Piccolo Corso Biblico

VANGELO


Segni, miracoli, prodigi
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Un Vangelo senza miracoli? Alberto MAGGI- Arcidiocesi Ancona Osimo e Centro Pastorale “Stella Maris” - 22-23-24 febbraio 2002 Trasposizione da audioregistrazione non rivista dall’autore.

3 livelli di lettura dei vangeli
La lettura del Vangelo può avvenire a tre livelli.

1- Uno legge il vangelo così come viene narrato dal punto di vista letterale: c’è un matrimonio, manca il vino, per l’intervento della madre, Gesù trasforma seicento litri d’acqua in seicento litri di vino di prima qualità per della gente già ubriaca, già alticcia (lo dice il testo). E stranamente, quando finisce l’episodio, l’evangelista dice: Gesù manifestò la sua gloria. Che strano!!! Gesù che manifesta la sua gloria in un miracolo che tutto sommato, anche se non lo faceva, era gente che era già ubriaca. … Ed è strano: delle tante azioni compiute da Gesù – prendiamo quella straordinaria della risurrezione di Lazzaro, o altri segni – non ha detto niente, invece per questa trasformazione di acqua in vino, qui, ed è l’unica volta, viene detto che Gesù manifesta la sua gloria.

Come dicevo all’inizio e ci tengo a ripeterlo, questa che vi viene fatta, è una proposta di lettura dei vangeli. Chi la sente rispondente alle proprie esigenze di verità, di pienezza di vita, la accoglie; chi si sente turbato, la tralasci. Quindi uno può legittimamente leggere così e pensare che veramente Gesù ha cambiato acqua in vino per gente già ubriaca. Anche se si dovrebbe chiedere: e a me cosa dice? A me, che Gesù abbia cambiato 600 litri d’acqua in 600 litri di vino, cosa significa per la mia fede? Lui perché tutto può: ma sapete, con questa idea che Dio tutto può, non si sa mai dove si finisce. L’intercessione, come amano dire le persone molto spirituali, della mamma celeste, ecc. Ma è legittima anche questa lettura.

2- Poi c’è una lettura ad un livello già più profondo, cioè di vedere dal punto di vista biblico, il significato di certe espressioni.

3- Ed infine, ed è quello che a noi interessa, cos’è che l’evangelista ci vuol dire. Quando si legge il vangelo, bisogna sempre distinguere quello che l’evangelista vuol dire, e questo è valido per sempre anche oggi, da come lo dice adoperando il linguaggio, le figure e i simboli della sua epoca. In questo caso purtroppo ci vuole uno specialista, lo studioso. Oggi c’è bisogno di un tecnico che ci faccia capire e scoprire la ricchezza dei simboli, decifrare le immagini del vangelo.

Nell’interpretazione del brano, l’interprete, il lettore non va con le sue fantasie, ma si lascia guidare dalle chiavi di lettura che l’evangelista dissemina nel suo vangelo.
Ricordate, lo dicevamo anche stamattina, il vangelo è un’opera complessa, che non era letta dalle persone perché la gente era analfabeta, ma veniva tradotto, interpretato dal lettore, cioè dal teologo della comunità. Perché il lettore interpretasse bene, l’evangelista stesso quando scrive, ci mette quelle che sono chiavi di lettura. Dicevamo stamattina che ogni qual volta si trova il termine “villaggio”, si è sicuri che l’episodio significa: incomprensione o ostilità all’accoglienza del messaggio di Gesù. Ogni volta che si trova “mare” significa andare verso i pagani per essere liberati, ecc.

Segni e opere-miracoli-prodigi

Nell’approccio alla lettura del Vangelo, una persona alle prime armi con questo testo o anche una esperta, una delle difficoltà che può trovare è quella dei miracoli di Gesù. Perché Gesù fa questi miracoli e soprattutto cosa vogliono significare per noi? Esamineremo alcuni tra i miracoli o i prodigi di Gesù.

Quando si parla di miracoli (nei vangeli ) bisogna dividerli in due categorie:
1- quelli che sono guarigioni: la guarigione del lebbroso, del muto, del cieco, dell’infermo, del paralitico,
2- e quelli che sono dei prodigi: l’episodio delle nozze di Cana dove l’acqua si trasforma in vino, la moltiplicazione dei pani e dei pesci, o le risurrezioni.
Quindi vanno divise le guarigioni da quelli che sono i prodigi compiuti da Gesù. Gli evangelisti, non sono degli sprovveduti, ma dei grandi teologi e soprattutto delle persone abili nell’uso delle lettere, e stanno attentissimi nella composizione del loro testo facendo una scelta molto oculata dei termini da impiegare.

Quello che può stupire è che il termine greco che significa miracolo (δυνάμεσι) nei vangeli non appare mai ( riferito a Gesù) e quindi nei vangeli non si trova mai il termine "miracolo ( di Gesù) ". Ed è con piacere, (ho più volte segnalato questa revisione della Cei uscita nel 1997) che finalmente nei vangeli è scomparso – salvo, e non si capisce perché, nel vangelo di Marco – il termine miracolo. Per esempio il brano che oggi vedremo, l’episodio delle Nozze di Cana, termina così: “Questo fu a Cana, di Galilea, l’inizio dei segni ( σημεῖον) compiuti da Gesù”, al capitolo 2 di Giovanni, versetto 11. Potete controllare nelle vostre edizioni della Bibbia; se avete edizioni vecchie troverete che c’è il termine miracolo. Quindi vedete, questo è il testo della Commissione Episcopale Italiana, e qui il termine miracolo è stato giustamente sostituito con quello di segni (gr. semeion) perché gli evangelisti, per indicare le azioni compiute da Gesù, evitano accuratamente il termine miracolo.

Il termine greco di miracolo non appare mai nei vangeli ( riferito a Gesù. n.d.r.) . Gli evangelisti Usano al suo posto : segni, o opere o prodigi. Un criterio interpretativo di questi segni di Gesù è quello che troviamo nel vangelo di Giovanni: le opere che io compio, anche voi le compirete e ne farete di più grandi.

( Gv 7,31 Molti della folla invece credettero in lui, e dicevano: «Il Cristo, quando verrà, compirà forse segni più grandi di quelli che ha fatto costui?».
Gv 14,12 In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch'egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. )
Allora questo è il criterio di interpretazione di questi segni dati da Gesù.

I segni operati da Gesù non sono azioni straordinarie possibili soltanto ad un essere straordinario, e che ai credenti resta soltanto da ammirare, applaudire o sperare in un bis, ma sono una profonda responsabilità, quella che gli evangelisti danno alla comunità, di prolungare questi segni. Tutto quello che Gesù ha compiuto e ci viene trasmesso dai vangeli è possibile alla comunità dei credenti, non solo ripeterlo, ma potenziarlo ; è compito della comunità cristiana perpetuare, prolungare e anzi, aumentare i segni, opere eprodigi di Gesù. Quindi Gesù dice: le opere che io ho compiuto, anche voi le compirete, anzi ne farete di più grandi. Ma chi può moltiplicare i pani e i pesci, chi può far risuscitare i morti, chi può cambiare l’acqua in vino?

*** Il terzo giorno Leggiamo il capitolo 2, 1-12 del vangelo di Giovanni, l’episodio delle nozze di Cana.
Scrive l’evangelista: ”il terzo giorno”, anzitutto l’evangelista mette una data, il terzo giorno. L’evangelista ha iniziato il suo vangelo cadenzando dei giorni. Scrive, il giorno dopo, o il giorno dopo ancora e qui arriva al terzo giorno. Il terzo giorno, nella tradizione biblica, era il giorno in cui Dio, sul monte Sinai, aveva manifestato la sua gloria. Sul monte Sinai, c’è scritto nel libro dell’Esodo, al terzo giorno Dio manifestò la sua gloria (Es 19,11 e si tengano pronti per il terzo giorno, perché nel terzo giorno il Signore scenderà sul monte Sinai, alla vista di tutto il popolo.) . Già l’aver posto questa indicazione: ‘al terzo giorno’ a noi, per la comprensione delle nozze di Cana è un’indicazione preziosa ( se lo vogliamo prendere storicamente, che fosse al terzo giorno o al quarto giorno, non ci dice niente) .

Ogni particolare che troviamo nei vangeli e che di per se può sembrare superfluo o insignificante per la comprensione del testo, in realtà sono particolari di grande ricchezza teologica. Quindi il terzo giorno significa che Dio manifesta la sua gloria ( il Suo peso-presenza salvifica nella storia)
Ecco perché, unico episodio nel vangelo di Giovanni, al termine abbiamo – come già anticipato - “e Gesù manifestò la sua gloria” ( Gv 2,11 Questo, a Cana di Galilea, fu l'inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.). Ma non solo. Questo terzo giorno, sommato ai giorni che lo precedevano, fa il sesto giorno, e ricordate che nella simbolica dei numeri, il numero sei, quando è da solo, significa ciò che è incompleto. Quando a sei è unito giorno, indica il giorno della creazione dell’uomo: l’uomo fu creato il sesto giorno. Allora qui c’è qualcosa che ha a che fare con la creazione.

Le nozze “Il terzo giorno ci furono delle nozze . Altra chiave di lettura. Dicevamo, il rapporto tra Dio e il suo popolo, dal profeta Osea in poi, viene raffigurato come un rapporto matrimoniale.

Dio era lo sposo e Israele la sua sposa. Quindi queste nozze ci rimandano a questo patto di alleanza tra Dio e il suo popolo “a Cana di Galilea”. Cana di Galilea è paese o un villaggio che non esiste dal punto di vista geografico. (Per permettere ai pellegrini di esercitare le loro devozioni, i francescani hanno inventato un posto e lo hanno chiamato Cana di Galilea, ma Cana di Galilea non esiste dal punto di vista geografico).

Al di là di un villaggio o di un paese dal punto di vista storico, all’evangelista interessa il significato del termine “Cana”, che, in ebraico, significa “acquistare” e si rifà ad una espressione dell’Antico Testamento dove si dice che Israele è il popolo acquistato da Dio. ( Es 15,16 Piómbino su di loro paura e terrore; per la potenza del tuo braccio restino muti come pietra, finché sia passato il tuo popolo, Signore, finché sia passato questo tuo popolo, che ti sei acquistato.) “Era lì la madre di Gesù”. Tutti i personaggi presenti in questo episodio, sono tutti anonimi, l’unico personaggio che porta il nome è Gesù.

Quando un personaggio è anonimo significa che, al di là dello spessore storico, è un personaggio rappresentativo. Allora qui ci sono delle nozze, che rimandano all’alleanza tra Dio e il suo popolo, e li sta la madre, - non è nominata come Maria che poteva essere un riferimento storico - sta la madre di Gesù, cioè la provenienza di Gesù.

“Anche Gesù fu invitato alle nozze”. Gesù non sta nelle nozze, Gesù non appartiene alle nozze, ma partecipa come invitato. Si tratta del Gesù, il Messia, l’inviato da Dio, che va dal suo popolo che è ancora sotto l’antica alleanza, un’alleanza che era fallita miseramente. Tra Dio e il suo popolo non c’era più comunicazione, non c’era più colloquio.

“come pure i suoi discepoli.” Invitati anche loro.
Ed ecco il colpo di scena in queste nozze: “Essendo mancato il vino”

Nel rito matrimoniale ebraico, il punto culminante, è quando lo sposo e la sposa entrambi bevono da un unico calice il vino, perché il vino, nella simbolica ebraica, è figura dell’amore.

Sposo e sposa bevono a questo unico calice e poi il calice viene gettato per terra e rotto perchè nessuno può più infrangere quest’amore. Quindi il vino rappresenta l’amore che c’è tra gli sposi. Ebbene, qui c’è un matrimonio e manca il vino. In questa alleanza tra Dio e il suo popolo è venuto a mancare l’amore. Os 6,6 poiché voglio l'amore e non il sacrificio, //la conoscenza di Dio più degli olocausti.
Conoscere Dio significa avere una relazione di amore con Lui
Os 4,1 «Ascoltate la parola del Signore, o figli d'Israele, perché il Signore è in causa con gli abitanti del paese. Non c'è infatti sincerità né amore, né conoscenza di Dio nel paese. Os 4,6 Perisce il mio popolo per mancanza di conoscenza. Poiché tu rifiuti la conoscenza, rifiuterò te come mio sacerdote; hai dimenticato la legge del tuo Dio e anch'io dimenticherò i tuoi figli.

E poi vedremo le cause, vedremo la responsabilità di questa mancanza d’amore. E di nuovo appare “la madre di Gesù” Notate, non verrà mai nominata. Qui, aveva già presentata la madre di Gesù, poteva mettere Maria. No, l’evangelista sta attento: non è un raccontino della mamma che si preoccupa per qualcosa, è qualcosa di più serio. La madre si rivolse a lui e, notate l’espressione: avrebbe dovuto dire: non abbiamo più vino, e invece “gli dice: non hanno più vino” cioè la madre si dissocia da questa mancanza di vino. Sono questi delle nozze, dove manca il vino, che non hanno più vino. Lei non dice, come ci si sarebbe aspettati, non abbiamo più vino, ma non hanno più vino, cioè non c’è più l’amore tra Dio e il suo popolo. E vedremo di chi è questa responsabilità.

“Gesù le rispose: che cosa importa a me e a te, donna?” E’ strano: mai nella letteratura si è trovato un figlio che si rivolgesse alla madre in questa maniera, che sembra dura, ostile. E perché si rivolge alla madre chiamandola donna? Il termine “donna” significa letteralmente, “moglie, donna sposata”. Nel vangelo di Giovanni ci sono tre personaggi femminili ai quali Gesù si rivolge chiamandoli “donna”, che significa “moglie”.

La Donna
mariamadre
1. Una è la madre, che rappresenta l’Israele sempre fedele all’antica alleanza, quel Israele che ancora conserva questo rapporto d’amore [che ha il vino] con Dio.

Quindi è l’ Israele dal quale Gesù è venuto: Gesù proviene da un Israele che è stato fedele a Dio. Questo è il primo personaggio al quale Gesù si rivolge chiamandola donna, che significa moglie. Sono le spose di Dio.



2. Il secondo personaggio femminile al quale Gesù si rivolgerà chiamandola donna è la Samaritana. Anche l’episodio della Samaritana, ognuno lo può interpretare come vuole, ma non è, come piace molto ai bacchettoni, Gesù che fa un rimprovero ad una donna un po’ vivace (le dice: hai avuto cinque mariti e anche quello che ora hai non è il tuo).

I Vangeli non scendono a lezioni di moralità. La Samaria era la regione in cui, essendo stata popolata a forza di coloni da parte della Siria, questi coloni avevano portato le loro divinità. In Samaria, sul monte Garizim, si adorava Yahvè, il Dio di Israele, e su altri cinque monti, esistevano altri cinque templi ad altre divinità.

L’idolatria, nell’Antico Testamento, viene definita adulterio, perché se il rapporto tra Dio e il suo popolo è quello di un matrimonio, ricorrere ad altre divinità è adulterio. Questa donna adultera, ripeto non è una donna un po’ vivace che cambia un marito dopo l’altro, ma in questa donna si rappresenta la tragedia della Samaria che è adultera: adora Yahvè ma anche altre cinque divinità. samaritanaGesù è lo sposo che va a riconquistare la sposa ma non attraverso le minacce, - secondo la Legge ebraica l’adultera andava lapidata -, ma attraverso un’offerta di un dono ancora più grande. E l’evangelista struttura il brano della samaritana prendendo spunto dal cap. 2 del profeta Osea. È un capitolo stupendo, che ogni volta che si legge non si può fare a meno di commuoversi e stupirsi. Osea è profondamente innamorato della moglie, ma questa donna, pur avendogli dato due figli, ogni tanto fugge e va in cerca di nuovi amanti. L’ennesima volta, il povero Osea si stanca, corre dietro a questa donna, l’afferra e le rinfaccia tutti i crimini da lei compiuti, e sta arrivando alla sentenza – la sentenza per una donna adultera era la morte - e le dice: hai fatto questo, sei una madre scellerata, sei una moglie scostumata, e per ciò, - anziché dire: ti ammazzo -, il povero Osea dice: andiamo a fare un altro viaggio di nozze, proviamoci ancora una volta.

E Osea, in maniera commovente dice: e non mi chiamerai più padrone mio, ma marito mio. Nella lingua aramaica marito si dice “baal” che significa: padrone . Osea comprende che se questa donna gli scappava è perché aveva un rapporto, non con un marito, ma con un padrone. Allora anziché un castigo, Osea le propone un nuovo viaggio di nozze: andiamo nel deserto, solo noi due, io e te. Quindi quando lo sposo ritrova l’adultera, non la punisce ma le offre ancora amore. Cosa fa Gesù con la samaritana? Quando l’incontra le dice: se tu conoscessi il regalo che sto per farti, il dono di Dio. Questo è il secondo personaggio femminile al quale Gesù si rivolge chiamandola donna, cioè è l’adultera che lo sposo riconquista con un’offerta ancora più grande di amore.

maddalena
3. Infine, il terzo personaggio femminile al quale Gesù si rivolgerà chiamandola “donna”, sarà Maria di Magdala che rappresenta la sposa della nuova comunità. Quindi l’antico Israele fedele al Signore, l’Israele adultero che Gesù riconquista con il suo amore, e la nuova comunità, quindi l’antico ed il nuovo che si susseguono.

Allora Gesù si rivolge alla madre chiamandola donna, che significa moglie, e le dice: “che ci importa a te e a me”. Gesù non è un riformatore dell’antica alleanza. Gesù, come abbiamo visto questi giorni, non è venuto a purificare le istituzioni dell’antico Israele, è venuto a eliminarle. Abbiamo visto l’episodio del tempio: Gesù non è venuto a purificare il tempio ma ha detto che non c’è più bisogno del tempio.


Il tempio era il luogo dove si credeva fosse presente Dio: Dio è ovunque si ama. Il tempio era il luogo dove si dovevano offrire i sacrifici a Dio: Dio non vuole più nessun sacrificio. Gesù non è venuto a purificare le istituzioni dell’Antico Testamento, ma ad eliminarle. Ecco perché dice: che ci importa a te e a me. Gesù è venuto a fare qualcosa di nuovo. E poi dice: “non è ancora giunta la mia ora”. L’ora di Gesù, nel vangelo di Giovanni, sarà quella della sua morte, della crocifissione, che anziché essere descritta come una scena di morte – lo vedremo fra poco – viene descritta come una esplosione di Vita. Credevano di avere ammazzato Gesù e Gesù morendo comunica e trasmette vita.

“Sua madre disse ai servitori: qualunque cosa vi dica, fatela”. Quando Mosè promulgò, a nome di Dio, la alleanza sul Sinai, scrive il libro dell’Esodo: “quanto il Signore ha ordinato noi lo faremo” (Es 24,7). Mosè ha proposto l’alleanza al suo popolo e il popolo dice: quanto il Signore ha detto, noi lo faremo. Le stesse identiche parole che la madre rivolge ai servi: quanto vi dice, qualunque cosa vi dica, fatela.

Anche senza conoscere i piani di Gesù, la madre ( l'Israele fedele allo spirito della alleanza antica ) afferma che bisogna accettare Gesù, quale nuovo Messia, e accettare senza condizioni il suo programma: quanto vi dirà, fatelo! “Erano collocate lì sei giare di pietra” Il numero sei, quando è da solo, significa sempre ‘ciò che è imperfetto’, perchè la perfezione è rappresentata dal numero sette. Allora erano collocate lì sei giare di pietra – e attenzione al testo, perchè a volte le rappresentazioni artistiche/pittoriche ci deviano dalla interpretazione, normalmente i pittori rappresentano sei anfore di coccio -. Quindi pietra, cioè qualcosa di inamovibile, qualcosa di pesante, di duro.

“destinate alla purificazione dei giudei, capienti un centinaio di litri ciascuna” . Questo è il versetto principale di tutto il testo. I brani dei vangeli sono costruiti ad arte secondo uno schema ben preciso, dove la prima riga corrisponde all’ultima, la seconda alla penultima e così via, fino che c’è un versetto centrale. [ strutture retoriche come il parallelismo e il chiasmo ]

Questo è il versetto centrale, principale di tutto questo brano. Quindi c’erano sei giare di pietra destinate alla purificazione dei giudei capienti un centinaio di litri ciascuna. Se noi prendiamo dal punto di vista storico, questa è una incongruenza. Una famiglia normale che in casa tiene sei anfore di pietra, tra l’altro, per purificarsi, per ben 600 litri d’acqua. Ma quanto erano sporchi in questa famiglia se si dovevano purificare così tanto!! Sembra una esagerazione. Qui l’evangelista spiega - e adesso comprenderemo man mano in un crescendo - il perché dell’azione di Gesù. Perché manca l’amore tra Dio e il suo popolo? Chi è che ha ucciso l’amore tra Dio e il suo popolo?

Queste sei giare di pietra sono destinate alla purificazione dei giudei. Dio sta nella sfera della santità totale, cioè lui è la purezza assoluta. L’uomo può rivolgersi a Dio soltanto quando è nella condizione di purezza rituale . Ma basta un niente per diventare impuro: non occorre commettere qualcosa di male, ma le semplici funzioni fisiologiche rendono l’uomo impuro. Pensate, - era emarginata ma era considerata poco più di una bestia - la condizione tragica della donna che per il fatto fisiologico delle mestruazioni era impura. Poteva unirsi con il marito soltanto al termine delle mestruazioni, ma l’unione con il marito la rendeva impura, quindi la donna era in una condizione di perenne impurità. Bastava toccare un insetto ed eri impuro, cioè i sacerdoti e gli scribi, avevano messo una distanza enorme tra Dio e gli uomini. Un Dio che sta nella sfera assoluta della purezza e l’uomo che non riesce mai ad essere in comunicazione con questo Dio, perché anche quelle che sono le normali funzioni fisiologiche, queste rendono impuro l’uomo.

E’ la religione che impedisce questa comunicazione di amore tra Dio e l’uomo. L’uomo non sa mai di essere a posto con questo Dio. Infatti nel libro di Giobbe, l’uomo definisce sè stesso un verme, perché per quanto io possa fare, non sono mai sicuro di essere a posto con questo Dio.
Gb 24,4Come può essere giusto un uomo davanti a Dio e come può essere puro un nato da donna? 5Ecco, la luna stessa manca di chiarore e le stelle non sono pure ai suoi occhi: 6tanto meno l'uomo, che è un verme, l'essere umano, che è una larva».

Guardate che, più o meno, era anche per noi, prima del concilio, quando c’era il concetto di grazia: non si sapeva mai se si era in grazia di Dio oppure no, perché bastava un pensiero che ti passava per la testa, che non eri più sicuro se eri nella grazia o no. Ecco questa è l’immagine del Dio della religione.

Gli uomini avevano bisogno di purificarsi continuamente – 600 litri, una enormità di acqua - perché non erano mai sicuri di meritare l’amore di Dio: l’amore di Dio andava meritato con i propri sforzi, con i propri impegni, a forza di tutte queste purificazioni rituali.

Quindi la mancanza dell’amore tra Dio e il suo popolo, è dovuta ad una religione che ha deformato il volto di Dio, lo ha reso inaccessibile, lo ha reso esigente e l’uomo non si sente mai a posto. Ecco allora gli ordini che adesso darà Gesù. “Gesù disse loro: riempite d’acqua le giare”. Veniamo a sapere, adesso, che le giare erano vuote.

C’erano sei giare per la purificazione dei giudei, vuote, quindi perfettamente inutili. E’ l’evangelista che vuol dire che tutta questa purificazione era inutile, perché poi, anche se ti purificavi, non rendeva possibile la comunicazione con Dio. “e le riempirono fino all’orlo”. Gesù fa prendere coscienza al suo popolo che queste giare sono vuote.

Facendole riempire fino all’orlo, Gesù indica che lui sta per offrire la vera purificazione che - e questa è la novità portata da Gesù ed è il significato di questo brano - non consiste nei meriti dell’uomo, ma nel dono gratuito dell’amore da parte di Dio. Questo è il cambio, è la liberazione che Gesù fa dalla religione portandoci alla fede ( in Lui). “Allora ordinò loro: attingete e portatene al maestro di tavola. Quelli gliene portarono”. Qui appare un altro personaggio. Abbiamo visto la madre, i servitori, ed ora c’è un altro personaggio, questo maestro di tavola, tutti rigorosamente senza nomi. I matrimoni, nel mondo palestinese, erano aperti a tutto il paese, non c’erano le partecipazioni, tutto il paese era invitato. Per dirigere il matrimonio c’era un maestro di tavola, era la persona che doveva controllare se c’erano vivande a sufficienza, se c’era il vino a sufficienza (tenete presente che il termine greco che indica ‘maestro di tavola’ , ha la stessa radice dalla quale viene anche il nome di sommo sacerdote .

Quindi l’allusione dell’evangelista è molto, molto precisa: colui che doveva sovrintendere al corretto funzionamento del matrimonio ( tra Israele e Dio, il sommo sacerdote) non si è accorto per niente che mancava il vino ( l'amore). La denuncia che fa Gesù è grave: per i dirigenti, per le autorità religiose, non c’è nulla di anomalo nel fatto che Dio si sia allontanato dal popolo a causa della legge che loro hanno deformato. Per loro, che il popolo non sperimenti l’amore di Dio, non gli interessa niente. Soltanto il popolo rappresentato dalla madre, ( l'Isarele fedele) avverte questa sofferenza. Quindi l’evangelista ci sta facendo vedere uno spaccato della vita giudaica: da una parte c’è un popolo, rappresentato dalla madre, che sente che manca il vino. Le autorità non se ne accorgono, per loro va bene così, perché le autorità hanno il terrore che le persone possano entrare in comunicazione con Dio. Quando le persone aprono gli occhi e vedono che Dio non ha incaricato nessun mediatore tra lui e le persone, che Dio non ha stabilito nessuna regola per amare le persone, per loro i giorni sono contati. Allora che la gente stia nel dispiacere, nella sofferenza, nella paura, è bene, così stanno sottomessi a noi. Ebbene questo maestro, non si è accorto che mancava il vino. Non solo, ma , assaggiata l’acqua tramutata in vino, protesta. Notate che le giare - nel racconto- non conterranno mai il vino di Gesù: l’acqua si tramuta in vino quando viene tolta dalla giara.

Quindi le giare, simbolo della legge e della purificazione, non conterranno mai l’amore che Gesù donerà alla umanità-popolo. “2, 9 Come ebbe assaggiato l'acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto - il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l'acqua ” (notate attingono l’acqua, non attingono il vino), - chiamò lo sposo 10 e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all'inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora». ”.

Il maestro di tavola, abituato a un sistema di dare-avere con Dio, non capisce e non accoglie un dono gratuito. chiamò lo sposo . Altro personaggio, lo sposo, anche questo, senza nome. E lo rimprovera. “E gli disse: tutti servono prima il vino buono e quando la gente è alticcia” (quindi veniamo a sapere che la gente è già alticcia) “e il peggiore; tu il vino buono lo hai tenuto in serbo fino ad ora”. Rivolgendosi allo sposo, il maestro di tavola manifesta tutta la sua sorpresa, ma anche il suo rimprovero, perché il vino che arriva adesso, il vino nuovo è migliore dell’antico, adesso c’è il vino buono.

Nell’istituzione religiosa, si vede sempre con diffidenza il nuovo: il meglio appartiene al passato. Il nuovo, tutto quello che viene proposto come nuovo, viene sempre visto con sospetto e diffidenza e sempre ostacolato. Il maestro non è d’accordo nell’ordine con il quale i vini vengono offerti. Il suo ragionamento è logico: quando la gente arriva al matrimonio, offri il vino buono, poi quando ormai è ubriaca dagli quello peggio tanto ormai il palato non distingue più il sapore. Quindi per lui è impossibile che il meglio possa venire dopo.

Questa è la caricatura che Giovanni fa ai rappresentanti dell’istituzione religiosa: sono uomini del passato che non si accorgono della sofferenza del popolo, e di fronte alla novità, ( il vino nuovo il Nuovo Amore che Dio manifesta per il suo popolo, attraverso Gesù, che è migliore di quello vecchio) anziché accoglierla rimproverano coloro che l’accolgono. I dirigenti religiosi non aspettano nè miglioramenti nè cambiamenti in una situazione che per loro è quella stabile, quella definitiva. Mentre la madre ha prontamente riconosciuto in Gesù il Salvatore da questa situazione, il maestro di tavola non si accorge, per lui andava bene così. Oggi si dice che una persona è spirata, ma nella lingua greca, prima dei vangeli, il verbo spirare , non significava mai la morte di una persona. Dai vangeli in poi passò a significare la morte di una persona. Ebbene, nel vangelo di Giovanni si legge che Gesù, reclinato il capo, consegnò lo Spirito. Ecco, lo Spirito ( Il Vino Nuovo ) lo ha tenuto in serbo sino ad ora: ( la morte di Gesù, secondo Giovanni ) non è una scena di morte ma è una scena di Vita.

E conclude l’evangelista: “Questo Gesù compì a Cana di Galilea come principio dei segni (attenzione, non miracoli, nella nuova edizione della CEI non c’è più il termine miracoli), manifestò la sua gloria”. Se noi prendiamo gli altri segni compiuti da Gesù: c’è la guarigione dell’infermo nella piscina, c’è la guarigione del cieco nato, c’è la resurrezione di Lazzaro, credo che, dal punto di vista letterario, siano ben più importanti di questo brano, ma di nessuno di questi è scritto che manifestò la sua gloria. Gesù manifestò la sua gloria quando trasforma l’acqua in vino (e i suoi discepoli gli diedero adesione).

Arrivati alla conclusione di questo brano che avevo annunciato come difficile, qual è il significato che è valido anche per noi?

Mentre la religione insegna che l’amore di Dio va meritato, Gesù insegna che l’amore di Dio viene regalato da parte del Suo amore. Questo è il cambio tra l’antica e la nuova alleanza. Nell’antica alleanza, rappresentata dalle giare per la purificazione, l’uomo doveva meritare l’amore di Dio. Nella nuova, quella stabilita da Gesù, c’è il vino in abbondanza. L’amore non va più meritato, ma va accolto come dono gratuito. E questo cambio incide profondamente nella vita del credente. Se io penso che devo meritare l’amore di Dio, di conseguenza, penso che anche gli altri debbano meritare il mio amore. Con Gesù, l’amore di Dio non va più meritato, ma va accolto come dono gratuito del suo grande amore.

Di conseguenza non cambia solo il rapporto con Dio – io non ho più nulla da temere con Dio -, ma cambia anche il rapporto con gli altri. Anche verso l’altro, non potrò dire che non lo merita: non si ama perché uno lo meriti o meno, ma si ama perché "si è amore". In questo episodio, spiega l’evangelista, Gesù manifestò la sua gloria.

La gloria significa la manifestazione visibile di ciò che uno è. Gesù, Dio, manifesta quello che è, mediante il dono regalato, gratuito, incondizionato del suo amore. E’ il cambio tra l’antica e la nuova alleanza. Questo è il primo dei segni compiuti. Il secondo dei segni, lo troviamo sempre nel vangelo di Giovanni, e qui forse comprenderemo ancora meglio questa dinamica che gli evangelisti ci vogliono dare, è sempre al capitolo 4, versetti 46-54. “Si recò dunque di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l’acqua in vino”. Il fatto che l’evangelista ripeta che lì aveva cambiato l’acqua in vino, significa che lì aveva dato una svolta alla relazione tra Dio e il suo popolo. E’ importante: l’amore di Dio non va più meritato, l’amore di Dio va accolto. Dio non va più cercato. Chi cerca Dio non lo trova mai, perché chi cerca Dio cerca una sua idea di Dio.

Dio non va cercato ma Dio va accolto. Con Gesù non bisogna essere puri per accogliere lui, ma è accogliere Gesù che rende puri. Quindi è un cambio radicale nei rapporti con Dio e con gli altri. segni a Cafarnao E qui c’era un dignitario reale” , il personaggio viene presentato per la sua funzione nella società, è uno della famiglia reale, quindi uno che vive a corte. Non viene presentato per il suo ruolo famigliare, ma come dignitario reale. Tenete presente queste definizioni dell’evangelista, perché vedremo ora un crescendo di spiegazioni.

“il cui figlio era infermo a Cafarnao” quindi c’è un dignitario reale, e noi ci saremmo aspettati un padre il cui figlio era ammalato. Il dignitario è naturalmente una persona che appartiene al mondo del potere.

“Questi, udendo che Gesù era giunto dalla Giudea in Galilea, andò da lui e gli chiedeva di scendere e guarire il figlio che era sul punto di morire”. Il dignitario reale è una persona che nella società sta in alto, questi si rivolge a colui che crede che stia più in alto di lui e gli dice: scendi. Quindi chiede a Gesù di scendere per guarire il figlio. Qui è legittima ogni tipo di lettura, se vogliamo leggerlo come episodio storico, leggiamolo. Anche se poi sorprende che Gesù risponda male a questo padre, Gesù che è sempre così delicato, tenero nei confronti di tutti.

C’è un padre angosciato per il figlio che sta per morire. “Gli rispose Gesù: se non vedete segni e prodigi non credete”. Come mai Gesù risponde in maniera così sgarbata a quest’uomo? È un padre che gli ha detto: mio figlio sta per morire, scendi. Gesù si rivolge ad una persona, ma gli parla al plurale: se non vedete segni e prodigi. Dice: “vedete” al plurale perchè si rivolge a tutta una categoria di persone. Ed ecco un termine: segni e prodigi . ( σημεῖα sēmeia καὶ e τέρατα prodigi )

Segni e prodigi, sempre messi insieme al plurale, non verranno mai compiuti da Gesù. Gesù sta dicendo: attenti ai falsi messia, sono coloro che faranno segni e prodigi. ( Mt 24,24 perché sorgeranno falsi cristi e falsi profeti e faranno grandi segni e miracoli, così da ingannare, se possibile, anche gli eletti. ) Questa espressione è presa dall’Antico Testamento, e sono i segni compiuti da Mosè per liberare il popolo e sono tutti segni di morte.

( (Testo CEI2008)
Dt 6,22 Il Signore operò sotto i nostri occhi segni e prodigi grandi e terribili contro l'Egitto, contro il faraone e contro tutta la sua casa. Dt 26,8 il Signore ci fece uscire dall'Egitto con mano potente e con braccio teso, spargendo terrore e operando segni e prodigi. Dt 34,11 per tutti i segni e prodigi che il Signore lo aveva mandato a compiere nella terra d'Egitto, contro il faraone, contro i suoi ministri e contro tutta la sua terra, Ne 9,10 hai operato segni e prodigi contro il faraone, contro tutti i suoi servi, )

I segni compiuti da Mosè per liberare il popolo sono tutti espressioni della potenza di Dio - le 10 piaghe d’Egitto, tanto per intenderci - che seminano morte. Allora Gesù, al potente che crede in un Dio potente, che si manifesta attraverso segni e prodigi investe, tutta la categoria dei potenti, di un rimprovero: “se non vedete segni e prodigi voi non credete”.

Gesù rifiuterà in tutta la sua esistenza di compiere "segni e prodigi". E quando più volte gli viene richiesto di fare un segno da vedere per credere, Gesù rifiuta e dice: credete e diventate voi un segno che gli altri possono vedere. Il dignitario insistette: “Signore” – e qui usa l’imperativo , è una persona abituata al comando - “scendi, prima che il mio ragazzo muoia”. Ecco qui c’è l’incomprensione tra due mondi: l’uomo del potere che ordina a Gesù: “scendi”, sei tu che devi scendere, perché il mio ragazzo sta per morire. Gesù non è d’accordo e gli dice: scendi te. Chi è che deve scendere tra i due? Il dignitario ordina a Gesù “scendi”. Gesù dice: “Vai te che tuo figlio vive”.

E notate il cambiamento; quello che è stato presentato come dignitario reale, una volta che accoglie l’invito di Gesù, incomincia a scendere, ed ecco il prodigio, diventa un uomo. Prima è stato presentato per la sua funzione nella società: un dignitario reale, che chiede a Gesù di scendere. Gesù gli dice che non sono io che devo scendere, ma che è lui che deve scendere, perché vedremo che è il padre il responsabile della malattia del figlio. Una volta che l’uomo accetta, il dignitario diventa l’uomo, e al versetto leggiamo: “L’uomo credette alla parola data da Gesù”. Ecco che, come abbiamo detto prima, non un segno da vedere per credere, ma tu credi e diventerai un segno che gli altri possono vedere.

“Quando già stava scendendo” – aveva chiesto a Gesù di scendere, e invece è lui che deve scendere – “lo incontrarono i suoi servi e gli dissero che il ragazzo viveva. Chiese l’ora in cui avesse incominciato a migliorare, essi risposero: ieri all’ora settima”, - l’ora settima è l’ora in cui Gesù, una volta conclusa la sua esistenza, consegna lo Spirito“la febbre lo ha lasciato”. “Il padre riconobbe che proprio in quell’ora Gesù gli aveva detto:”«Tuo figlio vive», e credette lui con tutta la sua famiglia. "

Ed ecco finalmente il padre. All’inizio è un dignitario, un uomo che vive nel suo ruolo sociale. Quando accoglie il messaggio di Gesù e incomincia a scendere, finalmente diventa un uomo, quando completa la sua discesa, finalmente diventa il padre. Bisogna mettere questo episodio nella cultura ebraica. Nella cultura ebraica il figlio, - e il termine che adopera l’evangelista significa figlio unico, - riceve la vita unicamente dal padre. La madre, viene considerata nella cultura ebraica, una specie di incubatrice, che riceve il seme del marito e poi lo espelle una volta maturo. Ma la madre nel figlio non mette assolutamente niente, per cui il figlio nasce direttamente dal padre e il rapporto vitale tra il padre e il figlio non si conclude con la nascita, ma dura per tutta l’esistenza. Il cordone ombelicale, nel mondo ebraico, non è tra madre e figlio, ma è tra padre e figlio, ed è per questo che il figlio porta il nome del padre.

Ed ecco che qui viene svelata la malattia mortale del figlio: questo figlio non aveva un rapporto con un padre, non aveva un rapporto con un uomo, ma con un dignitario reale. E il dignitario reale non può trasmettere vita, è un uomo che vive il suo ruolo nella società ed è impossibilitato a dare vita al figlio che gli sta morendo. “«Tuo figlio vive», così Gesù gli aveva detto, e credette in lui”, - e notate finalmente appare – “con tutta la sua famiglia”, prima non c’era. Fintanto che c’era il dignitario reale, non esisteva la famiglia; quando quest’uomo finalmente da dignitario reale torna ad essere padre, ecco che il figlio riceve di nuovo energia vitale ed ecco che appare la famiglia.

Questo episodio, cosa vuol dire per noi oggi? Perché ripeto si può leggere il brano storicamente, ma qui Gesù non ha guarito nessuno. Chi è stato a guarire il figlio? E’ stato Gesù o il padre che è ‘disceso’? Allora questo episodio cosa vuol significare per la nostra comprensione, oggi? Che:

fintanto che i rapporti nella comunità fra le persone sono rapporti di ruoli, si sottrae vita e si alimenta la morte. Quando il rapporto prescinde dal ruolo che uno ha nella società e si umanizza, e diventa a livello famigliare di padre, madre, fratello, qui si comunica e si trasmette vita. Tanto per alleggerire la spiegazione, ricordo il tema di un bambino che diceva: mia madre fa la psicologa ed esce tutte le mattine di casa per insegnare alle altre mamme che devono stare con i loro bambini. Ecco, più o meno, era questa l’idea. Qui c’era un figlio che stava per morire perché non aveva il rapporto con il padre, ma con il dignitario reale. Il dignitario reale dice a Gesù di scendere, ma Gesù dice al dignitario che è lui che deve scendere perché era lui il responsabile della malattia mortale del figlio. Una volta che è sceso, finalmente diventa padre e il figlio riacquista la vita, ed ecco che come d’incanto che appare la famiglia. Vedete, queste interpretazioni di questi episodi sono delle ricche costruzioni teologiche, che sono valide per tutte le comunità cristiane di tutti i tempi e non semplici raccontini di qualche millennio fa.

Perché scegliere Gesù e il suo messaggio? Siamo alla conclusione della nostra tre giorni di approccio e di approfondimento dei vangeli. Se la prima sera abbiamo visto un’attività che potevamo fare tutti quanti, eliminare dal vangelo quello che non c’è, quello che le tradizioni e le devozioni hanno messo in più nel vangelo, ieri abbiamo visto, e ci voleva l’aiuto di un tecnico, di uno specialista per capire le ricchezze che sono nascoste in ogni singola espressione del vangelo. E va detto, l’ho detto la prima sera, l’ho detto ieri e lo ribadisco oggi che per vivere in pienezza il messaggio cristiano non c’è bisogno di questi incontri, basta vivere una sola frase di Gesù, e si vive il messaggio cristiano in pienezza. Ma se uno vuole scoprire l’incredibile ricchezza di questo messaggio c’è bisogno di questo approfondimento.

Oggi concludiamo vedendo la bellezza e la ricchezza di questo messaggio che è per tutti, non ci sono categorie privilegiate di persone. Ma questa mattina iniziamo partendo da quello che una volta era scontato e oggi non lo è più: per quale motivo scegliere Gesù e il suo messaggio. Dicevo che una volta era scontato perché solo nell’essere cristiani, anzi meglio, solo essendo cattolici, c’era la salvezza. Conoscete tutti lo slogan creato dalla chiesa: fuori della chiesa non c’è salvezza (extra ecclesiam nulla salus). Per cui uno non sceglieva di essere cristiano, era obbligato, perché, altrimenti, c’era la morte eterna nelle fiamme dell’inferno.

C’è il Concilio di Firenze del 1452 che decreta: tutti gli ebrei, i musulmani, e quelli morti senza battesimo, al momento della morte vanno all’inferno fino alla fine dei secoli. Non c’era possibilità di scelta, si era cristiani per forza.

Cinque secoli dopo arriva un contrordine, il Concilio Vaticano II riprendendo questa espressione dice che gli ebrei, i mussulmani, e ci aggiunge persino gli atei, coloro che rispondono ai dettami della loro coscienza, conseguono la salvezza. Quindi con il Concilio Vaticano II, si è stabilito – e questo lo insegna la chiesa - che la salvezza può avvenire non solo in qualunque religione, nell’Ebraismo, nell’Islam e nelle altre religioni, ma perfino gli atei che rispondono ai dettami della loro coscienza, si salvano. Allora a questo punto perché scegliere Gesù e il suo messaggio?

Quando io sono nato era chiaro: in una cultura completamente cattolica dove la conoscenza delle altre confessioni cristiane o delle altre religioni era qualcosa di nebuloso, la domanda non si poneva. Oggi se prendete il bambino che va all’asilo, si trova a fianco il bambino marocchino che è musulmano, la bambina cinesina che magari è buddista, oppure quello che non è stato neanche battezzato. Allora si chiede perché, per quale motivo scegliere Gesù e il suo messaggio? Prima la risposta c’era: perché solo in Gesù c’è la salvezza. Oggi no, in tutte le religioni c’è la salvezza e tutte la religioni, più o meno, insegnano ad amare il prossimo, insegnano a pregare e tutte promettono e minacciano un premio eterno o un castigo eterno. Quindi più o meno le religioni si equivalgono.

Fine della religione Allora per quale motivo scegliere Gesù e il suo messaggio? Ebbene la risposta che viene dai vangeli è che Gesù non è venuto a fondare una religione. Anche se impropriamente si parla di religione cristiana, la sua non è una religione. Gesù è venuto a distruggere alle radici tutto ciò che è la religione. Per religione si intende quell’insieme di atti, di sentimenti che l’uomo deve avere nei confronti di Dio. Gesù questo è venuto a sradicare, perché Gesù, per la prima volta nella storia delle religioni, - e l’unica perché poi non c’è più stato nessuno dopo di lui - ha cambiato radicalmente il volto di Dio.

Il Dio di ogni religione è un Dio che ha creato l’uomo per essere servito. E il servizio si esprime attraverso il culto, attraverso la liturgia, attraverso le offerte. Gesù non solo ha insegnato, ma ha dimostrato che il Dio, il Padre non chiede nulla agli uomini, ma è Lui che dà. Allora se l’uomo non deve dare più niente a questo Dio, ma deve soltanto accoglierlo, è finita la religione. L’accoglienza di questo amore del Padre non si chiama religione ma si chiama fede . Quindi la fede è la risposta degli uomini al dono d’amore che Dio fa loro.
Una volta che Dio ha inondato l’uomo del suo amore, non chiede niente in cambio. L’amore, per essere vero, vuol essere espansivo, si espande verso l’altro. L’uomo, inondato di questo amore, si rivolge verso gli altri. Mentre nella religione, tutto ciò che si fa, si fa per Dio, nella fede tutto ciò che si fa, si fa con Dio e come Dio. Sono tanti i brani dove potremmo vedere questo messaggio.

Noi seguiamo ancora una volta il vangelo che forse è meno conosciuto dalla gente perché escluso dai tre anni liturgici, il vangelo di Giovanni, e prendiamo il capitolo 15. Abbiamo visto che ogni singola espressione e ogni singola affermazione degli evangelisti nel comporre le loro opere, hanno un profondo significato teologico. Il capitolo 15 del Vangelo di Giovanni, comincia con questa espressione di Gesù: “Io sono la vite e il Padre mio è il vignaiolo”.

Anzitutto “Io sono” non è una semplice espressione verbale, ma Gesù rivendica per sè la pienezza della condizione divina. Conoscete l’episodio di Mosè, narrato nel libro dell’Esodo al capitolo 3. Nel roveto ardente, Mosè, a questo Dio che gli si manifesta, gli chiede: ‘dimmi il tuo nome’, ma Dio non risponde dando il suo nome, perché il nome significa una identità che definisce una persona, e Dio non può essere definito. Allora Dio non gli risponde dandogli il suo nome, ma l’attività che lo rende riconoscibile. Quindi Dio non ha nome, ma è riconoscibile da un’attività. Dio a Mosè gli risponde: “Io sono colui che è” o che “sono”, che in tutta la tradizione ebraica è stata sempre commentato come: ‘io sono il Dio che è sempre accanto, presente, vicino al mio popolo’. Questa espressione “io sono” passò a significare il nome di Dio, la realtà di Dio. Quindi Dio non è riconoscibile da un nome ma da un’attività che lo rende riconoscibile. Questa attività è che Dio sta sempre con il suo popolo, dalla parte degli oppressi.

E allora Gesù inizia questo importante insegnamento per la comunità cristiana. Questa mattina, se comprendiamo questi pochi versetti che esamineremo, ve lo assicuro, cambia la nostra vita, perché cambia completamente il rapporto con Dio e di conseguenza cambia il rapporto con gli altri. Ecco perché l’evangelista ha caricato ogni singola espressione di profondi significati teologici. Gesù rivendica in sé la pienezza della condizione divina. Non dimentichiamo che siamo al capitolo 15 del Vangelo di Giovanni e che già al capitolo 5, le autorità religiose hanno deciso di ammazzare Gesù perché Gesù rivendica la figliolanza divina.

Le autorità religiose, coloro che devono far conoscere al popolo la volontà di Dio, quando la volontà di Dio si manifesta in Gesù, dicono che Gesù “bestemmia” e che quindi è meritevole di morte. Gesù rivendica, a rischio della propria vita, la pienezza della condizione divina. Le autorità religiose temono questo perché la religione vive sulla distanza che c’è tra Dio e gli uomini. Gli uomini non possono avvicinarsi direttamente a Dio, hanno bisogno dei sacerdoti, di liturgie, di culto e di tempio. Se malauguratamente questa distanza si accorcia e l’uomo può entrare in piena comunione con Dio, senza passare attraverso i sacerdoti, senza le offerte del culto e senza il tempio, c’è tutta una categoria – le autorità religiose - che si trovano in cassa integrazione. Questi temono e hanno il terrore che si realizzi il progetto di Dio sull’umanità.

Il progetto di Dio sull’umanità è che Dio è talmente innamorato degli uomini, che li vuole innalzare alla sua condizione divina. Non è il Dio della Genesi, il Dio geloso, che non vuole che gli uomini raggiungano la condizione divina. Ma un Dio talmente innamorato degli uomini, che non sopporta questa distanza che la religione ha creato tra lui e l’umanità, e dice: io voglio dare ad ogni uomo la mia stessa condizione, cioè lo voglio innalzare alla condizione divina. E Gesù rivendica per sè, ma non solo per sé, ma per tutti coloro che lo accolgono, la pienezza della condizione divina.

Ogni credente, ogni seguace di Gesù, è chiamato a una piena comunione con Gesù e quindi con Dio . Come verrà esplicitato in questo brano, la piena comunione con Dio, non solo rende superflue, ma inutili e nocive tutte le mediazioni della religione. Io sono la vite
Se il rapporto con Dio può essere immediato, ogni elemento che mettiamo tra noi e questo rapporto, diventa inutile e nocivo, perché è una barriera. Allora Gesù dice: “Io sono la vera vite”. E qui l’affermazione di Gesù è molto polemica perché nella tradizione ebraica c’erano due piante che rappresentavano il popolo di Israele. Una, lo abbiamo visto, era il fico e l’altra era la vite. Ebbene Gesù annuncia di essere la vera vite. Se lui era la vera vite, qual’era quella falsa?

Il popolo d’Israele credeva di essere la vite piantata dal Signore. Un Signore, che si legge in certi testi, per esempio nel Salmo: “hai divelto una vite dall’Egitto, per trapiantarla hai espulso i popoli”, cioè il Signore ha preso questa vite, per trapiantarla da un’altra parte, ha espulso tutti i popoli. I profeti insorgono contro questa idea nazionalista, arrogante di un popolo che crede di essere il popolo eletto e per questo ha diritto di vita e di morte sugli altri popoli. Nei profeti, per esempio nel profeta Amos, c’è un’invettiva che è di una violenza incredibile. Dio parlando al popolo di Israele dice: “Non siete voi per me come gli Etiopi, Israeliti? Non ho fatto uscire Israele dal paese d’Egitto, i Filistei da Caftor..” (Am 9,7).

E’ tremendo quello che dice Amos: Dio è sempre dalla parte degli oppressi per liberarli dall’oppressione. Se a voi, popolo di Israele vi ho liberato dall’Egitto – non perché siete un popolo particolare, ma perché l’azione di Dio è sempre di liberare i popoli - ho liberato Israele, ma ho liberato i Filistei (attuali Palestinesi).

Quindi non c’è un Dio che sceglie un popolo al di sopra di tutti gli altri popoli, ma c’è un Dio che è sempre a favore di coloro che sono oppressi. Poi Dio ha con questo popolo di Israele una particolare alleanza che, come abbiamo visto ieri, è miseramente fallita. E allora Gesù annuncia di essere la vera vite, cioè il vero popolo piantato da Dio. Attenzione perché i ruoli sono importantissimi e non bisogna confondere gli uni e gli altri : “e il Padre mio è il vignaiolo”.

Quindi Gesù annuncia di essere la vite, ma colui che coltiva questa vite, non è Gesù, ma è il Padre. Quindi il Padre di Gesù, colui che per amore comunica Vita, è il vignaiolo. E l’azione di questo vignaiolo è: “ogni tralcio che in me” – quindi un tralcio che seppur attaccato al legno della vite, e quindi ne succhia la linfa vitale – “non porta frutto, lo toglie ”.  Quindi l’azione del Padre – attenzione del Padre, non di Gesù e tanto meno degli altri tralci - lui sa qual è il tralcio, che pur alimentandosi della linfa vitale non produce frutto e il Padre lo toglie, non gli altri tralci e neanche Gesù.
Quindi nessuno è incaricato nella comunità dei credenti di giudicare la crescita spirituale dell’altro. Ognuno di noi è differente, ognuno di noi ha una sua storia, una spiritualità, una composizione biologica e anche psichica che lo rende differente dall’altro, per cui lo stesso messaggio accolto, in una persona produce in tempi e modi differenti che dall’altra persona. Guai a colui che, in qualche maniera, galvanizzato da questo messaggio, si sente il giudice dell’altro nel quale non vede frutti: fa dei danni tremendi, irrimediabili e irreversibili. Quindi nessuno nella comunità è il giudice della crescita spirituale dell’altro fratello. Nessuno può dire: tu non sei cresciuto, tu non porti frutto. Non lo fa neanche Gesù, ma solo il Padre.

L’allusione di Gesù è rivolta a quanti, pur cibandosi del pane di Gesù, a loro volta non diventano pane per gli altri. Fare la comunione, non significa aumentare il grado della propria santità, la luminosità della propria aureola. Fare la comunione è un impegno: io mi cibo di un Dio che si fa pane, per farmi a mia volta pane per gli altri. Quindi la comunione fatta per sé e per la propria devozione, per la propria ricchezza spirituale, è una comunione che rimane sterile e rende inutile la Vita di Gesù, che Gesù comunica e che vuole espandere.

Quindi un tralcio che è in me e non porta frutto, - e questo portare frutto è talmente importante che in tutto questo brano viene ripetuto per ben sette volte (e abbiamo imparato il significato dei numeri, il sette vuol dire la perfezione, la totalità) – il Padre lo elimina.

Chi nella comunità cristiana, pur alimentandosi dell’amore del Signore, non produce altrettanto amore, il Padre, - non Gesù e neanche gli altri tralci, - lo elimina. Potatura e pulizia del tralcio Ma veniamo alla parte che più ci interessa, la parte positiva, ricca. Questo versetto (v. 2b), come dicevo all’inizio, se compreso può cambiare radicalmente la nostra esistenza perché cambia il rapporto con Dio e di conseguenza il rapporto con gli altri.

“E ogni tralcio che porta frutto, lo libera”
(letteralmente “lo pulisce )perché porti più frutto”.
( CEI 2008 2Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia ( αἴρει), e ogni tralcio che porta frutto, lo pota ( καθαίρει) perché porti più frutto. 3Voi siete già puri ( καθαροί), a causa della parola che vi ho annunciato.  si nota in questa traduzione l'incongruenza tra " lo pota" e " siete già puri " mentre il greco ha lo stesso verbo "pulire", καθαίρει. n.d.r.)

Ricordate, all’inizio dicevo quanto è importante un’esatta traduzione del testo, perché l’inesatta traduzione può portare dei danni tremendi nella vita dei cristiani e nella spiritualità. Una volta, questo versetto veniva tradotto “e ogni tralcio che non porta frutto, lo pota”. Con questo verbo “potare” si giustificavano e si spiegavano tutte le situazioni negative che uno trovava nella vita. Ti è morto un figlio? È il signore che ti ha potato per farti crescere meglio. Hai avuto un lutto, una disgrazia, una malattia? E’ il Signore che pota. Vedete quanto è importante tradurre bene. Quindi, questo Padre sembrava un vignaiolo pazzo che andava nella vite e così, a caso, tagliava i tralci che magari gli sembravano i più belli.

Se c’è qualcuno esperto di vite, sa che la potatura è una attività delicatissima che richiede delle mani espertissime, perché una potatura fatta male può rovinare tutta la vite. Allora, l’azione di Dio non è di potare. Il verbo che adopera l’evangelista è purificare il tralcio perché porti più frutto.

Quello che sta dicendo Gesù è qualcosa di sensazionale, qualcosa di incredibile, perché finalmente libera l’uomo da quell’egocentrismo che lo vede centrato su sè stesso e su quell’idea satanica che è la perfezione spirituale. Ognuno di noi ha dei limiti, ha dei difetti, ha delle tendenze che crede che siano negative. Ecco ognuno di noi conosce il suo intimo e sa che c’è qualcosa che non va. Ebbene, Gesù libera la persona da questo centrare su sè stesso, sull’attenzione a sè stesso: devo eliminare questo difetto, devo migliorare qui, devo fare là, perché significa sempre centrarsi su sè stesso e non ci si riesce mai. L’idea di perfezione spirituale è tanto astratta e lontana, quanto grande è l’ambizione dell’uomo. L’uomo non si accetta, quasi nessuno si accetta così com’è. Si crea un piedistallo con un monumento di quello che dovrebbe essere, e tutta l’attenzione della vita è per essere quell’io immaginario che crede. E quando la corda è troppo tesa, si spezza. Quando uno sbaglia, la reazione normale è il pentimento: ho sbagliato, pazienza, rincominciamo da capo. Ma quando c’è l’idea di perfezione spirituale e si sbaglia e si cade, ciò che subentra è una rabbia omicida verso sè stessi e verso gli altri – come è stato, come è possibile, non volevo, ecc. - e si cerca di indirizzare questa rabbia verso le persone che ci sembra abbiano lo stesso nostro difetto, la nostra tendenza che noi non accettiamo.

Gesù libera da tutto questo. Se c’è, è normalmente c’è, qualcosa in noi che non va, ci pensa il Padre ad eliminarla, non il tralcio.

Guai al tralcio che si occupa di sè stesso e pensa di eliminare la parte negativa: può fare dei danni irrimediabili. Perché il Padre, è lui l’agricoltore, il vignaiolo. Lui conosce bene il processo di sviluppo della vite e se lui vede che in questo tralcio ci sono degli elementi impuri, degli elementi negativi, lui li elimina, non il tralcio, tanto meno gli altri tralci – non permettetelo mai -, e neanche la vite. La vite non espelle questo tralcio, non lo pulisce: è solo il Padre ( che lo fa) . Cosa vuol dire Gesù? L’autore della prima lettera di Giovanni, ha questa espressione nel capitolo 3, che ci chiarisce questa indicazione di Gesù: “Da questo conosceremo che siamo nati dalla verità, e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa” (1 Gv 3, 19-20).

Quando abbiamo visto il significato degli organi umani nel mondo ebraico, il cuore significava la mente, la coscienza. La nostra coscienza è modellata, in parte, dalla morale corrente, dalla tradizione. Ma noi vediamo che certe cose che oggi vanno bene, un secolo fa erano viste con sospetto o peccaminose. Quindi vedete che la morale cambia e ci sono cose che oggi magari giudichiamo 93 disdicevoli o peccaminose, fra un secolo rideranno di noi perché credevamo in queste cose. Allora, l’autore di questa lettera dice:

...tranquillizzatevi, anche se il tuo “cuore”, la tua coscienza, ti rimprovera qualcosa, Dio è più grande del tuo cuore, perchè Dio ti conosce meglio di come ti conosci tu, conosce i meandri più nascosti del tuo essere, della tua psiche, della tua personalità. Quindi ci sono elementi che magari tu credi negativi, può darsi che agli occhi del Signore non lo sono affatto. Allora lascia fare a lui. Se questo elemento, questo difetto, questa tendenza in te è negativo, abbi la certezza che il Padre lo elimina. Se il Padre non lo elimina, significa che agli occhi suoi non è così grave, non è così negativo, e non è così di impedimento a portare frutto Questo versetto ci libera finalmente dall’esame di coscienza, dall’essere centrati sempre su noi stessi: ho fatto questo, non ho fatto quest’altro, la lista dei comportamenti. L’unica preoccupazione del tralcio è portare frutti. Naturalmente, è ovvio, non lo sottolineo, Gesù dice: ogni tralcio che porta frutto, lo libera.

Il tralcio che succhia questa linfa vitale, e la trasforma in frutto, cioè il credente che succhiando e alimentandosi di quest’amore lo traduce in frutto , ha la certezza che il Padre si prende cura di lui. Io non mi devo più preoccupare di niente. Se c’è in me qualcosa di negativo, ci pensa il Padre. Attenzione : non gli altri tralci. C’è sempre la tendenza degli altri tralci di correggere – la correzione fraterna -, di modificare la vita degli altri, di indirizzare. Attenzione! I danni possono essere irreversibili. E neanche il tralcio: se io penso che una mia tendenza, un mio difetto, sia negativo, e magari mi impegno per sradicarlo, attenti perché posso andare a togliere proprio quel filo di quella trama che facevano la mia personalità. E i danni sono irrimediabili.

Ci sono persone devastate ad opera dei cosiddetti direttori spirituali, che sono entrati con gli scarponi dentro le loro coscienze e hanno devastato l’equilibrio fisico-psichico di queste persone.

Gesù ci invita alla piena serenità: ogni tralcio che porta frutto il Padre lo purifica, perché l’interesse del vignaiolo è che il tralcio porti ancora più frutto. Quindi tutti quegli elementi negativi che ognuno di noi ha, quelle colpe, quelle sensazioni di qualcosa di disagio nei confronti del Signore, se sono tali, ci pensa il Padre ad eliminarle. Non è nostro compito, non è nostra preoccupazione. Naturalmente, questo non è un invito al lassismo. Al contrario: si tratta sempre di un tralcio che porta frutti.

L’unica preoccupazione del credente: oggi, come posso aumentare la mia capacità d’amore verso il prossimo? Se c’è questo, ci assicura Gesù, gli elementi in noi negativi, il Padre li elimina E Gesù annuncia già un inizio di purificazione e di liberazione che avviene nella persona – è anche per questo che abbiamo scelto questo brano in questa nostra tre giorni –: “Voi siete già puri per il messaggio che vi ho annunciato”.

Chi accoglie il messaggio di Gesù, questa buona notizia, è già puro, è già liberato, perché il messaggio di Gesù è un messaggio di amore. Chi accoglie questo amore, è già liberato da tutte quelle scorie, da tutte quelle impurità che la vita avevano accumulato. Quindi c’è un processo iniziale di purificazione: accogliamo il messaggio di Gesù, e questa boccata di ossigeno ci libera da tutte le scorie, da tutte le tossine accumulate nella nostra esistenza. Poi c’è una purificazione continua, successiva e crescente nella nostra esistenza. Man mano che vengono aumentate o crescono altre scorie, è il Padre che ci pensa ad eliminarle.

Dimorare in Gesù
E Gesù chiede: “dimorate in me ed io in voi. Come il tralcio non può far frutto da sè stesso se non dimora nella vite, così anche voi se non dimorate in me”.

Dimorare in Gesù significa accogliere non solo lui ma anche il suo messaggio come modello della propria condotta. Gesù non mette la distanza tra lui e i suoi, ma dice di dimorare in lui. Gesù chiama ad un intimità continua e crescente con lui e con la sua persona.

1Gv 2,24 Quanto a voi, quello che avete udito da principio rimanga in voi. Se rimane in voi quello che avete udito da principio, anche voi rimarrete nel Figlio e nel Padre. Gv 8,31 Gesù allora disse a quei Giudei che gli avevano creduto: «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli)
E di nuovo Gesù rivendica la condizione divina per far comprendere che quanto sta dicendo, non è frutto dell’idee di un maestro spirituale, ma quello che lui sta dicendo è la stessa volontà di Dio: “Io sono la vite e voi i tralci, chi dimora in me e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla”.

Ieri, ricordate, era venuto fuori l’argomento del Dio onnipotente. Eccolo qua il Dio onnipotente!! L’amore è senz’altro onnipotente, ma la vite, se non ci sono i tralci, il frutto non lo può portare. Dio, l’amore di Dio, diventa onnipotente soltanto se trova quei canali dove il suo amore si possa trasmettere, altrimenti è un Dio impotente. “Chi non dimora in me viene gettato via, come il tralcio che si inaridisce e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano”.

Perché Gesù per fare questo esempio ha scelto proprio la vite e non un altro albero? Gesù si rifà a quanto ha scritto il profeta Ezechiele. Al capitolo 15 Ezechiele scrive: “che pregio ha il legno della vite di fronte a tutti gli altri legni della foresta? Si adopera forse quel legno per farne un oggetto? Ci si fa forse un piolo per attaccarci qualcosa? (Ez 15, 2-3) “Potrà essere utile a qualche lavoro? Anche quando era intatto, non serviva a niente: ora, dopo che il fuoco lo ha divorato, l’ha bruciato, ci si ricaverà forse qualcosa? (Ez 15,5). Gesù ha scelto appositamente il legno della vite perché è l’unico con il quale non ci si può far niente, non ci si può fare un attrezzo, uno strumento per la campagna.

Il legno della vite è utile soltanto per portare frutto altrimenti non serve a niente. Va bruciato. Forse quelli della mia età ricordano che le donne, per fare il bucato, una volta usavano la cenere, ma non la cenere del legno della vite, perché macchiava le lenzuola. Quindi Gesù ha scelto, diciamo un albero che, o porta frutto, o non serve assolutamente a niente.

O la nostra esistenza è fatta per portare frutto agli altri, o è un’esistenza fallita. L’unica cosa che vale nella nostra vita, è il bene concreto che si sarà fatto per gli altri. Tutto il resto non vale assolutamente niente. La persona vale e cresce nella misura che generosamente si è donata agli altri, perché il criterio di crescita e i valori della persona per Gesù è la generosità. Generosi tutti possono esserlo, meno una categoria di persone: i ricchi. I ricchi non possono essere generosi, perché se fossero generosi, non sarebbero ricchi.

Ciò che fa crescere la persona, è una attività che tutti possono avere: la generosità. Quindi ciò che vale nell’esistenza di un individuo, è la generosità, quello che si è fatto per gli altri. “Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato”. Noi siamo molto abili nel selezionare le parti del vangelo che ci interessano e chissà perché abbiamo imparato benissimo la seconda parte di questo versetto: chiedete quel che volete e vi sarà dato. Però ci siamo dimenticati quella condizione: se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi.

Perché Gesù fa questa distinzione: dimorare in lui e le sue parole in noi? Perché c’è il rischio di persone che sono devote di Gesù, persone entusiaste di Gesù e della sua figura, hanno una devozione verso Gesù, ma non pensano minimamente di lasciare trasformare la propria esistenza dal suo messaggio. Per loro Gesù è un’immagine, un idolo, o un Dio senz’altro, a cui avere una devozione affettiva. Ma non pensano minimamente di lasciare trasformare la propria esistenza dall’insegnamento di Gesù.

Allora Gesù per evitare questo pericolo dice: se dimorate in me e le mie parole rimangono in voi. Non basta dare adesione a Gesù, bisogna che le sue parole modifichino la nostra esistenza. Se dopo tanti anni di ascolto del messaggio di Gesù, di conoscenza del vangelo, la nostra vita non è stata modificata ( dal Vangelo) , significa che non è stata data adesione a Gesù. E Gesù assicura: se ci sono queste condizioni, chiedete quel che volete e vi sarà dato, perché, continua Gesù, “In questo è glorificato il Padre mio”. Qui Gesù tocca un altro dei punti vitali, delicati della religione.

Nella religione la gloria di Dio si manifesta nella magnificenza. C’è questo tempio, buttiamolo giù e facciamone uno più bello, più ricco, a maggior gloria di Dio. Quindi l’immagine di Dio, per una proiezione delle frustrazioni, dell’ambizione dell’uomo, la sua gloria consiste nella magnificenza, nello splendore: più una cosa luccica, più è straordinaria, lì si manifesta la gloria di Dio. Gesù dice no! In questo - ed è la parola di Dio stesso – in questo glorificate il Padre mio: “che portiate molto frutto e cosi sarete miei discepoli”.

La gloria di Dio non si manifesta nello splendore, nelle azioni straordinarie, nelle ricchezze. La gloria di Dio si manifesta in un individuo, in una comunità che aumenta la sua capacità d’amore. Essendo Dio amore, la sua gloria si può manifestare soltanto nell’amore. “Come il Padre ha amato me, così io vi ho dimostrato il mio amore. Dimorate nel mio amore”. Il Padre ha amato Gesù comunicandogli il suo Spirito. Gesù dice: “Io vi ho dimostrato il mio amore”.



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