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L'universo e la sua struttura Come sono nati l'universo, il cielo, la Terra, gli uomini? E ancora: che cosa c'era prima? Che cosa ci sarà dopo? E ci sarà un dopo? E, soprattutto, perché tutto questo? Il Big Bang
Secondo Anassimandro, ad esempio, tutta la materia deriva da un principio primo, da lui chiamato apeiron (" illimitato"). Secondo Leucippo e Democrito i mondi si formano e si disgregano, e la materia è costituita da particelle indivisibili, gli atomi. I Greci scoprirono la sfericità della Terra, e descrissero il movimento dei pianeti con modelli sempre più complessi. Aristarco di Samo propose nel III secolo a.C. il modello eliocentrico ma, in assenza di una corretta fisica del moto, e anche per ragioni filosofiche, prevalse il modello geocentrico, che durante il Medioevo si inserì in modo naturale nella visione antropocentrica del cristianesimo. Il sistema eliocentrico fu riproposto soltanto nel 1543, anno della pubblicazione del De Revolutionibus Orbium Coelestium di Copernico, e si impose grazie ai lavori di Tycho Brahe, Keplero, e Galileo. Con l'affermazione del sistema copernicano risultò evidente che le stelle erano altrettanti soli, forse infiniti, con infiniti mondi abitati (come sostenuto da Giordano Bruno, bruciato sul rogo per eresia nel 1600). Nei Principia Mathematica (1687), Isaac Newton formulò la celebre legge di gravitazione universale, secondo la quale la forza di attrazione di due corpi è proporzionale al prodotto delle loro masse e inversamente proporzionale al quadrato della loro distanza. Per la prima volta veniva scoperta una legge fisica valida ovunque, sia sulla Terra che nello spazio (di qui la sua qualifica di universale). Oggi sappiamo che la gravità è una delle quattro forze fondamentali presenti in natura; le altre sono l'elettromagnetismo, l'interazione forte e quella debole. La gravità è in realtà la meno intensa delle quattro (basti notare che la forza di repulsione elettromagnetica fra due elettroni è circa 1040 volte superiore alla loro attrazione gravitazionale), ma le interazioni forte e debole hanno un raggio di azione limitato, e l'elettromagnetismo ha cariche opposte che tendono a neutralizzarsi. Ecco perché il moto dei corpi celesti è dovuto alla gravità. Il tentativo di applicare la legge di gravitazione all'universo intero, edificando in tal modo una cosmologia newtoniana, si urta però a dei limiti importanti. Una distribuzione inizialmente statica e finita di stelle nello spazio sarebbe destinata a "crollare" su se stessa, e l'universo non potrebbe dunque essere né stabile né eterno. A Newton parve allora naturale supporre una distribuzione uniforme di stelle nello spazio infinito. In tal caso, però, non è possibile ottenere una descrizione matematicamente coerente nell'ambito della fisica newtoniana. Per avere una descrizione dinamica dell'universo occorre anche sapere come è distribuita la materia nello spazio ma, se a partire dal 1838 fu possibile misurare le distanze delle stelle più vicine, fino agli inizi del XX secolo non fu possibile determinare né la distanza né la natura delle nebulose, in particolare di quelle a spirale. Per questi motivi, mentre da un lato la meccanica newtoniana conobbe, nel XVIII e XIX secolo, una serie di straordinari successi, portando alla previsione del ritorno delle comete periodiche, alla scoperta di Nettuno, al calcolo delle orbite dei pianetini, dall'altro non si ebbe invece la nascita di una cosmologia scientifica, anche se vi furono le importanti osservazioni da parte di William Herschel, mirate a determinare la struttura della Via Lattea e la natura delle nebulose. Herschel, almeno in un primo tempo, si convinse che le nebulose fossero sistemi stellari come la Via Lattea. Questa ipotesi era stata già avanzata, insieme ad altre speculazioni cosmologiche, da Thomas Wright e da Immanuel Kant. Degna di nota è inoltre la concezione dell'universo come ammasso omogeneo di sistemi stellari, nato in seguito alla frammentazione di una particella primordiale, che viene descritta da Edgar Allan Poe nel suo poema in prosa Eureka (1848); si tratta sostanzialmente di una versione newtoniana dell'atomo primitivo di Lemaître, di cui tratteremo più avanti.
Come sono nati l'universo, il cielo, la Terra, gli uomini? E ancora: che cosa c'era prima? Che cosa ci sarà dopo? E ci sarà un dopo? E, soprattutto, perché tutto questo? A queste domande l'uomo ha sempre cercato di dare una risposta, in tutte le epoche e in tutte le culture e a questi quesiti possiamo dire che, ancora oggi, cerca di trovare spiegazione: agli antichi racconti mitici si sono sostituiti i modelli scientifici, anche se, talvolta, un qualche ricordo di quei miti ancora rimane, sia nell'immaginario comune, che in quello scientifico. Il mito greco dell'origine del Mondo e degli dèi, che abbiamo molto succintamente riassunto, così come molti altri aspetti della cultura greca, ha una profonda derivazione dall'ambito del Vicino Oriente. Ricordiamo, esempio tra i tanti che si potrebbero fare, il Ciclo di Baal, che comprende una raccolta di testi mitopoietici, provenienti da quella regione che si estende dal Sinai all'Eufrate, compresa tra il Mediterraneo e il deserto arabico, che era indicata dai greci con il termine complessivo di Siria. Scritti da copie anteriori o da antica tradizione orale tra il XV e il XIV secolo a.C., vennero ritrovati nell'antica Ugarit, vicino all'odierna Latakîja (Laodicea), considerata una delle prime città del mondo, insieme a Ur e Uruk. Il Ciclo narra la lotta del dio Baal, signore della fertilità, con il dio Jamm, signore del mare e con Mut, divinità del mondo sotterraneo, e vi viene ricordato il principio delle cose: Senza confini e senza tempo era l'Aria (1) Riconosciamo, così, in questo Vento incessante e nel suo atto d'amore, il Caos e l'Energia dell'Amore primordiale presenti nel successivo mito greco, ma soprattutto emerge una sostanziale differenza tra queste idee cosmogoniche e quelle di altre culture.
Come risulta, infatti, dal confronto fra le prime parole della Genesi, nell'Antico Testamento, ed i miti (greco ed ugaritico) ricordati prima, mentre nelle grandi religioni monoteiste un dio preesiste alla creazione, nella maggior parte delle altre religioni - soprattutto delle più antiche - la "teogonia", la storia della nascita degli dèi, viene spesso preceduta dalla "cosmogonia", la storia della nascita del Tutto, e le stesse divinità sono immaginate essere generate da un elemento primordiale, da un "principio creatore", sia esso il Desiderio, l'Albero della Vita, l'Uovo cosmico, l'Acqua, il Vuoto, il Caos, il Vento. In uno dei più antichi testi letterari conosciuti, l'indiano Rigveda, composto tra 4000 e 3500 anni fa - quasi contemporaneo, quindi, al Ciclo di Baal - si trovano già invocati tali princìpi creatori. L'Albero cosmico, simbolo della crescita e dell'espansione del Mondo e contemporaneamente della sua unicità, si ritrova in India, in Mesopotamia e in Scandinavia. Il Desiderio è presente sia nei Fenici che nei Maori, l'Uovo nei Veda e nei Dogon, il gigante P'an-kou in Cina e la Volta celeste nel mito di Orfeo. Presenti, quindi, in quasi tutte le culture, tali princìpi generatori appaiono come degli archetipi del pensiero cosmogonico, simboli primitivi e universali che appartengono all'inconscio collettivo, il che spiega le apparenti analogie che si ritrovano in diversi di questi miti, senza necessariamente introdurre la necessità di un'unica cultura - terrestre o extraterrestre - che preesistesse a tutte le altre oggi conosciute. Come sostenne Frazer, uno dei fondatori dell'antropologia sociale, nel suo classico studio sulla magia e la religione, Il ramo d'oro, tali analogie "sono effetto di cause simili, che agiscono in maniera analoga sulla costituzione della mente umana in diversi paesi e sotto diversi cieli".
Per trovare quelle cause simili è sufficiente, infatti, cercare di guardare con uno sguardo lontano dal nostro quotidiano, di cittadini di un Occidente evoluto, a quello che poteva essere una volta il rapporto dell'uomo con la natura: con la volta stellata, con la nascita delle piante e degli animali, con il vento e la pioggia e la neve, con le acque, con il fuoco. Da una parte, la necessità di cercare di sopravvivere a quegli elementi, al buio immanente dopo il tramonto del Sole, alla forza degli uragani, alla violenza del mare, agli incendi delle boscaglie o della savana. Dall'altra, il desiderio, sempre presente, di cercare di utilizzare la natura per i propri bisogni: osservare il cielo per misurare il tempo, studiare i venti per percorre il mare, conoscere le variazioni stagionali per le attività agricole e pastorali, usare e dominare il fuoco. Dall'altra parte, ancora, la speranza che quelle conoscenze, che faticosamente consentivano di sopravvivere alla natura, non venissero rese vane da improvvise modificazioni nel loro aspetto, così ansiosamente osservato, registrato, studiato; modificazioni che non potevano avvenire se non per cause esterne all'uomo e riposte, perciò, in qualcos'altro, o qualcun altro, che quegli aspetti della natura era in grado di dominare meglio ancora dell'uomo: un essere superiore, una divinità. Ecco, allora, l'impulso di proiettare le proprie aspettative e le proprie certezze, o incertezze, verso queste divinità, intese, quindi, come messaggeri o itinerari verso l'ignoto, verso quella natura così poco conosciuta e nello stesso tempo così mutevole e ostile. Molti di questi miti, come si diceva, hanno lasciato traccia nella nostra cultura e talora, in modo più o meno cosciente e più o meno esplicito, finiscono per riaffiorare, ovviamente, anche nella cultura di coloro che si occupano di scienza e, in particolare, di coloro che si occupano proprio di quei problemi scientifici che appaiono più vicini ai tentativi di dare una risposta "certa" a quelle domande fondamentali che proponevamo poc'anzi. Cosa c'è di profondamente e consciamente diverso dalla ricerca di un universo immobile ed eterno nella "costante cosmologica", introdotta nel 1917 da Einstein nelle equazioni della Relatività generale? Quanto la frammentazione di un "atomo primitivo", prevista da Georges Lemaître nel 1931 e che aveva quasi in nuce la teoria del Big Bang, è diversa dall'idea dell'esplosione di un Uovo cosmico iniziale? E la creazione continua di materia, al ritmo di un atomo di idrogeno per metro cubo di spazio, prevista dal "modello dello stato stazionario", avanzato nel 1948 da Hermann Bondi e Thomas Gold in opposizione alla teoria del Big Bang, non ha forse in sé qualcosa degli antichi miti che narravano di divinità perpetuamente immanenti nella creazione? Il Mondo non generato e non distruttibile di Aristotele non si oppone qui, forse, al Cosmo del Timeo platonico, che ha avuto un inizio ed avrà una fine, così come lo stato stazionario si oppose al Big Bang? Esula, certamente, dagli stretti spazi di questo intervento un esame ed una discussione complessiva, sia della vastissima storia dei pressoché infiniti miti sull'origine, sia della loro altrettanto vasta influenza sulla cultura dei tempi nei quali i vari miti sono emersi e sulle culture successive, fino alla nostra. Ci pare, tuttavia, importante sottolineare come il termine greco μυθος, che noi usiamo per identificare tutte quelle idee che nel tempo ci hanno parlato di qualcuno (o qualcosa) che ha presieduto alla creazione del Mondo e della vita e ne ha guidato gli sviluppi successivi, voglia dire semplicemente - e non per caso - racconto. Come tale, infatti, e senza una necessaria immedesimazione, finiva per essere usato da coloro che tali "miti" raccontavano - dalla Teogonia di Esiodo alle Metamorfosi di Ovidio - e, molto probabilmente, anche recepito da coloro ai quali questi "racconti" erano diretti. È solo nelle religioni monoteiste che il "racconto" sull'origine perde la configurazione di "mito" per divenire "verità rivelata"; verità dalla quale poi realmente far discendere tutta la conoscenza. Ma questo non deve stupire, se ricordiamo come queste religioni abbiano avuto la loro culla in quel Vicino Oriente nel quale la separazione tra il "racconto" delle cose avvenute, anche fantastiche, e la realtà del vissuto quotidiano non era (e talora non è ancora oggi) così netta e comprensibile come, al contrario, appare divenire sempre di più nel mondo greco. In particolare, dopo la fioritura di quelle correnti di pensiero, disperse nella vasta culla della Magna Grecia e che per semplicità di periodizzazione storica si fanno iniziare nel VII-VI secolo a.C., con Talete e con la Scuola ionica. Allora, per la prima volta, appare nel mondo occidentale un modo diverso di sentire e cercare di comprendere le cose della natura: un tentativo di separare il "mito", il "racconto", dall'osservazione dei fenomeni e dal tentativo di spiegazione degli accadimenti. I primi animali furono prodotti nell'umidità e furono coperti di un tegumento villoso; col passare del tempo si diffusero sulla Terra. [...] Quando l'involucro si aprì, cambiarono subito il loro modo di vivere; le creature viventi nacquero dall'elemento umido fatto evaporare dal Sole. Dapprima l'uomo somigliava ad un altro animale, cioè ad un pesce. (3) Così spiegava l'origine della vita Anassimandro, nel VI secolo a.C. (200 anni dopo Esiodo), e questo non è sicuramente un "mito"! Vediamo qui, pur nella semplicità - e anche nell'ingenuità - della descrizione, un primo tentativo di elaborare un concetto di evoluzione. Si pensi a quanto è stato detto riguardo alle idee di Darwin, alle accuse che ha ricevuto ben ventiquattro secoli dopo Anassimandro e alle critiche cui ancora oggi vengono sottoposte alcune idee evoluzioniste da parte di coloro che ritengono ineliminabile la presenza, nel nostro Universo, di un qualche intervento di creazione. Sia esso avvenuto solo "in principio", lasciando che poi "il caso" o "la necessità" (per parafrasare il titolo di un celebre libro di Jacques Monod) agissero ad agglutinare elementi semplici sino a costituire l'Homo sapiens. Sia, invece, questo intervento continuo e quasi quotidiano a guidare l'evoluzione lungo una strada che "doveva" portare a vedere l'universo come è oggi. Un universo nel quale le leggi della fisica, che noi conosciamo e che continuiamo ancora a cercare di conoscere meglio, non potessero dare modo alla nostra Galassia, al nostro Sole, alla Terra, all'atmosfera di formarsi in modo sia pure di poco diverso. Pena, l'impossibilità di arrivare alla nascita (o alla creazione?) della vita e dell'uomo e... se ci si consente l'immodestia di un uso esageratamente integralista del finalismo profondamente presente in certe posizioni, pena l'impossibilità di arrivare a consentire oggi a noi di scrivere queste righe e al lettore di leggerle.4 Ritornando al mito greco ricordato all'inizio, va sottolineata l'importanza, al suo interno, svolta dalla figura di Κρονος, il Tempo. Emerge dal breve racconto come il "tempo" venga creato dopo altri personaggi, ma come sia la sua presenza (e il suo atto di parricidio) a dare origine allo "spazio" e agli eventi successivi. Naturalmente, anche il problema dell'origine del tempo è stato uno dei problemi discussi dalle cosmogonie e non tutte le culture lo hanno affrontato e tentato di risolvere nello stesso modo. Esisteva il tempo prima della creazione delle altre cose, spazio e divinità creatrice compresa? Scorre il tempo in modo lineare, simile ad una freccia, come considerato nella cultura occidentale? Oppure si avvolge intorno a se stesso, simile ad un serpente, come in alcune culture dell'India? E, in entrambi i casi, ha avuto un origine? Se esisteva prima della creazione del Mondo, allora fa parte o meno del Mondo stesso, qualunque sia ora il senso del suo scorrere? Sant'Ambrogio, nel IV secolo, scrisse nell'Hexameron che Dio creò il Cielo e la Terra all'inizio del tempo e, quindi, il tempo non sarebbe esistito prima del Mondo e più tardi, nel XIII secolo, Guglielmo d'Auvergne, nel De Universo, sostenne che, come il Mondo comprende tutto lo spazio e non esiste un "di fuori", il tempo, iniziato a scorrere all'atto della creazione, non ha un "prima", poiché contiene tutti i tempi. Dunque, nel "tempo che ha preceduto l'inizio del tempo" - si chiedeva Guglielmo, affermando contemporaneamente l'inconsistenza della domanda - esisteva qualcosa? Porsi tali questioni equivale, da un punto di vista concettuale, a chiedersi oggi: cosa c'era prima del Big Bang? In quale spazio si sta espandendo il nostro Universo? La cosmologia moderna non evita questa domanda, ma, poiché la nostra scienza non ama lasciare dei paradossi insoluti, ecco che la risposta, molto semplicemente, è: l'Universo coincide con lo spazio-tempo e la sua origine non può essere considerata come un fenomeno temporale. Fig. 6. Simulazione al calcolatore per visualizzare la nascita dello spazio-tempo: secondo la teoria dell'inflazione caotica, il vuoto quantico è esploso alla fine dell'era di Planck generando uno o più universi in rapida espansione. (A. Linde, Stanford University) In qualche modo, ammantati dalla Relatività generale e dalla meccanica quantistica, siamo, allora, tornati daccapo ai nostri miti sulle origini. Anche la scienza moderna ha, così, creato un suo mito cosmogonico, nonostante risuonasse da lontano il divieto di Tommaso d'Aquino nella Summa theologica: "Che il Mondo abbia avuto un principio è oggetto di fede, indimostrabile, e non oggetto di scienza". Divieto ribadito da Alberto Magno nella Physica: "Il principio del Mondo per creazione non è affatto fisico e non può essere provato dalla fisica". Temo che non se ne esca; proviamo, quindi, a concludere con altre parole dal Ciclo di Baal ricordato all'inizio:
Vi si ritrovano, come abbiamo visto, sia le tracce originarie di alcune delle più antiche cosmogonie, sia, nella "miscela umida", la reminiscenza dell' "elemento umido fatto evaporare dal Sole" dal quale Anassimandro fa nascere le creature viventi, ma soprattutto - e per questo ci piace qui ricordarlo - appare estremamente significativa l'ultima frase, laddove vengono ricordati esseri nati dall'Uovo, dapprima incoscienti, poi coscienti. E quale primo atto di coscienza, ecco la "contemplazione dei cieli". È dunque sin dai primi, più antichi miti che hanno formato la nostra cultura che, come primo gesto di autoaffermazione dell'Homo sapiens, compare il suo sguardo rivolto al cielo, a porsi quelle domande che ricordavamo all'inizio e a cercare di rispondervi, per seguire la "virtute e conoscenza" dell'Ulisse dantesco, nonostante ed oltre i vani tentativi di tutti coloro che hanno cercato - e cercano ancora - di porre dei limiti invalicabili a quella "virtute" e anche a quella "conoscenza". 1M. LACHIÈZE-REY, J.-P. LUMINET; Figures du ciel de l'harmonie des sphères à la conquête spatiale, Bibliothèque nationale de France, Seuil, 1998. Evoluzione e crazione :lo stato della questione. Proponiamo un articolo di Fiorenzo Facchini, direttore dell'Istituto di Antropologia della università di Bologna , attraverso il quale si può avere una idea generale dello stato delle questioni relative al problema delle origini dell'uomo. “Evoluzione
e creazione” Evoluzione e creazione non sono in alternativa tra loro. «L'evoluzione è un fenomeno che rientra negli orizzonti delle scienze naturali,
la creazione è un evento che sfugge al controllo sperimentale e viene
affermato essenzialmente in base a considerazioni filosofiche e religiose. Ai
due interlocutori vanno posti quesiti che rientrano nel loro ambito. Certe affermazioni dei "creazionisti" americani hanno suscitato nell'ambiente scientifico reazioni ispirate a un certo dogmatismo nella difesa del neodarwinismo e hanno fatto riemergere posizioni scientiste, tipiche della cultura ottocentesca. Molte volte si ha l'impressione che la confusione regni sovrana. Anche la vicenda dei nuovi programmi di scienze nelle scuole italiane, in cui in un primo tempo l'evoluzione è stata cassata e poi riammessa, è il segno di qualche disorientamento derivante da conoscenze non adeguate del problema. È del mese scorso il pronunciamento del giudice federale Jones, in Pennsylvania, sulla non ammissibilità dell'insegnamento dell’Intelligent Design (versione recente del creazionismo scientifico, di cui si parlerà più avanti, basato su una interpretazione letterale della Genesi), come teoria alternativa a quella della evoluzione da insegnare nei corsi di scienze. Su questa materia il magistero della Chiesa, particolarmente negli interventi di Giovanni Paolo II, si è espresso con grande chiarezza e apertura in varie occasioni. Di recente, nel 2004, è stato pubblicato, con l'approvazione del cardinale Joseph Ratzinger, un documento della Commissione Teologica Internazionale dal titolo: "Comunione e servizio. La persona umana creata a immagine di Dio". LA SCIENZA Nel mondo scientifico - Si ritiene che la vita sulla terra sia incominciata in ambiente acquatico intorno a 3,5-4 miliardi di anni fa con esseri unicellulari, i procarioti, sprovvisti di vero nucleo. Essi si ritrovano a lungo senza cambiamenti fino a 2 miliardi di anni quando compaiono i primi eucarioti (unicellulari con nucleo) nelle acque che ricoprivano il pianeta. I viventi pluricellulari tarderanno a venire. Dalla loro comparsa, 1 miliardo di anni fa, il ritmo evolutivo procederà ancora lento e non generalizzato. - Sarà durante il Cambriano, fra 540 e 520 milioni di anni fa, che si svilupperanno in modo quasi esplosivo le principali classi dei viventi. E presumibile che per molto tempo non vi siano state sulla terra le condizioni idonee per l'evoluzione degli animali e vegetali oggi viventi. - Ma la successione con cui compaiono pesci, anfibi, rettili, mammiferi, uccelli e la grande rapidità con cui evolvono sono un problema ancora da chiarire. Negli ultimi minuti dell'orologio della vita si forma la linea evolutiva che ha portato all'uomo. - Intorno a 6 milioni di anni fa viene vista la divergenza fra la direzione evolutiva che ha portato alle scimmie antropomorfe e la direzione che ha portato a un cespuglio di forme, gli Ominidi, fra cui intorno a due milioni di anni fa si individua la linea evolutiva umana. -Prima della forma umana moderna, le cui più antiche espressioni si ritrovano intorno a 150.000 anni fa, sono esistite altre forme umane, classificate come Homo Erectus e, prima ancora Homo Habilis, alle quali va ricongiunto Homo Sapiens. La ricostruzione delle varie tappe è compito della paleoantropologia a cui si aggiungono le moderne indagini biomolecolari sul DNA per individuare analogie e differenze a livello genetico, da riportare a un'ascendenza comune. Quanto ai fattori e alle modalità evolutive il discorso è tutto aperto. La felice intuizione di Darwin, e insieme con lui, anche se meno famoso, di Wallace, sull'importanza della selezione naturale operante sulle piccole variazioni della specie che si formano casualmente (i cosiddetti errori nella replicazione del DNA secondo la sintesi moderna) rappresenta un modello interpretativo che viene esteso da molti a tutto il corso evolutivo. Altri studiosi lo ammettono per la microevoluzione, ma non ritengono adeguato questo meccanismo, fondato sulla casualità delle piccole variazioni (o mutazioni), per spiegare in tempi relativamente brevi la formazione di strutture assai complesse e delle grandi direzioni evolutive dei vertebrati. A questo proposito vanno tenuti presenti i possibili sviluppi della biologia evolutiva nello studio dei geni regolatori che possono comportare sensibili cambiamenti morfologici. - Esperimenti compiuti su geni regolatori che guidano lo sviluppo embrionale di crostacei permetterebbero di ipotizzare la possibilità del formarsi di nuovi piani organizzativi per una singola mutazione genetica. Ricerche in questa direzione potrebbero aprire nuovi orizzonti. - Resta poi sempre da vedere se le cause di queste mutazioni siano del tutto casuali o possano avere avuto qualche orientamento preferenziale. Nel processo evolutivo una particolare attenzione dovrebbe essere sempre data ai mutamenti ambientali. - L'ambiente può svolgere un ruolo di rallentamento, come forse è stato nei primi miliardi di anni della vita sulla terra, o di accelerazione, come negli ultimi 500 milioni di anni. Non ci troveremmo qui a parlare di queste cose se una ventina di milioni di anni fa non ci fosse stata la formazione del Rift africano, con valli e regioni aperte che hanno consentito l'evoluzione del bipedismo e dell'uomo. La storia della vita suggerisce che lo sviluppo dei viventi ha richiesto una coincidenza di fattori genetici e di condizioni ambientali favorevoli in una serie di eventi naturali. A questo punto possono porsi due interrogativi: IL MAGISTERO CATTOLICO Quanto .. al momento in cui è comparso l'uomo non siamo in grado di stabilirlo. -Si possono però cogliere i segni della specificità dell'essere umano, come ha notato Giovanni Paolo II nel citato messaggio del 1996. - Questi segni possono essere riconosciuti anche nei prodotti della tecnologia, nella organizzazione del territorio, se rivelano progettualità e significato nel contesto di vita. In una parola sono le manifestazioni della cultura che possono orientare in modo più chiaro nell'individuare la presenza umana. Le manifestazioni della cultura si collocano in un
piano extrabiologico ed esprimono un trascendimento (come riconoscono
Dobzhansky, Ayala e altri scienziati evoluzionisti), una discontinuità,
che sul piano filosofico viene considerata di natura ontologica. Ma la delimitazione del livello evolutivo in cui può essere riconosciuto l'uomo, se cioè 150.000 anni fa con Homo Sapiens o anche 2 milioni di anni fa con Homo Habilis, è materia di discussione sul piano scientifico più che su quello filosofico o teologico. Giovanni Paolo II nel messaggio dell'ottobre 1996 alla Pontificia Accademia delle Scienze ha riconosciuto alla evoluzione il carattere di teoria scientifica, in ragione della sua coerenza con le vedute e le scoperte di varie branche della scienza. Nello stesso tempo rilevava che esistono diverse teorie esplicative del processo evolutivo, tra cui anche alcune che per l'ideologia materialista cui si ispirano non sono accettabili per un credente. Ma in questo caso non è in gioco la scienza, ma una ideologia. Il citato documento "Comunione e servizio" dà per scontato
il processo evolutivo. LA BIBBIA Quanto alla creazione, la Bibbia parla di una dipendenza radicale di tutti gli esseri da Dio e di un disegno, ma non dice come ciò si sia realizzato. L'osservazione empirica coglie l'armonia dell'universo che si basa su leggi e proprietà della materia e rimanda necessariamente a una causa superiore, non con dimostrazioni scientifiche, ma in base a un retto ragionare. Negarlo sarebbe un'affermazione ideologica e non scientifica. La scienza in quanto tale, con i suoi metodi, non può dimostrare, ma neppure escludere che un disegno superiore si sia realizzato, quali che siano le cause, all'apparenza anche casuali o rientranti nella natura. "Anche l'esito di un processo naturale veramente contingente può rientrare nel piano provvidenziale di Dio per la creazione" si osserva nel citato documento "Comunione e servizio". Ciò che a noi appare casuale doveva esser certamente presente e voluto nella mente di Dio. Il progetto di Dio sulla creazione può realizzarsi attraverso le cause seconde con il corso naturale degli eventi, senza dover pensare a interventi miracolistici che orientano in una o nell'altra direzione. "Dio non fa le cose, ma fa in modo che si facciano", ha osservato Teilhard de Chardin. E il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma: L'altro punto delicato è rappresentato dall'uomo, che non può considerarsi
un prodotto necessario e naturale della evoluzione. L'elemento spirituale
che lo caratterizza non può emergere dalle potenzialità della
materia. Maritain ha osservato che la trascendenza dell'uomo in forza dell'anima avviene "grazie all'intervento finale di una scelta libera e gratuita operata da Dio creatore che trascende tutte le possibilità della natura materiale". Quando, dove e come Dio ha voluto, si è accesa dunque la scintilla dell'intelligenza in uno o più Ominidi. - La natura ha la potenzialità di accogliere lo spirito secondo la volontà di Dio creatore, ma non può produrlo da sé. In fondo, è quello che avviene anche nella formazione di ogni essere umano ed è ciò che fa la differenza tra l'uomo e l'animale; un'affermazione che si colloca fuori dalla scienza empirica e, in quanto tale, non può essere né provata né negata con le metodologie della scienza. Giovanni Paolo II in un discorso a un simposio
su "Fede cristiana
e teoria dell'evoluzione", nel 1985, affermava: Il Catechismo della Chiesa Cattolica osserva che "la creazione non è uscita dalle mani del Creatore interamente compiuta" (n. 302). Dio ha creato un mondo non perfetto, ma "in stato di via verso la sua perfezione ultima. Questo divenire nel disegno di Dio comporta con la comparsa di certi esseri la scomparsa di altri, con il più perfetto anche il meno perfetto, con le costruzioni della natura, anche le distruzioni" (n. 310). IL DISEGNO INTELLIGENTE Come noto, i sostenitori dell’Intelligent Design (ID) non negano l'evoluzione, ma - affermano che la formazione di certe strutture complesse non può essere avvenuta per eventi casuali, ma ha richiesto interventi particolari di Dio nel corso dell'evoluzione e risponde a un progetto intelligente. A parte il fatto che in ogni caso non basterebbero mutazioni delle strutture biologiche perché occorrono anche cambiamenti ambientali, con il ricorso a interventi esterni suppletivi o correttivi rispetto alle cause naturali viene introdotta negli eventi della natura una causa superiore per spiegare cose che ancora non conosciamo, ma che potremmo conoscere. Ma così non si fa scienza. Ci portiamo su un piano diverso da quello scientifico. Se il modello proposto da Darwin viene ritenuto non sufficiente, se ne cerchi un altro, ma non è corretto dal punto di vista metodologico portarsi fuori dal campo della scienza pretendendo di fare scienza. La decisione del giudice della Pennsylvania appare dunque corretta. - L'ID non appartiene alla scienza e non si giustifica la pretesa che sia insegnato come teoria scientifica accanto alla spiegazione darwiniana. Si crea solo confusione tra il piano scientifico e quello filosofico o religioso. -Non è neppure richiesto in una visione religiosa per ammettere un disegno generale sull'universo. Meglio riconoscere che il problema dal punto di vista scientifico rimane aperto. LE TEORIE DEL CASO Se si esce dall'economia divina che agisce attraverso le cause seconde (quasi ritraendosi dalla sua opera di creatore), non si capisce perché certi eventi catastrofici della natura o linee o strutture evolutive senza significato o mutazioni genetiche dannose non siano state evitate in un progetto intelligente. Purtroppo al fondo di tutto CONCLUSIONE Per concludere, in una visione che va oltre l'orizzonte empirico, possiamo dire che non siamo uomini per caso e neppure per necessità, e che la vicenda umana ha un senso e una direzione segnate da un disegno superiore. Il problema delle origini dell'uomo Il problema scoppiò il secolo scorso con la teoria darwiniana dell'evoluzione, e divise subito l'opinione pubblica tra evoluzionisti e creazionisti. Evoluzionisti I primi aderivano alle audaci tesi di Darwin, secondo cui tutte le specie viventi (7300 specie di piante e 4400 specie di animali, secondo il naturalista svedese Carlo Linneo) sono derivate da un unico antenato o comunque da pochi, attraverso un lento processo evolutivo guidato dalla selezione naturale. Al meccanismo dell'evoluzione universale non sfuggerebbe nemmeno l'uomo, il quale, secondo alcuni interpreti di Darwin non può non avere lontane ascendenze scimmiesche. Creazionisti Gli altri, i creazionisti o fissisti, restavano invece attaccati all'idea della creazione cosi come viene descritta dalle prime pagine della Bibbia nel "Libro delle origini", la Genesi. L'interpretazione letterale dei sei giorni della creazione dalla creazione della luce e della notte, nel primo giorno, alla creazione dell'uomo, nel sesto ,giorno impediva loro di prender sul serio le ipotesi di alcuni evoluzionisti. Su due punti gli evoluzionisti venivano accusati di essere in contraddizione con la Bibbia: sul fatto che tutte le cose, le piante, gli animali, l'uomo, vengono creati da Dio direttamente; e sul fatto della non discendenza animale dell'uomo per evoluzione da altre specie. Durò comunque quasi un secolo l'opposizione della Chiesa ufficiale alle teorie evoluzionistiche. L'esegesi biblica ha da tempo compreso i racconti di creazione nella Bibbia come frutto di mitopoiesi : essi non sono rivelazioni cosmologiche bensì miti, racconti religiosi che parlano di Dio e del suo rapporto con il popolo di Israele. Non vanno assolutamente letti come trattati scientifici rivelati da Dio a qualche veggente! Un pò di storia Ai tempi di Linneo tutta la sistematica zoologica e botanica era l'espressione di una concezione creazionistica del mondo: Dio aveva creato ogni specie animale e vegetale ed umana dal nulla. Con Charles Darwin si ipotizza una nuova possibilità del mondo: ogni specie è frutto di una lunga e lenta evoluzione. Julian Huxley, zoologo moderno , sviluppa la nuova sistematica darwiniana e parla decisamente di una nuova concezione del mondo: una concezione evoluzionistica.
L'affermazione di Linneo ha valore filosofico: spinge a considerare le singole specie come una creazione separata da Dio che si ripete nel tempo senza subire mutamenti. ( Systema naturae : tutti i mutamenti nelle specie della natura sono voluti dalla mente divina ed operati direttamente da essa) Nella mente divina esiterebbe una idea-forma-archetipo,un modello astratto di ogni specie che viene a concretizzarsi negli innumerevoli gatti, rane, abeti..che si succedono e si riproducono nel tempo. Tutto il creato sarebbe la realizzazione di un mirabile disegno della mente divina, perfetto in ogni suo particolare. Il destino dell'uomo è quello di conoscere ed interpretare la bella opera del sapiente Artefice al solo scopo di cantarne la gloria per poi accedere alla vita beata. Linneo riesce a coordinare e riassumere con chiarezza e precisione la concezione tradizionale della creazione del mondo dandole rigore scientifico e applicandola in modo particolare alla biologia. Jean Baptiste Lamark (1744-1829) è il primo ad aver formulato una teoria evoluzionistica coerente e pienamente consapevole.Fu il primo a puntare l'attenzione sulla possibilità che i cambiamenti nel mondo inorganico e organico siano dovuti ad una legge di natura e non ad interventi miracolosi. (Philosophie zoologique): Sta di fatto che i diversi animali hanno ciascuno, secondo il proprio genere e la propria specie abitudini particolari e una organizzazione che è sempre perfettamente in rapporto con tali abitudini. Da quetso fatto si puo' trarre la conclusione tradizionale di Linneo:la natura o il suo Autore creando gli animali ha previsto tutte le possibili circostanze in cui essi avrebbero dovuto vivere e ha dato ad ogni specie una organizzazione costante, nonchè una forma determinata e invariabile nelle sue parti le quali obbligano ogni specie a vivere nai luoghi e nei climi dove la si trova e conservare le abitudini che le si conoscono.
- e diffondendo gli animali generalmente in tutte le regioni abitabili del globo, ogni specie ha ricevuto dall'influenza delle circostanze in cui si è trovata le abitudini che le si conoscono e le modificazioni delle sue parti che l'osservazione dimostra. La variazione degli organismi che si osserva in natura ,secondo
Lamark,è dovuta a due principi: E' la ereditarietà dei caratteri
acquisiti. La palmatura dei piedi dei palmipedi compare e si sviluppa quando uccelli dai piedi non palmati hanno cominciato a posarsi sull'acqua e a nuotare col movimento dei piedi, il collo spropositato delle giraffe è il risultato di uno sforzo durato molte generzioni di brucare foglie sempre più alte..l'occhio della talpa si è ridotto per il non uso,il non-sforzo.... In definitiva Dio ha creato le specie e poi l'ambiente le ha trasformate rendendole adatte alle proprie esigenze...agendo su un impulso insito in ogni specie al mutamento evolutivo-adattativo all'ambiente.Le mutazioni acquisite attraverso lo sforzo o il non-sforzo si fisserebbero come caratteri ereditari acquisiti. Georges Cuvier (1769-1832) disotterrò e raccolse innumerevoli ossa di mammiferi fossili nella regione parigina. Fondatore della anatomia comparata e della Paleontologia.Linneano rifiuta la teoria di Lamark ed elabora, per spiegare la successione delle fsune nelle diverse età della terra, la teoria delle catastrofi o rivoluzioni della superficie del globo.Vari cataclismi hanno ucciso tutti o quasi gli organismi viventi di una data regione.Dopo ogni catastrofe le regioni devastate furono popolate da specie di altre regioni.L'ultima catastrofe fu il diluvio universale. Thomas Robert Malthus (1766-1834) ecclesiastico e docente di storia ed economia elaborò la tesi secondo cui la crescita continua della popolazione avrebbe reso i mezzi di sussistenza sempre più scarsi..e la sorte ed il destino della umanità era la formazione di classi sociali che avrebbero lottato fra loro per la sopravvivenza .Alla fine sarebbero prevalse le classi più organizzate per una vita di massa . ...«nè l'azione delle condizioni ambientali, nè la volontà degli organismi,specialmente nel caso delle piante potesse servire a spiegare tutti quegli innumerevoli casi di organismi di ogni tipo mirabilmente adattati alle condizioni di vita...come i semi ad essere disseminati per la presenza di uncini o di piume..o il picchio e la raganella adatti ad arrampicarsi sugli alberi.Questi adattamenti mi avevano sempre colpito vivamente ...e mi sembrava inutile cercare di dimostrare con prove indirette che le specie si sono modificate...» Nella indagine sulle cause della evoluzione la parte più originale e geniale della sua opera è la selezione naturale. A questa intuizione lo spinsero da una parte l'osservazione degli effetti della selezione praticata dall'uomo sugli animali e sulle piante per produrre razze smpre più rispondenti a certi requisiti, dall'altra la lettura di Malthus circa la lotta per l'esistenza.I principi introdotti da Darwin per spiegare l'evoluzione della specie: 1-VARIETA' DEGLI INDIVIDUI DI UNA SPECIE CHE
E' INDICE DI VARIABILITA' DENTRO LA SPECIE La teoria della selezione naturale era una teoria propriamente scientifica, che introduceva nel ragionamento solo fenomeni naturali osservabili escludendo forze, volontà o impulsi verso l'evoluzione insiti negli organismi così come una semoplicistica e diretta azione dell'ambiente. Varietà ,lotta per la sopravvivenza e selezione del più adatto fanno la divergenza dei caratteri e dunque l'evoluzione della specie. Le giraffe non hanno il collo lungo, come dice Lamark ,perchè nella giraffa è insito una tendenza ad evolversi nella forma e a furia di sforzarsi ad allungare iul collo per mangiare meglio si è stabilito un carattere ereditario acquisito. La giraffa ha il collo lungo, oggi,
perchè da varietà differenziate di giraffe , alcune a collo
lungo altre a collo corto, la natura ha selezionato attraverso
l'ambiente giraffe con collo lungo. Questo carattere favorito passa
alle generazioni successive. Dopo molte generazioni si ha ancora una
varietà
di giraffe, ma generalmente a collo lungo. Anche Darwin tutti gli uomini di scienza ne sono tentatipassò facilmente ( e indebitamente ) dalla scienza alla filosofia ed alla teologia! Secondo Darwin il Creatore ha insufflato l'alito vitale in una o più forme originarie dalle quali si sono sviluppate tutte le altre. Il fenomeno che rende possibile l'evoluzione è la variabilità,la variabilità degli individui in una stessa specie. Se infatti tutti gli individui della stessa specie fossero identici non vi sarebbe
possibilità di evoluzione. Dando grande importanza alla mescolanza di patrimoni ereditari diversi che avviene ad ogni riproduzione sessuale indica una delle cause della origine delle varietà ma non scopre la causa principale.Le differenze che si combinano nella fecondazione dovevano avere pure una origine. Weismann sperimentò cercando di indurre variazioni (iniettò sangue di conigli colorati in conigli albini... ),così come fecero altri ricercatori ma le specie rivelavano una stabilità che nemmeno i più ottimisti potevano sospettare.
Si può mutare il patrimonio ereditario di un individuo di una specie,razza, varietà,togliendo, sostituendo o modificando uno o più geni.Per mutare la specie si deve mutare il genoma di specie. Ciò non può avvenire attraverso l'acquisizione di nuovi caratteri nella interazione con l'ambiente. Le ricerche successive nel secolo scorso determinarono la non ereditarieta’ dei caratteri acquisiti, falsificando la teoria di Lamark. Hugo deVries(1848-1945) scopre che in natura avvengono delle mutazioni
genetiche. Questa teoria fu chiamata mutazionismo e rafforzò la
teoria darwiniana sulla variabilità naturale. Joseph Muller (1927) riesce sperimentalmente per mezzo dei raggi
X a provocare variazioni ereditarie dei geni creando mutazioni genetiche
indotte sperimentalemente. Dalle varietà vegetali ottenuti in queste mutazioni si potevano
selezionarne alcune e riprodurle come nuove razze e varietà.
La variabilità delle specie era spiegata geneticamente ...ma come
avviene ciò in natura?
Si possono così controllare le condizioni di stabilità o evoluzione di quella specie. La massima parte dei caratteri ereditari sembra essere riconducibile ai geni localizzati nei cromosomi.Dallo studio dei cromosomi e della loro dinamica nelle popolazioni si possono ricavare utili informazioni sui meccanismi evolutivi. La sorgente di variabilità di questo patrimonio ereditario è rappresentata dalle mutazioni di cui conosciamo vari tipi.Le mutazioni sono casuali, non orientate, cioè si producono in direzioni diverse e non prevedibili e di solito sono poco frequenti. Tale frequenza può essere notevolmente aumentata da alcuni trattamenti speciali attraverso radiazioni o alcune sostanze chimiche. Ma nemmeno in questo caso si è finora riusciti a produrre mutazioni indirizzate in un determinato senso. Le mutazioni rappresentano per così dire il materiale grezzo su cui agiscono i fattori di evoluzione che spingono la variazione delle specie secondo una certa direzione. Fra questi fattori indubbiamente il più efficace è la selezione . Dalle varieta’ di razza, per selezione naturale del piu’ adatto che agisce sulle mutazioni genetiche , hanno avuto origine le specie. Alcune varieta’ attraverso mutazione e selezione naturale ,riprodotte
senza mai incrociarsi con altre varieta’ per lunghi periodi hanno
raggiunto un livello di differenziazione tale per cui la loro unione
con altre varieta' differenziate, l’ibrido, non da’ piu’ origine
a nuove varieta’ ma rimane una unione sterile.la sterilita’ interviene
come barriera perche’
una varieta’ differenziata non si disperda in nuove varieta’
ma si stabilizzi come specie. Un ulteriore isolamento genetico rendera’
impossibile anche la ibridazione naturale. Perciò la selezione non agisce tanto su singoli geni quanto su un complesso , e solo di rado su variazioni di grande ampiezza;per lo più agisce su caratteri di piccola entità, che nel complesso, variano in modo continuo, anzichè saltuario. Recenti ricerche di fisiologia sessuale hanno dimostrato che in molti
casi certi istinti complicati che inducono uccelli, insetti, pesci
e altri a eseguire mutazioni di colore, danze o riti nuziali hanno
un significato fisiologico ben preciso.Spesso determinano la ovulazione
o l'orgasmo o comunque rappresentano una condizione necessaria alla
efficacia della fecondazione.La selezione sessuale, come predisse Darwin
è un aspetto della selezione naturale. L'ambiente fa sentire la propria influenza sugli organismi attraverso la selezione,lavorando sulle varietà prodotte dalle mutazioni genetiche.. In una popolazione omogenea dal punto di vista del patrimonio genetico a) si formano razze diverse per le differenze che insorgono per selezione a causa dell' adat tamento ad ambienti diversi o per forte limitazione del numero di individui della popolazione (catastrofi). b) queste razze possono ancora incrociarsi fra loro rimescolando il loro patrimonio genetico... o possono intervenire fenomeni chimici, elettromagnetici o radioattivi , o altro...che ne mutano il patrimonio genetico fino a configurare un nuovo genoma in formazione.. c) ma se queste razze -varietà mutate e selezionate rimangono
isolate per lunghi periodi e il loro patrimonio genetico si riproduce
tale e quale senza incrociarsi con altre varietà,le differenze
insorte di razza e varietà possono stabilizzarsi
e portare all'isolamento genetico cioè alla impossibilità riproduttiva degli
ibridi. Ammessa la possibilità di ibridazione con una specie molto affine di scimmia, l'ibrido non potrebbe riprodursi. Attraverso la genetica e la scoperta del genoma (=patrimonio genetico di un individuo) ,si puo' parlare di una unità biologica di ogni specie . Percio' si può parlare di una unità biologica della umanità nel genoma umano, pur nella variabilita' delle razze umane. Le razze umane non sono tappe di una evoluzione della ominizzazione ma varietà genetica dentro uno stesso genoma. Non ci sono razze superiori o inferiori, piu' o meno evolute, ma razze piu' adatte a certi ambienti di altre che sono state selezionate dagli eventi naturali, come la sopravvivenza del piu' adatto o la sparizione di intere popolazioni su mutazioni genetiche casuali della specie.
Darwin si occupa anche della origine ed evoluzione della specie umana. «...nel 1837 o 38 non appena mi convinsi che le specie erano mutabili, non potei fare a meno di credere che l'uomo dovesse essere regolato dalla stessa legge...» Darwin studia le similitudini della specie umana con i primati moderni ma non trova nessuna possibilità di collegare evolutivamente l'uomo ai primati. Filippo de Filippi (1814-1867) nel 1864 tiene a Torino una
lezione sulle teorie Darwiniane circa l'origine e l'evoluzione nell'uomo.Tale
teoria parla di grandi affinità tra l'uomo e le scimmie e di
una differenza immensa tra scimmie e uomo per quanto riguarda la facoltà intellettuale,
la missione speciale e soprattutto il senso religioso. Una applicazione irrazionale del metodo della analogia al fenomeno delle classi sociali umane da parte di studiosi successivi, ha prodotto una corrente di pensiero secondo cui la natura è aristocratica ed impone alla economia di tutto il cosmo e dunque anche a quella umana la disparità di condizioni come legge di progresso e di vita: la lotta per l'esistenza umana ,sarebbe secondo costoro , dunque, la legge della evoluzione sociale. Questo darwinismo sociale ha prodotto una pretesa giustificazione scientifica delle classi sociali e della supremazia di alcune di esse: i piu' deboli socialmente sono dei perdenti... ed e' bene che sia cosi per l'evoluzione sociale della umanita'!!! Il Darwinismo sociale ha prodotto come subcultura la giustificazione scientifica della supremazia di alcune razze, o razzismo, con le tragiche conseguenze storiche che conosciamo. Riguardo all'aspetto storico-descrittivo della evoluzione si può dire
che : (*) I miti delle origini dell'universo Fabrizio Bònoli -http://www.bo.astro.it/universo/webuniverso/bonoli/bonolie.html |
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L'homo
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