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La legge morale naturale e la Bibbia

La Legge è una chiamata di Dio alla relazione, all'alleanza.

Nell'AT troviamo: 
- una buona formulazione dell' esperienza morale originaria, in

De 30,15 Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male;

- l'enunciazione di principi generalissimi nel  decalogo, nelle sue varie formulazioni; 
- l'enunciazione di precetti particolari operativi rigidi, come applicazioni dei principi generali nelle singole situazioni storiche concrete;
- la ricerca della norma concreta di comportamento da parte del singolo, attraverso la sapienza, l'annuncio profetico, la guida dell'esperienza storica del popolo intero.

La morale antico-testamentaria è una morale della vocazione , della chiamata di Dio, persona divina che si rivela , dialoga , elegge Israele a suo popolo e lo chiama alla relazione d'amore con Lui.
La Legge divina è sempre la risposta di Israele alla chiamata assoluta che porta in sé stessa la sua giustificazione e la sua assolutezza nei confronti dell'uomo; non è giustificata nè con l'eudemonismo nè con altre essenze.

De 30,15 Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male;
16 poiché io oggi ti comando di amare il Signore tuo Dio, di camminare per le sue vie.

Tutta la parte sapienziale dell'AT null'altro è che esperienza e riflessione morale, patrimonio di una comunità maturata, affinata e variata al passare del tempo e delle diverse situazioni culturali. I re, messia (=unti da Dio ) come i profeti ed i sacerdoti , sono sempre contestati e giudicati dai profeti in nome di Dio assai prima che Antigone levasse il suo grido, o che i sofisti denunciassero la mistificazione dell'origine divina del potere.

Soprattutto è da rilevare come l'AT conosca bene sia l' esperienza morale originaria, sia la presenza di doveri morali concreti, anche per il periodo precedente la legge del Sinai. Adamo ed Eva, Caino, Noè, Giuseppe e i suoi fratelli, tutti conoscono il bene e il male, tutti sono misurati in bene o in male di fronte a una legge assoluta non scritta. Essa è operante, perché vive nel cuore dei singoli e nella coscienza del gruppo. Ma essa è configurata sempre come chiamata di Dio.

Nel NT è Paolo che tratta esplicitamente ed implicitamente il tema della legge naturale: in Rm 1 si ricollega direttamente l'immoralità nelle sue forme più perverse al rifiuto di un Dio che poteva esser conosciuto: esiste una immoralità, e quindi un'esperienza umana del bene e del male che è assoluta , che prescinde dalla rivelazione soprannaturale ,che è legata cioè al riconoscimento di un'assoluta chiamata di coscienza che ne è il fondamento

Rm 1,24-32 ... uomini che soffocano la verità nell'ingiustizia, 19 poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato. 20 Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità; 21 essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa...28 E poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balìa d'una intelligenza depravata, sicché commettono ciò che è indegno, ...32 E pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo continuano a farle, ma anche approvano chi le fa. ; cf 1Ts 4,5) ;

In Rm 2 (specie vv. 13-14 e 26) questa conseguenza viene esplicitata: i pagani possono essere peccatori e santi quanto gli ebrei, perché portano in sé la stessa legge morale che gli ebrei hanno ricevuto: senza aver conosciuto la legge (antico-testamentaria) fanno le opere della legge, perché  essa è scritta nel loro cuore (= coscienza ) (v. 15), invece che su tavole di pietra, e ne possono trovare la migliore concretizzazione attraverso l'argomentazione razionale;

In Rm 7,22-23 è descritto l'uomo come colui che con la ragione, nella sua interiorità , sa quel che è bene e male, anche se non lo fa  (uno dei pochi luoghi in cui Paolo usa la distinzione fra corpo e spirito in senso greco)i vari elenchi dei peccati che escludono dal Regno, corne quelli citati in Rm i e tutti i passi paralleli
(Rm 1,29; 6,23; Gal 5,19; 2Cor 6,15), non sono tratti dalla morale anticotestamentaria, ma dall'esperienza morale stoica propria del mondo culturale in cui Paolo predica;

Frequentissimo è il richiamo a fare ciò che è giusto, buono, decoroso, conveniente, senza ulteriori specificazioni, ritenute del tutto inutili (1Ts 4,12;.RM 13,13; 1Cor 7,35; 2Cor 4,2); aggiungasi il frequente invito a fare ciò che è bene. ( Rm 12,2 e 21; Gal 6,9.)

Il tutto può considerarsi riassunto nel testo :

Fil 4,8 In conclusione, fratelli, tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri.

Infine molta della parenesi paolina (in specie Rm 13, in cui l'obbedienza alle autorità non viene ricondotta a specifici temi biblici) è legata a un apprezzamento ragionevole di ciò che è bene e male, senza deduzione o richiamo alla legge antico-testamentaria e alla parola di Gesù.

E' importantissimo notare come per Paolo la legge morale permanente contenuta nell'AT e anche nell'insegnamento di Gesù non si differenzia sostanzialmente, nei suoi contenuti, dalla legge morale naturale stessa.

Ciò getta una luce nuova sui rapporti fra legge naturale e legge morale cristiana (= la legge morale che esprime la Nuova alleanza cristiana). Basti accennare come sia  difficile sostenere che esista uno specificum christianum sul piano dei contenuti della legge naturale e come sia del pari difficile sostenere che i contenuti della legge naturale e insieme della legge morale neo-testamentaria siano riducibili a una serie di precetti.

I vangeli conoscono, se non l'espressione, l'idea di legge naturale. La regola d'oro ne è il centro :

Mat 7,12 Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti 

essa altro non è che una guida a trovare caso per caso, con la ragione, il precetto giusto nel momento giusto.

Del pari Gesù invita due fratelli che litigavano per una eredità a trovare da sé ciò che è giusto (Le 12 2,13-14). 
Ciò è rilevabile per esempio a  proposito dell'indissolubilità del matrimonio :

Mar 10,4 Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di rimandarla».

(il divorzio unilaterale dell'uomo)

5 Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma.6 Ma all'inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina ; 7 per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola. 8 Sicché non sono più due, ma una sola carne .

(il principio morale naturale )

9 L'uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto» 

(il principio morale divino )

10 Rientrati a casa, i discepoli lo interrogarono di nuovo su questo argomento. Ed egli disse:11 «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio contro di lei

( principio per gli ebrei dove solo l'uomo poteva divorziare )

12 se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro,

( principio per i crsitiani non-ebrei sottoposti al diritto romano dove anche la donna poteva divorziare )

commette adulterio ».

(il principio morale divino )

Si veda come Marco distingua- separando i luoghi - la legge naturale-divina ideale, e la sua precettizzazione nella chiesa primitiva locale di tipo romano in cui - secondo la legge civile- la donna poteva lasciare l'uomo, cosa impensabile nel mondo ebraico.

Si vede chiaramente, alla luce della moderna esegesi, il rapporto fra
- legge naturale, non sono più due, ma una sola carne
- legge positiva divina  ( i precetti dell'alleanza ) L'uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto
- e il precetto positivo operativo umano ( la legge civile, il diritto civile ) Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra ; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro che Gesù evangelizza.

1. Esiste una fondamentale, originaria indissolubilità del matrimonio, (la legge naturale) che però gli uomini non hanno capito e non hanno praticato.
2. . L' applicazione positiva umana di tale principio morale naturale (= nelle leggi civili) varia da luogo a luogo, a seconda delle varie strutture sociali (in cui l'annuncio cristiano deve poi calarsi ).
2.   La rivelazione cristiana, col suo dono-annuncio dello spirito di carità come chiamata assoluta alla vita eterna vissuta subito, rende possibile comprendere e praticare la legge morale naturale ( evangelizzazione della cultura )

Legge naturale e teologia


Esiste certo una legge morale rivelata, ma essa non copre la grande maggioranza delle nostre scelte particolari. La legge eterna, la volontà eterna di Dio per tutte le sue creature, si manifesta all'uomo come vocazione, come una chiamata a cui ciascuno deve rispondere e la riflessione teologico-morale deve appunto illustrare

l'altezza della vocazione dei fedeli in Cristo e il loro obbligo di portare frutto nella carità per la vita del mondo» (Vat II-OT 16).

La teologia morale parte per definizione dalla rivelazione soprannaturale. Ma la Scrittura chiede sempre la mediazione della ragione umana per giungere alla norma etica circa un singolo comportamento.E' una richiesta esplicita ricorrente ma è una richiesta implicita assai più profonda, che può schematizzarsi nei seguenti tre punti :

1- Esiste un progetto di Dio, creatore e redentore, per l'umanità e la sua storia: trasformare la famiglia umana in comunione degli uomini con Dio e fra loro .   (Gs 40 )
2- Anche la chiamata ad ogni singolo è legata a questo progetto (il «consilium Dei» di GS 11). 
3- Questa chiamata è presente al cuore (=alla coscienza) di ogni uomo almeno nei suoi valori fondamentali.

E' la dottrina esplicita di Gs 16 e 92. Il progetto globale di Dio ci è rivelato autorevolmente dalla Scrittura: non in forma di trattato o di esposizione scientifica, ma come graduale scoperta storica, mai dei tutto compiuta. Ciò è vero per l'AT, ma anche per il NT: all'interno delle comunità apostoliche si compiono grandi passi avanti nella comprensione del progetto di Dio. Ciò è vero anche per la chiesa: anche una morale propriamente teologica dovrà cercare ed esprimere il progetto globale di Dio.

Legge morale naturale e teologia morale.

Ogni precetto particolare presente nella Scrittura va inteso come una specificazione del progetto divino , specificazione che, di norma, è legata a situazioni oggettive o condizionamenti culturali e psicologici dell'autore sacro. Non basta dunque una buona esegesi delle scritture : la teologia morale richiede una buona ermeneutica. Ed ambedue hanno una loro inerente storicità

La lettura del progetto di Dio nella realtà storica oggettiva del nostro tempo è opera della ragione umana. E' parte integrante della teologia morale nella sempre più profonda e complessa comprensione che la chiesa, i singoli cristiani e gli uomini di buona volontà (singoli e gruppi) hanno della propria vocazione.

La luce della fede apre un orizzonte di significato per l'esistenza e la storia di ogni uomo e dell'umanità: spetta poi alla ragione la ricerca dei singoli comportamenti che meglio si inseriscano in questo orizzonte.

Dio affida alla scelta del singolo il suo progetto . Egli agisce ordinariamente per cause seconde: non ordina direttamente all'uomo ciascun singolo comportamento.

(sarebbe, questa, una visione ockhamista oggi inaccettabile).  

Così l'uomo - e in specie il credente in Cristo e la comunità dei credenti - non solo deve scoprire il progetto di Dio, ma deve realizzarlo storicamente. E ciò in due sensi:

1- deve realizzarlo in un preciso momento della storia, e perciò entro quadri di realtà oggettive che sono dei dati variabili: si pensi a una scelta economica nel quadro dell'economia curtense e in quello dell'economia planetaria attuale; 
2-. deve realizzarlo cercando di indirizzare la storia verso il traguardo finale della città di Dio

Il dato storico attuale è dunque qualcosa che va conosciuto come un dato entro cui realizzare il progetto di Dio, e al tempo stesso come una realtà da modificare per meglio realizzare il progetto di Dio .
Questa stretta e doverosa interconnessione fra la rivelazione (e la fede cristiana) e la ragione umana che pone oggi problemi tremendi alla riflessione teologico-morale: 

La (Teologia) Morale deve approfondire ai limiti del possibile la lettura di fede del progetto di Dio,
e deve contemporaneamente leggere ogni ambito della realtà storica in cui si collocano le singole scelte dell'uomo.  La teologia morale oggi non ha altro statuto che quello indicato chiaramente dal Vat.II: 
discernere«alla luce dei Vangelo e dell'umana esperienza» (Gs 46). 

La ragione umana, attraverso innumerevoli e complesse vicende storiche e culturali, ritorna sempre al progetto di Dio quale appare nel Vangelo:in ciò che è autenticamente umano il cristiano riconosce la volontà di Dio (legge morale naturale), nella ricerca e nella testimonianza dell'umano egli vede già implicata la propria fede.

L'eterno ritorno della legge naturale altro non è che la continua presenza chiamante di Dio nella coscienza di ogni uomo (Gs 16) a portar frutto nella carità per la vita del mondo (OT 16): e  questo è proprio l'oggetto specifico della teologia morale.  

 La Teologia Morale prepara il "campo di coscienza "in cui l'uomo decide le sue risposte alla chiamata divina alla Vita. Questa complessa catena di ragionamenti è parte della legge naturale. 

Il problema dei limiti e della validità universale della ragione

PER UN’ETICA CONDIVISA TRA LAICI E CATTOLICI 
di ANDREA RICCARDI * fondatore della Comunità di Sant’Egidio 

La laicità è una storia che viene da lontano. Non un dogma, ma una storia.
Nell’Ottocento fu la battaglia per l’emancipazione dall’ancien régime e dalla Chiesa. Stato, nazione, cittadinanza, comunità culturale coincisero nell’identità patriottica. Due France, laica e cattolica, entrarono in lotta.

Avvenne pure in Italia con lo Stato unitario e Roma capitale. La laicità non è solo separazione dalla Chiesa o posizione anticlericale, ma realizzazione dell’identità dello Stato. 
Fu religione della laicità e della nazione. Tra laici e cattolici, un forte confronto sale dal Risorgimento: è ben noto. L’accoglienza dei Patti del Laterano nella Costituzione sembrò chiudere la storia e fare della laicità un tema per studiosi. La Dc, perno del sistema italiano per 40 anni, è stata accusata di aver clericalizzato lo Stato. La «laicità democristiana» ha teso invece a superare lo scontro tra guelfi e ghibellini, come voleva De Gasperi. Ma non ha potuto gestire in Parlamento due gravi questioni, il divorzio e l’aborto, all’origine di referendum. Di nuovo, con i referendum, si profilarono due Italie: laica e cattolica. Appariva all’orizzonte la questione sull’etica, la vita. Rinasce oggi il conflitto tra laici e cattolici, come ieri, anche se non più sulla questione romana, ma su quella antropologica?

Tale conflitto mette in difficoltà i due poli politici (plurali al loro interno). Ma c’è un fatto da notare. Il tempo è passato e le culture si sono incrociate. Croce scriveva: perché non possiamo non dirci cristiani. Aveva ragione. Un laico sente le acquisizioni del Cristianesimo dentro la laicità. Anche i cattolici possono dire: perché non possiamo non dirci laici. C’è una laicità del cristiano. Tutto è complesso. Eppure il funzionamento dell’opinione pubblica, come un talk show gridato, gioca alla contrapposizione. Il problema, a mio avviso, è invece lavorare per una laicità condivisa, che affronti in modo serio le grandi questioni nazionali, umane, antropologiche, con la convinzione che nessuno ha il monopolio della modernità. Siamo tutti più perplessi di quanto sembri di fronte al futuro.
Il conflitto tra le due Italie è fuori luogo, perché il mondo è cambiato. È stato smentito quell’assioma della cultura occidentale per cui più modernità avrebbe significato meno religione: una storia che scorre inesorabile verso la secolarizzazione universale. Ci si trova invece a fronteggiare i fondamentalismi con la riscoperta della laicità. Siamo in un tempo di crisi, non solo economica, ma di identità. L’Italia è sfidata. Diventa multireligiosa con ortodossi, musulmani e altri. Non è più una questione solo tra laici e cattolici. A quale identità si avvia il Paese? Una federazione di identità differenti? Lo scenario si allarga. Di fronte ai «nuovi italiani» dell’immigrazione, alla globalizzazione, ai giganti asiatici, che vuol dire essere italiani? Bisogna riprovare a dire cos’è l’Italia e chi sono gli italiani. C’è da costruire una laicità condivisa nel senso profondo della parola, laòs, popolo.

Oggi la laicità si connette all’identità nazionale. È un grande cantiere culturale ed educativo. Ieri, partiti ideologici erano portatori di visioni del Paese. Oggi è diverso. Laicità è ricerca ragionevole, possibile, del bene comune, al di là del messianismo o delle passioni di parte. Ci sono grandi differenze, ad esempio sui temi della vita. Ma i valori del mondo religioso sono tutt’altro che regresso.
Ridire l’identità italiana in modo laico coinvolge la Chiesa, tutt’altro che estranea al Paese per la storia, l’eredità umanistica di pietas che segna l’umanesimo italiano. Perché il cristianesimo in Italia è una religione di popolo, parte vitale dell’eredità storica e dell’attualità. Se si prescinde dal cristianesimo italiano, non si può costruire un’identità nazionale condivisa.
Il rabbino Jonathan Sacks ha notato: «Il relativismo è inadeguato alla sfida dell’affermazione etnica e dei sistemi di credo esclusivi». C’è una crisi spirituale del nostro tempo, nel vuoto di menti e di cuori, all’origine della violenza dei giovani. La crisi dell’uomo italiano è anche spirituale. Resto fedele alla lezione di Olivier Clément: «Convocare lo spirituale nel cuore della cultura europea: se non vogliamo ritornare all’uomo delle caverne, dobbiamo scoprire l’uomo interiore nelle caverne dell’uomo». Nella crisi della banlieue parigina il detonatore non fu l’islam (erano bande interetniche), ma il vuoto.
Régis Debray commentò quegli episodi: «Qui il problema non è la troppa religione, ma la sua scarsa quantità». Il vuoto produce identità contro, senza cultura, espresse da una pratica aggressiva. È pericoloso in tempo di crisi. Si ricordi l’antisemitismo o i movimenti totalitari dopo la crisi economica del 1929. Esclusivismi aggressivi crescono nel vuoto e nella paura di uomini e donne spaesati.

Bisogna ridire agli italiani cos’è l’Italia. Le identità non si inventano. Come sono effimere le operazioni che creano arbitrariamente il pantheon delle nuove identità partitiche! Bisogna costruire una laicità di tutti, non facilmente irenica, capace di vivere nelle diversità, ma di dire che c’è un destino comune alla comunità nazionale: laicità di tutti per dire una nuova identità nazionale. È il problema posto da Sarkozy, parlando di «laicità positiva»: «Dobbiamo tener insieme i due capi della corda: accettare le radici cristiane della Francia, e anche valorizzarle, continuando a difendere la laicità giunta a maturità». 
Benedetto XVI gli ha risposto, insistendo sulla necessità di «una più chiara coscienza della funzione insostituibile della religione per la formazione delle coscienze e del contributo... insieme ad altre istanze, alla creazione di un consenso etico di fondo». Il presidente francese ha auspicato «una laicità che rispetti, una laicità che riunisca, una laicità che dialoghi. E non una laicità che escluda e che denunci».

In Italia non c’è un culto sacro della laicità o un complesso cattolico di fronte allo spazio pubblico. Ci sono però un involgarimento del dibattito e tanta timidezza verso le grandi imprese. Non si deve pensare invece a un grande disegno, a cui lavorino cultura, cristiani, laici, ebrei? Dobbiamo non avere paura di investire sul lungo periodo. C’è bisogno di visioni. Nel 2011 ricorrerà il centocinquantesimo dell’Unità: è il tempo di dire al Paese qualcosa di nuovo, coinvolgente, dalle radici antiche, ma proiettato sul futuro.

© Corriere della sera, 3 maggio 2009
Si apre allora un grave problema, severamente posto dalla filosofia contemporanea a ogni tipo di riflessione morale: il problema dei limiti e della validità universale della ragione.

Una riflessione morale teologica non è dispensata dall'essere anche logica. Basti accennare a un aspetto del problema, che è importante per l'annuncio morale cristiano in culture diverse da quella occidentale: non è affatto sicuro che culture diverse abbiano modelli di ragionamento uguali.

Il tipo di discorso che convince (noi stessi e gli altri) della validità di una conclusione (nel nostro caso di un precetto morale particolare) può forse variare da cultura a cultura.

Un precetto particolare potrebbe dunque non essere universalizzabile (ab-solutus). E' un problema aperto: resta però fermo che ognuno deve agire secondo il dettato della propria convinzione, quali che siano gli strumenti argomentativi di cui possa disporre .

Ogni essere umano è irripetibile e ha una sua irripetibile vocazione : non si tratta di decidere  cosa fare nella vita  bensi' di  come essere pienamente persona cristiana nella propria situazione storica.

Ogni singolo essere umano ha il dovere di usare la propria ragione per scoprire la chiamata di Dio per lui (=il modo personale di realizzare il progetto divino); questo non significa affatto che nessuno può dire alcunché a nessun altro in materia di legge morale.

La riflessione teorica dell'uomo e dell'umanità intera sul significato, destino, compito dell'esistenza umana è sempre esistita da quando esiste un'esperienza morale e una riflessione consapevole su di essa. Di questa lunga storia dell'esperienza morale umana riflessa con la ragione, e perciò scrivibile e di fatto scritta, tutti abbiamo bisogno. 

Ogni persona pensa e valuta le proprie scelte in un contesto sociale e all'interno di una storia: ed è qui che può trovare aiuto per il suo personale processo di scoperta della sua chiamata; è qui che sempre, in qualche modo, cerca una verifica delle proprie conclusioni.

Esiste di fatto e di diritto una riflessione specialistica - filosofica e teologica - sulla legge naturale cui il singolo agente può (e deve) ricorrere; può esistere un'autorità morale di un singolo o di un gruppo di cui il singolo agente sa o crede di potersi fidare.

In questo senso si può parlare di una Legge Morale naturale scritta o proclamata: essa non è mai un precetto o un elenco di precetti da ricevere passivamente da parte del singolo; è invece un aiuto necessario di cui il singolo non può né materialmente né moralmente fare a meno, se davvero cerca la risposta giusta alla chiamata di Dio (o della coscienza).

In nessun caso una pronuncia in materia di legge naturale può valere più del ragionamento su cui si basa: essa, per definizione, non può sostituirsi alla capacità razionale della creatura umana; può invece spingerla alla riflessione e additarle una possibile strada.

Il problema morale oggi

Lo illustra in un discorso il Cardinal Sodano ( ex segretario di Sato Vaticano) per l'inaugurazione dell'anno accademico 2005-2006 dell'Università Salesiana di Roma.

Con il passare degli anni , la validità dei «principi universali» solennemente affermati dall'Onu ha iniziato a essere «minata» e «relativizzata» coll'iniziare «a parlare di diritti in movimento, fino a includervi nuovi diritti, fino a giungere a parlare di diritto all'aborto e a diversi modelli di famiglia.

Una tendenza, in altre parole, «a reinterpretare in senso volontaristico i diritti umani, squalificando la tradizione realista del diritto naturale, basato su di una legge naturale e immutabile, come ci ha insegnato la cultura greca e latina, e come fu poi illustrata dai pensatori cristiani nel corso dei secoli.»

Una legge «universale e immutabile» che pone «la base dei doveri e dei diritti della fondamentali della persona, nonché della comunità umana e della stessa legge civile», ha insistito Sodano citando il Compendio del Catechismo.

Una legge «iscritta dal Creatore nel cuore di ogni uomo», e che consiste «in una partecipazione alla sapienza e alla bontà di Dio ed esprime il senso morale originario, che permette all'uomo di discernere, per mezzo della ragione, il bene e il male». Bene e male che dunque esistono, e vanno riconosciuti non attraverso la lente deformante dell'utilitarismo, che può far apparire il male come bene purché sia "utile", ma a partire «dalla prospettiva della persona che agisce».

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