficile per le altre religioni.Ed è su questa frontiera della critica musulmana al secolarismo occidentale che fin d'ora, ma ancor più domani, i cristiani dovranno confrontarsi.

Né il confronto sarà indolore, visto che non sono del tutto infondate le accuse dei musulmani ai cedimenti secolaristici di troppi cristiani: compromettendo l'autenticità evangelica con elementi incompatibili, tratti appunto dalla cultura edonistico-consumista occidentale. Invece di essere coscienza critica rispetto ai guasti di tale cultura, le Chiese in genere e i cristiani in particolare avrebbero ceduto al compromesso: fors'anche vantandosi di essere perciò stesso "moderni"!

Cristiani in genere e azione pastorale in specie dovranno quindi stabilire con gli islamici un dialogo per intraprendere con loro un esame non puramente distruttivo, ma critico-positivo della società e cultura occidentale: per discernere sia gli innegabili valori, da salvare e promuovere ulteriormente - proprio alla luce dell'autentica fede religiosa d'entrambi -, sia per correggere gli altrettanto innegabili disvalori, procedendo insieme, viribus unitis. La dispersione o, peggio, la contrapposizione fanatica non porta da nessuna parte, mentre il dialogo e con fronto, leale e sereno, aiuterà noi e loro a valorizzare meglio i semina Verbi e a contrastare le tossine dell'anticristo.

( In questo articolo ho utilizzato anche quanto ho scritto in Civiltà Cattolica del 16 dicembre 2000, pp. 555-565, e quanto Th. Michel e M. Borrmans hanno pubblicato in Religiosi in Italia, n.1/2001, nella rubrica "Studi e Saggi", cui rinvio per gli approfondimenti).

Testimonianza di Habib Ishow , cristiano copto (Egitto).

Anche se riconosciuti come gente del libro sacro (Vangelo), i cristiani sono stati considerati nella Storia come infedeli ed hanno ancora oggi ni paesi islamici uno statuto inferiore a quello dei musulmani in ogni settore.Questo statuto si caratterizzava nei secoli passati principalmente per i seguenti aspetti:

1.I cristiani sono stati soggetti ad una serie di tasse: tassa di capitazione, tastatico (gizìa).
Tale tassa è prevista dal Corano (IX,29) che dichiara:

«Combattete coloro che non credono né in Allah né nel Giorno Ultimo; (coloro che) non dichiarano illecito ciò che Allah ed il suo Mandato hanno dichiarato illecito; (coloro che) non praticano affatto la religione della Verità, tra quelli che hanno ricevuto la Scrittura! (Combatteteli fino a che paghino subito la 'gizìa' e così siano umiliati".» 

Questi versetti sottolineano l'ineguaglianza e l'intolleranza istituite tra musulmani e non musulmani, quindi tra i musulmani ed i cristiani. Applicata, in principio, agli uomini adulti, questa tassa era destinata a riempire il tesoro pubblico ed a umiliare i cristiani allo scopo di portarli a convertirsi all'islam. Essa veniva spesso estorta con la tortura e con varie forme di violenze perpetrate dagli agenti dei fisco e dalle autorità;
tassa fondiaria (kharag),  che poteva arrivare fino al 50% sulle raccolte, se non di più; tassa di sostentamento delle armate, ecc.

2. Le terre dei paesi conquistati erano considerate come bottino di guerra e spettanti perciò all'insieme della comunità musulmana, cioè allo Stato rappresentato dal Principe. Da cui il nome di "amiria" o "núri" che vuol dire terre del principe. Dato che i conquistatori non potevano coltivare le terre espropriate, essi hanno considerato i vecchi proprietari come concessionari di terre ch'essi sfruttavano fino ad imporre pesanti tasse e servitù. E così fu aperta la porta a tutti gli abusi secondo la volontà del principe. Tutto l'ulteriore feudalesimo militare e civile sarà fondato su questo principio, e questo sarà la causa principale della rovina dei contadini e dell'agricoltura del Medio Oriente. A titolo di esempio, quando le armate arabe conquistarono l'Egitto, il governatore poté raccogliere in imposte, nel primo anno, 12 milioni di dinari e 14 milioni l'anno successivo.

Ma nel IX secolo il montare delle imposte si ridusse a 3 milioni di dinari all'anno.Queste differenti tasse, eccessive e discriminatorie, furono un peso enorme sui popoli cristiani del Medio Oriente. Dappertutto nell'impero, le pressioni fiscali spinsero i contadini ad abbandonare l'agricoltura. Ad esempio, in Egitto, molti contadini si rifugiarono nei monasteri del deserto per evadere in particolare il testatico, da cui il clero era esentato; ma in seguito questo privilegio fu soppresso. Questa nuova situazione costrinse molti di loro a convertirsi all'islam, altri alla rivolta. La grande insurrezione bachmurita dei contadini nell'836-837 nelle terre del basso delta del Nilo indusse lo stesso califfo abbasside Al-Marnun a recarsi in Egitto per reprimere gl'insorti.

Le conseguenze del sistema fiscale oppressivo e il terrore che lo accompagnava provocò un cattivo mantenimento del sistema d'irrigazione, lo sfacelo delle dighe del Nilo, la riduzione dei numero di agricoltori e delle terre coltivate. Il fatto che nell'858 l'incasso annuale calò a 3 milioni di dinari, nonostante il raddoppio delle imposte, è segno evidente della rovina dell'agricoltura e dei contadini non solo in Egitto ma in tutto l'impero, dato che le stesse cause producono gli stessi effetti.

3. Sempre secondo questo statuto dei cristiani, sul piano religioso, era interdetta la conversione d'un musulmano al cristianesimo. Colui che contravveniva a questo principio era condannato a morte. Invece la conversione all'islam era incoraggiata e i cristiani dovevano accettarla.  

4. Allo stesso modo, l'islam proibiva il matrimonio d'una musulmana con un cristiano, a meno che questo non si facesse musulmano. Permetteva invece il matrimonio d'un musulmano con una cristiana. La maggior parte delle donne cristiane, sposate con musulmani, finivano per farsi musulmane, perché soggette alla pressione sociale nella stessa direzione. Ed i figli di queste coppie miste erano musulmani per legge.  

5. Davanti alla giustizia, la testimonianza di un cristiano contro un musulmano era inaccettabile. Praticamente, anche se avesse avuto ragione, un cristiano non poteva sperare di vincere un processo contro un musulmano. Tutto il contesto socio-politico, religioso e giuridico era contro di lui.

6. Anche nell'abbigliamento, i cristiani erano periodicamente obbligati a vestirsi in maniera da essere riconosciuti come tali e soggetti a delle misure degradanti. Erano obbligati, per esempio, a portare delle cinture e dei segni particolari nei loro vestiti, tra cui i colori diversi secondo le epoche; ma questo era in genere blu o grigio per i cristiani, giallo per gli ebrei, bruno per i seguaci di Zoroastro. Tuttavia, il vestirsi in maniera distintiva era obbligatorio soprattutto nelle città perché era difficile per le autorità politiche farlo applicare nelle campagne, data l'estensione dell'impero e la scarsità dell'apparato anmministrativo necessario.

Infine, nell'islam, il potere politico non è separato dalla religione che ne costituisce il supporto ideologico, e che è la sorgente della legittimità dell'autorità dei capi dirigenti.E' per questo che il potere politico ha sistematicamente favorito l'islam contro il cristianesimo e combattuto le lingue nazionali a vantaggio dell'arabo: il copto in Egitto, l'aramaico in Siria, in Palestina e nel Libano, ed il caldeo in Mesopotamia. Inoltre, i funzionari cristiani, nonostante la loro competenza ed i servizi resi, venivano periodicamente licenziati.

Così, il califfo abbasside Al -Mutawakil nell'850 emise un decreto che ordinava il licenziamento di tutti i funzionari cristiani e ebrei. Allo stesso modo, in Egitto, con lo stabilirsi della dinastia ayyubide (1169-1250) i funzionari cristiani furono scacciati dall'amministrazione. Fu così che, pur di conservare il posto, un forte numero di cristiani si convertì all'islam. Questo sistema religioso, socio-politico,.giuridico ed economico estremamente duro ha costretto di conseguenza la maggior parte dei cristiani del Medio Oriente a passare all'islam per sfuggire alle molteplici discriminazioni perpetrate nei loro riguardi. A tutto questo bisogna aggiungere che sotto il regno degli Arabi, dei Mongoli o dei turchi, la popolazione e i poteri musulmani hanno periodicamente perseguitato i cristiani, distrutto le loro chiese, i loro monasteri e confiscato i loro beni. E questo ha avuto l'effetto di provocare la conversione all'islam di un più gran numero di questi ultimi.

Ufficialmente questo statuto discriminatorio ed oppressivo termina nel corso del XIX secolo.

In Egitto la Jizia fu soppressa nel 1855 sotto il regno di Kedive Said. E questo provvedimento fu completato dal Kedive Tauflk Pasha nel 1879 che proclamò il principio di eguaglianza di tutti gli egiziani senza distinzione d'origine etnica o di religione.Lo stesso nell'impero Ottomano, sotto la pressione delle potenze europee e dei riformatori ottomani, il sultano Abdul Magid, il 3 novembre del 1838 emise il grande editto reale che introduceva l'era delle riforme dell'impero e proclamava l'uguaglianza di tutti gli ottomani senza distinzione di razza o di religione.

Tuttavia, questo editto e le conseguenti riforme non modificarono totalmente i rapporti tra cristiani e musulmani. Molti di questi ultimi infatti li considerarono come un attentato all'ordine sociale e all'islam. Queste riforme quindi non ottennero perciò l'effetto che sembra scontato. Sotto molteplici pretesti l'odio provocò dal 1840 al 1897 persecuzioni e massacri terribili contro i popoli cristiani dell'impero ottomano in Libano, in Palestina, in Siria e nell'Asia Minore. Questo periodo termina con i massacri degli Armeni da parte dei Turchi dal 1915 al 1918, massacri che si estesero in parte ai Caldei e ai quali i Curdi parteciparono in massa.E' sufficiente questo insieme di fatti per far luce sui rapporti tra cristiani e musulmani durante questo lungo periodo della loro storia.

La conquista dei paesi del Medio Oriente da parte dell'islam ha avuto tre principali gravi conseguenze per i popoli cristiani di questa area geografica;

a) Anzitutto, i popoli cristiani d'Oriente, che erano in maggioranza fino alla fine dell'Impero abbasside (7501258), sono divenuti progressivamente minoritari nel loro proprio paese con tutte le conseguenze politiche, economiche, sociali, culturali, linguistiche e religiose che la situazione delle minoranze comporta sotto gli stati musulmani.

b) Inoltre i cristiani convertiti all'islam, hanno rinnegato la loro origine etnica, il loro patrimonio culturale e storico specifico anteriore all'islam.Essi continuano a combattere la religione, la cultura e la lingua dei loro compatrioti che che restano cristiani.

c) infine, dopo un periodo di progresso dovuto alle correnti di civilizzazioni preesistenti alla conquista, l'islam ha bloccato l'evoluzione dei paesi del Medio Oriente in ogni campo e perseguitato il pensiewro razionale,Ora, senza un pensiero razionale e critico del mondo, indipendente e libero da tutte le considerazioni ideologiche e politiche per derivare tutte le conclusioni dovute non è possibile alcun progresso. E' per questo che fino alla Prima  Guerra Mondiale, il Medio Oriente, culla di grandi civilizzazioni, è caduto in una decadenza generale .

Tra il periodo precedente e quello contemporaneo sul piano religioso sociale e politico non c'è rottura. L'islam, divenuto la religione della grande maggioranza della popolazione, mantiene le sue caratteristiche essenziali, condiziona profondamente le società del Medio oriente e lascia il suo marchio in ogni campo. Malgrado qualche sporadico sforzo per migliorare le relazioni tra cristiani e musulmani queste restano fondamentalmente conflittuali  negli stati attuali di questa area geografica.

Gli stati del medio oriente offrono due caratteristiche comuni:
a) anzitutto malgrado la loro grande diversità etnico e religiosa, essi sono fondati su strutture unitarie e centralizzate, controllate per la maggior parte dei casi,eccetto il Libano, da un gruppo etnico e,o, religioso. Queste strutture statali sono causa di ingiustizie e di discriminazioni nei riguardi di altri gruppi, in particolare nei riguardi dei cristiani
b) i regimi politici dei paesi di questa regione a parte il Libano fino al 1975 e, in parte, il Kuwait fino al 1990 si caratterizzano per l'assenza di democrazia, perché l'islam, fin dall'infanzia ,educa la mente  ad una visione ineguale del mondo:non tutti gli uomini i popoli le nazioni sono uguali nei diritti. Cosi' facendo  influisce sulla formazione e gestione delle istituzioni e delle leggi civili. Perciò, il potere politico mantiene e riproduce le molteplici discriminazioni nei riguardi dei cristiani di cui,come di altri,violenta i diritti fondamentali.

Intervista a Padre Samir Khalil Samir -islamologo cattolico, consigliere del Papa.  
Tratto da "La libertà religiosa nei Paesi a maggioranza islamica. Rapporto 1998" (http://www.kirche-in-not.org)

Padre Samir Khalil Samir, gesuita, è nato al Cairo ed è docente di Teologia orientale nella Facoltà di Teologia dell'Università Saint-Joseph di Beirut, in Libano. Insegna anche al Pontificio Istituto Orientale di Roma, dirige e ha fondato il CEDRAC (Centro di Documentazione e Ricerca Arabo-Cristiano ...Io sono egiziano, ho vissuto in diversi paesi arabi, ma sono rimasto colpito dalla differenza che vedo nei cristiani del Libano, ed in parte in quelli della Siria. In Egitto abbiamo un atteggiamento da schiavi, dovuto a secoli di sottomissione che hanno portato ad un'attitudine a sopportare.

Ciò ha anche prodotto una determinata spiritualità, bellissima, in cui si vede l'accettazione cristiana della sofferenza. In Libano e in Siria no. Loro non tacciono quando c'è qualcosa che non va; anche se in Siria la percentuale di cristiani è inferiore a quella dell'Egitto. In Siria non hanno paura, hanno una fierezza che non si trova in Egitto. Questo viene da secoli di storia e tale atteggiamento è divenuto una seconda natura. Se in Libano i cristiani dovessero diventare una minoranza di molto inferiore ai musulmani, i cristiani continueranno a rivendicare i loro diritti di cittadini. Hanno creato un'altra mentalità.
Quale è il fondamento sociologico, ideologico e religioso delle discriminazioni e delle persecuzioni che colpiscono i cristiani?

Il problema dell'islam non può essere compreso senza fare riferimento alla politica. 
Le ingiustizie sono dovunque, siamo abituati a considerare normale il fatto che le minoranze debbano lottare per i propri diritti. Ciò che colpisce è che nei paesi musulmani c'è un'immediata identificazione fra religione e politica, che legittima lo stato di inferiorità giuridica di chi non è di religione islamica. 
Nei paesi islamici due sono gli scopi di chi ha responsabilità di governo: 
- in primo luogo quello di proteggere la religione musulmana, assicurarsi cioè che sia osservata, con tutti i mezzi disponibili; 
- in secondo luogo quello di estendere l'islam a tutto il mondo. Questa è la teoria classica dei giuristi musulmani, non è una novità; l'islam è "religione e società". Sotto questo aspetto si comprende come sia fatto ogni sforzo, economico, culturale, politico, per estendere l'islam.

L'altra caratteristica del mondo islamico è il prevalere della comunità sull'individuo, il che significa che la nozione di libertà di coscienza o di diritti dell'uomo (due concetti che da due secoli contraddistinguono, nel bene e nel male, il mondo occidentale) solo in minima parte sono stati accolti dalla cultura musulmana.

Il fondamento giuridico delle attuali discriminazioni fu elaborato tra il I ed il IV secolo dell'era islamica (corrispondenti al periodo che va dal VII al X secolo dell'era cristiana). In questo periodo fu elaborata tutta la giurisprudenza e tale dottrina è giunta fino ai nostri giorni.  Dobbiamo riconoscere che  la concezione secondo cui l'islam è "religione e stato" appare la più fedele al progetto originale di Maometto. Quando gli islamisti oggi rivendicano questo progetto socio-politico sono fedeli alla tradizione islamica, la più comune e la più autentica.

Nella cultura dei paesi arabi musulmani ha infine prevalso, al posto della categoria del cittadino, la divisione tradizionale della società in credenti (coloro che seguono l'islam), protetti (cristiani ed ebrei) e miscredenti  (la cui sorte può essere la morte o la conversione all'islam). La realizzazione e la diffusione di quest'idea della società rimane il sogno della tendenza tradizionalista.

È possibile oggi pensare diversamente l'islam? Vi è una qualche dialettica o un confronto fra interpretazioni diverse? Io credo che sia possibile, ma allora sarà una nuova tradizione che oggi non è quella prevalente....

In che modo nei paesi islamici si da attuazione a questo progetto?
Dobbiamo partire dal presupposto che nella visione dell'islam ogni mezzo è buono se contribuisce allo scopo finale dell'instaurazione dello Stato islamico o alla protezione dell'islam. Ciò si vede nella islamizzazione della scuola: ogni mattina in Egitto si inizia con la lettura del Corano, i testi delle materie insegnate sono pieni di riferimenti all'islam, dalla matematica alla storia o alla letteratura, l'apprendimento del Corano è obbligatorio per tutti.

Altro strumento è l'umiliazione dei cristiani ad ogni livello. Se cammino per strada portando, con discrezione, una croce, rischio di essere picchiato o ingiuriato. È comune essere insultati dai bambini. Già a livello sociologico, dunque, c'è una pressione molto forte che scoraggia i più deboli. A livello più grave, economico, la discriminazione verso i cristiani fa sì che per questi la possibilità di trovare lavoro sia più difficile, e spesso tale possibilità è limitata al lavoro privato.

A questo proposito si deve anche tenere presente che moltissimi paesi hanno sulla carta di identità l'indicazione della religione professata e dove ciò non accade, è il nome stesso a rivelare la fede religiosa del singolo e a determinare così le sue possibilità di lavorare o anche il trattamento.Anche l'informazione svolge un ruolo importante sotto questo aspetto: ogni giorno, sui giornali si parla dell'islam, talvolta si attaccano violentemente i cristiani. Anche in televisione la presenza dell'islam è molto forte: i programmi di informazione parlano dei successi dell'islam, i notiziari sono interrotti dalla preghiera.

Nei dibattiti televisivi spesso si lanciano accuse contro i cristiani, ma non è prevista la presenza di un contraddittorio o il diritto di replica; questo accade anche per i giornali. Per strada ovunque risuonano le trasmissioni radiofoniche con le cinque preghiere, precedute dagli appelli che possono durare anche un'ora. In Egitto c'è una radio statale che trasmette il Corano 24 ore su 24. Accade che il pio musulmano, senza intenzioni cattive o ostili, tiene il volume altissimo affinché tutti i vicini possano ascoltare (è una cosa comune del mondo arabo). L'effetto, tuttavia, è che chi è cristiano deve ascoltare tutto il giorno il Corano... e molti cristiani dicono che noi dovremmo accettare tutto questo...

La pressione sociale dell'islamizzazione è fortissima, ha effetti molto più gravi sui cristiani che non le norme della legge; non si può capire questo se non si vive in un paese musulmano e se non si capisce l'arabo. Questo concorso di forze coercitive ha qualche analogia con ciò che accedeva nei paesi comunisti, dove le leggi, le istituzioni di nome garantivano la libertà, ma di fatto non era così. Se consideriamo che in 70 anni il comunismo è quasi riuscito nel tentativo di estirpare il senso religioso del popolo russo, dobbiamo riconoscere che se dopo tanti secoli in Medio Oriente vi sono ancora comunità cristiane, questo è davvero un miracolo.

In questa situazione stupisce che l'Occidente rimanga inerte di fronte a casi di palese violazione dei diritti umani; per l'opinione pubblica, i grandi mezzi di comunicazione, le istituzioni politiche questo problema sembra non esistere...

Mi sembra che l'Occidente in ciò sia condizionato dalla sua storia; l'Occidente è sociologicamente di matrice cristiana, ma ha lottato da due secoli a questa parte per liberarsi della religione e della sua identità. Si è così diffusa l'idea che il cristianesimo non debba entrare in questioni politiche, che è un fatto interiore, personale, che non deve avere legami con la vita civile. Si è privatizzata la religione. Molti occidentali, inoltre, sono secolarizzati ed hanno nei confronti della religione due possibili atteggiamenti: 1) la religione non mi riguarda, è un fatto privato del singolo; 2) la religione è un fenomeno che va combattuto.

All'origine di questo modo di pensare c'è anche la polemica contro la Chiesa, intesa come istituzione dotata di una struttura gerarchica, di apparati, ecc. Quando invece si parla dell'islam, si è soliti dire che si tratta di un'altra cultura, la quale ha il diritto di organizzarsi come meglio crede, con la poligamia, la forma dello Stato e così via. Il tipico ragionamento occidentale mette al primo posto il rispetto per le altre culture, ma non quando si tratta dei cristiani d'Oriente.

Inoltre per il fatto che per molti la religione non ha senso, anche questo problema delle persecuzioni dei cristiani non è importante; molti poi hanno interpretato con categorie occidentali, spesso prese dal marxismo, realtà completamente diverse. Ciò ha portato a clamorose falsificazioni, come quella per cui la guerra civile del Libano era da considerare una lotta di classe, una guerra dei musulmani, poveri ed oppressi, contro i cristiani, ricchi e potenti. La realtà era del tutto diversa.

Un altro aspetto di questo problema: l'Occidente, che afferma di voler rispettare tutte le culture, si mobilita soltanto di fronte alle violazioni di valori che esso riconosce come fondamentali; per ciò che riguarda l'islam è il caso dell'infibulazione ed in genere della condizione della donna. Anche l'idea di tolleranza, che si è progressivamente affermata in Occidente, va considerata in questo ambito di problemi, perché tale idea si è evoluta in un atteggiamento pericoloso, per cui chi è diverso ha per ciò stesso più diritti e gode quasi di maggiori tutele. Questo modo di pensare ha effetto anche sulla nostra questione, perché si proietta erroneamente la situazione minoritaria dell'islam in Occidente e la condizione di svantaggio degli immigrati islamici su quanto accade là dove l'islam è maggioritario o addirittura religione di Stato.

L'Occidente sembra avere quasi un senso di colpa verso i paesi del terzo mondo...
È una delle tendenze che mi preoccupa: c'è una sistematica autocritica, spinta fino al masochismo, che sta corrodendo la società occidentale. Io la chiamo il meaculpismo: Sui giornali possiamo trovare ogni sorta di attacco al cristianesimo, ogni possibile sciocchezza sulla religione e sulle cose più sacre della nostra religione e nessuno si può permettere di obiettare nulla: c'è la libertà di pensiero. Ciò non vale se si scrive qualcosa di non gradito per le altre grandi religioni, in particolare sull'islam e l'ebraismo: allora subito tutti accorreranno ad accusare e condannare.

E tuttavia l'Occidente è molto cauto quando si tratta di Paesi importanti dal punto di vista economico.
Basta guardare al caso dell'Arabia Saudita, un paese dove i più elementari diritti dell'uomo sono ignorati sistematicamente, nel silenzio più assoluto anche delle grandi potenze. Tutti i Paesi, l'Italia come gli Stati Uniti, sanno che in Arabia Saudita il diritto del lavoro è contrario alle regole dell'umanità. Come si arriva ti viene ritirato il passaporto e tu diventi uno schiavo, non puoi uscire dal loro paese senza il loro permesso.

Ogni tanto si verifica un incidente diplomatico, perché un lavoratore occidentale viene maltrattato, ma poi tutto torna come sempre: il fatto è che a patire le ingiustizie sono soprattutto i lavoratori del terzo mondo (delle Filippine e dello Sri Lanka in primo luogo) e così nessuno parla. Posso capire le Filippine, perché il denaro proveniente dai lavoratori immigrati in Arabia Saudita è la prima fonte di ricchezza del paese, ma questa omertà è rivoltante nel caso dei Paesi occidentali. È un atteggiamento amorale che colpisce profondamente i popoli arabi, che oggi guardano all'Occidente con l'ammirazione che sempre si riserva ai potenti, ma anche con disprezzo perché essi comprendono che è l'Occidente ad essere senza principi.

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