Corso di Religione

Il senso religioso

         


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Una ipotesi della antropologia religiosa La famiglia umana -possiamo affermare oggi -nasce con l’ homo abilis/simbolicus/religiosus. Esiste nell'ambito della antropologia del sacro, una ipotesi scientificamente fondata : combinando le scoperte paleontologiche con quelle antropologiche l' ipotesi è che l’uomo sia comparso come essere religioso ! Da più di 5000 anni l'Homo religiosus ha fissato su pietra, argilla, papiro, pergamena, legno, e altro la  memoria della sua esperienza religiosa e delle sue credenze. Per questo fine egli ha usato segni e simboli , i linguaggi.

La paleoantropologia e la paleolinguistica ci dicono che nella storia umana, dall'emergere dell' Homo all'inizio del Paleolitico e in ogni tappa evolutiva abbiamo testimonianze  della religiosità umana : sepoltura, iscrizioni rupestri, attività di simbolizzazione, etc.

Una serie di ricercatori ha proposto questa ipotesi:
Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1770–1831), Soren Kierkegaard (1813–1855), William James (1842–1910), Mircea Eliade (1907–1986), Rudolf Otto (1884–1939), Friedrich Schleiermacher (1768–1834), Gerardus van der Leeuw (1890–1950), Karl Jaspers (1883–1969), Paul Tillich (1886–1995), Erich Fromm (1900–1980), Abraham Maslow (1908–1970), Erik Erikson (1902–1994), Langdon Gilkey (1919–2004), vc David Tracy (1939– ) ..etc.

Ma, come ? Gli antropologi del sacro ipotizzano che l'ominazione abbia a che fare con la  nascita di una nuova capacità : la percezione di  un al-di-la' delle cose, di una trascendenza , di una dimensione spirituale Gli studi sulle culture religiose antiche inducono ad ipotizzare che l'ominazione corrisponda ad una "esperienza religiosa originaria" di alcuni ominidi :  la jerofania della volta celeste .
La percezione della volta celeste come esperienza di trascendenza da parte dell’ homo habilis : il senso di  immensita', profondita', infinito, trascendenza , avrebbe "risvegliato" in lui o sarebbe "nato " il senso religioso ".. il Cielo rivela direttamente la sua trascendenza, la sua forza e la sua sacralità. La contemplazione della volta celeste, da sola, suscita nella coscienza primitiva una esperienza religiosa. " " Questa affermazione non implica necessariamente un naturismo . Per la mentalità arcaica la natura non è mai esclusivamente «naturale». L'espressione «contemplazione della volta celeste» ha un significato del tutto diverso se la riferiamo all'uomo primitivo, aperto a miracoli quotidiani con un'intensità per noi difficilmente immaginabile. Questa contemplazione equivale, per lui, ad una rivelazione .

La volta celeste è per eccellenza «cosa del tutto diversa» dalla pochezza dell'uomo e dal suo spazio vitale. Il Cielo si rivela quel che è in realtà: infinito, trascendente. Il simbolismo della sua trascendenza si deduce semplicemente dalla constatazione della sua infinita altezza.

«L'altissimo» diventa, nel modo più naturale, l' attributo di ogni divinità. Nell'antichità " ...le regioni superiori inaccessibili all'uomo, le zone sideree, acquistano i prestigi divini del trascendente, della perennità. Queste regioni sono la dimora degli  dèi e alcuni uomini privilegiati vi giungono per mezzo dei riti di ascensione celeste; fin lassù si innalzano, secondo le concezioni di certe religioni, anche le anime dei morti. L'«alto» è una categoria inaccessibile all'uomo in quanto tale; appartiene di diritto alle forze e agli esseri sovrumani; colui che si innalza salendo cerimonialmente i gradini di un santuario o la scala rituale che porta al Cielo, cessa di essere un uomo; le anime dei morti privilegiati, nella loro ascensione celeste, hanno abbandonato la condizione umana.

Tutto questo si deduce dalla semplice contemplazione del Cielo sarebbe però un grave errore considerarla una deduzione solo razionale. La categoria trascendente dell'«altezza», dell'ultraterrestre, dell'infinito, si rivela all'uomo tutto, alla sua intelligenza non meno che alla sua anima.

Il simbolismo è un dato immediato della coscienza totale, vale a dire dell'uomo che scopre di essere uomo, che prende coscienza della propria posizione nell'Universo; queste scoperte primordiali sono legate al suo dramma in modo tanto organico che lo stesso simbolismo determina sia l'attività del suo subconscio, sia le più nobili espressioni della sua vita concettuale.

Insistiamo dunque su queste distinzioni:
se il simbolo e il valore religioso del Cielo non sono dedotti, in modo logico dall'osservazione calma, obiettiva della volta celeste, non sono tuttavia prodotto esclusivo dell'affabulazione mistica e delle esperienze irrazionali religiose." " Ripetiamolo: il Cielo rivelò la propria trascendenza prima di venir valorizzato religiosamente : il Cielo «simboleggia» la trascendenza, la forza, l'immutabilità, semplicemente con la sua esistenza . Esiste perchè è alto, infinito, immutabile, potente." ".. Che il semplice fatto di essere «alto», di trovarsi «in alto», equivale ad essere «potente» (nel senso religioso della parola) e ad essere, in quanto tale, saturo di sacralità, è dimostrato dall'etimologia stessa di certi dèi.

Per gli Irochesi, tutto quel che possiede orenda si chiama oki, ma il senso della parola oki sembra sia «chi sta in alto»; troviamo perfino un Essere Supremo celeste chiamato Oke.


Le popolazioni Sioux (Plain Indians dell'America del Nord) esprimono la forza magico-religiosa (mana, orenda ecc.) col termine wakan, foneticamente molto vicino a wakàn, wankàn, che in lingua dakota significa «in alto, al disopra»; il sole, la luna, il fulmine, il vento possiedono wakàn, e questa forza è stata personificata , sebbene imperfettamente, in Wakan, che i missionari traducono «Signore», ma che è, più esattamente, un Essere Supremo celeste, manifestantesi specialmente nel fulmine.

La divinità suprema dei Maori si chiama Iho; iho vuol dire «eccelso, in alto».
I negri Akposo conoscono un dio supremo Uvolavu; il nome significa «ciò che sta in alto, le regioni superiori».
Si potrebbero moltiplicare gli esempi...


.. «l'altissimo, il lucente, il cielo», sono nozioni esistite più o meno manifestamente nelle espressioni arcaiche con le quali i popoli civili esprimevano l'idea di divinità. La trascendenza divina si rivela diettamente nell'inaccessibilità, nell'infinità, nell'eternità e nella forza creatrice del cielo (pioggia).


Il modo di essere "celeste" è una ierofania inesauribile. Di conseguenza tutto quel che avviene negli spazi siderei e nelle regioni superiori dell'atmosfera - la rivoluzione ritmica degli astri, le nuvole che si inseguono, le tempeste, il fulmine, le meteore, l'arcobaleno - sono momenti di questa medesima ierofania.

Quando si sia personificata questa ierofania, quando le divinità del Cielo si siano rivelate, prendendo il posto della sacralità celeste come tale, è difficile precisare.
Una cosa però è certa, che le divinità celesti sono state, fin dall'inizio, divinità supreme; che le loro ierofanie, diversamente drammatizzate dall'esperienza mitica, son rimaste, in seguito, ierofanie uraniche; e quella che si potrebbe chiamare la storia delle divinità celesti è in gran parte la storia delle intuizioni di «forza», di «creazione», di «leggi» e di «sovranità».

(M.Eliade Trattato di storia delle religioni)

L'attività di simbolizzazione religiosa, specifica dell'homo sapiens , permette di collocare l'homo religiosus al centro della "umanizzazione" Tutti gli studi scientifici di antropologia del sacro, quelli di Mircea Eliade segnatamente e ultimamente di J. Ries , giungono a questa conclusione : La religiosità non è un momento, una tappa della coscienza dell' uomo : ne è una realtà costitutiva. L'uomo nasce come essere religioso : l'homo religiosus è tipicamente, l'uomo . La Psicologia della religione : "L'homo religiosus fa parte della storia ontologica dell'essere umano"( Giacomo Dacquino-psicologo  docente e ricercatore in : CREDERE E AMARE)

«La dimensione religiosa, al di là del fatto di essere credenti o non credenti, fa parte della vita. Tutte le persone sono religiose, anche se non sanno di esserlo o professano di non esserlo. Tutte avvertono la propria finitudine, la contingenza, la precarietà. Tutte si pongono domande sul senso della vita e della morte, del «prima» e dei «dopo»: «Chi sono? Da dove vengo? Dove vado? Perché il dolore?».

Ma ci sono interrogativi cui nessuno può dare una risposta soddisfacente. Per questo si ha bisogno di sovrumano, che nella terminologia cristiana corrisponde al " bisogno di Dio"
L'homo religiosus fa parte della storia ontologica dell'essere umano. Infatti il suo cammino evolutivo si è concretizzato in varie religioni, ad esempio in quelle dell'Egitto o della Cina di 5000 anni fa, dei pigmei dell'Africa di 20.000 anni fa. La religione degli aborigeni australiani risale addirittura a 200.000 anni indietro, e si trovano vestigia di credenze nel «culto del cranio» fin da 900.000 anni a.C.»

«...Tempo fa, durante un'intervista televisiva, un giornalista mi domandò a bruciapelo: «Sul divano dello psicoanalista s'incontra Dio?». Ho analizzato credenti di varie confessioni religiose, ho avuto in cura atei nevrotici e atei maturi, ma non ho mai incontrato Dio, né la Madonna e nemmeno il diavolo. Però ho scoperto qualcos'altro.

In tutti i miei pazienti ho rilevato una caratteristica psicologica costante: la relìgiosità, un valore della personalità, un fenomeno naturale che si struttura e si sviluppa nel rapporto figlio-genitori e che si manifesta nella condotta religiosa. Emerge da molti segni: dal modo di giacere sul lettino a «mani giunte», dai lapsus, dai contenuti latenti dei sogni ecc.

Ho definito la religiosità come un fenomeno naturale, anche se si accompagna alla disponibilità al sovrumano o al soprannaturale; può dunque corrispondere al rapporto con il trascendente, oggettivarsi o meno, agganciarsi o no a una religione definita, ma può anche essere indipendente da un credo specifico.

Non bisogna infatti identificare la religiosità con l'affiliazione a un gruppo religioso, poiché l'adesione istituzionale e cultuale è la conseguenza di interessi e di preferenze individuali.

E' necessario distinguere tra «religiosità» e «religione», due realtà da non confondere, due valori che a volte concordano . Se religione è anche religiosità, in quanto ne è l'oggetto, non è vero il contrario, come è riscontrabile ad esempio nell'ateo.» 

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6 -  L' IPOTESI DELLA ANTROPOLOGIA RELIGIOSA

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